La neve c'è! Peccato solo che per trovarla bisogna salire a 2.000 metri di quota e che la situazione vera sia questa. Ma c'è sempre qualcuno che riesce a divertirsi come queste due bambine fotografate a passo San Pellegrino (Trentino) oggi alle 16 e 30 quando il termometro segnava 2 gradi e il terreno era pieno d'acqua come una spugna. Che nostalgia del novembre 2005 quando si potevano scrivere storie così.
08 dicembre 2006
E' arrivata!
La neve c'è! Peccato solo che per trovarla bisogna salire a 2.000 metri di quota e che la situazione vera sia questa. Ma c'è sempre qualcuno che riesce a divertirsi come queste due bambine fotografate a passo San Pellegrino (Trentino) oggi alle 16 e 30 quando il termometro segnava 2 gradi e il terreno era pieno d'acqua come una spugna. Che nostalgia del novembre 2005 quando si potevano scrivere storie così.
07 dicembre 2006
Il paradiso di carta
Francesco D'Onofrio - proprio lui, il titolare napoletano che si è inventato l'acqua di Bolzano, cioè quella che sgorga dal rubinetto ma col marchio sembra più buona - spende ogni anno varie migliaia di euro per dare da leggere ai suoi clienti, ma non ti metterà fretta quando berrai il caffè informandoti sul mondo. Lì dentro, sfogliando decine di pagine ogni giorno, facendo finta di essere a Vienna, dimenticandoti del mercatino di Natale che c'è fuori dalle vetrine, non sentirai certo nostalgia del Bar Sport, dove sul frigorifero dei gelati sono distesi due giornali: uno di oggi e l'altro di ieri.
06 dicembre 2006
WC/2 Dove (rip)osano le aquile
Esatto, nel bagno presidenziale, nella prestigiosa ala Paor di quel palazzo, tu non ci puoi arrivare. Da una parte troverai una porta blindata con un campanello da suonare mentre la telecamera ti osserva. Ma tu non ti arrenderai: scenderai al piano terra, infilerai l'ascensore, salirai ancora al secondo piano e quando l'ascensore si aprirà - ad un passo dalla meta - troverai l'usciere (un altro) che ti saluterà e ti chiederà: desidera? Allora capirai che qui non siamo al ministero, dove il bagno dei giudici è alla portata di chiunque e ti rassegnerai a servirti di un bagno plebeo, ma non troppo.
05 dicembre 2006
Ok, il prezzo è giusto
C'è un negozio, in città, dove io non posso più entrare. Anzi due, ma andiamo con ordine. Tutto cominciò quattro anni fa quando mi spedirono a comprare un piatto natalizio da collezione: un Royal Copenhagen, mi pare si chiamasse. Così entrai nel negozio, con un biglietto in mano, come i bambini, e dissi: "Un Royal Copenhagen di Natale, per favore".
"Che anno signore?".
"Duemila, grazie" risposi, perché mi avevano istruito bene.
"Benissimo signore" disse lui, con l'aria di chi pensa "lei si che è un intenditore".
Quel piatto era esposto su una parete, assieme a tutti gli altri, ma il commesso si precipitò sul retro e trenta secondi dopo tornò con una scatola di cartone e dentro un piatto azzurro. Lo tirò fuori con movimenti da cerimonia, controllò attentamente che non avesse sbeccature, me lo girò un paio di volte sotto il naso con le sue mani svolazzanti e poi mi disse: "Bene così, signore?".
"Certo - dissi - me lo incarti".
Allora lui prese un foglio della sua carta più pregiata e preparò un pacchetto a regola d'arte, senza dimenticare di infilare all'interno il biglietto da visita del negozio. Quindi tagliò due metri di nastro e cominciò a farli montare con la forbice, come se fosse panna, finché si fermo soddisfatto a rimirare il suo capolavoro.
Furono cinque minuti di calvario perché - senza sapere bene quale - capivo che c'era una nota stonata in quel negozio. Probabilmente io.
Con una goccia di sudore che cominciava a colarmi sulla schiena seguii l'uomo alla cassa e chiesi: "Quant'è?".
"Due e venti, signore" mi rispose impettito.
Quante storie, pensai, tirando fuori dalla tasca con sollievo due euro e venti (giusti) che depositai sul banco. Erano due monete in tutto.
"Ehm, signore, duecentoventi" disse lui, spostando gli occhi altrove.
Allora, mentre la goccia diventava una cascata, replicai: "Signore, forse è meglio che chieda istruzioni al committente. Mi tenga il pacchetto mentre faccio una telefonata". Così, con il telefono (muto) in mano, mi precipitai fuori dal negozio. Ecco perché da allora quando cammino in via Oss Mazzurana tengo sempre il lato sinistro della strada.
P.S. La cronaca nera incombe... il secondo negozio più avanti...
"Che anno signore?".
"Duemila, grazie" risposi, perché mi avevano istruito bene.
"Benissimo signore" disse lui, con l'aria di chi pensa "lei si che è un intenditore".
Quel piatto era esposto su una parete, assieme a tutti gli altri, ma il commesso si precipitò sul retro e trenta secondi dopo tornò con una scatola di cartone e dentro un piatto azzurro. Lo tirò fuori con movimenti da cerimonia, controllò attentamente che non avesse sbeccature, me lo girò un paio di volte sotto il naso con le sue mani svolazzanti e poi mi disse: "Bene così, signore?".
"Certo - dissi - me lo incarti".
Allora lui prese un foglio della sua carta più pregiata e preparò un pacchetto a regola d'arte, senza dimenticare di infilare all'interno il biglietto da visita del negozio. Quindi tagliò due metri di nastro e cominciò a farli montare con la forbice, come se fosse panna, finché si fermo soddisfatto a rimirare il suo capolavoro.
Furono cinque minuti di calvario perché - senza sapere bene quale - capivo che c'era una nota stonata in quel negozio. Probabilmente io.
Con una goccia di sudore che cominciava a colarmi sulla schiena seguii l'uomo alla cassa e chiesi: "Quant'è?".
"Due e venti, signore" mi rispose impettito.
Quante storie, pensai, tirando fuori dalla tasca con sollievo due euro e venti (giusti) che depositai sul banco. Erano due monete in tutto.
"Ehm, signore, duecentoventi" disse lui, spostando gli occhi altrove.
Allora, mentre la goccia diventava una cascata, replicai: "Signore, forse è meglio che chieda istruzioni al committente. Mi tenga il pacchetto mentre faccio una telefonata". Così, con il telefono (muto) in mano, mi precipitai fuori dal negozio. Ecco perché da allora quando cammino in via Oss Mazzurana tengo sempre il lato sinistro della strada.
P.S. La cronaca nera incombe... il secondo negozio più avanti...
04 dicembre 2006
Piaccio alle donne
Signorsì, piaccio alle donne! Dirò di più: le faccio impazzire. E' una scoperta recente, la mia, dell'effetto che ho sul genere femminile ma non posso più ignorare sorrisi, sguardi, complimenti e addirittura baci che ovunque vada mi accompagnano.
Finalmente l'ho capito: alle donne, io, piaccio. E ricambio volentieri. Le preferisco bionde, questo è noto, con i capelli lunghi che si possano accarezzare. Con gli occhi azzurri, anche questo è risaputo, dove mi possa rispecchiare. Ma soprattutto le voglio che sorridano altrimenti tutto il resto è vano.
Piaccio alle donne. Se n'è accorto anche il mio vecchio - mi scuserà se lo chiamo così, ma ormai ha la sua età, la barba incolta e sempre più capelli bianchi - se n'è accorto anche mio padre, dicevamo, che l'altro giorno era con me al giro al Sass a rendersi conto di persona di quante teste (di donna) si giravano affascinate al mio passaggio. Mi sorridono, mi chiamano per nome, senza gelosia l'una con l'altra perché di fronte a un fusto come me sanno che farsi la guerra è inutile, meglio allearsi e dividersi i miei favori. L'altro giorno una si è spinta oltre e ha chiesto il permesso di baciarmi. "Perché no?" ho pensato. E mi sono concesso volentieri, perché io sono un generoso e la vita è bella per quelli come me che alle donne piacciono.
Piaccio alle donne, soprattutto a quelle un po' in là con gli anni, mentre le coetanee o le più giovani – ahimè! - quando mi incontrano ostentano indifferenza. Chissà perché. Ma io sono un maschio di larghe vedute e non disdegno di accompagnare una donna di esperienza che sappia - all'occorrenza - prendersi cura di me con devozione. Poco importa se ha venti, venticinque o anche trent'anni in più dei miei: per me sono perfette, non chiedo altro, siamo moderni, non c'è da scandalizzarsi. E non chiamatele mai vecchie.
Piaccio alle donne, anche alle più belle, anche alle bellissime e se non ci credete guardate la mia ultima conquista che, sebbene mora e con i capelli corti, nel mio curriculum fa una gran bella figura: io e Claudia.
Finalmente l'ho capito: alle donne, io, piaccio. E ricambio volentieri. Le preferisco bionde, questo è noto, con i capelli lunghi che si possano accarezzare. Con gli occhi azzurri, anche questo è risaputo, dove mi possa rispecchiare. Ma soprattutto le voglio che sorridano altrimenti tutto il resto è vano.
Piaccio alle donne. Se n'è accorto anche il mio vecchio - mi scuserà se lo chiamo così, ma ormai ha la sua età, la barba incolta e sempre più capelli bianchi - se n'è accorto anche mio padre, dicevamo, che l'altro giorno era con me al giro al Sass a rendersi conto di persona di quante teste (di donna) si giravano affascinate al mio passaggio. Mi sorridono, mi chiamano per nome, senza gelosia l'una con l'altra perché di fronte a un fusto come me sanno che farsi la guerra è inutile, meglio allearsi e dividersi i miei favori. L'altro giorno una si è spinta oltre e ha chiesto il permesso di baciarmi. "Perché no?" ho pensato. E mi sono concesso volentieri, perché io sono un generoso e la vita è bella per quelli come me che alle donne piacciono.
Piaccio alle donne, soprattutto a quelle un po' in là con gli anni, mentre le coetanee o le più giovani – ahimè! - quando mi incontrano ostentano indifferenza. Chissà perché. Ma io sono un maschio di larghe vedute e non disdegno di accompagnare una donna di esperienza che sappia - all'occorrenza - prendersi cura di me con devozione. Poco importa se ha venti, venticinque o anche trent'anni in più dei miei: per me sono perfette, non chiedo altro, siamo moderni, non c'è da scandalizzarsi. E non chiamatele mai vecchie.
Piaccio alle donne, anche alle più belle, anche alle bellissime e se non ci credete guardate la mia ultima conquista che, sebbene mora e con i capelli corti, nel mio curriculum fa una gran bella figura: io e Claudia.
03 dicembre 2006
Il nostro Natale con Pino
Ci siamo comprati l'albero di Natale, quello di legno e non di plastica, e così abbiamo scelto da che parte stare: viva l'albero vero, abbasso quello finto. Non è questione di bellezza e nemmeno di profumo, il fatto è che la pianta vera - anche senza le radici - mantiene una sua personalità, tanto che noi gli abbiamo persino dato un nome: il nostro albero l'abbiamo chiamato - naturalmente - Pino.
Pino è un albero di famiglia asiatica e di cognome fa Nordmann, come il botanico scandinavo che per primo catalogò la specie. I suoi antenati crescevano sui versanti del Caucaso e avevano questa fantastica caratteristica - almeno per chi vuole portarli in casa e appenderci le stelline - di seccarsi lentamente senza lasciar cadere gli aghi. Ma lui, Pino, in realtà è nato in Trentino, su un prato nei dintorni di Sant'Orsola dove venne piantato cinque anni fa. O forse sei: abbiamo contato i cerchi visibili sul tronco e non siamo riusciti a metterci d'accordo.
Tutto è cominciato l'altro giorno quando il vivaista è salito in valle dei Mocheni col camion e si è fatto un giro assieme al proprietario di quel bosco, dove crescono allineati tanti alberelli tondi e perfetti, piantati apposta per finire in salotto il giorno di Natale: «Dammi questo, questo e questo» diceva il vivaista indicandoli col dito. Poi si è fatto un altro giro: «Questo, questo e questo». Infine ci ha pensato su un po' ed ha aggiunto soddisfatto: «Taglia anche quello là». Pino.
L'abbiamo trovato esposto fuori dalle serre dove un signore calvo e occhialuto gli prendeva le misure con un metro flessibile, istruito dalla moglie. Ci siamo guardati e abbiamo deciso che quell'albero, pur morto, andava salvato. Così, approfittando di un attimo di indecisione dell'ometto (distratto da un abete bianco un po' panciuto) ci siamo presi Pino e l'abbiamo caricato in auto impacchettato.
Caro era caro: 32 euro per un albero che resterà con noi un mese non è poco. Fa un euro al giorno, ma è sempre meno di quegli alberi prestigiosi - specie Costeriana - che costano centinaia di euro: «Qualche pazzo che li compra si trova sempre» ci ha confidato il vivaista sottovoce. Gli abeti rossi invece, quelli normali che crescono da soli nei nostri boschi e a dispetto del nome sono verdissimi, costano molto meno: con venti euro o poco più ve li portate a casa, ma il giorno dopo, soprattutto se nel vostro appartamento vi piace stare belli caldi, rischiate di ritrovarvi con il pavimento ricoperto di aghi secchi e l'albero trasformato in uno scheletro spettrale.
Pino no, lui manterrà il suo aspetto fino alla Befana. Garantito. L'abbiamo messo lì vicino al divano, che poi sarebbe il mio posto preferito, ma per un mese fa lo stesso purché tutti siano contenti. Come lui - alberi sacrificati al Natale, ma che senza Natale non sarebbero mai nati - ce ne sono milioni. Sette milioni dicono gli agricoltori italiani che - preoccupati per un calo nelle vendite - invitano a scegliere l'albero di Natale vero. Poiché l'Italia non è un paese dove abbondano le foreste di conifere questi alberelli per la maggior parte arrivano dall'estero, soprattutto dalla Danimarca che per il suo clima freddo ma non troppo sembra sia proprio il posto giusto. Ogni anno c'è chi dice: meglio quelli finti. E altri che aggiungono: inutile tagliare gli alberi, come se avessero i mobili di casa fatti di pietra. Altri più drammatici: sono piante tirate su con i pesticidi, tenetele alla larga. Noi invece guardiamo Pino e diciamo: «Oh che bell'albero!». Già gli siamo affezionati tanto che l'abbiamo messo lontano dalla stufa a legna: un po' perché il tepore lo disturba e un po' perché è un albero muto, ma non stupido. Ci metterebbe poco - vedendo quel fuoco che arde allegro - a capire da dove arriva il caldo, rovinandosi il Natale.
Pino è un albero di famiglia asiatica e di cognome fa Nordmann, come il botanico scandinavo che per primo catalogò la specie. I suoi antenati crescevano sui versanti del Caucaso e avevano questa fantastica caratteristica - almeno per chi vuole portarli in casa e appenderci le stelline - di seccarsi lentamente senza lasciar cadere gli aghi. Ma lui, Pino, in realtà è nato in Trentino, su un prato nei dintorni di Sant'Orsola dove venne piantato cinque anni fa. O forse sei: abbiamo contato i cerchi visibili sul tronco e non siamo riusciti a metterci d'accordo.
Tutto è cominciato l'altro giorno quando il vivaista è salito in valle dei Mocheni col camion e si è fatto un giro assieme al proprietario di quel bosco, dove crescono allineati tanti alberelli tondi e perfetti, piantati apposta per finire in salotto il giorno di Natale: «Dammi questo, questo e questo» diceva il vivaista indicandoli col dito. Poi si è fatto un altro giro: «Questo, questo e questo». Infine ci ha pensato su un po' ed ha aggiunto soddisfatto: «Taglia anche quello là». Pino.
L'abbiamo trovato esposto fuori dalle serre dove un signore calvo e occhialuto gli prendeva le misure con un metro flessibile, istruito dalla moglie. Ci siamo guardati e abbiamo deciso che quell'albero, pur morto, andava salvato. Così, approfittando di un attimo di indecisione dell'ometto (distratto da un abete bianco un po' panciuto) ci siamo presi Pino e l'abbiamo caricato in auto impacchettato.
Caro era caro: 32 euro per un albero che resterà con noi un mese non è poco. Fa un euro al giorno, ma è sempre meno di quegli alberi prestigiosi - specie Costeriana - che costano centinaia di euro: «Qualche pazzo che li compra si trova sempre» ci ha confidato il vivaista sottovoce. Gli abeti rossi invece, quelli normali che crescono da soli nei nostri boschi e a dispetto del nome sono verdissimi, costano molto meno: con venti euro o poco più ve li portate a casa, ma il giorno dopo, soprattutto se nel vostro appartamento vi piace stare belli caldi, rischiate di ritrovarvi con il pavimento ricoperto di aghi secchi e l'albero trasformato in uno scheletro spettrale.
Pino no, lui manterrà il suo aspetto fino alla Befana. Garantito. L'abbiamo messo lì vicino al divano, che poi sarebbe il mio posto preferito, ma per un mese fa lo stesso purché tutti siano contenti. Come lui - alberi sacrificati al Natale, ma che senza Natale non sarebbero mai nati - ce ne sono milioni. Sette milioni dicono gli agricoltori italiani che - preoccupati per un calo nelle vendite - invitano a scegliere l'albero di Natale vero. Poiché l'Italia non è un paese dove abbondano le foreste di conifere questi alberelli per la maggior parte arrivano dall'estero, soprattutto dalla Danimarca che per il suo clima freddo ma non troppo sembra sia proprio il posto giusto. Ogni anno c'è chi dice: meglio quelli finti. E altri che aggiungono: inutile tagliare gli alberi, come se avessero i mobili di casa fatti di pietra. Altri più drammatici: sono piante tirate su con i pesticidi, tenetele alla larga. Noi invece guardiamo Pino e diciamo: «Oh che bell'albero!». Già gli siamo affezionati tanto che l'abbiamo messo lontano dalla stufa a legna: un po' perché il tepore lo disturba e un po' perché è un albero muto, ma non stupido. Ci metterebbe poco - vedendo quel fuoco che arde allegro - a capire da dove arriva il caldo, rovinandosi il Natale.
01 dicembre 2006
Le luminarie e la mosca
Le luminarie di Natale accese già nel mese dei morti fanno sempre un po' impressione. Ma non è sul colore blu di quest'anno (che novità!) che mi voglio soffermare, e nemmeno sull'albero di Natale gigante portato con il camion dei trasporti eccezionali. No, non voglio stabilire chi ha ragione tra Bolzano (300 mila euro per illuminarsi a festa) e Riva del Garda (che resterà al buio). Quello che mi sta più a cuore - in questo autunno estivo - è risolvere il problema della mosca, proprio quella che l'altra notte mi ronzava in casa come se fosse agosto. L'ho guardata attentamente e l'ho riconosciuta al volo: era lei, la stessa che avevo risparmiato l'estate scorsa perché, così infreddolita e impedita nei movimenti, poverina, mi aveva fatto pena. Ora che è inverno mi toglie il sonno ronzando vivace sopra il (bzzz!) letto mentre io cerco di dormire. Ecco cosa succede ad essere troppo buoni.
Se la mia mosca sente uno spiffero invernale (dico "mia" perché ormai l'ho addomesticata e ci facciamo compagnia) mi atterra un attimo sul naso, appena un secondo, quanto basta per riscaldarsi e volare via di nuovo. Poi torna il silenzio e io sto lì al buio, immobile, con l'orecchio teso per intercettare ogni suo movimento. Ad un certo punto dico: “Ma dove si sarà cacciata?”. Mi illudo che si sia assopita e proprio in quel momento lei (bzzzz!) ricomincia. Potrei togliermi il fastidio con la forza, usando uno di quei libri che tengo sempre sul comodino, oppure un vecchio giornale ripiegato, ma non ne ho il coraggio perché ancora non mi abbandona il senso di colpa che mi prese quella volta che sterminai una colonia di formiche. Allora lascio che la mia mosca mi tenga sveglio e con gli occhi sbarrati nel buio penso: non ci sarà mica una relazione tra tutte queste luci accese e il caldo strano che tiene il mio piccolo insetto arzillo fino alle feste di Natale?
Se la mia mosca sente uno spiffero invernale (dico "mia" perché ormai l'ho addomesticata e ci facciamo compagnia) mi atterra un attimo sul naso, appena un secondo, quanto basta per riscaldarsi e volare via di nuovo. Poi torna il silenzio e io sto lì al buio, immobile, con l'orecchio teso per intercettare ogni suo movimento. Ad un certo punto dico: “Ma dove si sarà cacciata?”. Mi illudo che si sia assopita e proprio in quel momento lei (bzzzz!) ricomincia. Potrei togliermi il fastidio con la forza, usando uno di quei libri che tengo sempre sul comodino, oppure un vecchio giornale ripiegato, ma non ne ho il coraggio perché ancora non mi abbandona il senso di colpa che mi prese quella volta che sterminai una colonia di formiche. Allora lascio che la mia mosca mi tenga sveglio e con gli occhi sbarrati nel buio penso: non ci sarà mica una relazione tra tutte queste luci accese e il caldo strano che tiene il mio piccolo insetto arzillo fino alle feste di Natale?
30 novembre 2006
Fuori dalla... torre!
Nella foto, vista di piazza Duomo dalla Torre Civica
29 novembre 2006
SMS=S(mog) M(aledetto) S(mog)
28 novembre 2006
WC/1 Anche ai giudici piace Monica
Seguitemi, dunque, lungo i corridoi di palazzo di giustizia - luogo a me noto per motivi di lavoro - dove c'è il paradiso di noi disperati dall'intestino iperattivo. Lasciate perdere il bagno del primo piano dove non c'è lo specchio e nemmeno la chiave per garantirsi la tranquillità necessaria. Superate i bagni della procura - dove il via vai è elevato ed è alto quindi il rischio che qualcuno venga a bussare alla vostra porta sorprendendovi impegnati. Evitate il bagno del tribunale dove i giudici - forse per salvaguardare la loro indipendenza - chiudono la porta con una chiave disponibile solo a pochi eletti. Salite quindi al terzo piano e infilatevi di corsa - perché il tenpo stringe - in un corridoio accogliente, dai soffitti mansardati e rivestiti in legno, che prima scende dritto, poi piega a sinistra per terminare, infine, nel luogo della vostra salvezza.
Non cadete nella tentazione di infilare il bagno delle donne, resistete di fronte all'ampio ingresso del bagno dei disabili ed entrate nell'ultima porta, quella con l'omino maschio. Signori, tirate un sospiro di sollievo e guardatevi attorno: siete nel wc dei magistrati più alti in grado dell'intero palazzo di giustizia. Ecco a voi il gabinetto - non si chiamano anche così gli uffici? - di giudici e funzionari della corte d'appello. Apprezzate la perfetta insonorizzazione, soffermatevi sul sommesso ronzio della potente ventola che non fa rimpiangere l'assenza di finestre, considerate l'ampia scorta di carta igienica che certo non si esaurirà all'improvviso lasciandovi nei guai, rilassatevi certi che a quella porta - così lontana dalle rotte più battute del palazzo - non busserà nessuno cogliendovi sul fatto.
Fate con comodo, lì dentro non c'è fretta, poi quando uscite e scendete ai piani bassi, come se nulla fosse, ponetevi anche voi l'automatica domanda: ma chi ce l'ha messe Eva e Monica nel bagno degli alti magistrati?
27 novembre 2006
Sindaco, guarda e impara!
Caro sindaco di Trodena, sì tu, proprio tu, incubo degli automobilisti di Cavalese che ogni giorno passano sul tuo territorio e finiscono immortalati dal terribile autovelox che hai fatto installare a passo di San Lugano (anzi terribili, perché sono due, uno per parte: non si scappa!), caro sindaco, dicevamo: guarda qui come si fa! E non mi dire che dalle tue parti non si può perché è troppo freddo... E' vero, questa mattina c'erano 0°C, brina sui prati, ma queste bionde sono scandinave... resistono a ben altro. Ai cittadini che ti chiedono più sicurezza devi rispondere così, come hanno fatto a Copenhagen... e poi vuoi mettere il richiamo turistico?
26 novembre 2006
L'ingiusto processo
Lui, l'imputato, non c'era: si sa che in tribunale si presentano solo gli innocenti, a soffrire, mentre i colpevoli stanno lontani perché sanno già come funziona. La vittima, invece, quella giovane gabbata che oltre al danno aveva subito anche la beffa di ritrovarsi sui giornali in una situazione dove - effettivamente - faceva la figura dell'ingenua, lei era presente. Per essere lì in prima fila si era presa una giornata di permesso e aveva gli occhi illuminati di speranza perché era arrivato il suo momento: forse non avrebbe più rivisto i suoi soldi, questo lo capiva, gli eventi infatti le avevano consumato anche le ultime scorte di ottimismo, ma avrebbe avuto giustizia e questa - pensava - era la cosa più importante.
Cominciò il dibattimento e il giudice, magistrato stimato, ormai a fine carriera, stava lì sullo scranno con gli occhi chiusi. Uno spettatore inesperto avrebbe pensato, sbagliando, che si era addormentato, ma la verità è che si stava concentrando per non perdere una battuta di quanto veniva detto.
Parlarono i testimoni che si erano presentati puntuali, saltando una giornata di lavoro. In aula spuntò una vecchia fotografia dell'imputato, quel truffatore noto ormai a mezza città, e i testi che avevano atteso per ore in corridoio, sulla panchetta dura di legno, furono tutti concordi e felici di affermare: "Sissignore, questo è lui".
Il giudice parve allora fare un cenno con la testa (ma su quel movimento non vi fu certezza) e la giovane pm pensò che aveva la vittoria in tasca. La vittima della truffa assaporava già la soddisfazione di veder condannato il furfante che l'aveva messa nel sacco, ma l'avvocato difensore - che aveva rinunciato a prendere qualunque iniziativa - continuava tranquillo a buttare giù appunti su un blocco di fogli che nulla aveva a che fare col processo. Il vecchio maresciallo, unico presente nel settore riservato agli spettatori con l'incarico di garantire l'ordine pubblico, pensò: "Questo qui ha un asso nella manica" compiacendosi di come ormai, dopo tanti anni trascorsi nelle aule di giustizia, era diventato un vero intenditore.
Giunse per la pubblica accusa il momento di chiedere la condanna e l'avvocato difensore, nemmeno in quel momento, tradì la minima emozione limitandosi, senza alzare il capo dagli appunti, ad appellarsi alla bontà del giudice. Quello che segue accadde in un attimo (ma la vittima impiegò alcuni giorni per rendersene conto). Il giudice aprì gli occhi all'improvviso e senza ritirarsi in camera di consiglio tirò fuori la mano destra dalla toga e cominciò a scrivere veloce con la penna biro Bic fornita dal ministero. Quindi prese il foglietto in mano e cominciò a leggere di fronte all'aula dove i quattro presenti, carabiniere incluso, si levarono in piedi rispettosi: “Visti gli articoli del codice penale il tribunale condanna...”. La truffata udì quella parola e sentì il cuore gonfiarsi di gioia, ripagata dell'amarezza e persino (pensò in quell'istante) dei risparmi che aveva perso in quell'affare. Peccato solo che l'imputato fosse assente, perché la sua presenza avrebbe moltiplicato il gusto intenso della rivincita. I pensieri – povera vittima – si rincorrevano veloci nella sua mente. Troppo veloci. Forse per questo non ascoltò il vecchio magistrato che continuava a parlare dicendo “...pena condonata per l'indulto” prima di sedersi stanco, chiudere nuovamente gli occhi e sussurrare: “Avanti il prossimo”.
P.S.: ogni riferimento a fatti realmente accaduti è assolutamente intenzionale.
Tre, due, uno.... partenza!
Buona lettura a chi avrà voglia di seguirmi alla scoperta di ciò che c'è... fuori dal palazzo! Il viaggio comincia e continuerà almeno fino quando le scarpe che vedete nella foto (nuove, come il blog) avranno la suola consumata. Poi si vedrà...
20 novembre 2006
Mi ricorda qualcosa...
P.S. si tratta di un'installazione contro il direttore della galleria civica Cavallucci. Per rimuoverla sono arrivati i vigili del fuoco. Se volete "ammirarla" da vicino qui c'è la foto con una risoluzione più elevata e qui ce n'è un'altra.
19 novembre 2006
L'invasione delle voci
Capita spesso, telefonando in giro, di sentire in risposta una voce registrata oppure una musichetta: ormai ci siamo abituati e non ci facciamo caso. Capita più raramente, invece, di essere chiamati da una di quelle voci. A me è successo l'altro giorno quando, sovrappensiero, ho alzato la cornetta del telefono di casa che squillava e ho detto: "Pronto?". Dall'altra parte c'era una voce di donna, prontissima, che ha detto: "Buongiorno". E io, educato: "Buong..." ma non ho fatto in tempo a finire la parola perché quella continuava come se nulla fosse. "Sono Laura" ha aggiunto. "Laura chi?" avrei voluto dire, ma ancora una volta lei mi ha preceduto: "Della De Longhi. Lei è stato selezionato...". Solo allora è stato chiaro che Laura era una di quelle voci e io c'ero cascato, come quei vecchietti un po' duri d'orecchi che parlano con le segreterie telefoniche e si arrabbiano perché non rispondono a tono.
Forse quelli della De Longhi mandano avanti la povera Laura (cioè un computer) perché non hanno il coraggio di chiamarmi di persona: sull'elenco telefonico, accanto al mio nome, non c'è infatti il simbolo che permette di contattarmi per vendermi qualcosa. Ma il punto è un altro: se ora le voci automatiche oltre che rispondere al telefono cominciano pure a prendere l'iniziativa e mettersi a chiamare significa che siamo in grave pericolo. Quei robot sono molto più resistenti di noi umani, potrebbero mandarci in crisi facilmente e soprattutto costano molto meno di una voce in carne e ossa.
Già al parcheggio sotterraneo quando è il momento di pagare c'è una voce che dà indicazioni: "Cinque euro e cinquanta centesimi da pagare". Se in quel momento scoprite di non avere soldi, infilate la tessera del bancomat, magari alla rovescia e la voce vi corregge: "Girare la tessera". Questo è un po' umiliante, soprattutto se c'è una voce vera, dietro di voi, che vi sta guardando. Ma la situazione più difficile si incontra telefonando ai centralini delle banche on-line dove per trovare una voce vera bisogna farsi strada in una giungla di robot istruiti apposta per sfiancarti e non passarti mai l'umano che potrebbe (forse) risolvere i tuoi problemi. Il punto è sempre quello: le voci umane costano molto, ma molto più di quelle artificiali.
Per questo mi stupisco sempre quando uscendo dall'Autostrada del Brennero incontro al casello tutti quegli umani pronti a ricevere i miei soldi. Mi dicono che sono ben pagati, perché non è facile resistere otto ore in quella cabina di acciaio, con la finestrella aperta estate e inverno. Forse è per questo (perché la vita lì dentro è dura) che alcuni di loro parlano meno delle voci dei computer.
Comunque, credevo di essermi preso a cuore il loro destino rifiutandomi per anni di acquistare un Telepass e infilarmi per sempre nella corsia automatica, dove non c'è la voce, non c'è la coda ma solo un "bip" che ti dà il via libera. "E' per merito di gente come me se resistono certi posti di lavoro" pensavo. E un giorno mi sono tolto la soddisfazione di dirlo a un sindacalista dei trasporti. Ma lui mi ha guardato con gli occhi sgranati, come se fossi matto, e mi ha aperto gli orizzonti: "Guarda, vai tranquillo, prenditi pure il Telepass. Tra un po' anche i nostri casellanti spariranno, è il futuro, abbiamo già un piano per impiegarli in altre mansioni".
Ma dimenticavo Laura, quella voce prontissima che mi diceva di premere "1" se volevo essere il fortunato proprietario di una macchina per il caffè e poi "2" per parlare con un operatore. E' stato a quel punto, quando mi sono guardato bene dal premere il tasto due, che mi sono reso conto di una cosa: di una voce vera potevo rimanere vittima, forse mi avrebbe convinto, chissà come, a prendermi la macchinetta del caffè; ma è stato facile, invece, riattaccare a quel robot. E' questo che De Longhi, e tutti gli altri, non dovrebbero scordarsi.
Forse quelli della De Longhi mandano avanti la povera Laura (cioè un computer) perché non hanno il coraggio di chiamarmi di persona: sull'elenco telefonico, accanto al mio nome, non c'è infatti il simbolo che permette di contattarmi per vendermi qualcosa. Ma il punto è un altro: se ora le voci automatiche oltre che rispondere al telefono cominciano pure a prendere l'iniziativa e mettersi a chiamare significa che siamo in grave pericolo. Quei robot sono molto più resistenti di noi umani, potrebbero mandarci in crisi facilmente e soprattutto costano molto meno di una voce in carne e ossa.
Già al parcheggio sotterraneo quando è il momento di pagare c'è una voce che dà indicazioni: "Cinque euro e cinquanta centesimi da pagare". Se in quel momento scoprite di non avere soldi, infilate la tessera del bancomat, magari alla rovescia e la voce vi corregge: "Girare la tessera". Questo è un po' umiliante, soprattutto se c'è una voce vera, dietro di voi, che vi sta guardando. Ma la situazione più difficile si incontra telefonando ai centralini delle banche on-line dove per trovare una voce vera bisogna farsi strada in una giungla di robot istruiti apposta per sfiancarti e non passarti mai l'umano che potrebbe (forse) risolvere i tuoi problemi. Il punto è sempre quello: le voci umane costano molto, ma molto più di quelle artificiali.
Per questo mi stupisco sempre quando uscendo dall'Autostrada del Brennero incontro al casello tutti quegli umani pronti a ricevere i miei soldi. Mi dicono che sono ben pagati, perché non è facile resistere otto ore in quella cabina di acciaio, con la finestrella aperta estate e inverno. Forse è per questo (perché la vita lì dentro è dura) che alcuni di loro parlano meno delle voci dei computer.
Comunque, credevo di essermi preso a cuore il loro destino rifiutandomi per anni di acquistare un Telepass e infilarmi per sempre nella corsia automatica, dove non c'è la voce, non c'è la coda ma solo un "bip" che ti dà il via libera. "E' per merito di gente come me se resistono certi posti di lavoro" pensavo. E un giorno mi sono tolto la soddisfazione di dirlo a un sindacalista dei trasporti. Ma lui mi ha guardato con gli occhi sgranati, come se fossi matto, e mi ha aperto gli orizzonti: "Guarda, vai tranquillo, prenditi pure il Telepass. Tra un po' anche i nostri casellanti spariranno, è il futuro, abbiamo già un piano per impiegarli in altre mansioni".
Ma dimenticavo Laura, quella voce prontissima che mi diceva di premere "1" se volevo essere il fortunato proprietario di una macchina per il caffè e poi "2" per parlare con un operatore. E' stato a quel punto, quando mi sono guardato bene dal premere il tasto due, che mi sono reso conto di una cosa: di una voce vera potevo rimanere vittima, forse mi avrebbe convinto, chissà come, a prendermi la macchinetta del caffè; ma è stato facile, invece, riattaccare a quel robot. E' questo che De Longhi, e tutti gli altri, non dovrebbero scordarsi.
11 novembre 2006
Trentenni disperati
Da quando ho aggiunto l'indirizzo email a questo blog arrivano lettere come questa: "Egregio giornalista, le scrivo per raccontarle la mia situazione, cominciando dalla fine: sono un trentenne disperato. Si metta nei miei panni, per acquistare casa qui a Trento città, calcolatrice alla mano, dovrei mettere assieme le mie paghe nette di vent'anni. Calcolando che nel frattempo mi resterebbe la necessità di mangiare, vestirmi e pagare qualche spesa, dovremmo aumentare il tempo del 50 per cento almeno. E fanno trenta. Insomma solo a sessant'anni, se tutto fila liscio, potrò rilassarmi senza debiti rassegnato a lavorare i 5 anni che mi restano per l'ipotetica pensione.
Ma non abbiamo calcolato l'auto che - non è un capriccio - mi serve ogni mattina per andare a lavorare. Non sono uno di grandi pretese mi accontento quindi di una vecchia utilitaria: basta che cammini. Inoltre sono un tipo attento, mai causato incidenti, ma vado in giro con il rosario sul cruscotto, pregando che nessuno mi venga addosso perché in quel caso l'assicurazione mi risarcirebbe l'intero valore del veicolo, quindi niente, e mi ritroverei a piedi.
Per gli altri acquisti posso contare sulle rate: compro oggi, inizio a pagare tra due anni. Tra frigorifero, lavatrice, televisore e personal computer ho perso il conto di quanti elettrodomestici dovrò iniziare a pagare nel 2008, quando - chissà - a causa della rivoluzione tecnologica saranno diventati vecchi e bisognerà sostituirli. Il telefonino è un'altra batosta, ma se voglio restare a galla in questo mondo devo averlo sempre in tasca.
La vita di noi poveracci è dura, ma per me è ancora più complicata: primo perché ho impiegato i miei anni migliori a laurearmi e quando incontro i miei compagni di classe, quelli che dopo le medie hanno iniziato a fare gli artigiani, incrocio il loro sguardo e mi pare di essere preso in giro (ma sono un tipo ansioso, forse mi sbaglio); secondo perché mia moglie comincia a fare discorsi strani, tipo quello sull'orologio biologico che segna l'ora di far figli. Forse sposare una coetanea è stato un errore o forse l'errore è stato quello di sposarsi, ma ci sono problemi oggettivi, tipo che a casa nostra - l'unica che ci possiamo permettere - per i figli non c'è posto. E poi l'asilo nido, perché il Comune sa che siamo poveri ma non abbastanza da evitare una retta mensile di 400 euro. Così quando a mia moglie vengono queste idee strane, penso a mio padre e mi dico: non sono pronto.
Non riesco a reggere il confronto con quell'uomo d'altri tempi che tutti chiamavano dottore, anche se era solo un ragioniere. Con il suo stipendio da impiegato (non era mica capoufficio) poteva permettersi di lasciare la moglie a casa a "far mestieri", così quando rientrava la sera si metteva davanti alla tivù a guardare il telegiornale o la partita di pallone e se qualcuno fiatava lui urlava: zitti L'estate tutti in ferie per un mese, il sabato e la domenica nella nostra casa a Candriai mentre in città noi fratelli avevamo una camera tutta per noi. Ricordo ancora quella sera che i miei genitori stapparono una bottiglia di spumante perché avevano finito di pagare il mutuo: avevano più o meno quarant'anni. Ora che è in pensione, mio padre, guadagna come me e mia moglie messi insieme e se la spassa in giro per il mondo infilando uno dietro l'altro una serie di viaggi che noi non ci possiamo permettere. E il dramma è che al ritorno ci fa vedere i suoi video e le sue fotografie. Potremmo anche chiederli a lui, i soldi che ci servono per mettere su casa, visto che in banca quando vedono i nostri contratti che scadono ogni anno non sembrano intenzionati a darci ascolto. Ma fatico a digerire l'espressione con cui ci guarda, noi giovani d'oggi, come per dire: poche storie, noi sì che ce l'abbiamo avuta dura. In quei momenti, caro giornalista, mi scopro sempre più spesso a domandarmi: ma cos'abbiamo noi trentenni del Duemila in meno dei nostri genitori?".
Ma non abbiamo calcolato l'auto che - non è un capriccio - mi serve ogni mattina per andare a lavorare. Non sono uno di grandi pretese mi accontento quindi di una vecchia utilitaria: basta che cammini. Inoltre sono un tipo attento, mai causato incidenti, ma vado in giro con il rosario sul cruscotto, pregando che nessuno mi venga addosso perché in quel caso l'assicurazione mi risarcirebbe l'intero valore del veicolo, quindi niente, e mi ritroverei a piedi.
Per gli altri acquisti posso contare sulle rate: compro oggi, inizio a pagare tra due anni. Tra frigorifero, lavatrice, televisore e personal computer ho perso il conto di quanti elettrodomestici dovrò iniziare a pagare nel 2008, quando - chissà - a causa della rivoluzione tecnologica saranno diventati vecchi e bisognerà sostituirli. Il telefonino è un'altra batosta, ma se voglio restare a galla in questo mondo devo averlo sempre in tasca.
La vita di noi poveracci è dura, ma per me è ancora più complicata: primo perché ho impiegato i miei anni migliori a laurearmi e quando incontro i miei compagni di classe, quelli che dopo le medie hanno iniziato a fare gli artigiani, incrocio il loro sguardo e mi pare di essere preso in giro (ma sono un tipo ansioso, forse mi sbaglio); secondo perché mia moglie comincia a fare discorsi strani, tipo quello sull'orologio biologico che segna l'ora di far figli. Forse sposare una coetanea è stato un errore o forse l'errore è stato quello di sposarsi, ma ci sono problemi oggettivi, tipo che a casa nostra - l'unica che ci possiamo permettere - per i figli non c'è posto. E poi l'asilo nido, perché il Comune sa che siamo poveri ma non abbastanza da evitare una retta mensile di 400 euro. Così quando a mia moglie vengono queste idee strane, penso a mio padre e mi dico: non sono pronto.
Non riesco a reggere il confronto con quell'uomo d'altri tempi che tutti chiamavano dottore, anche se era solo un ragioniere. Con il suo stipendio da impiegato (non era mica capoufficio) poteva permettersi di lasciare la moglie a casa a "far mestieri", così quando rientrava la sera si metteva davanti alla tivù a guardare il telegiornale o la partita di pallone e se qualcuno fiatava lui urlava: zitti L'estate tutti in ferie per un mese, il sabato e la domenica nella nostra casa a Candriai mentre in città noi fratelli avevamo una camera tutta per noi. Ricordo ancora quella sera che i miei genitori stapparono una bottiglia di spumante perché avevano finito di pagare il mutuo: avevano più o meno quarant'anni. Ora che è in pensione, mio padre, guadagna come me e mia moglie messi insieme e se la spassa in giro per il mondo infilando uno dietro l'altro una serie di viaggi che noi non ci possiamo permettere. E il dramma è che al ritorno ci fa vedere i suoi video e le sue fotografie. Potremmo anche chiederli a lui, i soldi che ci servono per mettere su casa, visto che in banca quando vedono i nostri contratti che scadono ogni anno non sembrano intenzionati a darci ascolto. Ma fatico a digerire l'espressione con cui ci guarda, noi giovani d'oggi, come per dire: poche storie, noi sì che ce l'abbiamo avuta dura. In quei momenti, caro giornalista, mi scopro sempre più spesso a domandarmi: ma cos'abbiamo noi trentenni del Duemila in meno dei nostri genitori?".
05 novembre 2006
Quelli che ti fregano
Per fregare la gente bisogna esserci tagliati, altrimenti si finisce come il mio amico G. che è riuscito a sbolognare la sua vecchia carretta a una coppia di vecchietti ma non riesce a darsi pace. In realtà quell'utilitaria maledetta che si fermava non appena cominciava a piovere (senza che nessun meccanico riuscisse a trovare il guasto) lui credeva d'averla venduta alla concessionaria in cambio di uno sconto sull'auto nuova. Di questa sua prodezza, cioè il silenzio su quel difetto misterioso, l'unica furbata della sua vita onesta, l'amico G. si vantò, sebbene un po' agitato: "Gliel'ho messa in quel posto". Peccato che pochi settimane dopo, uscendo dalla messa (e questo dice molto) rivide il suo bidone parcheggiato fuori dalla chiesa con due nonnini arzilli che ci facevano salire sopra i nipotini. Ah, che stretta al cuore guardare in cielo le nuvole minacciose e tremare al pensiero che la pioggia imminente avrebbe potuto fermare la famigliola in tangenziale, dove non c'è nemmeno la corsia d'emergenza.
Perché lui, G., è una persona di buoni sentimenti e a fregare il prossimo ci resta peggio del fregato. Lui non è come quelli che vendono le auto come nuove dopo aver tirato giù i chilometri e dormono tranquilli. Non è come quelli che ti rifanno la fiancata nel parcheggio (duemila euro di danni come niente) e poi fuggono veloci senza lasciare il bigliettino con il numero di telefono. Oppure quelli che ti vendono la casa giurando che è tutto a posto e il giorno dopo ti chiama l'amministratore perché c'è da rifare il tetto.
Il mio amico G. non è nemmeno un operatore turistico che spedisce la gente nel favoloso villaggio nei Caraibi a scoprire che attorno al bungalow c'è un cantiere in piena attività. O come quei furfanti che ti invitano con moglie e figli in un salone d'albergo per ritirare il computer nuovo di zecca che voi - proprio voi, che fortuna - avete vinto e lì dentro, con la musica a tutto volume, vi informano che la vincita prevede l'acquisto di un corso di lingue multimediale al modico prezzo di tremila euro: a quel punto l'istinto sarebbe quello di uscire senza nemmeno salutare, ma la trappola è perfetta, vostro figlio inizia a piangere perché le famiglie che vi circondano sono felici e voi siete cattivi, se siete deboli cedete e firmate purché il supplizio sia finito.
Di tipi del genere, purtroppo, ce ne sono in abbondanza e alle persone oneste fanno orrore: quelli che rifilano un giaccone di vero cuoio alle vecchiette (un grande affare) e quando piove si scopre che la pelle era cartone; quelli che ti fanno chiamare un numero di telefono dove c'è la musichetta e quando arriva la bolletta scopri che l'inutile attesa ti è costata due euro al minuto; quelli che ti urtano tra i banchi del mercato scusandosi calorosamente e poi ti accorgi che non hai più il portafoglio; quelli che ti propongono i biglietti per uno spettacolo di beneficenza e poi scopri che tolto il compenso degli attori e pagate le spese del teatro per i bambini affamati dell'Africa dei tuoi venti euro non resta più nulla; quelli che vengono a casa a riparare la lavatrice, dicono che non si può far niente, ti chiedono cento euro per il disturbo e se ne vanno senza lasciare la fattura; quelli che al ristorante presentano un conto diverso se il cliente parla tedesco e guida una Bmw.
Con il mio amico G. ne abbiamo parlato a lungo, perché il pensiero di essere "uno di quelli", assieme all'immagine di nonni e nipoti fermi sull'auto in panne, gli toglie il sonno. Così una domenica di queste si avvicinerà alla sua vecchia utilitaria e fingendo indifferenza avvicinerà i nuovi proprietari nella speranza di togliersi il senso di colpa: "Bella questa macchinetta, così per curiosità, funziona bene? Perché vorrei comprarne una anch'io". Non tutti sono capaci di metterla in quel posto.
Perché lui, G., è una persona di buoni sentimenti e a fregare il prossimo ci resta peggio del fregato. Lui non è come quelli che vendono le auto come nuove dopo aver tirato giù i chilometri e dormono tranquilli. Non è come quelli che ti rifanno la fiancata nel parcheggio (duemila euro di danni come niente) e poi fuggono veloci senza lasciare il bigliettino con il numero di telefono. Oppure quelli che ti vendono la casa giurando che è tutto a posto e il giorno dopo ti chiama l'amministratore perché c'è da rifare il tetto.
Il mio amico G. non è nemmeno un operatore turistico che spedisce la gente nel favoloso villaggio nei Caraibi a scoprire che attorno al bungalow c'è un cantiere in piena attività. O come quei furfanti che ti invitano con moglie e figli in un salone d'albergo per ritirare il computer nuovo di zecca che voi - proprio voi, che fortuna - avete vinto e lì dentro, con la musica a tutto volume, vi informano che la vincita prevede l'acquisto di un corso di lingue multimediale al modico prezzo di tremila euro: a quel punto l'istinto sarebbe quello di uscire senza nemmeno salutare, ma la trappola è perfetta, vostro figlio inizia a piangere perché le famiglie che vi circondano sono felici e voi siete cattivi, se siete deboli cedete e firmate purché il supplizio sia finito.
Di tipi del genere, purtroppo, ce ne sono in abbondanza e alle persone oneste fanno orrore: quelli che rifilano un giaccone di vero cuoio alle vecchiette (un grande affare) e quando piove si scopre che la pelle era cartone; quelli che ti fanno chiamare un numero di telefono dove c'è la musichetta e quando arriva la bolletta scopri che l'inutile attesa ti è costata due euro al minuto; quelli che ti urtano tra i banchi del mercato scusandosi calorosamente e poi ti accorgi che non hai più il portafoglio; quelli che ti propongono i biglietti per uno spettacolo di beneficenza e poi scopri che tolto il compenso degli attori e pagate le spese del teatro per i bambini affamati dell'Africa dei tuoi venti euro non resta più nulla; quelli che vengono a casa a riparare la lavatrice, dicono che non si può far niente, ti chiedono cento euro per il disturbo e se ne vanno senza lasciare la fattura; quelli che al ristorante presentano un conto diverso se il cliente parla tedesco e guida una Bmw.
Con il mio amico G. ne abbiamo parlato a lungo, perché il pensiero di essere "uno di quelli", assieme all'immagine di nonni e nipoti fermi sull'auto in panne, gli toglie il sonno. Così una domenica di queste si avvicinerà alla sua vecchia utilitaria e fingendo indifferenza avvicinerà i nuovi proprietari nella speranza di togliersi il senso di colpa: "Bella questa macchinetta, così per curiosità, funziona bene? Perché vorrei comprarne una anch'io". Non tutti sono capaci di metterla in quel posto.
29 ottobre 2006
Vittima dell'ora illegale
Prima la notizia buona: questa notte alle ore 3 l'orologio digitale della mia caldaia, quel meccanismo che la fa partire la mattina quando dormiamo e la spegne automaticamente quando non serve, ebbene quel piccolo timer tecnologico segnerà finalmente l'ora giusta. E lo farà per i prossimi sei mesi.
Lo ammetto, il meccanismo per cambiare l'ora è talmente complicato che me lo sono scordato e non oso cercare il manuale: si tratta di premere un tasto assieme a un altro (ma non so quale) per almeno cinque secondi, poi quando i numeri lampeggiano bisogna premere una freccetta per regolare l'ora, quindi il tasto "mode" per passare ai minuti, insomma bisogna infilare una serie di operazioni impossibili da ricordare tanto che ho deciso che per lei - la caldaietta - l'ora sarà sempre solare. Amen.
E ora la notizia cattiva. Avrò i termosifoni puntuali, ma mi perderò la gran soddisfazione di ogni cittadino che in autunno sposta indietro le lancette: non dormirò un'ora in più, perché come tutti i genitori di bambini in fasce (e come i proprietari di cani) sono sottomesso alla legge superiore di un essere che riconosce l'ora di colazione senza guardare l'orologio. E allora mi sveglierò di buon mattino, metterò a scaldare il biberon nel micro onde e già che son lì regolerò il timer del forno. Poi passerò all'orologio del soggiorno e al termometro vicino al terrazzo che dovrebbe cambiare l'ora in base a impulsi radio ma io non ci credo e preferisco far da solo.
Il computer - non so come - segnerà l'ora giusta, ma il cellulare no e dovrò correre ai ripari. Quindi toccherà ai miei due orologi e finalmente - sbagliandomi di grosso - mi metterò tranquillo pensando: "Anche stavolta è fatta". Non so ancora che quando scenderò in auto troverò l'orologio fuori tempo e quasi mi schianterò tenendo schiacciato il "pirulino" sul cruscotto, con le mani infilate in mezzo al volante, in attesa che le lancette facciano ventitré giri (anzi ventidue e mezzo, perché se vado troppo avanti mi tocca rifare tutto).
L'autoradio è come la caldaia: segna quello che vuole, inutile arrabbiarsi. Ma nemmeno a quel punto - rassegnato - potrò dirmi tranquillo perché se dovrò fare una fotografia o un video, magari con la data impressa sopra, scoprirò (forse a Natale) che c'è un altro orologio da sistemare.
Ho smesso di sentirmi uno sfigato quel giorno che ho letto l'ora (al rovescio) sull'orologio di un grande avvocato un po' in là con gli anni e gli ho detto: "Guardi che è un'ora avanti". Lo so - ha confessato - ci metto meno a fare il conto che a regolarlo. E non era il solo: sempre in tribunale ho sentito un appuntato testimoniare che quel fax (importante documento) non era stato spedito un'ora dopo: "Signor giudice - ha detto - l'ora legale...".
Bisogna essere tolleranti. Ci sono parrocchie dove le campane suoneranno alle sei di mattina e già che ci sono colgo l'occasione per avvisare il mio amico P. di correre alla sua radio - dove tutto è automatico - prima che il segnale orario delle 12 parta alle 11, lasciando gli ascoltatori in confusione.
Mi resta una domanda che da anni mi tormenta: che fanno i macchinisti dei treni quando alle tre del mattino devono spostare le lancette indietro di un'ora? Mi piace immaginarli nella locomotiva a giocare a carte, con il treno fermo nella nebbia della pianura (oppure in galleria, chissà) e i passeggeri che si chiedono: che succede? Ci penso beato, perché non so ancora che domani sera - quando sarà l'ora di gustarmi il mio bel film videoregistrato - tornerò a casa attraversando il cortile buio (perché il timer delle luci sarà in ritardo), quindi sprofonderò in poltrona con il telecomando in mano e vedrò apparire in video... il telegiornale delle otto.
Lo ammetto, il meccanismo per cambiare l'ora è talmente complicato che me lo sono scordato e non oso cercare il manuale: si tratta di premere un tasto assieme a un altro (ma non so quale) per almeno cinque secondi, poi quando i numeri lampeggiano bisogna premere una freccetta per regolare l'ora, quindi il tasto "mode" per passare ai minuti, insomma bisogna infilare una serie di operazioni impossibili da ricordare tanto che ho deciso che per lei - la caldaietta - l'ora sarà sempre solare. Amen.
E ora la notizia cattiva. Avrò i termosifoni puntuali, ma mi perderò la gran soddisfazione di ogni cittadino che in autunno sposta indietro le lancette: non dormirò un'ora in più, perché come tutti i genitori di bambini in fasce (e come i proprietari di cani) sono sottomesso alla legge superiore di un essere che riconosce l'ora di colazione senza guardare l'orologio. E allora mi sveglierò di buon mattino, metterò a scaldare il biberon nel micro onde e già che son lì regolerò il timer del forno. Poi passerò all'orologio del soggiorno e al termometro vicino al terrazzo che dovrebbe cambiare l'ora in base a impulsi radio ma io non ci credo e preferisco far da solo.
Il computer - non so come - segnerà l'ora giusta, ma il cellulare no e dovrò correre ai ripari. Quindi toccherà ai miei due orologi e finalmente - sbagliandomi di grosso - mi metterò tranquillo pensando: "Anche stavolta è fatta". Non so ancora che quando scenderò in auto troverò l'orologio fuori tempo e quasi mi schianterò tenendo schiacciato il "pirulino" sul cruscotto, con le mani infilate in mezzo al volante, in attesa che le lancette facciano ventitré giri (anzi ventidue e mezzo, perché se vado troppo avanti mi tocca rifare tutto).
L'autoradio è come la caldaia: segna quello che vuole, inutile arrabbiarsi. Ma nemmeno a quel punto - rassegnato - potrò dirmi tranquillo perché se dovrò fare una fotografia o un video, magari con la data impressa sopra, scoprirò (forse a Natale) che c'è un altro orologio da sistemare.
Ho smesso di sentirmi uno sfigato quel giorno che ho letto l'ora (al rovescio) sull'orologio di un grande avvocato un po' in là con gli anni e gli ho detto: "Guardi che è un'ora avanti". Lo so - ha confessato - ci metto meno a fare il conto che a regolarlo. E non era il solo: sempre in tribunale ho sentito un appuntato testimoniare che quel fax (importante documento) non era stato spedito un'ora dopo: "Signor giudice - ha detto - l'ora legale...".
Bisogna essere tolleranti. Ci sono parrocchie dove le campane suoneranno alle sei di mattina e già che ci sono colgo l'occasione per avvisare il mio amico P. di correre alla sua radio - dove tutto è automatico - prima che il segnale orario delle 12 parta alle 11, lasciando gli ascoltatori in confusione.
Mi resta una domanda che da anni mi tormenta: che fanno i macchinisti dei treni quando alle tre del mattino devono spostare le lancette indietro di un'ora? Mi piace immaginarli nella locomotiva a giocare a carte, con il treno fermo nella nebbia della pianura (oppure in galleria, chissà) e i passeggeri che si chiedono: che succede? Ci penso beato, perché non so ancora che domani sera - quando sarà l'ora di gustarmi il mio bel film videoregistrato - tornerò a casa attraversando il cortile buio (perché il timer delle luci sarà in ritardo), quindi sprofonderò in poltrona con il telecomando in mano e vedrò apparire in video... il telegiornale delle otto.
22 ottobre 2006
C'era una volta la Mecca
Quando lo incontro al Giro al Sass lo guardo in volto e - anche se sono passati vent'anni - mi viene in mente quella fila di numeri rossi accanto al suo nome, nel gigantesco tabellone rimasto appeso per venti giorni almeno nell'atrio del liceo scientifico Da Vinci. Non era mica la scuola dei debiti formativi, quella. Era una scuola che non faceva credito a nessuno (tanto meno ai ragazzi con poca voglia di studiare) e i voti scarsi li chiamava con il loro nome, cioè insufficienze o più comunemente "mecche", vocabolo ormai dimenticato come mi informa una stagista appena ventenne.
Comunque, il mio compagno di banco delle "mecche" era il re indiscusso, tanto che verso la fine dell'anno decise che per non aggravare la sua posizione non si sarebbe più presentato a scuola: passò due mesi a spasso per i sentieri del Calisio mentre i genitori lo credevano al liceo.
Fosse oggi, il suo caso non sarebbe diventato di pubblico dominio, ma la legge sulla privacy non l'avevano ancora inventata e il giorno che i risultati vennero affissi all'albo davanti alla porta del liceo c'era la folla, comprese quelle due secchione che, come avevano fatto tutto l'anno, prendevano appunti per annotarsi ogni singolo voto, di ogni singola materia, di ogni singolo studente, per poi discuterne con calma durante le vacanze e fornire alle madri più pettegole materia di dibattito.
Lui, il mio compagno di banco, aveva solo due voti positivi: uno era ginnastica e l'altro la condotta. Fosse oggi, l'avrebbe passata liscia con una semplice scritta tipo "non promosso" ma erano gli anni Ottanta e i panni sporchi si usava lavarli in piazza.
Tra quei voti scritti in rosso ce n'era uno molto basso, che per decenza i professori avevano comunque voluto alzare un po' in sede di scrutinio: inglese. Tutta colpa della professoressa Z. (scrivere il cognome per intero è superfluo tant'è famosa tra quelli della mia generazione) che aveva l'abitudine di togliere un voto per ogni errore commesso nelle prove scritte: si partiva dal dieci e poi giù, giù, giù fino all'inferno. Quando le prove erano corrette, cominciava lo spettacolo perché la professoressa Z. cominciava a declamare ad alta voce i risultati, con quell'accento inglese imparato ascoltando il notiziario della Bbc con la radio ad onde medie perché le parabole satellitari ancora non c'erano. I primi della classe, in senso alfabetico, se la cavavano bene ma dopo le prime lettere i voti subivano una flessione fino a diventare addirittura negativi, nel significato letterale della parola: sotto zero. Questo fenomeno aveva i suoi lati positivi perché portare a casa un 4 faceva infuriare ogni padre di famiglia, ma presentarsi a casa con un surreale -2 poteva anche scatenare una reazione di solidarietà oppure di ilarità. Ma non c'era niente da ridere, perché la regola ferrea che consentiva ai voti di scendere sotto zero veniva applicata anche al momento di tirare le somme, quando la professoressa Z. tracciava una riga sotto i numeri e faceva la media. Ora, per risollevarsi da uno 0 servivano almeno un paio di 9 ma quest'improbabile rimonta non si è mai verificata e uno studente dalla partenza lenta - nella scuola che non dava credito a nessuno - poteva ritrovarsi spacciato già prima di Natale.
Ma ogni epoca ha le sue vie d'uscita. Così quel mio compagno che si era perso per strada l'abbiamo ritrovato all'università. Era andato in una di quelle scuole super-specializzate, probabilmente super-costose, dove ci sono insegnanti che vorrebbero insegnare nelle scuole normali ma lì ancora non li hanno assunti e allora si dedicano agli studenti che dalle scuole normali sono stati buttati fuori: assieme possono succedere miracoli, come fare "cinque anni in uno" e annullare così l'effetto congelante dei voti sotto zero della professoressa Z.
Comunque, il mio compagno di banco delle "mecche" era il re indiscusso, tanto che verso la fine dell'anno decise che per non aggravare la sua posizione non si sarebbe più presentato a scuola: passò due mesi a spasso per i sentieri del Calisio mentre i genitori lo credevano al liceo.
Fosse oggi, il suo caso non sarebbe diventato di pubblico dominio, ma la legge sulla privacy non l'avevano ancora inventata e il giorno che i risultati vennero affissi all'albo davanti alla porta del liceo c'era la folla, comprese quelle due secchione che, come avevano fatto tutto l'anno, prendevano appunti per annotarsi ogni singolo voto, di ogni singola materia, di ogni singolo studente, per poi discuterne con calma durante le vacanze e fornire alle madri più pettegole materia di dibattito.
Lui, il mio compagno di banco, aveva solo due voti positivi: uno era ginnastica e l'altro la condotta. Fosse oggi, l'avrebbe passata liscia con una semplice scritta tipo "non promosso" ma erano gli anni Ottanta e i panni sporchi si usava lavarli in piazza.
Tra quei voti scritti in rosso ce n'era uno molto basso, che per decenza i professori avevano comunque voluto alzare un po' in sede di scrutinio: inglese. Tutta colpa della professoressa Z. (scrivere il cognome per intero è superfluo tant'è famosa tra quelli della mia generazione) che aveva l'abitudine di togliere un voto per ogni errore commesso nelle prove scritte: si partiva dal dieci e poi giù, giù, giù fino all'inferno. Quando le prove erano corrette, cominciava lo spettacolo perché la professoressa Z. cominciava a declamare ad alta voce i risultati, con quell'accento inglese imparato ascoltando il notiziario della Bbc con la radio ad onde medie perché le parabole satellitari ancora non c'erano. I primi della classe, in senso alfabetico, se la cavavano bene ma dopo le prime lettere i voti subivano una flessione fino a diventare addirittura negativi, nel significato letterale della parola: sotto zero. Questo fenomeno aveva i suoi lati positivi perché portare a casa un 4 faceva infuriare ogni padre di famiglia, ma presentarsi a casa con un surreale -2 poteva anche scatenare una reazione di solidarietà oppure di ilarità. Ma non c'era niente da ridere, perché la regola ferrea che consentiva ai voti di scendere sotto zero veniva applicata anche al momento di tirare le somme, quando la professoressa Z. tracciava una riga sotto i numeri e faceva la media. Ora, per risollevarsi da uno 0 servivano almeno un paio di 9 ma quest'improbabile rimonta non si è mai verificata e uno studente dalla partenza lenta - nella scuola che non dava credito a nessuno - poteva ritrovarsi spacciato già prima di Natale.
Ma ogni epoca ha le sue vie d'uscita. Così quel mio compagno che si era perso per strada l'abbiamo ritrovato all'università. Era andato in una di quelle scuole super-specializzate, probabilmente super-costose, dove ci sono insegnanti che vorrebbero insegnare nelle scuole normali ma lì ancora non li hanno assunti e allora si dedicano agli studenti che dalle scuole normali sono stati buttati fuori: assieme possono succedere miracoli, come fare "cinque anni in uno" e annullare così l'effetto congelante dei voti sotto zero della professoressa Z.
15 ottobre 2006
Il segreto del successo
Per scoprire il segreto del mio amico G. bisogna risalire nel tempo di quindici anni almeno. Eravamo giovani studenti, il sabato sera andavamo tutti in pizzeria e poi al momento di pagare - quando ognuno metteva le sue diecimila lire sul tavolo - lui prendeva la ricevuta, la sventolava in aria e diceva: "Serve a qualcuno questa? Altrimenti la prendo io". Prendi, prendi, dicevamo noi, figli di lavoratori dipendenti per cui quel pezzo di carta aveva due scopi solamente: controllare se il ristoratore aveva fatto i conti giusti e verificare (a fine mese) che tornassero i conti nostri.
Ma lui, il mio amico G., con quella fattura era in grado di mettere in moto un meccanismo prodigioso e, almeno ai miei occhi, alquanto misterioso: lui "scaricava". Sì, perché nonostante studiasse (poco) all'università, il suo nome già figurava accanto a quello del padre nell'impresa di famiglia (dove nessuno l'aveva mai visto) realizzando un altro prodigio, quello che consente di prendere un reddito e dimezzarlo, tasse comprese.
Ma noi a queste cose non facevamo caso e quella fattura, se davvero serviva a fare diminuire le tasse, gliela davamo volentieri perché lui era più povero degli altri: all'università non pagava le tasse (anzi gli davano pure la borsa di studio) e quando andavamo in mensa il prezzo per lui era dimezzato. Restava il dubbio su come facessero - lui e suo padre - a permettersi quelle auto di lusso che cambiavano ogni due anni. Ma i propri soldi ognuno li spende come vuole.
Terminati gli studi ci siamo persi di vista ma un giorno ho ritrovato il suo nome ai primi posti nelle graduatorie per il mutuo provinciale, segno che l'impresa familiare non doveva navigare in acque tranquille. Infine l'ho incontrato fuori dall'asilo nido comunale, al Torrione, dove avevano subito accettato suo figlio mentre il mio era ancora in attesa perché con il mio reddito (mi hanno spiegato) potevo anche pagarmi la baby sitter.
Le voci in una città come Trento girano veloci e mi hanno raccontato che gli affari di G. avevano iniziato ad andare bene. In fondo - ho pensato - perché no? E' sempre stato disinvolto, schietto, uno di quelli che quando è il momento di presentare il conto non ha nessun problema a guardarti fisso negli occhi come per ipnotizzarti e a dirti: "Non ti serve mica la ricevuta, vero?". Ma no che non serve, gli risponde la gente, basta una stretta di mano, siamo fra gentiluomini. E se uno prova a tirare fuori il blocchetto degli assegni per pagare, lui lo prende per un braccio e lo blocca: "Ma no, che fai? Non c'è fretta. Me li porti domani, magari anche in contanti che è più comodo".
G. è fatto così: non ama le complicazioni. Per questo si è affidato a un commercialista esperto, uno di quelli che non gli fanno tante storie quando lui si presenta con tutti i costi ("terribili") che deve sostenere per evitare all'azienda il fallimento. E a noi lavoratori dipendenti spiega ogni volta quanto siamo fortunati ad avere lo stipendio fisso a fine mese, ferie pagate: "Mica come me - dice - che mi faccio il culo per pagare i conti dello Stato". E poi ce l'ha con le infrastrutture, dice che siamo un paese del terzo mondo: sarà per questo che si è comprato una casa in una di quelle isole, non mi ricordo il nome, dove non si pagano le tasse. Un sogno realizzato.
Sulle pensioni abbiamo idee diverse. Mentre io mi preoccupo della fine che faranno i contributi, lui mi sfotte e dice che lo Stato andrà in fallimento: "Fai come me - mi consiglia prendendomi sotto braccio e dimenticando che per i dipendenti i contributi sono obbligatori - ti fai una bella assicurazione privata e sei a posto. Se proprio vuoi essere sicuro punta sugli immobili, ce l'avrai qualche nero da investire no?". Questo è il segreto del mio ex amico. E dico "ex" perché quelle fatture che gli ho dato ingenuamente per frodare uno Stato che fallisce non gliele ho mai più perdonate.
Ma lui, il mio amico G., con quella fattura era in grado di mettere in moto un meccanismo prodigioso e, almeno ai miei occhi, alquanto misterioso: lui "scaricava". Sì, perché nonostante studiasse (poco) all'università, il suo nome già figurava accanto a quello del padre nell'impresa di famiglia (dove nessuno l'aveva mai visto) realizzando un altro prodigio, quello che consente di prendere un reddito e dimezzarlo, tasse comprese.
Ma noi a queste cose non facevamo caso e quella fattura, se davvero serviva a fare diminuire le tasse, gliela davamo volentieri perché lui era più povero degli altri: all'università non pagava le tasse (anzi gli davano pure la borsa di studio) e quando andavamo in mensa il prezzo per lui era dimezzato. Restava il dubbio su come facessero - lui e suo padre - a permettersi quelle auto di lusso che cambiavano ogni due anni. Ma i propri soldi ognuno li spende come vuole.
Terminati gli studi ci siamo persi di vista ma un giorno ho ritrovato il suo nome ai primi posti nelle graduatorie per il mutuo provinciale, segno che l'impresa familiare non doveva navigare in acque tranquille. Infine l'ho incontrato fuori dall'asilo nido comunale, al Torrione, dove avevano subito accettato suo figlio mentre il mio era ancora in attesa perché con il mio reddito (mi hanno spiegato) potevo anche pagarmi la baby sitter.
Le voci in una città come Trento girano veloci e mi hanno raccontato che gli affari di G. avevano iniziato ad andare bene. In fondo - ho pensato - perché no? E' sempre stato disinvolto, schietto, uno di quelli che quando è il momento di presentare il conto non ha nessun problema a guardarti fisso negli occhi come per ipnotizzarti e a dirti: "Non ti serve mica la ricevuta, vero?". Ma no che non serve, gli risponde la gente, basta una stretta di mano, siamo fra gentiluomini. E se uno prova a tirare fuori il blocchetto degli assegni per pagare, lui lo prende per un braccio e lo blocca: "Ma no, che fai? Non c'è fretta. Me li porti domani, magari anche in contanti che è più comodo".
G. è fatto così: non ama le complicazioni. Per questo si è affidato a un commercialista esperto, uno di quelli che non gli fanno tante storie quando lui si presenta con tutti i costi ("terribili") che deve sostenere per evitare all'azienda il fallimento. E a noi lavoratori dipendenti spiega ogni volta quanto siamo fortunati ad avere lo stipendio fisso a fine mese, ferie pagate: "Mica come me - dice - che mi faccio il culo per pagare i conti dello Stato". E poi ce l'ha con le infrastrutture, dice che siamo un paese del terzo mondo: sarà per questo che si è comprato una casa in una di quelle isole, non mi ricordo il nome, dove non si pagano le tasse. Un sogno realizzato.
Sulle pensioni abbiamo idee diverse. Mentre io mi preoccupo della fine che faranno i contributi, lui mi sfotte e dice che lo Stato andrà in fallimento: "Fai come me - mi consiglia prendendomi sotto braccio e dimenticando che per i dipendenti i contributi sono obbligatori - ti fai una bella assicurazione privata e sei a posto. Se proprio vuoi essere sicuro punta sugli immobili, ce l'avrai qualche nero da investire no?". Questo è il segreto del mio ex amico. E dico "ex" perché quelle fatture che gli ho dato ingenuamente per frodare uno Stato che fallisce non gliele ho mai più perdonate.
08 ottobre 2006
Nel mio garage c'è un Suv
Ebbene sì, lo confesso: nel mio garage c'è un suv. L'abbiamo comprato d'urgenza l'anno scorso quando ci siamo accorti che nella Golf il passeggino ci entrava a malapena e l'abbiamo spedita in Moldavia – la Golf – per essere venduta. Era luglio, caldo torrido, e ci siamo ritrovati in un parcheggio assolato con due ore di tempo per scegliere un'auto nuova con cui tornare a casa. Ci siamo guardati e abbiamo detto: quella! Indicando un'auto nera che ci sembrava grande a sufficienza. Un suv non sapevamo nemmeno cosa fosse ma la nostra vita, senza dubbio, è diventata più movimentata.
Lassù in alto, nella nostra grande jeep, ogni viaggio è un'avventura soprattutto quando, all'arrivo, bisogna parcheggiare. E' in quel momento che divento il capitano di una nave: spedisco un mozzo a poppa, uno a prua e uno a dritta che mi urlano le coordinate e mi aiutano a entrare in porto (ops, nel posteggio).
Come sarebbero banali, i viaggi, se non avessimo un suv. Quando saliamo per un pic-nic a Malga Brigolina, oppure più su a Mezavia, guido concentrato lungo la strada sterrata con qualche buca riempita dalla pioggia: il mio terreno. Nessuno parla perché la situazione è seria, il pericolo è in agguato, poi arriviamo e lasciamo il suv in sosta vicino alle altre auto, quelle normali tipo le Punto o le Renault Clio. Allora scendo dal mio fuoristrada con un salto, osservo compiaciuto gli schizzi di fango sulla fiancata e mi guardo attorno con un'espressione seria e preoccupata: “Incoscienti” dico. “Come avranno fatto ad arrivare qui con queste carrette?”.
I suv sono alti e quando la strada si fa tortuosa oscillano come barche in mezzo al mare. Così quando viaggiamo sui tornanti dolomitici tutto l'equipaggio lavora per bilanciare i pesi: è un gioco di squadra, siamo gente sportiva, talvolta qualcuno si sente male e allora bisogna fermarsi, ma una breve sosta forzata è quello che ci vuole per dare l'impressione di avventura.
Guidare mezzo metro sopra gli altri ha anche altri vantaggi, ad esempio in autostrada dove l'autista di un suv gode di una splendida vista sulle gambe delle donne che lo sorpassano. Esatto, sorpassano: perché da quando abbiamo il suv viaggiamo nella corsia di destra, quella dei tir, con le auto normali che ci sfrecciano accanto velocissime.
Con il nostro nuovo suv, ci siamo accorti, è anche più facile fare amicizia: vediamo più spesso il benzinaio, quell'uomo gentile che tra le numerose auto in coda punta felice verso la nostra. E anche il gommista, da un anno a questa parte, ci guarda con un occhio diverso che non saprei come definire: con più rispetto, oserei dire, ma forse sbaglio perché non so cosa dice alla sua impiegata quando lascio l'officina con quattro enormi gomme nuove.
Quel giorno che ci svegliammo con la neve la radio raccomandava di non mettersi in viaggio se non era strettamente necessario. Quindi mi precipitai fuori di casa perché io non sono mica come gli altri: io ho un suv. Superare la rampa del garage fu un gioco da ragazzi ma salendo sul Bondone mi ritrovai in coda già a Montevideo, bloccato da una fila di auto impantanate che nemmeno le mie ruote artigliate mi consentivano di scavalcare: colpa mia, dovevo pensarci prima, per l'inverno prossimo mi compro un carro armato.
Finché l'altro giorno alle otto di mattina (strano) il mio amico D., che ha un'auto simile alla mia, mi ha spedito un messaggino: “Sei pronto alla stangata?”. E poi ha aggiunto: “Suv. Non riusciremo più a sbolognarli”. In quell'istante ho aperto gli occhi: ho passato giorni per cercare di capire chi, come e quanto doveva pagare. Alla fine è stato chiaro che – sebbene suv – quel panzer che mi ingombra il garage non merita d'essere punito perché, bontà del governo, non pesa a sufficienza. Ma tra noi qualcosa si è spezzato: troppe avventure, troppe emozioni, se qualcuno lo vuole glielo vendo.
Lassù in alto, nella nostra grande jeep, ogni viaggio è un'avventura soprattutto quando, all'arrivo, bisogna parcheggiare. E' in quel momento che divento il capitano di una nave: spedisco un mozzo a poppa, uno a prua e uno a dritta che mi urlano le coordinate e mi aiutano a entrare in porto (ops, nel posteggio).
Come sarebbero banali, i viaggi, se non avessimo un suv. Quando saliamo per un pic-nic a Malga Brigolina, oppure più su a Mezavia, guido concentrato lungo la strada sterrata con qualche buca riempita dalla pioggia: il mio terreno. Nessuno parla perché la situazione è seria, il pericolo è in agguato, poi arriviamo e lasciamo il suv in sosta vicino alle altre auto, quelle normali tipo le Punto o le Renault Clio. Allora scendo dal mio fuoristrada con un salto, osservo compiaciuto gli schizzi di fango sulla fiancata e mi guardo attorno con un'espressione seria e preoccupata: “Incoscienti” dico. “Come avranno fatto ad arrivare qui con queste carrette?”.
I suv sono alti e quando la strada si fa tortuosa oscillano come barche in mezzo al mare. Così quando viaggiamo sui tornanti dolomitici tutto l'equipaggio lavora per bilanciare i pesi: è un gioco di squadra, siamo gente sportiva, talvolta qualcuno si sente male e allora bisogna fermarsi, ma una breve sosta forzata è quello che ci vuole per dare l'impressione di avventura.
Guidare mezzo metro sopra gli altri ha anche altri vantaggi, ad esempio in autostrada dove l'autista di un suv gode di una splendida vista sulle gambe delle donne che lo sorpassano. Esatto, sorpassano: perché da quando abbiamo il suv viaggiamo nella corsia di destra, quella dei tir, con le auto normali che ci sfrecciano accanto velocissime.
Con il nostro nuovo suv, ci siamo accorti, è anche più facile fare amicizia: vediamo più spesso il benzinaio, quell'uomo gentile che tra le numerose auto in coda punta felice verso la nostra. E anche il gommista, da un anno a questa parte, ci guarda con un occhio diverso che non saprei come definire: con più rispetto, oserei dire, ma forse sbaglio perché non so cosa dice alla sua impiegata quando lascio l'officina con quattro enormi gomme nuove.
Quel giorno che ci svegliammo con la neve la radio raccomandava di non mettersi in viaggio se non era strettamente necessario. Quindi mi precipitai fuori di casa perché io non sono mica come gli altri: io ho un suv. Superare la rampa del garage fu un gioco da ragazzi ma salendo sul Bondone mi ritrovai in coda già a Montevideo, bloccato da una fila di auto impantanate che nemmeno le mie ruote artigliate mi consentivano di scavalcare: colpa mia, dovevo pensarci prima, per l'inverno prossimo mi compro un carro armato.
Finché l'altro giorno alle otto di mattina (strano) il mio amico D., che ha un'auto simile alla mia, mi ha spedito un messaggino: “Sei pronto alla stangata?”. E poi ha aggiunto: “Suv. Non riusciremo più a sbolognarli”. In quell'istante ho aperto gli occhi: ho passato giorni per cercare di capire chi, come e quanto doveva pagare. Alla fine è stato chiaro che – sebbene suv – quel panzer che mi ingombra il garage non merita d'essere punito perché, bontà del governo, non pesa a sufficienza. Ma tra noi qualcosa si è spezzato: troppe avventure, troppe emozioni, se qualcuno lo vuole glielo vendo.
24 settembre 2006
Mi hanno dato del lei
Prima o poi, nella vita, capita a tutti. A me è successo l'altro giorno, a metà mattina, quando lungo le scale ho incontrato le ragazze del piano di sotto, quelle due venute a Trento per studiare: "Scusi, sa l'ora?" mi ha chiesto una all'improvviso. Ho guardato l'orologio, erano le dieci in punto e gliel'ho detto. Poi le ho sentite entrare in casa confabulando qualcosa sul signore del piano di sopra.
Ora, la nostra casa è di quattro piani: al secondo ci sono loro, al terzo e al quarto abito io. Quindi - con un rapido calcolo - mi sono reso conto che il signore del piano di sopra, senza possibilità di appello, era proprio il sottoscritto.
Non porto la cravatta, mi faccio la barba ogni quattro giorni, se fa caldo tengo volentieri la camicia fuori dai pantaloni, i capelli quasi mi arrivano alle spalle e fino all'altro giorno andavo a spasso in moto, mi sfugge - quindi - il motivo per cui una studentessa universitaria senta il bisogno di rivolgersi a me dandomi del "lei" e chiamandomi "signore". Poteva dire il tizio, il tale, il tipo, quello del piano di sopra oppure il papà di Emilio (come mi chiama ormai mezzo quartiere) e invece chiamandomi "signore" ha tracciato un solco tra me e la gioventù: ormai è successo e nulla sarà più come prima.
Non è certo la prima volta che mi danno del "lei". Il primo fu un vigile urbano che mi fermò in via Rosmini per farmi una ramanzina visto che ero passato sulle strisce pedonali senza dare la precedenza ai pedoni. La prima multa non si scorda mai, soprattutto se avevi quattordici anni e andavi a scuola in bicicletta: quel vigile (oltre alla sanzione di 5 mila lire) mi diede del lei per tutto il tempo, come per sottolineare la differenza tra i criminali (io) e i tutori della legge (lui). Si chiamava G. (non scrivo il nome perché ormai è andato in pensione, ma lui forse si riconoscerà) e questa dopo vent'anni è la mia vendetta.
Comunque quella mattina, forte del nuovo titolo ottenuto per anzianità, mi avviai al lavoro pensando alla sera prima quando, rientrando a casa ad ora tarda, avevo trovato il solito gruppo del venerdì che cantava a squarciagola fuori dalla trattoria: "Ragazzi, lassù c'è gente che dorme" avevo pensato infastidito, senza però dir nulla. E subito è stata chiara la distanza che ha portato una di loro a prendere le distanze, con il "lei", da uno come me.
Quel giorno, sul lavoro, mi ero quasi dimenticato di essere vecchio perché facendo il giornalista capita di dare del "tu" a molte persone, ad esempio ai colleghi che chiamano da lontano (chi li ha mai visti?) per chiedere informazioni e si presentano come grandi amici pur di strapparti un'informazione: ciao caro... come stai? ti disturbo? ma no, figurati tutto bene? benissimo mi fa piacere e via dicendo. Oppure i politici che sono abituati a darsi del tu, come se fossero in famiglia, e prendono confidenza anche con il cronista che tavolta - per prudenza - vorrebbe mantenere un po' di distacco, soprattutto quando tira una brutta aria e si sa già che bisognerà scrivere male.
Gli inglesi questo problema l'hanno risolto alla radice: sono una democrazia evoluta, danno del "tu" a tutti, compresa la regina. Noi invece - soprattutto noi del nord Italia, vicini ai tedeschi che a queste cose ancora ci tengono - dobbiamo stare bene attenti a come parliamo, tentando talvolta qualche acrobazia con l'italiano nella speranza che andando avanti nel discorso sia l'altro, per primo, a sbilanciarsi e a decidere se siamo "amici" oppure no.
Sempre quel giorno, decisi di mettermi alla prova per capire se veramente ero passato dall'altra parte. Con un occhio alle vetrine, per individuare eventuali capelli bianchi da estirpare, mi dissi che dovevo andare sul sicuro: inutile rischiare con un adolescente dalle mille sorprese, oppure con uno studente troppo educato e rispettoso degli adulti, meglio puntare su un bambino, uno di quelli che ai grandi danno sempre confidenza anche perché non hanno ancora imparato le malizie della forma di cortesia in terza persona.
Così trovai la mia vittima in attesa al banco del supermercato, convinto di farle un complimento per poi valutare la risposta e tirare le conclusioni: "Ciao piccola" dissi a una bambina che stava seduta nel carrello della mamma. Fu lei - la madre - a farmi capire con un'occhiata che dovevo macinare ancora un po' di strada: primo perché quello era un bambino, secondo perché avendo meno di un anno non poteva rispondermi (beato lui) né con il tu né con il lei.
Ora, la nostra casa è di quattro piani: al secondo ci sono loro, al terzo e al quarto abito io. Quindi - con un rapido calcolo - mi sono reso conto che il signore del piano di sopra, senza possibilità di appello, era proprio il sottoscritto.
Non porto la cravatta, mi faccio la barba ogni quattro giorni, se fa caldo tengo volentieri la camicia fuori dai pantaloni, i capelli quasi mi arrivano alle spalle e fino all'altro giorno andavo a spasso in moto, mi sfugge - quindi - il motivo per cui una studentessa universitaria senta il bisogno di rivolgersi a me dandomi del "lei" e chiamandomi "signore". Poteva dire il tizio, il tale, il tipo, quello del piano di sopra oppure il papà di Emilio (come mi chiama ormai mezzo quartiere) e invece chiamandomi "signore" ha tracciato un solco tra me e la gioventù: ormai è successo e nulla sarà più come prima.
Non è certo la prima volta che mi danno del "lei". Il primo fu un vigile urbano che mi fermò in via Rosmini per farmi una ramanzina visto che ero passato sulle strisce pedonali senza dare la precedenza ai pedoni. La prima multa non si scorda mai, soprattutto se avevi quattordici anni e andavi a scuola in bicicletta: quel vigile (oltre alla sanzione di 5 mila lire) mi diede del lei per tutto il tempo, come per sottolineare la differenza tra i criminali (io) e i tutori della legge (lui). Si chiamava G. (non scrivo il nome perché ormai è andato in pensione, ma lui forse si riconoscerà) e questa dopo vent'anni è la mia vendetta.
Comunque quella mattina, forte del nuovo titolo ottenuto per anzianità, mi avviai al lavoro pensando alla sera prima quando, rientrando a casa ad ora tarda, avevo trovato il solito gruppo del venerdì che cantava a squarciagola fuori dalla trattoria: "Ragazzi, lassù c'è gente che dorme" avevo pensato infastidito, senza però dir nulla. E subito è stata chiara la distanza che ha portato una di loro a prendere le distanze, con il "lei", da uno come me.
Quel giorno, sul lavoro, mi ero quasi dimenticato di essere vecchio perché facendo il giornalista capita di dare del "tu" a molte persone, ad esempio ai colleghi che chiamano da lontano (chi li ha mai visti?) per chiedere informazioni e si presentano come grandi amici pur di strapparti un'informazione: ciao caro... come stai? ti disturbo? ma no, figurati tutto bene? benissimo mi fa piacere e via dicendo. Oppure i politici che sono abituati a darsi del tu, come se fossero in famiglia, e prendono confidenza anche con il cronista che tavolta - per prudenza - vorrebbe mantenere un po' di distacco, soprattutto quando tira una brutta aria e si sa già che bisognerà scrivere male.
Gli inglesi questo problema l'hanno risolto alla radice: sono una democrazia evoluta, danno del "tu" a tutti, compresa la regina. Noi invece - soprattutto noi del nord Italia, vicini ai tedeschi che a queste cose ancora ci tengono - dobbiamo stare bene attenti a come parliamo, tentando talvolta qualche acrobazia con l'italiano nella speranza che andando avanti nel discorso sia l'altro, per primo, a sbilanciarsi e a decidere se siamo "amici" oppure no.
Sempre quel giorno, decisi di mettermi alla prova per capire se veramente ero passato dall'altra parte. Con un occhio alle vetrine, per individuare eventuali capelli bianchi da estirpare, mi dissi che dovevo andare sul sicuro: inutile rischiare con un adolescente dalle mille sorprese, oppure con uno studente troppo educato e rispettoso degli adulti, meglio puntare su un bambino, uno di quelli che ai grandi danno sempre confidenza anche perché non hanno ancora imparato le malizie della forma di cortesia in terza persona.
Così trovai la mia vittima in attesa al banco del supermercato, convinto di farle un complimento per poi valutare la risposta e tirare le conclusioni: "Ciao piccola" dissi a una bambina che stava seduta nel carrello della mamma. Fu lei - la madre - a farmi capire con un'occhiata che dovevo macinare ancora un po' di strada: primo perché quello era un bambino, secondo perché avendo meno di un anno non poteva rispondermi (beato lui) né con il tu né con il lei.
18 giugno 2006
Alla scoperta del fresco
Ogni anno arriva un giorno in cui la città non è più divisa fra ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, italiani ed extracomunitari, studenti e lavoratori ma l'unica distinzione che conta - in quelle prime giornate estive - è fra chi ha il condizionatore e chi invece muore dal caldo. In giugno bastano tre giorni di sole perché il caldo si faccia largo negli edifici e non se ne vada più. Allora, in quelle mattine afose in cui uno apre gli occhi prima ancora che suoni la sveglia, già sudato, con il cielo sereno ma velato d'umidità e il sole minaccioso pronto a riscaldare la città come un forno, in quel momento la città si divide in due grandi gruppi: ci sono quelli delle banche, delle grandi aziende, di molti negozi e degli uffici pubblici (ma non tutti) che si stringono il nodo alla cravatta e non vedono l'ora - per una volta - di entrare in ufficio, premere un bottone e ritrovare l'inverno; poi ci sono tutti gli altri, quelli che si cambiano la camicia mattina e pomeriggio ma quando si siedono alla scrivania ce l'hanno già bagnata, quelli con le perle di sudore sulla fronte, quelli che la camicia (se possono) se la tolgono del tutto e quelli disperati che si portano da casa un ventilatore da mettere sul tavolo, quella specie di condizionatore di serie b che smuove l'aria calda regalando l'illusione che sia fresca ma se ti lasci abbindolare troppo a lungo ti ritrovi la sera con i muscoli bloccati.
Sono i giorni in cui gli umili lavoratori dei magazzini sotterranei - dove la luce non arriva ma almeno si sta freschi - si prendono la rivincita su certi impiegati di mezzo livello a cui l'azienda non ha voluto concedere l'aria condizionata.
Lavorare nei supermercati è un sollievo, nei ristoranti - dove si va avanti e indietro dalla cucina bollente ai tavoli - un vero inferno. Quelli che stanno meglio sono i capi degli uffici e la fila di segretarie e dipendenti che respirano dagli stessi bocchettoni: finestre chiuse per tenere fuori il sole, nel loro ufficio c'è solo un soffice ronzio con il termometro elettronico che segna appena venti gradi, là in fondo appeso al muro. Sono i giorni in cui - anche se è bel tempo - si sta molto meglio dentro che fuori dal palazzo.
Ma da dove viene questa brezza che soffia in certe stanze? Per scoprirlo io e la mia collega M. - che fa la cronaca nera e quindi ama le indagini - abbiamo deciso di andare in uno di quei palazzi di vetro a Centochiavi. Siamo partiti dall'ufficio di un pezzo grosso, dove nei giorni più caldi dell'estate per stare bene bisogna infilarsi un maglioncino (il potere è direttamente proporzionale al fresco: più conti, più bassa è la temperatura del tuo ufficio). Lì dentro c'è una feritoia da cui esce, giorno e notte, un vento artico che ha fatto morire anche le piante, ma quel che importa è che il vestito sia perfetto. Dietro c'è un tubo e per risalire alla fonte del fresco l'abbiamo seguito in giro per il palazzo, da un ufficio all'altro, poi nel vano delle scale, quindi ai piani superiori e infine dietro ad una porta grigia di ferraccio con la scritta "vietato l'ingresso ai non addetti".
Oltrepassata quella porta - i giornalisti quando fanno il loro mestiere sono sempre degli addetti - la moquette lascia il posto al cemento grezzo e i tubi corrono liberi lungo il soffitto per finire, tutti assieme, in una stanza dove rombano i motori. Altro che fresco, lì dentro si soffoca e i contatori di energia elettrica alla parete girano impazziti. Per cercare un po' di sollievo siamo fuggiti su una scaletta metallica un po' traballante e ci siamo ritrovati sul tetto accecati dal sole, ma il vero calore veniva dai camini scintillanti che facevano tremare l'aria come nel deserto, pompando l'afa fuori dal palazzo. Da dove venga l'aria condizionata non l'abbiamo capito, ma ora sappiamo che per stare al fresco quelli dentro il palazzo sono disposti a lessare tutta la città.
Sono i giorni in cui gli umili lavoratori dei magazzini sotterranei - dove la luce non arriva ma almeno si sta freschi - si prendono la rivincita su certi impiegati di mezzo livello a cui l'azienda non ha voluto concedere l'aria condizionata.
Lavorare nei supermercati è un sollievo, nei ristoranti - dove si va avanti e indietro dalla cucina bollente ai tavoli - un vero inferno. Quelli che stanno meglio sono i capi degli uffici e la fila di segretarie e dipendenti che respirano dagli stessi bocchettoni: finestre chiuse per tenere fuori il sole, nel loro ufficio c'è solo un soffice ronzio con il termometro elettronico che segna appena venti gradi, là in fondo appeso al muro. Sono i giorni in cui - anche se è bel tempo - si sta molto meglio dentro che fuori dal palazzo.
Ma da dove viene questa brezza che soffia in certe stanze? Per scoprirlo io e la mia collega M. - che fa la cronaca nera e quindi ama le indagini - abbiamo deciso di andare in uno di quei palazzi di vetro a Centochiavi. Siamo partiti dall'ufficio di un pezzo grosso, dove nei giorni più caldi dell'estate per stare bene bisogna infilarsi un maglioncino (il potere è direttamente proporzionale al fresco: più conti, più bassa è la temperatura del tuo ufficio). Lì dentro c'è una feritoia da cui esce, giorno e notte, un vento artico che ha fatto morire anche le piante, ma quel che importa è che il vestito sia perfetto. Dietro c'è un tubo e per risalire alla fonte del fresco l'abbiamo seguito in giro per il palazzo, da un ufficio all'altro, poi nel vano delle scale, quindi ai piani superiori e infine dietro ad una porta grigia di ferraccio con la scritta "vietato l'ingresso ai non addetti".
Oltrepassata quella porta - i giornalisti quando fanno il loro mestiere sono sempre degli addetti - la moquette lascia il posto al cemento grezzo e i tubi corrono liberi lungo il soffitto per finire, tutti assieme, in una stanza dove rombano i motori. Altro che fresco, lì dentro si soffoca e i contatori di energia elettrica alla parete girano impazziti. Per cercare un po' di sollievo siamo fuggiti su una scaletta metallica un po' traballante e ci siamo ritrovati sul tetto accecati dal sole, ma il vero calore veniva dai camini scintillanti che facevano tremare l'aria come nel deserto, pompando l'afa fuori dal palazzo. Da dove venga l'aria condizionata non l'abbiamo capito, ma ora sappiamo che per stare al fresco quelli dentro il palazzo sono disposti a lessare tutta la città.
11 giugno 2006
I colleghi col volantino
Ci sono giorni in cui il campanello suona alle otto del mattino, un'ora in cui - se siete giornalisti dei giornali - avete ancora il diritto di dormire. Allora apro un occhio, poi l'altro, guardo l'orologio (sono le otto) e da vero ingenuo mi chiedo: chi sarà? C'è gente che quando suona il campanello se ne frega e dorme placida, io appartengo, invece, alla categoria di chi scatta sull'attenti: noi eterni curiosi e illusi che la fortuna si presenti con un battito alla porta. E allora mi alzo, faccio due passi verso le scale e sento ancora quel suono, solo un po' più lontano. E poi ancora, sempre più remoto, quindi eccolo di nuovo vicinissimo così capisco che là sotto c'è qualcuno che si sta attaccando ai campanelli di tutto il condominio. Non so perché, ma il mio citofono funziona solo se suonano nel mio appartamento, quando qualcuno schiaccia il campanello del vicino - zac - si disattiva: è per la privacy, disse l'elettricista.
Quindi resto lì, in pigiama, con il citofono in mano, impotente, cercando di inserirmi in quei due decimi di secondo che lo sciagurato giù in strada impiega a passare da un campanello all'altro: chi è? riesco finalmente a dire. Risposta: pubblicità. E allora apro senza indugi - anche se sono le otto di mattina - perché là sotto c'è un collega. Saranno passati quindici anni da quando il mio amico D. mi chiamò per dirmi che c'erano un po' di soldi facili da guadagnare: cinquemila volantini da distribuire per pubblicizzare un corso di lingua inglese. A cento lire l'uno facevano mezzo milione, una bella somma per due squattrinati come noi.
Cominciai a pensare alle torri di Madonna Bianca, enormi giacimenti di cassette delle lettere da inondare, i condomini della Clarina e i palazzi di Centochiavi dove in poche ore avremmo potuto riversare i volantini e tornare a casa con la paga.
Cinquemila pieghevoli di carta, a prenderli uno ad uno, paiono poca cosa ma tutti assieme fecero abbassare il bagagliaio della Panda di cinque centimetri, quindi con grande sorpresa (mia) D. mi diede le istruzioni: niente buchette delle lettere aziendali, tralasciare quelle già piene di cartaccia, privilegiare le case dove abitano famiglie con figli giovani perché sono loro che vanno ai corsi di lingue.
Alla fine si diresse - orrore, orrore - verso Povo, zona di case a schiera da centocinquanta volantini l'ora se va bene ma ricca di ragazzi che vogliono imparare le lingue. Agli ordini: mi toccò la zona più a monte dove, dopo una scarpinata di dieci minuti arrivai davanti alla casa di una anziana che l'inglese l'aveva già imparato dagli Alleati venuti a liberarci. Pubblicità, le dissi quando si affacciò alla finestra. Prego si accomodi - rispose - posso offrirle qualche cosa? No grazie, non bevo mai in servizio, dissi sentendomi un demente. Furono le cento lire più sudate della mia carriera di volantinatore. Furono anche le ultime.
Per questo quando suonano alla porta mi precipito ad aprire e non sopporto quelle cassette supponenti con la scritta "no pubblicità", in questo modo si eliminano posti di lavoro. Infine, in quei giorni, quando le otto sono passate da un bel po', scendo le scale con la curiosità di vedere che cosa mi hanno infilato nella bussola. Ma là in fondo trovo una vagonata di carta di supermercati vari, un giornale gratuito con un faccione in prima pagina e dalla mia buchetta (la mia) spuntano le offerte speciali di un salone di bellezza. Raccolgo la carta, la divido in base ai negozi, la infilo nelle cassette dei vicini ma non in quella del tizio del primo piano (che viene a Trento solo quando c'è lezione) e penso che non ci sono più i professionisti di una volta.
Quindi resto lì, in pigiama, con il citofono in mano, impotente, cercando di inserirmi in quei due decimi di secondo che lo sciagurato giù in strada impiega a passare da un campanello all'altro: chi è? riesco finalmente a dire. Risposta: pubblicità. E allora apro senza indugi - anche se sono le otto di mattina - perché là sotto c'è un collega. Saranno passati quindici anni da quando il mio amico D. mi chiamò per dirmi che c'erano un po' di soldi facili da guadagnare: cinquemila volantini da distribuire per pubblicizzare un corso di lingua inglese. A cento lire l'uno facevano mezzo milione, una bella somma per due squattrinati come noi.
Cominciai a pensare alle torri di Madonna Bianca, enormi giacimenti di cassette delle lettere da inondare, i condomini della Clarina e i palazzi di Centochiavi dove in poche ore avremmo potuto riversare i volantini e tornare a casa con la paga.
Cinquemila pieghevoli di carta, a prenderli uno ad uno, paiono poca cosa ma tutti assieme fecero abbassare il bagagliaio della Panda di cinque centimetri, quindi con grande sorpresa (mia) D. mi diede le istruzioni: niente buchette delle lettere aziendali, tralasciare quelle già piene di cartaccia, privilegiare le case dove abitano famiglie con figli giovani perché sono loro che vanno ai corsi di lingue.
Alla fine si diresse - orrore, orrore - verso Povo, zona di case a schiera da centocinquanta volantini l'ora se va bene ma ricca di ragazzi che vogliono imparare le lingue. Agli ordini: mi toccò la zona più a monte dove, dopo una scarpinata di dieci minuti arrivai davanti alla casa di una anziana che l'inglese l'aveva già imparato dagli Alleati venuti a liberarci. Pubblicità, le dissi quando si affacciò alla finestra. Prego si accomodi - rispose - posso offrirle qualche cosa? No grazie, non bevo mai in servizio, dissi sentendomi un demente. Furono le cento lire più sudate della mia carriera di volantinatore. Furono anche le ultime.
Per questo quando suonano alla porta mi precipito ad aprire e non sopporto quelle cassette supponenti con la scritta "no pubblicità", in questo modo si eliminano posti di lavoro. Infine, in quei giorni, quando le otto sono passate da un bel po', scendo le scale con la curiosità di vedere che cosa mi hanno infilato nella bussola. Ma là in fondo trovo una vagonata di carta di supermercati vari, un giornale gratuito con un faccione in prima pagina e dalla mia buchetta (la mia) spuntano le offerte speciali di un salone di bellezza. Raccolgo la carta, la divido in base ai negozi, la infilo nelle cassette dei vicini ma non in quella del tizio del primo piano (che viene a Trento solo quando c'è lezione) e penso che non ci sono più i professionisti di una volta.
04 giugno 2006
In vacanza con il Bepi
Fra trentini all'estero possono succedere due cose: o si diventa grandi amici (finché dura la vacanza, poi ognuno a casa sua) oppure ci si ignora. Con lui siamo partiti male subito, quando l'ho incontrato poco dopo il Brennero mentre faceva il pieno di benzina: sguardi incrociati e fissi, come dire questo qui da qualche parte l'ho già visto, ma senza un cenno di saluto perché è il primo giorno di vacanza e per fuggire da Trento e dai trentini abbiamo avuto l'originale idea di andarcene lontano. Per trovare un trentino al Brennero non ci vuol niente: tutte da lì passano le strade che vanno al Nord, ma ritrovarlo in un'area di sosta poco sotto Norimberga, alle sette del mattino mentre beve un cappuccino tedesco (che fa schifo) prima di mettersi al volante, tutto questo è un po' inquietante. Comunque sia niente saluti, come se nulla fosse, non siamo mica gente di paese. Dopo il terzo incontro, all'imbarco del traghetto che porta in Danimarca (ce ne sono una miriade ma lui era lì sul molo con noi pronto all'imbarco) quel trentino si è meritato un nome, tanto di lui si era parlato durante il viaggio discutendo su chi era, dove andava e se ci aveva, o no, riconosciuti, L'abbiamo battezzato Bepi, anzi "il Bepi", nome corto e pratico, perfetto per quell'uomo dall'aspetto un po' ruvido con una moglie al seguito che però non si vedeva mai. Le pianure danesi sono filate via veloci, poi la Svezia e quindi Oslo. Del trentino ci eravamo ormai dimenticati quando tra le statue di Vigeland distribuite lì nel parco spunta il Bepi con la moglie un po' nascosta, la guida in mano e uno zainetto sulle spalle con la scritta Ciaspolada: se un piccolo dubbio mi era rimasto, si è dissolto in quel momento.
Da lì in avanti è stata una sequenza di incontri: gli altopiani norvegesi con la neve dell'inverno che non si è ancora sciolta? Ecco il Bepi a lato della strada che fotografa il suo camper dal lato giusto, dove sembra di essere al Polo Nord (volevo farlo io ma quando ho visto lui, fermo nella piazzola, ho cambiato idea all'improvviso). La città di Bergen battuta dalla pioggia? Spunta il Bepi con l'ombrello omaggio delle rurali. Il piccolo villaggio di pescatori dove la strada arriva a malapena e poi si ferma? Il Bepi è lì nello spiazzo del porticciolo che manovra il suo bestione aiutato dalla moglie che spunta dal finestrino, guarda giù e gli dice:"Vei, vei, vei... bon basta". Il mercato del pesce? Bepi. Il circolo polare artico? Bepi. La strada dei Troll? Bepi, Bepi, Bepi, quest'uomo diabolico che con la sua presenza ossessionante mortifica settimane di piani e progetti per andare in capo al mondo e rende evidente la realtà: anche a quattromila chilometri da casa siamo tutti turisti intruppati sulla stessa rotta.
Ovunque andiamo c'è un altro trentino a spasso con la sua guida comprata in Viaggeria: sul traghetto per la Grecia (fuori stagione) si sentiva parlare dialetto noneso, in Croazia un tale Sembenotti pur di restare un quarto d'ora senza moglie ci ha aiutato a tirar su la tenda, in Sicilia c'erano due trentini con l'Harley Davidson che per paura dei ladri non mollavano un attimo la moto, in Svizzera c'era Alfred Fedrizzi (e chissà se c'è ancora lì sul lago di Lindau) che non era un turista ma un barista che mandava in estasi i locali con il suo modo strano di tracannare grappa, in Scandinavia ora c'è il Bepi con il può grosso camper su cui, l'ultima volta che l'ho visto, aveva attaccato orgoglioso l'adesivo "attenti all'alce". Ora che ci penso è un po' che non ci becchiamo, non sarà mica finito fuori rotta? Sono un po' in ansia ma so già che quando ci sarà da prendere un traghetto o valicare un passo nordico lui spunterà e si metterà - da buon trentino - al primo posto della fila.
Da lì in avanti è stata una sequenza di incontri: gli altopiani norvegesi con la neve dell'inverno che non si è ancora sciolta? Ecco il Bepi a lato della strada che fotografa il suo camper dal lato giusto, dove sembra di essere al Polo Nord (volevo farlo io ma quando ho visto lui, fermo nella piazzola, ho cambiato idea all'improvviso). La città di Bergen battuta dalla pioggia? Spunta il Bepi con l'ombrello omaggio delle rurali. Il piccolo villaggio di pescatori dove la strada arriva a malapena e poi si ferma? Il Bepi è lì nello spiazzo del porticciolo che manovra il suo bestione aiutato dalla moglie che spunta dal finestrino, guarda giù e gli dice:"Vei, vei, vei... bon basta". Il mercato del pesce? Bepi. Il circolo polare artico? Bepi. La strada dei Troll? Bepi, Bepi, Bepi, quest'uomo diabolico che con la sua presenza ossessionante mortifica settimane di piani e progetti per andare in capo al mondo e rende evidente la realtà: anche a quattromila chilometri da casa siamo tutti turisti intruppati sulla stessa rotta.
Ovunque andiamo c'è un altro trentino a spasso con la sua guida comprata in Viaggeria: sul traghetto per la Grecia (fuori stagione) si sentiva parlare dialetto noneso, in Croazia un tale Sembenotti pur di restare un quarto d'ora senza moglie ci ha aiutato a tirar su la tenda, in Sicilia c'erano due trentini con l'Harley Davidson che per paura dei ladri non mollavano un attimo la moto, in Svizzera c'era Alfred Fedrizzi (e chissà se c'è ancora lì sul lago di Lindau) che non era un turista ma un barista che mandava in estasi i locali con il suo modo strano di tracannare grappa, in Scandinavia ora c'è il Bepi con il può grosso camper su cui, l'ultima volta che l'ho visto, aveva attaccato orgoglioso l'adesivo "attenti all'alce". Ora che ci penso è un po' che non ci becchiamo, non sarà mica finito fuori rotta? Sono un po' in ansia ma so già che quando ci sarà da prendere un traghetto o valicare un passo nordico lui spunterà e si metterà - da buon trentino - al primo posto della fila.
28 maggio 2006
Sommerso dalle foto
Per raccontare i primi trent'anni della mia vita ci saranno cento foto, bastano e avanzano, ma per gli altri cinque ce ne sono 15.626: le ho contate l'altro ieri, il computer sta scoppiando, un giorno o l'altro premo un tasto e le cancello. All'inizio erano poche. Il mio primo compleanno? Tre foto, perché l'evento era importante e bisognava essere sicuri. L'anno dopo una soltanto, poi più niente, tanto queste feste sono tutte uguali. Per le scuole elementari una fotografia scattata in quinta, tutti assieme con la maestra, l'unico malato è come se non ci fosse stato mai, per la storia resterà un fantasma. Alle medie niente foto, alle superiori qualche gita.
Altri tempi quelli delle macchine con la pellicola: se c'era qualcosa di importante si tirava fuori la macchina e ci si metteva in posa, altrimenti un rullino già iniziato poteva restare anni nella fotocamera ad aspettare il momento giusto. Poi è arrivata la digitale, strumento ideale per il clic selvaggio. La prima che presi in mano era in redazione: foto di tutti i colleghi, qualcuno due scatti, totale trenta foto. Che sarà mai? Mica c'è il rullino, prima si scatta poi si cancella, ma di cancellare e buttar via non si ha mai il coraggio e le immagini si accumulano. E ora il telefonino, ogni momento è quello giusto: brindisi con gli amici perché uno si è trovato la morosa? Cinque foto. C'è anche lei? Dieci foto. E una studentessa bionda che arriva dalla Svezia? Cinquanta foto. Auto nuova? Dieci foto, cinque all'esterno, tre dentro e due mentre siete al volante orgogliosi. Moto nuova? Venti foto. Matrimonio di un amico con rimpatriata di tutta la compagnia? Duecento foto, molte più di quelle che scatterà il fotografo ufficiale, con la promessa di spedirsele l'un l'altro con l'email: ma poi ci si saluta e le foto chi le ha viste mai? Nascita di un figlio, soprattutto il primogemito? Mille foto, tutte il primo mese: lui che nasce, lui che dorme, lui che piange, lui che ride, lui nella culla, lui sul fasciatoio, lui da solo, lui con voi, lui coi nonni, lui con uno di cui non ricordate più il nome... poi cambiate computer perché quello vecchio è pieno come un uovo.
L'altro giorno, sui tornanti del Bondone, è successo un fatto strano: tutti al bordo della strada ad aspettare Basso e Simoni (più Simoni che Basso, ma è lo stesso), con le televisioni dei camperisti che annunciavano l'arrivo della corsa. Tutti lì pronti ad applaudire ma quanto da là sotto spunta la maglia rosa che succede? La gente invece di battere le mani tira fuori il cellulare e comincia a scattare foto, tutti alla ricerca dello scatto unico che diventerà invece un'immagine sfuocata e mossa da mostrare agli amici al bar indicando un puntino microscopico dicendo: lo vedi questo? Questo qui è Basso, anzi no forse è Simoni, be' insomma uno dei due, ero là e l'ho visto di persona.
Ai concerti una volta si tirava fuori l'accendino per agitarlo con la mano tra la folla, oggi quelle che luccicano negli stadi e nei palazzetti non sono le fiammelle ma i flash delle compatte. Viviamo col terrore che un giorno tutte queste immagini svaniscano nel nulla, il giorno che il computer non si accenderà e sapremo così che un virus si è mangiato il nostro passato. Su questo i fotografi - quelli veri - tentano di recuperare terreno e di tanto in tanto lanciano l'allarme dicendo che tutte queste foto sarebbe meglio metterle sulla carta. Ma per stampare 15 mila foto bisognerebbe fare un mutuo. Allora, guardando tutti quei colori, pensiamo che in fondo le immagini che contano sono forse una decina, diciamo cinquanta, al massimo cento. Anzi, quei momenti che più ricordate sono quelli che vivono solo nella vostra testa perché in quell'istante unico - e per voi speciale - avevate altro da fare che tirare fuori la macchina fotografica o il telefono e dire: fermi tutti vi voglio immortalare.
Altri tempi quelli delle macchine con la pellicola: se c'era qualcosa di importante si tirava fuori la macchina e ci si metteva in posa, altrimenti un rullino già iniziato poteva restare anni nella fotocamera ad aspettare il momento giusto. Poi è arrivata la digitale, strumento ideale per il clic selvaggio. La prima che presi in mano era in redazione: foto di tutti i colleghi, qualcuno due scatti, totale trenta foto. Che sarà mai? Mica c'è il rullino, prima si scatta poi si cancella, ma di cancellare e buttar via non si ha mai il coraggio e le immagini si accumulano. E ora il telefonino, ogni momento è quello giusto: brindisi con gli amici perché uno si è trovato la morosa? Cinque foto. C'è anche lei? Dieci foto. E una studentessa bionda che arriva dalla Svezia? Cinquanta foto. Auto nuova? Dieci foto, cinque all'esterno, tre dentro e due mentre siete al volante orgogliosi. Moto nuova? Venti foto. Matrimonio di un amico con rimpatriata di tutta la compagnia? Duecento foto, molte più di quelle che scatterà il fotografo ufficiale, con la promessa di spedirsele l'un l'altro con l'email: ma poi ci si saluta e le foto chi le ha viste mai? Nascita di un figlio, soprattutto il primogemito? Mille foto, tutte il primo mese: lui che nasce, lui che dorme, lui che piange, lui che ride, lui nella culla, lui sul fasciatoio, lui da solo, lui con voi, lui coi nonni, lui con uno di cui non ricordate più il nome... poi cambiate computer perché quello vecchio è pieno come un uovo.
L'altro giorno, sui tornanti del Bondone, è successo un fatto strano: tutti al bordo della strada ad aspettare Basso e Simoni (più Simoni che Basso, ma è lo stesso), con le televisioni dei camperisti che annunciavano l'arrivo della corsa. Tutti lì pronti ad applaudire ma quanto da là sotto spunta la maglia rosa che succede? La gente invece di battere le mani tira fuori il cellulare e comincia a scattare foto, tutti alla ricerca dello scatto unico che diventerà invece un'immagine sfuocata e mossa da mostrare agli amici al bar indicando un puntino microscopico dicendo: lo vedi questo? Questo qui è Basso, anzi no forse è Simoni, be' insomma uno dei due, ero là e l'ho visto di persona.
Ai concerti una volta si tirava fuori l'accendino per agitarlo con la mano tra la folla, oggi quelle che luccicano negli stadi e nei palazzetti non sono le fiammelle ma i flash delle compatte. Viviamo col terrore che un giorno tutte queste immagini svaniscano nel nulla, il giorno che il computer non si accenderà e sapremo così che un virus si è mangiato il nostro passato. Su questo i fotografi - quelli veri - tentano di recuperare terreno e di tanto in tanto lanciano l'allarme dicendo che tutte queste foto sarebbe meglio metterle sulla carta. Ma per stampare 15 mila foto bisognerebbe fare un mutuo. Allora, guardando tutti quei colori, pensiamo che in fondo le immagini che contano sono forse una decina, diciamo cinquanta, al massimo cento. Anzi, quei momenti che più ricordate sono quelli che vivono solo nella vostra testa perché in quell'istante unico - e per voi speciale - avevate altro da fare che tirare fuori la macchina fotografica o il telefono e dire: fermi tutti vi voglio immortalare.
21 maggio 2006
La caccia al posto auto
La ricerca disperata di un parcheggio gratis a un certo punto diventa una questione di principio: dopo mezz'ora passata a fare il giro dell'isolato non si può ammettere la sconfitta e infilare l'auto in un posto a pagamento. Bisogna, al contrario, tenere duro e affinare le tecniche di ricerca (prima) e di conquista (poi) note agli automobilisti di tutto il mondo.
I metodi sono vari e ognuno sceglie quello che più si adatta al suo carattere. L'automobilista nervoso sfreccia nel traffico sorpassando i concorrenti che potrebbero trovare un posto prima di lui, finché non vede un'auto uscire da un parcheggio e allora inchioda all'improvviso sperando di non finire tamponato. Quello calmo, ma solo all'apparenza, si ferma a lato della strada costringendo i veicoli a girargli attorno: sembra che dorma, incurante di chi gli strombazza addosso, ma lui scruta l'orizzonte e quando vede una vettura con le luci di retromarcia accese sorprende i rivali e si lancia alla conquista. C'è poi l'automobilista socievole che lascia l'auto in doppia fila, mette le quattro frecce, scende sul marciapiede e abborda le persone che passano: "Scusi il disturbo, si sta forse recando a prendere la sua auto?". Se la risposta è affermativa scorta il passante fino al posto (volente o nolente, non c'è scelta) e ne diventa il proprietario. Non mancano i virtuosi del volante, quelli che si dedicano ai parcheggi che nessuno vuole, quelli troppo stretti o troppo corti, insomma ciò che resta fra due auto mal parcheggiate, oppure quei posteggi con l'albero in mezzo o con il marciapiede alto venti centimetri che spaventa anche i fuoristrada. Ma lui no, l'automobilista virtuoso, manovra con due dita la sua auto che sembra farsi piccola mentre lui la spinge dove pareva impossibile, senza disdegnare un colpetto davanti e uno dietro per guadagnare qualche centimetro sperando che non comincino a suonare gli allarmi: si chiamano o no - si giustifica lui - paraurti?
Chi non è né socievole né virtuoso deve giocare la carta dell'esperienza: dopo anni passati a caccia di posteggi nella stessa città, questi automobilisti esperti sanno dove è più probabile che resti un buco, conoscono i piazzali delle aziende private dove è possibile fingersi clienti tanto la sbarra rimane aperta tutto il giorno, hanno imparato quali sono le zone più battute dai vigili urbani e quindi corrono il rischio calcolato lasciando l'auto dove non si può. Se poi arriva la multa fanno il conto dei giorni che hanno lasciato l'auto in sosta senza pagare e se il bilancio è positivo sorridono contenti.
Per tutti, in questa giungla di metallo e asfalto dove i posti gratuiti sono molti meno delle auto che vorrebbero occuparli, bisogna esercitare queste doti: la vista acuta, per scorgere da lontano un movimento insolito, un'interruzione nella spianata di lamiere oppure una luce che si accende; la prontezza di riflessi per scattare come ghepardi sulla preda; l'inflessibilità, perché la ricerca del posto libero è solo il primo passo, poi c'è la fase della conquista e non bisogna farsi impietosire da un donna che fa gli occhi dolci oppure - peggio - da una vecchietta che si para in mezzo a braccia larghe mentre il marito (molto più lento di voi con il volante) fa manovra con il motore a 5 mila giri. Spiegatele (alla vecchietta) che il posto è di chi arriva prima, ma con l'auto non a piedi.
In altre parti d'Italia c'è chi si è giocato il parcheggio a colpi di pistola. Sarà per questo - per evitare sparatorie - che il Comune ha deciso di eliminare i posti auto gratis che erano rimasti nel centro della città: dal primo ottobre saranno tutti a pagamento. Per me cambia poco: dopo una mattina trascorsa in auto per scrivere un articolo risalirò in bici, socio orgoglioso del club dei ciclisti per cui la caccia al posto auto è l'ultimo dei problemi.
I metodi sono vari e ognuno sceglie quello che più si adatta al suo carattere. L'automobilista nervoso sfreccia nel traffico sorpassando i concorrenti che potrebbero trovare un posto prima di lui, finché non vede un'auto uscire da un parcheggio e allora inchioda all'improvviso sperando di non finire tamponato. Quello calmo, ma solo all'apparenza, si ferma a lato della strada costringendo i veicoli a girargli attorno: sembra che dorma, incurante di chi gli strombazza addosso, ma lui scruta l'orizzonte e quando vede una vettura con le luci di retromarcia accese sorprende i rivali e si lancia alla conquista. C'è poi l'automobilista socievole che lascia l'auto in doppia fila, mette le quattro frecce, scende sul marciapiede e abborda le persone che passano: "Scusi il disturbo, si sta forse recando a prendere la sua auto?". Se la risposta è affermativa scorta il passante fino al posto (volente o nolente, non c'è scelta) e ne diventa il proprietario. Non mancano i virtuosi del volante, quelli che si dedicano ai parcheggi che nessuno vuole, quelli troppo stretti o troppo corti, insomma ciò che resta fra due auto mal parcheggiate, oppure quei posteggi con l'albero in mezzo o con il marciapiede alto venti centimetri che spaventa anche i fuoristrada. Ma lui no, l'automobilista virtuoso, manovra con due dita la sua auto che sembra farsi piccola mentre lui la spinge dove pareva impossibile, senza disdegnare un colpetto davanti e uno dietro per guadagnare qualche centimetro sperando che non comincino a suonare gli allarmi: si chiamano o no - si giustifica lui - paraurti?
Chi non è né socievole né virtuoso deve giocare la carta dell'esperienza: dopo anni passati a caccia di posteggi nella stessa città, questi automobilisti esperti sanno dove è più probabile che resti un buco, conoscono i piazzali delle aziende private dove è possibile fingersi clienti tanto la sbarra rimane aperta tutto il giorno, hanno imparato quali sono le zone più battute dai vigili urbani e quindi corrono il rischio calcolato lasciando l'auto dove non si può. Se poi arriva la multa fanno il conto dei giorni che hanno lasciato l'auto in sosta senza pagare e se il bilancio è positivo sorridono contenti.
Per tutti, in questa giungla di metallo e asfalto dove i posti gratuiti sono molti meno delle auto che vorrebbero occuparli, bisogna esercitare queste doti: la vista acuta, per scorgere da lontano un movimento insolito, un'interruzione nella spianata di lamiere oppure una luce che si accende; la prontezza di riflessi per scattare come ghepardi sulla preda; l'inflessibilità, perché la ricerca del posto libero è solo il primo passo, poi c'è la fase della conquista e non bisogna farsi impietosire da un donna che fa gli occhi dolci oppure - peggio - da una vecchietta che si para in mezzo a braccia larghe mentre il marito (molto più lento di voi con il volante) fa manovra con il motore a 5 mila giri. Spiegatele (alla vecchietta) che il posto è di chi arriva prima, ma con l'auto non a piedi.
In altre parti d'Italia c'è chi si è giocato il parcheggio a colpi di pistola. Sarà per questo - per evitare sparatorie - che il Comune ha deciso di eliminare i posti auto gratis che erano rimasti nel centro della città: dal primo ottobre saranno tutti a pagamento. Per me cambia poco: dopo una mattina trascorsa in auto per scrivere un articolo risalirò in bici, socio orgoglioso del club dei ciclisti per cui la caccia al posto auto è l'ultimo dei problemi.
14 maggio 2006
Così ho sconfitto le formiche
Ci sono metodi naturali e metodi artificiali. Io fino all'altro giorno preferivo i secondi - rapidi, efficaci, sicuri - ma ora non so più. Il dubbio mi è venuto l'altro giorno quando ci siamo portati a casa un gelsomino nuovo con un sacco di terra fresca: "Sarebbero 33 euro, ma vi faccio 30" aveva detto il vivaista aggiungendo di metterlo al sole e di dargli acqua. Ma aveva taciuto, quell'uomo, che nel prezzo era compresa anche una colonia di formiche.
Ce ne siamo accorti il giorno dopo quando abbiamo visto le prime sgranchirsi lungo i lati della terrazza. All'inizio erano poche e ho cominciato a ucciderle a sangue freddo una per una con il dito, plic, plic, plic, chiedendomi se fosse quello il modo giusto. Ma più ne schiacciavo - plic - più quelle mandavano rinforzi così ho deciso di adottare il metodo (naturale) del mio amico G., un pacifista di buon carattere che aveva avuto lo stesso guaio un anno prima: "Devi prendere un pezzo di pane e metterglielo vicino così loro stanno lì a mangiare e non ti entrano in casa". L'ho fatto, senza crederci, e me ne sono pentito un'ora dopo quando quel pezzo di pane era diventato una palla nera brulicante di formiche, tanto che quasi gli spuntavano le gambe e se ne andava via da solo.
Qua ci vogliono le maniere forti - mi son detto - ma si era fatto tardi. Le ho foraggiate con un'altra mezza spaccatina e me ne sono andato a lavorare. Al ritorno, col buio, tutto pareva tranquillo, compreso il pane che se ne stava lì abbandonato. E' stato il giorno dopo, all'alba, che si è verificata la catastrofe con due colonne scure che salivano e scendevano lungo il muro, fitte come un'autostrada prima di ferragosto. Allora sono corso in via Rosmini, dove c'è un negozio specializzato in queste cose: "Qualcosa contro le formiche" ho detto, facendo capire di avere fretta. Il ragazzo mi ha allungato due scatolette verdi che mi sembravano giocattoli. "Di più, di più" ho protestato. "Voglio qualcosa di più forte". Allora il commesso è tornato con un flacone di cartone su cui c'era lo stemma della morte. Me l'ha dato dicendo: "Ci vada piano". Bingo.
Le istruzioni - dico la verità - le ho lette fino in fondo perché sono una persona coscienziosa: quattro grammi per metro quadro. Ma quando ho visto le mie nemiche fare il giro a quel mucchietto come se niente fosse ho perso la testa. Ho capovolto la scatola e le ho sepolte qui e là con quella polvere: tempo dieci minuti e la fiumana si è esaurita mentre la scatola che tenevo in mano era ormai quasi vuota. Di migliaia che ce n'erano - sorpresa - sul campo sono rimasti solo pochi cadaveri, tanto che mi è venuto il dubbio: dove finiscono le formiche morte? Bah, dettagli. Ho fatto due calcoli e ho stimato che con quel veleno potevo disinfestare il parco Santa Chiara.
"Care formiche, ho vinto" pensavo mentre mi lavavo con cura le mani usando acqua e sapone (come dicevano le istruzioni), facendo attenzione a non contaminare gli alimenti e a non respirare la terribile arma chimica che era rimasta in quantità lì fuori. Ah, che gran cosa la scienza, queste conquiste del progresso che ci liberano dai fastidi di stagione come, ad esempio, le formiche. Questo pensavo nei giorni scorsi quando mi è suonato il campanello (strano, a quell'ora) e ho aperto la porta alla mia vicina. Voleva sapere se avevo visto il suo gatto, quella bestiola simpatica che arrampicandosi chissà dove frequentava anche casa nostra. Oddio no, era da quel giorno che non lo vedevo più. Da domani solo metodi naturali.
Ce ne siamo accorti il giorno dopo quando abbiamo visto le prime sgranchirsi lungo i lati della terrazza. All'inizio erano poche e ho cominciato a ucciderle a sangue freddo una per una con il dito, plic, plic, plic, chiedendomi se fosse quello il modo giusto. Ma più ne schiacciavo - plic - più quelle mandavano rinforzi così ho deciso di adottare il metodo (naturale) del mio amico G., un pacifista di buon carattere che aveva avuto lo stesso guaio un anno prima: "Devi prendere un pezzo di pane e metterglielo vicino così loro stanno lì a mangiare e non ti entrano in casa". L'ho fatto, senza crederci, e me ne sono pentito un'ora dopo quando quel pezzo di pane era diventato una palla nera brulicante di formiche, tanto che quasi gli spuntavano le gambe e se ne andava via da solo.
Qua ci vogliono le maniere forti - mi son detto - ma si era fatto tardi. Le ho foraggiate con un'altra mezza spaccatina e me ne sono andato a lavorare. Al ritorno, col buio, tutto pareva tranquillo, compreso il pane che se ne stava lì abbandonato. E' stato il giorno dopo, all'alba, che si è verificata la catastrofe con due colonne scure che salivano e scendevano lungo il muro, fitte come un'autostrada prima di ferragosto. Allora sono corso in via Rosmini, dove c'è un negozio specializzato in queste cose: "Qualcosa contro le formiche" ho detto, facendo capire di avere fretta. Il ragazzo mi ha allungato due scatolette verdi che mi sembravano giocattoli. "Di più, di più" ho protestato. "Voglio qualcosa di più forte". Allora il commesso è tornato con un flacone di cartone su cui c'era lo stemma della morte. Me l'ha dato dicendo: "Ci vada piano". Bingo.
Le istruzioni - dico la verità - le ho lette fino in fondo perché sono una persona coscienziosa: quattro grammi per metro quadro. Ma quando ho visto le mie nemiche fare il giro a quel mucchietto come se niente fosse ho perso la testa. Ho capovolto la scatola e le ho sepolte qui e là con quella polvere: tempo dieci minuti e la fiumana si è esaurita mentre la scatola che tenevo in mano era ormai quasi vuota. Di migliaia che ce n'erano - sorpresa - sul campo sono rimasti solo pochi cadaveri, tanto che mi è venuto il dubbio: dove finiscono le formiche morte? Bah, dettagli. Ho fatto due calcoli e ho stimato che con quel veleno potevo disinfestare il parco Santa Chiara.
"Care formiche, ho vinto" pensavo mentre mi lavavo con cura le mani usando acqua e sapone (come dicevano le istruzioni), facendo attenzione a non contaminare gli alimenti e a non respirare la terribile arma chimica che era rimasta in quantità lì fuori. Ah, che gran cosa la scienza, queste conquiste del progresso che ci liberano dai fastidi di stagione come, ad esempio, le formiche. Questo pensavo nei giorni scorsi quando mi è suonato il campanello (strano, a quell'ora) e ho aperto la porta alla mia vicina. Voleva sapere se avevo visto il suo gatto, quella bestiola simpatica che arrampicandosi chissà dove frequentava anche casa nostra. Oddio no, era da quel giorno che non lo vedevo più. Da domani solo metodi naturali.
07 maggio 2006
Io vittima del bancomat
Sono una vittima del black out dei bancomat. Tutto è cominciato l'altro pomeriggio con una telefonata di mia moglie che mi chiedeva aiuto: "Mi puoi portare cento euro per favore? Devo pagare il conto e il mio bancomat non funziona, ho già provato in quattro banche". Ci mancava solo questa. Ero già nervoso e sono partito come una furia - sebbene in bicicletta - imprecando contro le donne che non sanno usare il bancomat, che non ricordano i numeri segreti, che infilano la tessera alla rovescia, che non si ricordano quando è scaduta, che lasciano andare il conto in rosso e via dicendo.
Quattro banche, figuriamoci... E poi quanto sono fiscali queste donne, che tengono in ostaggio altre donne per un problema al bancomat. Se non ci fossi io.
Per portare cento euro bisogna prima di tutto averli e nel mio portafoglio ce n'erano appena cinque, altri due e mezzo nelle tasche, ma la città è piena di banche, siamo la capitale italiana degli sportelli, e avevo solo l'imbarazzo della scelta. Alla prima banca (rurale di piazza Fiera) c'era un cartello che mi ha spedito nella sede nuova dall'altra parte della strada. Con grande sangue freddo ho infilato la mia tessera scintillante nello sportello, ho digitato il codice segreto (che ci vuole?) e ho atteso la risposta che però non è arrivata. Invece mi hanno sputato fuori la tessera suggerendomi di contattare il mio istituto di credito. Piccolo bagno di umiltà, anche perché la mia banca è un sito internet, a volte una voce, di solito molto gentile ma pur sempre una voce, da cui non è semplice tirare fuori banconote se la tessera non funziona.
Poco più là ho visto il simbolo della Volksbank, forti questi tedeschi, sempre affidabili, e mi sono precipitato al loro bancomat che è installato dentro l'edificio proprio vicino allo sportello dove c'è l'impiegato in carne e ossa: lo fanno apposta per conquistare nuovi clienti. Anche lì tessera, codice segreto, breve attesa, tanti saluti ma niente soldi. La signorina - che non era tedesca, nemmeno da lontano - mi ha consigliato di contattare la mia banca con un tono che non mi è piaciuto: che hanno tutti da guardarmi come un pezzente? Giusto per darmi un tono - e per togliermi il dubbio che ormai mi era venuto - ho preso il telefonino e con due mosse sui tasti ho verificato che i soldi sul conto c'erano eccome. Il problema era tirarli fuori.
Alla Popolare di Verona stessa scena. Niente soldi nemmeno all'Unicredit e nessuno che sapesse darmi una spiegazione. E fanno quattro: possono bastare, mi sono detto. Stringendo la mia inutile tessera in mano, senza più furia, mi sentivo come quel tale che quando salta la corrente corre all'interruttore per riaccendere la luce. Potevo tornare a casa e prendere un assegno, ma l'ultima volta che ho provato a cambiarne uno c'è mancato poco che mi chiedessero un certificato antimafia. Ho lasciato perdere.
Stavo lì nella strada come quelli che chiedono un euro per la corriera (e poi si infilano in un bar), quando ho visto il mio collega G. avanzare con il suo vestito nuovo e una ventiquattrore fiammante che, per quanto ne sapevo io poteva pure essere piena di denaro: senti un po' - gli ho detto, rinunciando a rapinarlo - non è che mi tiri fuori 100 euro che non mi va il bancomat? Mi ha guardato con una faccia strana - ancora quella faccia - e ha infilato nello sportello la tessera pacchiana della sua piccola banca, davvero una banchetta, non ci avrei scommesso dieci euro (anche perché in quel momento non li avevo). Trenta secondi dopo, fischiettando con quell'espressione odiosa, mi ha consegnato i soldi in mano: il mio funziona benissimo, ha detto. Inutile discutere: con le orecchie basse, i cento euro in tasca e molte certezze in meno, sono corso poco lontano a liberare l'ostaggio che era ancora prigioniero.
Quattro banche, figuriamoci... E poi quanto sono fiscali queste donne, che tengono in ostaggio altre donne per un problema al bancomat. Se non ci fossi io.
Per portare cento euro bisogna prima di tutto averli e nel mio portafoglio ce n'erano appena cinque, altri due e mezzo nelle tasche, ma la città è piena di banche, siamo la capitale italiana degli sportelli, e avevo solo l'imbarazzo della scelta. Alla prima banca (rurale di piazza Fiera) c'era un cartello che mi ha spedito nella sede nuova dall'altra parte della strada. Con grande sangue freddo ho infilato la mia tessera scintillante nello sportello, ho digitato il codice segreto (che ci vuole?) e ho atteso la risposta che però non è arrivata. Invece mi hanno sputato fuori la tessera suggerendomi di contattare il mio istituto di credito. Piccolo bagno di umiltà, anche perché la mia banca è un sito internet, a volte una voce, di solito molto gentile ma pur sempre una voce, da cui non è semplice tirare fuori banconote se la tessera non funziona.
Poco più là ho visto il simbolo della Volksbank, forti questi tedeschi, sempre affidabili, e mi sono precipitato al loro bancomat che è installato dentro l'edificio proprio vicino allo sportello dove c'è l'impiegato in carne e ossa: lo fanno apposta per conquistare nuovi clienti. Anche lì tessera, codice segreto, breve attesa, tanti saluti ma niente soldi. La signorina - che non era tedesca, nemmeno da lontano - mi ha consigliato di contattare la mia banca con un tono che non mi è piaciuto: che hanno tutti da guardarmi come un pezzente? Giusto per darmi un tono - e per togliermi il dubbio che ormai mi era venuto - ho preso il telefonino e con due mosse sui tasti ho verificato che i soldi sul conto c'erano eccome. Il problema era tirarli fuori.
Alla Popolare di Verona stessa scena. Niente soldi nemmeno all'Unicredit e nessuno che sapesse darmi una spiegazione. E fanno quattro: possono bastare, mi sono detto. Stringendo la mia inutile tessera in mano, senza più furia, mi sentivo come quel tale che quando salta la corrente corre all'interruttore per riaccendere la luce. Potevo tornare a casa e prendere un assegno, ma l'ultima volta che ho provato a cambiarne uno c'è mancato poco che mi chiedessero un certificato antimafia. Ho lasciato perdere.
Stavo lì nella strada come quelli che chiedono un euro per la corriera (e poi si infilano in un bar), quando ho visto il mio collega G. avanzare con il suo vestito nuovo e una ventiquattrore fiammante che, per quanto ne sapevo io poteva pure essere piena di denaro: senti un po' - gli ho detto, rinunciando a rapinarlo - non è che mi tiri fuori 100 euro che non mi va il bancomat? Mi ha guardato con una faccia strana - ancora quella faccia - e ha infilato nello sportello la tessera pacchiana della sua piccola banca, davvero una banchetta, non ci avrei scommesso dieci euro (anche perché in quel momento non li avevo). Trenta secondi dopo, fischiettando con quell'espressione odiosa, mi ha consegnato i soldi in mano: il mio funziona benissimo, ha detto. Inutile discutere: con le orecchie basse, i cento euro in tasca e molte certezze in meno, sono corso poco lontano a liberare l'ostaggio che era ancora prigioniero.
30 aprile 2006
Ho nostalgia della mia ex
L'altro giorno in via Brennero ho rivisto la mia ex. Non l'ultima, la penultima: quella che non ho mai dimenticato. In una città piccola come Trento sono cose che capitano e vanno messe in conto. Si può andare a spasso tranquilli per settimane, mesi, anche per anni. Si lascia che il tempo faccia il suo lavoro, ci si illude che il passato sia passato e poi ci si sorprende, un giorno, a riflettere che a quella non ci pensavi proprio più, nemmeno un lampo, un debole ricordo, un'impressione, niente, tutto finito. E invece - zac - eccola lì con il potere, ora come allora, di stringerti lo stomaco e lasciarti senza fiato.
Maledetta.
E passata via veloce mentre pedalavo sulla ciclabile (la riconoscerei fra mille) e si è allontanata verso la città. Primavera, cielo terso, aria ossigenata e senza polveri, sole che scalda le braccia nude ma non morde: una di quelle giornate che favoriscono certe nostalgie.
Senza pensarci ho spinto forte sui pedali per non darle troppo vantaggio, sperando di non vederla scomparire via nel traffico. Alla curva di via Ambrosi era venti metri avanti, disciplinata nella colonna d'auto, bella come allora - almeno agli occhi miei - come se cinque anni fossero passati senza traccia.
Ero stato io a lasciarla perché in lei non avevo più fiducia. Accadde in Austria, durante una vacanza, quando mi piantò in asso senza spiegazioni. Tornai a casa solo e giunto a Trento dissi basta: come te ce ne son tante, chiusa una porta si apre un portone, morto un papa se ne fa un altro e con la speranza di chi pianta un chiodo per scacciare il chiodo vecchio le trovai una sostituta.
Si sa come vanno queste cose: il lavoro, il matrimonio, i figli, pensavo ormai di averla dimenticata finché l'altro giorno mi è comparsa davanti nella via.
In piazza Centa ha accelerato verso la stazione e io dietro col fiatone determinato a non farmela scappare. In via Segantini il semaforo l'ha trattenuta per un attimo e ho recuperato qualche metro, poi ha ripreso a correre verso il centro, via Torre Vanga, via Prepositura e via Rosmini, proprio sotto la facoltà di Sociologia. E lì che l'ho raggiunta tenendomi a distanza con il timore, per l'affanno della corsa e la camicia sudata, di fare la figura dello stupido.
Quando l'uomo che era con lei si è allontanato mi sono fatto sotto, da dietro, e non ho resistito alla tentazione di salirci sopra un'altra volta. Me la ricordavo proprio così: il manubrio largo, il contachilometri rotondo, il serbatoio bianco, la sella arancione e i due grossi cilindri che escono dai lati. La mia vecchia moto: chi l'ha mai dimenticata?
Ero ancora in sella quando quello è tornato e mi ha detto: ehi che fai? Gliel'ho spiegato e - superata un po' di diffidenza - si è messo a ridere. Abbiamo discusso di quella strana vibrazione a bassi giri, di consumi, prestazioni, di partenze a freddo e di come abbia risolto quel problema alla forcella. Tutto sommato era stata fortunata.
Alla fine il nuovo padrone ha tirato fuori le chiavi e mi ha detto: tieni, vai a farti un giro. Gli ho risposto che, no grazie, bastava così: troppe emozioni. Ma se voleva poteva farmi un favore. Risposta: se posso, perché no? E allora gli ho detto: quando vedi uno che anche se è freddo va in automobile con finestrino aperto, il braccio fuori e la testa a prendere il vento, e magari quando lo incroci alza le due dita e ti fa i fari, quello sono io. Se ti va rendimi il saluto perché noi ex, anche quando siamo rinchiusi in una quattro ruote, costretti dietro a un parabrezza col volante al posto del manubrio, spesso intrappolati in una coda interminabile, con un po' di immaginazione facciamo ancora le curve sfiorando l'asfalto col ginocchio.
Maledetta.
E passata via veloce mentre pedalavo sulla ciclabile (la riconoscerei fra mille) e si è allontanata verso la città. Primavera, cielo terso, aria ossigenata e senza polveri, sole che scalda le braccia nude ma non morde: una di quelle giornate che favoriscono certe nostalgie.
Senza pensarci ho spinto forte sui pedali per non darle troppo vantaggio, sperando di non vederla scomparire via nel traffico. Alla curva di via Ambrosi era venti metri avanti, disciplinata nella colonna d'auto, bella come allora - almeno agli occhi miei - come se cinque anni fossero passati senza traccia.
Ero stato io a lasciarla perché in lei non avevo più fiducia. Accadde in Austria, durante una vacanza, quando mi piantò in asso senza spiegazioni. Tornai a casa solo e giunto a Trento dissi basta: come te ce ne son tante, chiusa una porta si apre un portone, morto un papa se ne fa un altro e con la speranza di chi pianta un chiodo per scacciare il chiodo vecchio le trovai una sostituta.
Si sa come vanno queste cose: il lavoro, il matrimonio, i figli, pensavo ormai di averla dimenticata finché l'altro giorno mi è comparsa davanti nella via.
In piazza Centa ha accelerato verso la stazione e io dietro col fiatone determinato a non farmela scappare. In via Segantini il semaforo l'ha trattenuta per un attimo e ho recuperato qualche metro, poi ha ripreso a correre verso il centro, via Torre Vanga, via Prepositura e via Rosmini, proprio sotto la facoltà di Sociologia. E lì che l'ho raggiunta tenendomi a distanza con il timore, per l'affanno della corsa e la camicia sudata, di fare la figura dello stupido.
Quando l'uomo che era con lei si è allontanato mi sono fatto sotto, da dietro, e non ho resistito alla tentazione di salirci sopra un'altra volta. Me la ricordavo proprio così: il manubrio largo, il contachilometri rotondo, il serbatoio bianco, la sella arancione e i due grossi cilindri che escono dai lati. La mia vecchia moto: chi l'ha mai dimenticata?
Ero ancora in sella quando quello è tornato e mi ha detto: ehi che fai? Gliel'ho spiegato e - superata un po' di diffidenza - si è messo a ridere. Abbiamo discusso di quella strana vibrazione a bassi giri, di consumi, prestazioni, di partenze a freddo e di come abbia risolto quel problema alla forcella. Tutto sommato era stata fortunata.
Alla fine il nuovo padrone ha tirato fuori le chiavi e mi ha detto: tieni, vai a farti un giro. Gli ho risposto che, no grazie, bastava così: troppe emozioni. Ma se voleva poteva farmi un favore. Risposta: se posso, perché no? E allora gli ho detto: quando vedi uno che anche se è freddo va in automobile con finestrino aperto, il braccio fuori e la testa a prendere il vento, e magari quando lo incroci alza le due dita e ti fa i fari, quello sono io. Se ti va rendimi il saluto perché noi ex, anche quando siamo rinchiusi in una quattro ruote, costretti dietro a un parabrezza col volante al posto del manubrio, spesso intrappolati in una coda interminabile, con un po' di immaginazione facciamo ancora le curve sfiorando l'asfalto col ginocchio.
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