21 dicembre 2008

L'appello a Babbo Natale

scarpe camper sotto l'alberoCaro Babbo Natale, come il bambino povero che fiuta l’aria e chiede un paio di guanti e un berretto, rinunciando al trenino elettrico perché sa che sarebbe un desiderio vano, cercherò con questa lettera di moderare le richieste. Solo cose utili. Anzi, voglio andare sul sicuro: chiederò solo doni necessari, beni che vorrei dare per scontati (e non trovare sotto l’albero) ma visti gli eventi mi sorge qualche dubbio.
Caro Babbo Natale, so che non è affar tuo ma mi piacerebbe molto avere un treno veloce che andando a Roma fermi a Trento, come già avevamo fino a qualche giorno fa, perché alle comodità si fa fatica a rinunciare. Soprattutto a quelle indispensabili. Chiederei quindi che se questo treno dovesse portare alla stazione mia moglie, qualunque donna di famiglia, o anche un’amica o una semplice conoscente io non sia obbligato a passare a prenderla di persona solo perché ha paura di attraversare a piedi piazza Dante.
A nome di un imprenditore che conosco vorrei chiederti di far sì che quando partecipa alle gare d’appalto non si ritrovi sempre come concorrente un rivale che passa ogni giorno nell’ufficio dell’assessore e lo chiama più volte al giorno per discutere del più e del meno, comprese le attività culturali della moglie (del politico) a cui partecipa staccando assegni di tanto in tanto. Sono cose ovvie, lo so, ma preferisco metterti di mezzo per non avere sorprese.
Caro Babbo Natale, quando vedo passare il camion delle immondizie mi piacerebbe storcere il naso solo per il cattivo odore, senza dovermi preoccupare perché a bordo potrebbero esserci (come c’erano in Valsugana) sostanze cancerogene da nascondere nei campi dietro casa. Se ricevo l’avviso di una lettera raccomandata mi piacerebbe andare a ritirarla all’ufficio postale all’orario indicato sul biglietto giallo, senza il rischio di trovare l’ufficio chiuso per “motivi tecnici” con la mia lettera urgente all’interno come mi è accaduto l’altro giorno, in via Scopoli, quando ho scoperto che non c’erano dipendenti a sufficienza per tenere aperto lo sportello.
Mi piacerebbe inoltre, Babbo Natale, poter acquistare una casa come quella in cui sono cresciuto ormai trent’anni fa senza dover fare un mutuo di trent’anni che finirei di pagare solo grazie alla liquidazione, proprio quella che una volta si lasciava ai figli.
Sarebbe bello telefonare per una visita medica - senza urgenza perché non siamo in pericolo di morte - e sentirsi dare appuntamento prima di un anno. Ma se questo proprio non è possibile, caro Babbo Natale, potresti intervenire per evitare che (a pagamento) la stessa signorina, improvvisamente più gentile, ci proponga una visita per il giorno successivo, all’ora che vogliamo.
Sugli autobus non ti chiedo nulla, se non che la gente ci salga sopra. E nemmeno sui parcheggi, se non che gli automobilisti, proprietari di tre auto per famiglia, imparino a considerarli merce rara e non un diritto. Passo quindi alla politica chiedendoti un’altra cosa ovvia, ma che ti confesso un po’ mi inquieta: in vista delle elezioni comunali previste in primavera vorrei tanto che - fissato un giorno - si andasse a votare proprio in quello, senza rinvii, senza che una domenica si voti per metà candidati e la domenica successiva per l’altra metà.
Caro Babbo Natale, so che soddisferai queste mie ragionevoli richieste, come accogli le richieste del bambino povero che con i guanti e il berretto potrà star caldo senza il rischio di ammalarsi. Se tutto andrà bene l’anno prossimo potrei osare di più, chiedendoti un piccolo lusso. Mi piacerebbe davvero molto che i candidati eletti nelle aule della politica, i candidati che anch’io ho eletto, non subissero quella strana trasformazione che li porta ad essere litigiosi cacciatori di poltrone, con la bilancia in mano per misurare quanto spetta ad uno e quanto all’altro. Falli restare come volevano apparire prima del voto, fa’ che rispondano al telefono al primo squillo come facevano in campagna elettorale, fa’ che pensino loro al treno, all’ufficio postale, alle discariche inquinate, ai prezzi della casa, alla visita medica ed agli appalti senza che ci sia bisogno di scrivere una lettera a te, Babbo Natale.

15 dicembre 2008

Dis-innevamento artificiale

trattore sgombra neve in piazza duomo a trentoMi metto nei panni dei pochi trentini e turisti che ieri passeggiavano tra i banchi della fiera e mi chiedo: ma dov'è finita tutta la neve caduta nei giorni scorsi? Se non sapessi già la risposta, sarebbe un bel mistero: si arriva in città osservando il paesaggio bianco dai finestrini dell'auto, si cerca parcheggio tra i mucchi di neve, si raggiunge il centro storico camminando sui marciapiedi ancora sporchi e ci si ritrova nella zona a traffico limitato a passeggiare in un altro mondo, dove sembra che la neve non sia caduta mai. In realtà la neve c'era, ma l'hanno portata via di peso. Tutta? Tutta.
Prima di proseguire un avvertimento ai lettori: i giornalisti – e chi scrive non fa eccezione – quando si parla di neve diventano faziosi. Se il Comune non spala i marciapiedi intingiamo la penna nel veleno e attacchiamo l'amministrazione. Se invece si mettono d'impegno per pulire l'intero centro storico come se fosse il salotto di casa, ci tocca scaricare la faziosità in direzione contraria, gridando allo scandalo perché ci hanno portato via la neve sotto il naso. Parrebbe un compito difficile quello di attaccare l'amministrazione per un lavoro ben fatto, ma la polemica parte spontanea dopo aver trascorso la notte a seguire dal vivo le grandi pulizie.
Hanno lavorato coperti dal buio. Non certo per farla franca (a rubarci la neve con cui avremmo voluto giocare) ma perché decine di trattori agricoli, ruspe giganti e camion da cava avrebbero dato troppo nell'occhio verso mezzogiorno. A mezzanotte invece abbiamo seguito uno di quei bestioni portare via la neve da via Vannetti, unirsi a un trattorino con rimorchio proveniente da piazzetta d'Arogno e gettare l'odiato carico nelle rive dell'Adigetto. Nulla di nuovo. Da decenni la neve che ingombra la città finisce in via Sanseverino, ma era la neve che impediva la circolazione degli autobus, la sosta delle auto e i movimenti dei pedoni. Mai prima di quest'autunno ci siamo tolti il lusso di asportare la neve con la scopa e la paletta, fin dietro le fontane e sotto le panchine, con precisione scientifica per cancellare le tracce della grande nevicata.
Ma quest'autunno 2008 è uno di quegli anni di svolta, come l'estate bollente del 2003: succedono cose che non avevamo visto mai. O che forse avevamo dimenticato. Hanno portato via la neve per fare posto alle bancarelle della fiera. Ho visto il centro della città pulito, con le periferie imbiancate, e mi sono venute in mente per contrasto le piste da sci bianche con i boschi puliti attorno: se quello dello sci è l'innevamento artificiale, quello che abbiamo visto a Trento è il disinnevamento artificiale, costoso procedimento per consentire ai cittadini di tirare dritto per la loro strada anche se il tempo meteorologico si mette di traverso. Non c'è la neve quando è ora di sciare? La facciamo. C'è troppa neve quando è il giorno della fiera? La facciamo sparire, anche se ne è scesa mezzo metro. Ma il risultato – come spesso accade in questi casi – ci delude: volti tristi quegli degli sciatori che scendono sul nastro bianco in mezzo agli abeti verdi, volti tristi ieri quelli alla fiera fredda e umida, davanti e dietro i banchi. E dire che lo spettacolo dei disinnevatori in azione nel cuore della notte era davvero insuperabile. A modo suo coraggioso, come tutte le lotte impari: provate voi a fare sparire la neve da una città in poche ore. Ce l'hanno fatta. Bisognerebbe forse applaudirli? In realtà c'è mancato poco che mi scappasse davvero il battimano per quel palista (si dice così?) che alle due di notte ha rastrellato tre metri cubi di neve attorno a un alberello, senza nemmeno sfiorarlo, per caricarli nel cassone di un camion senza farne cadere nemmeno un cristallo. Bravi operai, bravi camionisti. Ma la città disinnevata nel modo che abbiamo visto è un fatto innaturale. Se nevica rinunceremo alla fiera (abbiamo visto che la gente è stata a casa ugualmente) e costruiremo un pupazzo in piazza Duomo. A mettersi contro il meteo si sbaglia sempre: ci ha già presi in giro tutti quando – dopo la lessata dell'agosto 2003 – siamo corsi a comprare il condizionatore, per ritrovarci le estati successive bagnati e con il maglione. E' per questo che in questo dicembre storico ho resistito alla tentazione di comprarmi la pala da neve nuova.

05 dicembre 2008

La velocità di una città

mc donald's milanoLa velocità di una città si misura (anche) visitando il suo Mc Donald's. Ad esempio quei dilettanti del Mc Donald's di Trento non potrebbero resistere nemmeno un'ora dietro le casse del Mc Donald's di Milano, proprio di fronte alla stazione. L'altro giorno - ore 13 e 11 - c'era una coda di dieci persone che arrivava fino alla porta d'ingresso. Una coda tale - pensavo - che avrei dovuto cercare un altro locale. Ma mentre formulavo questo pensiero la coda si era già ridotta ad otto unità, divenute subito sette (e poi sei) nel tempo che impiegai a contare le persone che avevo di fronte. Tutto merito di Yashawini, un nome che pare una sequenza casuale di lettere e invece stava scritto sulla targhetta appuntata al petto di una ragazza tutta nervi e - più in là - sul tabellone mensile del miglior dipendente di Mc Donald's. Mentre leggevo una seconda volta quel nome la coda di Yashawini si riduceva a cinque persone: stava lottando per ripetere a dicembre la vittoria aziendale di novembre e io mi preparai mentalmente l'ordinazione, ripetendola più volte, per non far perdere tempo prezioso a lei e agli altri clienti in attesa.
Sono un cliente professionista e quando toccò a me ordinai "un numero quattro, con la Coca Cola". Semplice, veloce, efficace. Ma lei mi guardò spazientita chiedendo chiarimenti: normale o maxi? Normale, risposi, mordendomi la lingua perché morivo dalla fame. Patate vertigo o normali? Incalzò Yashawini che cominciava ad essere nervosa. Vertigo, replicai, senza sapere che cos'erano. Con salsa o senza salza? Senza, balbettai, sperando di accelerare. Cinque euro e settanta disse lei, bruciando sul tempo il registratore di cassa e voltandomi la schiena per prendere un panino, un cartone di patatine, un bicchiere di Coca Cola e alcuni tovaglioli che subito si materializzarono sul vassoio. Cinque euro e settanta, sibilò una seconda volta, come se stesse parlando (lei, Yashawini) a uno straniero. Fossi stato a Trento, giunto a questo punto, avrei "rubato" una della mie patatine dal vassoio appoggiato lì sul banco, quindi - con gesto rilassato - avrei portato la mano al portafoglio per saldare il conto. Ma ero a Milano e il portafogli nella tasca posteriore dei pantaloni non c'era più. Colpa mia che, temendo di essere borseggiato, l'avevo infilato nella tasca interna della giacca, dove non lo metto mai. Sarebbe finita lì se nel portafogli ci fossero stati i soldi, invece c'era solo il bancomat perché sentendomi prudente volevo "star leggero". Lo porsi tremando a un'incredula Yashawini che strisciò subito la tessera nella fessura del Pos. Doveva essere il terminale più veloce del mondo perché in tre secondi appena sputò fuori la ricevuta, eppure la fila dietro di me rumoreggiò: avevamo perso il ritmo, Milano parve fermarsi e Yashawini (o come cazzo si chiamava) per colpa mia avrebbe dovuto rinunciare al titolo natalizio di miglior dipendente di Mc Donald's.
La velocità di una città si misura (anche) dai clienti di Mc Donald's e io temo di non essere abbastanza veloce per Milano.

03 dicembre 2008

E' un mondo fai da te

Sono sul treno per Milano senza biglietto in tasca, ovvero "ticket less": quando arriverà il controllore gli dirò un codice di sei cifre acquistato ieri su internet e spero che basti così. Arriverò in stazione alle 13 e 05, salirò sulla metropolitana e andrò a ritirare l'auto "nuova" che ho trovato usata cercandola per un mese su Autoscout.it. Me la vende un commerciante d'auto indiano, tale Anand detto Giuseppe, che tra tutti quelli che ho conosciuto in questo mese (e sono tanti) è quello che parla e scrive meglio l'italiano. Gli farò vedere la ricevuta del bonifico on line, il contrassegno provvisorio della nuova assicurazione on line (pagata il 57 per cento in meno di quella tradizionale) e me ne andrò con la mia Nissan, guidato verso casa dal navigatore satellitare.
Non sono uno sprovveduto: ho fatto le mie verifiche mettendo il numero di targa nella banca dati del Pra su internet, così al costo di 5 euro mi sono tranquillizzato.
La vecchia Land Rover è ormai acqua passata, venduta a un demolitore vicentino che dopo aver visto via email le foto del rottame ha fatto un'offerta da non perdere ed venuto in Trentino con il carro attrezzi per portarsi via l'auto. Ci siamo incontrati al parcheggio del casello autostradale di Trento centro e prima di staccarmi l'assegno si è fotocopiato la mia carta d'identità con il fax che aveva montato sul cruscotto. Povero Freelander, soprannominato "macchina nera" da noi della famiglia per distinguerlo da quella bianca: diventerà pezzi di ricambio, gli stessi che compreremo come nuovi dal "meccanico di fiducia" (un applauso per l'ossimoro).
Per fermare l'attimo scatterò la fotografia che correda questo post, quindi dovrò premere il tasto verde del telefonino e il messaggio finirà dritto sul blog. Per definire tutto questo non ho parole migliori di quelle del mio amico P. (lo trovate su facebook digitando Petermaier) che qualche giorno fa se ne uscì con questa frase: collega, è un mondo fai da te!

01 dicembre 2008

Il ciclista irriducibile

Dedicato a tutti quelli convinti che d'inverno la bicicletta vada lasciata in garage.

La bella addormentata

Martedì mattina alle otto e trenta ero sul palco del teatro di Mezzolombardo a parlare di scuola, voto in condotta e tagli alla ricerca con tre professori e i ragazzi dell'istituto superiore Martino Martini. Davanti a me - lo giuro - una ragazza dormiva seduta in prima fila. Sarebbe stata carina se non avesse avuto la testa riversa all'indietro sullo schienale e la bocca semi aperta, in quella posa tipica di chi ronfa beatamente.
Con un colpo di gomito ho indicato la bella addormentata al professore che avevo accanto ma non ha battuto ciglio. Anzi me ne ha fatto notare un altro che dormiva un po' più in là. Ho pensato: poveri prof, innocenti o correi che siano, devono essersi abituati a questi ragazzi così stanchi e annoiati. Ma subito mi è venuto in mente un episodio di almeno quindici anni fa quando in una grande casa di Dimaro, affittata per l'occasione, venne Nando Dalla Chiesa a parlare di politica, invitato dalla Rete. Arrivò nel pomeriggio da Milano e prese posto in una sala affollata di ragazzi che avevano trascorso la nottata a far baldoria.
Ce n'era uno in prima fila che aveva fatto inutilmente le ore piccole, senza vantare grandi conquiste, e stava lì davanti non per diligenza ma perché i posti dietro, più coperti, glieli avevano soffiati tutti gli altri.
Solo, davanti a Nando Dalla Chiesa che parlava di legalità e politica pulita, quel giovanotto lottava disperatamente per non dormirgli in faccia, mordendosi le labbra fino a farle sanguinare, cambiando posizione di frequente, cercando di tenere dritto il capo che gli ricadeva di continuo avanti, indietro, a destra e a sinistra. Alla fine, fingendo vigliaccamente di concentrarsi al massimo, si arrese al sonno e decise di chiudere gli occhi un secondo (uno soltanto!), appena il tempo di riprendere le energie e arrivare salvo al termine della lezione. Chissà quanto durò. Terrorizzato riaprì gli occhi con un sussulto, risollevando il mento che si era appoggiato sul petto. Poteva essere stato il sonno di un minuto oppure di un'ora, chi lo sa, ma si svegliò giusto in tempo per vedere Nando Dalla Chiesa che, parlando, lo fissava sorridendo sotto i baffi (che all'epoca portava).
Essendo io quel tale addormentato non ho mai smesso di chiedermi se Nando Dalla Chiesa si fosse accorto del discepolo dormiente e - in quel caso - che cosa ne pensasse. Insomma, che effetto fa parlare a un pubblico che sonnecchia? Ora, dopo quel giorno a Mezzolombardo, lo so. Non è la rabbia di chi si alza (per una volta) alle sette del mattino e confida di trovare un po' di attenzione (la merce più preziosa in un'epoca di grandi distrazioni). Non è nemmeno l'umiliazione di parlare al vento, poiché so benissimo che noi grandi (nel senso di adulti) amiamo parlarci addosso solo per dimostrare quante cose sappiamo (e spesso tutti presi a straparlare diamo prova di quante cose NON sappiamo).
No, di fronte alla bella addormentata ho provato incredulità, perché resto convinto che per i giovani d'oggi - tra lavoro precario, blocchi del turn over, tagli alla scuola, crisi economica - non ci sia da dormire sonni tranquilli. Ma, confesso, di fronte a quella ragazza di 17 anni - che sono pur sempre venti (!) meno dei miei - ho provato anche un po' di invidia perché sonnecchiava beata, senza sensi di colpa, più di quanto mi riuscì di fare allora. Chissà che in tempi cupi non abbia ragione lei.
POST SCRIPTUM riservato agli studenti dell'istituto Martino Martini che quel giorno erano presenti in sala e ai loro professori, compreso quello con cui ho litigato (privatamente) perché sosteneva, senza prove, che noi giornalisti siamo faziosi e lo facciamo apposta. Mi scuso se di voi tutti ne ho citata una soltanto ma - come ci siamo detti quel mattino, ricordate? - l'informazione ha le sue regole e di 600 ragazzi svegli e battaglieri fa notizia solo quella che dorme.

25 novembre 2008

La buona notizia

C'è voluto quasi un mese per elaborare il fatto e sbatterlo qui sopra, ma alla fine ecco qui la nostra macchina fotografata lunedì 27 ottobre, dieci metri sotto la strada del passo San Pellegrino alle 7 e 30 del mattino, dopo aver abbattuto un paio di faggi ed essersi fermata contro un grosso abete. Come dice mio padre: attenti al ghiaccio sulle strade...
Ma poiché siamo gente a cui piace vedere il bicchiere mezzo pieno, ecco a voi la BUONA NOTIZIA: sono tutti salvi (di più, senza un graffio!) i quattro passeggeri che viaggiavano a bordo del veicolo, cioè ansel, gretel, il piccolo play boy e un quarto passeggero che non risulta nel verbale dei carabinieri, ma vi assicuro che era presente, soprannominato per il momento "fratellino" (anche se potrebbe essere pure una "sorellina") che avremo il piacere di presentare il 29 maggio del 2009 (se sarà puntuale).

04 novembre 2008

Ciclisti urbani



Erano mesi che volevo incollare qui sopra questo video dall'effetto ipnotico (almeno per me) soprattutto a causa della musica (almeno questo ho deciso dopo lunga riflessione). Ora ne ho l'occasione, con questo pezzo, qui sotto, che ho scritto sul giornale di domenica.

C’era nelle edicole trentine, ieri mattina, questo titolo di giornale dall’effetto agghiacciante, almeno sulle persone predisposte, che prometteva: «Arrivano i parcheggi per le bici». E fin qui tutto bene, a patto di ritenere che questa sia una necessità. Ma la mazzata arrivava al momento di leggere il sottotitolo: «Ecco i prezzi». Come scusa? I prezzi. Oppure le tariffe, come recitava un altro giornale raccontando la decisione della giunta comunale.
Detta così sembra la cronaca di una delibera allucinante che porterà i ciclisti urbani a scendere dal sellino e cercare in tasca la moneta da infilare nel parchimetro. Per fortuna andrà diversamente: pagheranno quelli che vogliono lasciare in sosta la bici alla stazione ferroviaria, chiusa in un recinto sorvegliato dalle telecamere, al riparo dalla pioggia e soprattutto dai ladri. Pagheranno poco: 50 euro l’anno, oppure 7 euro al mese, oppure 2 euro al giorno (e quest’ultima tariffa in realtà mi pare un furto). Oppure non pagherà nulla il ciclista che avrà in tasca anche l’abbonamento del trasporto pubblico. Ma per la prima volta nella storia passerà il principio che è possibile chiedere a un pedalatore di tirare fuori i soldi. Parlo da ciclista urbano per necessità e passione: sono convinto che sia giusto il contrario.
Non solo il Comune dovrebbe costruire i parcheggi e affidarceli gratuitamente (telecamere comprese) ma dovrebbe anzi pagarci. Insomma, meritiamo un premio Qualcosa di più rispetto agli omaggi sorteggiati l’estate scorsa tra i dipendenti pubblici che andavano al lavoro pedalando.
Finora abbiamo pensato che il nostro premio fosse la libertà impagabile di sfrecciare per la città misurando il tempo in manciate di minuti. Noi siamo quelli che da piazza Duomo all’ospedale Santa Chiara ci mettiamo cinque minuti e non dobbiamo cercare il parcheggio. Noi siamo quelli che da Cristo Re al centro storico ci mettiamo sei, sette minuti. Noi siamo quelli che una volta, alla vista del vigile urbano, dovevano smontare al volo in via Belenzani perché c’era il senso unico. E invece ora pedaliamo avanti e indietro grazie a un cartello che ce lo consente: grande vittoria, continuiamo pure ad allargarci.
Noi pensavamo che il nostro premio fosse questo: tempo, libertà e in fondo anche denaro perché il mio contachilometri (lo uso anche in città) in un anno segna più di 3 mila chilometri, pedalati tutti in centro, distanza che tradotta in benzina vale almeno 300 euro. Certo se mi rubassero la bicicletta mentre scrivo questo articolo, fatto purtroppo da non escludere, andrei solo in pareggio.
Ma ora che la giunta comunale ha studiato per noi le nuove tariffe, vorremmo replicare (parlo per tutta la categoria) mettendo in conto qualcosa a nostra volta. Non siamo mica in Giappone, dove ci sono parcheggi multipiano dedicati alle due ruote, oppure a Londra, dove i ciclisti sono raddoppiati da quando hanno previsto il pedaggio per l’ingresso in centro storico. Qui - cari assessori - siamo a Trento città dove le mamme danarose fanno la fila in via Verdi ogni pomeriggio con il gippone (zona a traffico limitato a quanto mi risulta) per andare a prendere i bambini che vanno a scuola dalle suore. E noi ciclisti respiriamo quei gas di scarico. Pedaliamo a chiappe strette in via Sanseverino per evitare che i camion ci facciano finire nell’Adigetto (per fortuna ora c’è il muro). Saliamo in sella anche con la pioggia, non perché siamo dei duri, ma perché rinchiuderci nell’auto ci renderebbe troppo tristi, e speriamo che le auto non ci facciano la doccia alla prima pozzanghera. Facciamo lo slalom tra gli alberi in quelle che il Comune chiama piste ciclabili e che in realtà sono solo strisce rosse disegnate sull’asfalto. Quando ci rubano la bici compriamo Bazar e ne cerchiamo un’altra usata con cui gettarci con incoscienza nelle rotatorie a doppia corsia che hanno invaso la città. Fosse per noi il maxi parcheggio di via Sanseverino potrebbe essere un parco con laghetto invece di una distesa di lamiere colorate. E corso Tre novembre sarebbe un viale alberato dove andare a passeggiare come i nostri bisnonni ai primi del Novecento. Non chiediamo (quasi) niente a nessuno, felici di muoverci in libertà, ma non fateci mai pagare il pedaggio per lasciare la bici al sicuro dai ladri. Caro assessore comunale, perché non costruisce il bicipark (e molte più ciclabili) con i soldi presi agli automobilisti? La giurisprudenza europea ha stabilito già da tempo un principio sacrosanto, riferito a vicende molto più rilevanti ma che vale anche per le piccole cose: «Chi inquina paga». Sarebbe assurdo trovare il modo di far pagare chi invece non inquina.

20 ottobre 2008

Parole al vento

parole al ventoSo già di arrivare ultimo, ma ho scoperto questo sito - wordle - che prende un testo e restituisce un'immagine con le parole più utilizzate in evidenza. Così ho preso un lungo testo di fuoridalpalazzo (in pratica gli story-post, quelli più numerosi) e l'ho inserito nel programma. Il risultato lo vedete. Bello! Peccato che a vedere le parole messe in fila in questo modo, parliamo di 270 mila caratteri, in pratica un libro, pare che non abbia mai raccontato nulla!

P.S. clicca sull'immagine per vederla ingrandita.

17 ottobre 2008

Candidati presidenti

intervista doppia Lorenzo Dellai Sergio DivinaChi legge da Trento e provincia potrà trovare interessante quest'intervista doppia ai due candidati favoriti per la presidenza della Provincia autonoma di Trento: Lorenzo Dellai (centrosinistra, presidente uscente) e Sergio Divina (centrodestra).

05 ottobre 2008

Dentro il tunnel


Per chi fosse interessato a sapere qualcosa in più sulla strada del Doss Trento, di cui parlavo in questo post, l'appuntamento è giovedì 9 ottobre alle 17 nelle gallerie sotto il Doss Trento (tunnel bianco). Ci saremo io e Filippo Degasperi a presentare il libro "La strada degli alpini", ma ci sarà soprattutto Franco Martignoni (uno che c'era, uno degli ultimi) a raccontare la storia di cui fu protagonista con l'aiuto delle fotografie dell'epoca. Grazie a chi vorrà partecipare!

Sudati risparmi

Diciamo la verità: ci hanno raccontato un sacco di panzane. A cominciare da quella sui titoli argentini, quando sembrava che fosse l'investimento più sicuro perché, caro il mio risparmiatore, ha mai visto uno stato intero finire gambe all'aria? Come è andata lo sappiamo. Poi c'è stata quella sulle obbligazioni Cirio e Parmalat, investimenti sicuri perché dietro ci sono le aziende, vacche, latte, pomodori, mica titoli virtuali come quelli della rete. E se non è convinto - caro il mio risparmiatore - guardi un po' questo rapporto: parliamo di aziende AA+, più sicuro di così c'è solo il materasso, parola di grandi esperti che di mestiere leggono i bilanci e sono in grado di distinguere tra le imprese solide e quelle da evitare. Come è andata lo sappiamo.
Infine la panzana sui tassi d'interesse a cui - controvoglia - ho creduto anch'io perché aprire un mutuo a tasso fisso sembrava una cosa da sfigati. Parliamo di cinque, sei anni fa. Nemmeno pronunciarla in banca quella parola, tasso fisso, perché i bancari si voltavano per squadrare lo zoticone che non capisce niente di finanza. Inutile spiegare che il 5 per cento sicuro per dieci anni suonava come un buon affare. Era il periodo in cui il denaro sembrava gratis, bastava avere fiducia e sarebbe andata ancora meglio: firmi qui, tasso variabile e - caro il mio risparmiatore - si assicuri le magnifiche sorti (e progressive) che l'economia ci riserverà nel prossimo futuro. Abbiamo visto, ancora una volta, come è andata e in fondo c'è poco da stupirsi: la strada consigliata dalle banche è quella che si è rivelata più vantaggiosa... per le banche.
Così quando nei giorni scorsi abbiamo visto la nostra banca (la nostra grande e orgogliosa banca col palazzo di mattoni in centro storico! mica quella del cugino americano!) perdere in due mattine un valore di decine di miliardi di euro, ammetto che ci siamo un po' agitati. E leggendo i giornali la mattina ci è cresciuta dentro l'indicibile domanda. Allora siamo andati in quella via del centro per vedere se il palazzo era ancora al suo posto. C'era. C' erano anche gli operai che stavano lavorando - diceva il cartello - per rendere la filiale più confortevole e funzionale. Almeno loro avevano fiducia, proprio come i dipendenti della Lehman Brothers il giorno prima di lasciare l'ufficio con la scatola di cartone fra le mani. Pareva tutto tranquillo, ma poiché l'indicibile domanda si faceva prepotente, ho preso il telefono e ho chiamato un numero verde (che altro dovevo fare?) per chiedere informazioni sulla sorte dei miei quattrini: scusi signorina, che ne sarebbe dei miei (sudati) risparmi investiti in pronti contro termine, l'investimento (parole vostre) più sicuro, se il vostro istituto di credito, insomma la vostra banca, che al momento mi pare un po' in difficoltà, dovesse, diciamo così, giusto per essere chiari, perdoni la schiettezza, FALLIRE? Signore, mi ha risposto, non dica mai più quella parola, nemmeno per scherzo, che poi qualcuno ci crede davvero. Non ha sentito il nostro amministratore delegato alla televisione quando ha detto che siamo liquidi e solidi?
Liquidi e solidi, ha detto proprio così la signorina, che ossimoro fantastico: andatelo a spiegare a uno che, invece della finanza, al liceo ha studiato fisica e matematica. Messa alle strette la signorina ha confessato che i miei pronti contro termine, nel caso di impossibile fallimento (ha pronunciato sottovoce l'oscena parola) li avrei persi per sempre. Ma non dovevo pensare al peggio perché non basta una tempesta finanziaria a mettere in difficoltà un gruppo così grande e poi a difendere le banche italiane, in caso di guai, ci pensa Berlusconi, l'ha scritto anche il giornale. Signorina, riporti tutti i miei soldi sul conto corrente, ho ordinato in preda all'ansia, consapevole che in questo modo avrei perso qualche punto d'interesse. Ma cosa sono gli spiccioli di fronte alla catastrofe? Poi ho chiuso la comunicazione e - poiché io sono un mago della finanza - ho controllato sul telefonino il titolo della mia grande banca che come per miracolo recuperava almeno la metà del valore perso il giorno prima, con un'altalena incredibile, misurabile ancora una volta in decine di miliardi. Per certe cose bisogna esserci tagliati.

26 settembre 2008

Lavori usuranti

redazioneCapita, di tanto in tanto, che arrivi qualche ragazzo con la luce negli occhi a chiedermi come si fa a diventare giornalista. Capita anche che io cerchi di fargli cambiare idea, come fece con me (invano) un ex direttore di giornale qualche anno fa. Ma ora ho un'arma in più: farò vedere agli aspiranti giornalisti la mia scrivania fotografata alle ore 00.15, poco dopo la chiusura in tipografia di un inserto speciale dedicato alle elezioni provinciali. Questo è quello che capita a chi voleva fare il giornalista.

P.S. clicca sul casino se vuoi vederlo da vicino.

23 settembre 2008

La stangata dei navigatori

schermata tim
Poi dicono che la diffusione internet non decolla, nemmeno con l'uso dei cellulari che tutti teniamo in tasca. Non ne dubito. Anzi racconto una vicenda che può servire a capire perché prima di collegarsi alla rete con il telefonino è meglio pensarci due volte.
I fatti. Poiché ho sviluppato un certo grado di dipendenza dalla rete (ormai guardo le ultime notizie di repubblica.it anche quando sono seduto sulla tazza del bagno) ho subito attivato l'offerta MAXXI ALICE WEEK CRM che con 1 euro appena mi avrebbe consentito di navigare in rete per 30 giorni fino a un tetto massimo di traffico di 200 mb (che per la navigazione con il telefonino sono più che sufficienti).
Non sono uno sprovveduto: prima di navigare in libertà ho chiesto informazioni sulle condizioni dell'offerta a un paio di operatori del 119 (di uno solo non mi fidavo) che mi hanno confermato che gli unici due vincoli erano i 200 mb e il punto di accesso a internet che doveva essere necessariamente wap.tim.it. Detto fatto: ho addirittura cancellato dalle configurazioni del telefonino l'altro punto d'accesso (ibox.tim.it) in modo da evitare costosi "dispiaceri", già sperimentati di persona in passato, e ho cominciato a navigare.
Immaginate la sorpresa quando mi sono trovato il credito sotto zero, due giorni dopo aver ricaricato 30 euro. Ho telefonato subito al 119 per chiedere spiegazioni e tre giorni dopo è arrivata la soluzione del mistero da parte di un operatore tecnico di Tim Padova (che mi ha trovato preparato). Ecco i passaggi principali della conversazione.

tim Padova: buongiorno
ansel: buongiorno
tim Padova: abbiamo scoperto il motivo degli addebiti che lei ci ha contestato
ansel: dica pure
tim Padova: lei ha spedito delle email con il suo cellulare
ansel: naturalmente. e quindi?
tim Padova: non poteva. l'offerta prevede solo la navigazione sul web
ansel: non mi risulta. due vostri operatori mi hanno detto che l'importante era usare il punto d'accesso wap.tim.it e sul vostro sito internet si parla genericamente di "traffico dati" fino ad un limite di 200 mb. i messaggi email sono traffico dati?
tim Padova: direi di sì signore...
ansel: è stato superato il limite di 200 mb?
tim Padova: direi di no signore...
ansel: e quindi perché mi è stato addebitato il traffico?
tim Padova: non lo so signore. assumo altre informazioni e la richiamo...
ansel: prego

tim Padova: signore, fermo restando che lei non potrà più spedire email all'interno della nostra offerta, l'azienda le vuole venire incontro rimborsandole 15 euro da consumare entro 30 giorni.
ansel: stia tranquillo, non ci penso nemmeno a spedire piccole fotografie via email a 12 euro l'una (anche se a leggere le condizioni ne avrei pieno diritto, GRATIS)... per quanto riguarda il risarcimento sta scherzando? io ho perso circa 30 euro, ho dovuto ricaricare (mio malgrado) il telefonino e ora lei me ne propone 15 per di più a scadenza?
tim Padova: assumo altre informazioni e la richiamo, signore
ansel: prego

Finale: la trattativa si è conclusa con una ricarica di 30 euro e tante scuse. Ma sul sito della compagnia telefonica l'offerta continua ad essere pubblicizzata in modo ingannevole e migliaia di clienti Tim continuano a navigare con l'incubo di superare il traffico assegnato (qualunque sia la loro offerta) e di ritrovarsi centinaia o addirittura migliaia di euro addebitati: nessun messaggio, nessun avviso, per rendersi conto di quello che sta succedendo bisogna attendere la stangata. L'operatore dice che ci stanno lavorando, ma in realtà gli "errori" dei navigatori fanno comodo alla società. E quando non ci sono errori - come nel mio caso - ci pensano loro a metterci lo zampino.

P.S. e ora attendiamo che Google (o qualche altro blog) contribuisca a diffondere la voce.

19 settembre 2008

Falliti e contenti

dipendenti alitalia felici e fallitiGuardo incredulo le immagini dall'aeroporto di Fiumicino dove i dipendenti Alitalia esultano per il fallimento delle trattative per il salvataggio della compagnia: "Meglio falliti che in mano a 'sti banditi" urlano felici.
E' bello quando le trattative sul lavoro si concludono in maniera positiva.

08 settembre 2008

L'ortografia della maggioranza

Mi sono letto questo articolo di Federico Rampini e mi è venuto in mente che Google ha modificato anche il modo in cui decidiamo di scrivere una parola. C'era una volta il dizionario (o l'enciclopedia), oggi si fa molto prima con il motore di ricerca: si scrive Irak o Iraq? Tailandia o Thailandia? Ciliege o ciliegie? Province o provincie? Decide la maggioranza, nel dubbio scegliamo la strada della massa: giusta o sbagliata ci sono meno possibilità di fare brutta figura. Per fortuna Google ci avvisa ancora che se digitiamo "provincie" forse (ma forse) volevamo dire "province", ma intanto "un pneumatico" batte "uno pneumatico" 97.000 a 8.380, è l'evoluzione della lingua, si rassegnino i puristi.

30 agosto 2008

Oh, oh cavallo...

roberto vecchioni a fuciadeRoberto Vecchioni in concerto a Fuciade (passo San Pellegrino, 1.980 metri di quota, fra Trentino e Veneto) di fronte a 5 mila spettatori. Clicca sulla foto per ingrandirla.

27 agosto 2008

La città d'alta quota

rifugio dolomitico affollatoAlle 10 del mattino il parcheggio del rifugio dolomitico - si fa per dire, rifugio, visto che ci si arriva in auto - è identico al parcheggio cittadino, cioè pieno zeppo. L’unica differenza è che in città c’è chi rischia la multa lasciando l’auto in doppia fila mentre in montagna - a ferragosto - si può sempre sconfinare nei pascoli, come fanno quelli con il fuoristrada, felici - finalmente - di dare un senso alla loro autovettura. C’è un’altra differenza - volendo essere precisi - tra il parcheggio del rifugio dolomitico e quello cittadino ed è il valore delle auto in sosta che in montagna - a ferragosto - è così sfacciatamente alto che i titoli dei giornali sulla crisi pare si riferiscano a un altro paese. Dal parcheggio del rifugio dolomitico al rifugio dolomitico ci sono tre minuti a piedi lungo un sentiero di terra battuta e sassi, con mucche ai lati che fanno molto montagna. Sentiero battuto da due categorie di persone: quelli che credono di essere in montagna e quelli che vorrebbero molto essere in montagna ma per motivi vari si ritrovano, soffrendo, in queste città d’alta quota che si formano pochi giorni all’anno. Nelle città d’alta quota la gente parla di argomenti cittadini, perché quando si va in vacanza per tre giorni (e non due settimane o un mese) non si può chiedere al cervello di staccare la spina per poi riprendere il ritmo con fatica. Dirò così quello che ho origliato - mio malgrado, colpa del volume troppo alto - in una di queste città d’alta quota in cui mi sono ritrovato. Gli uomini parlano nell’ordine di lavoro, trasporti e soldi. Le donne parlano nell’ordine di figli, vacanze (non quelle che stanno facendo, quelle che hanno già fatto o faranno) e soldi. Soldi che - qualunque sia l’auto lasciata in sosta nel parcheggio - sono sempre troppo pochi. Così nella città d’alta quota si impara qual è la strada e l’ora migliore per arrivare lassù azzeccando una partenza e un ritorno intelligenti, dove fare benzina per risparmiare qualche centesimo, dove bisogna fermarsi per mangiare un panino, quale sia la tariffa migliore per telefonare o mandare messaggi, quanto siano stronzi i capi (o i dipendenti, dipende da chi parla), quale sia la migliore scuola di musica nella città di bassa quota e quale sia l’istruttore di tennis più capace. Delle vacanze in montagna - magari per consigliarsi a vicenda un sentiero da percorrere oppure un valle da esplorare - non si parla, tanto per le nuove scoperte non ci sarebbe il tempo. Si dibatte invece a lungo sulle tariffe del residence o dell’albergo, tema su cui ognuno è segretamente convinto di aver trovato un’occasione migliore del vicino. L’altro giorno, più o meno a metà pomeriggio, è successo qualcosa nella città d’alta quota di cui ero un triste cittadino. Forse coordinati da un tam tam di cellulari - Telecom Italia Mobile conosce i suoi polli e fa arrivare fin sotto le vette le onde 3g - o alla meno peggio Edge - che servono per connettersi a internet con i telefonini - gli abitanti si sono riuniti davanti all’unico televisore del rifugio (si fa per dire rifugio, c’è anche la tivù) per vedere la finale olimpica della staffetta 4x100 metri piani. Una gara di trentasette secondi appena, tra le più brevi di tutti i giochi olimpici, talmente veloce che per capire veramente com’è andata, con tutti quei passaggi di testimone a fare confusione sullo schermo, bisogna rivederla due o tre volte al rallentatore, l’ideale per gente che mangia al fast food e si gode vacanze mordi e fuggi. Così una piccola folla di commissari tecnici mancati si è goduta, a 2 mila metri di quota, l’incredibile gara di un giamaicano che ha corso in scioltezza la sua frazione con meno tensione di quanta ne avessero i suoi spettatori nel rifugio dolomitico. Da quel momento in poi lassù si è parlato solo di Usain Bolt, dei suoi record mondiali e dei suoi sponsor milionari. Tutti parlavano di lui, tranne i bambini più piccoli (quelli cresciuti erano già corrotti), gli unici che lì fuori si erano accorti che le mucche attorno al sentiero erano vere e con un po’ di attenzione si poteva persino toccar loro la coda.

26 agosto 2008

Duecento alberi

malga ValparolaGuarda attentamente l'immagine qui sopra e dimmi cosa vedi. Vedi una malga d'alta quota, magari un po' troppo affollata per via del periodo ferragostano, chiusa tra le rocce e i pascoli della Valparola che - per chi non conosce la zona - è in Alta Val Badia? Oppure vedi 200 alberi squadrati, tagliati in assi o ridotti a sapienti incastri per realizzare porte e finestre?
Risposta esatta in entrambi i casi perché per costruire un edificio come questo servono centinaia di alberi, 200 per l'esattezza secondo uno studio di Danilo Marco e Claudine Remacle pubblicato su un vecchio numero estivo della rivista l'Alpe dedicato alle case di montagna
Duecento alberi. Un numero che fa impressione, soprattutto perché parliamo di larici con il tronco di 35 centimetri di diametro e alti fino a venti metri. Immaginateli nel bosco, uno accanto all'altro: verdi l'estate, gialli l'autunno. E guardateli ora come sono diventati, dopo due o trecento anni di "cottura" al sole o all'aria aperta in questa foto oppure in questa.
Duecento alberi per fare una casa. Se non ci credete basta salire a San Cassiano, prendere la strada per Malga Valparola, camminare per 30 minuti appena, avvicinarsi al vecchio edificio e contarli, toccandoli con mano. Ma non preoccupatevi per il bosco, ne sono rimasti molti.
Capire di cosa sono fatte le cose antiche è facile, molto più difficile (ma non per questo meno interessante) è capire cosa c'è dentro quelle moderne.

04 agosto 2008

Il grande scoop

i gemelli di Brad Pitt e Angelina JolieSignore e signori, che emozione: ecco a voi in esclusiva la prima foto dei gemelli di Brad Pitt e Angelina Jolie. Dopo che le guardie del corpo della coppia (e lo stesso Brad Pitt) hanno custodito per settimane la privacy dei due bambini, chiusi nella villa in Francia, ecco qui GRATIS la fotografia esclusiva: quanta attesa, ma ne valeva la pena.

P.S. non riesco a credere che le foto esclusive siano state pagate 9 milioni di euro, ognuno dichiara ciò che vuole, io - ad esempio - per scrivere un post esclusivo ogni dieci giorni su fuoridalpalazzo! guadagno 50 mila euro al mese.

31 luglio 2008

L'istinto del cacciatore

il cervo di Bolzano prima di essere abbattutoEccolo qui il pericoloso cervo, pochi istanti prima di essere abbattuto per motivi di sicurezza nel parcheggio sotterraneo dove si era rifugiato, dopo la sua corsa per le vie del centro di Bolzano.
Questa, scattata dai vigili del fuoco volontari di Bolzano, è una foto importante: guarda il cervo, ancora vivo, dritto negli occhi. Lo senti, irrefrenabile, l'istinto di premere il grilletto per uccidere un animale indifeso? Ora sai se nelle tue vene scorre il sangue del cacciatore oppure no.

28 luglio 2008

La discoteca di Sardagna

raggio laser dall'hotel panorama di sardagnaChiedo scusa all'arte, agli artisti, agli amanti del bello, ai sostenitori del nuovo e confesso: sono uno di quelli che l'altra sera ha pensato che a Sardagna avessero aperto una nuova discoteca. Tornavamo da Rovereto quando - all'altezza di Mattarello - abbiamo visto quel raggio luminoso attraversare la valle dell'Adige puntando su Povo, Cognola e Martignano per poi tornare indietro e ripetere il suo giro. Poiché so bene che lassù c'è l'hotel dell'Università ho immaginato che forse c'era una festa, un convegno di scienziati impegnati in chissà quali misurazioni oppure - come mi hanno fatto notare gli altri passeggeri - erano i vigili del fuoco che cercavano un disperso facendosi luce con le fotoelettriche. Solo una volta giunti in città - dopo la telefonata di un collega che sperava di fare con me chiarezza sul mistero - abbiamo saputo il perché di quel raggio laser: "Signore e signori, quella è arte" ha detto divertito uno degli uomini che stava montando il tendone per la festa del rione. "Arte moderna" ha aggiunto facendo un ampio gesto con la mano.
Perché non ci avevo pensato prima io? L'installazione di Stefano Cagol, uno degli artisti della biennale Manifesta 7, si inserisce nel solco tracciato già vent'anni fa dagli illuminati avanguardisti che per primi disegnarono fasci di luce nel cielo per far riflettere l'uomo sulle distanze e per comunicare al mondo intero: noi siamo qui. Parlo di gente come il gestore della discoteca Saint Louis di Mezzolombardo, del suo collega di Andalo, dell'ex gestore del Waikiki di Gardolo e di centinaia di altri precursori che a livello internazionale - avanti anni luce persino sull'arte moderna - decisero, forse senza nemmeno saperlo, di inaugurare una nuova stagione artistica, fermati solo dagli amministratori pubblici che decisero di porre un limite a questa forma di espressione che - chissà perché - ripetuta ogni fine settimana a qualche retrogrado dava fastidio.
Salito a casa, poiché mi bruciava ancora l'aver confuso l'arte vera con una volgare discoteca, ignorante più che mai, ho acceso il computer e mi sono collegato a Wikipedia (ognuno ha i mezzi che si merita) per imparare qualcosa sull'artista. Così ho letto che "Cagol mette in evidenza la contraddittorietà di elementi e situazioni simboliche dell'oggi, e il mutato sistema di valori del momento attuale attraverso un'elaborazione digitale minima o attraverso istallazioni site-specific d’arte pubblica e performance". Illuminante.
Alle lavatrici di piazza Duomo c'ero arrivato anch'io, sebbene un po' contrariato perché nemmeno un cartello mi avvisava che lì sotto scorre ancora la roggia dove le trentine di una volta lavavano i panni sporchi in piazza: io lo sapevo, ma i turisti? I graffiti di Laurina Paperina mi hanno trovato preparato perché tra i miei amici c'è un suo grande ammiratore, invece la prima mattina dell'evento ho guardato distrattamente le pubblicità artistiche mentre correvo in bicicletta all'asilo (dove io e il piccolo arriviamo sempre ultimi) pensando che in quei cartelloni mancava qualcosa, tipo la marca del prodotto. Colpa mia, lo ammetto, ma il raggio laser no: l'unica cosa che ci vedo di geniale è il modo in cui l'artista è riuscito a convincere i curatori della biennale e la Provincia (che dell'hotel di Sardagna è la proprietaria) a far installare il proiettore per quest'imitazione dei discotecari anni Ottanta che guidando i clienti con le loro stelle comete artificiali hanno fatto i soldi, senza mai cadere nella tentazione di definirsi artisti.
Siamo gente semplice. Vediamo le cose per ciò che appaiono. Ho letto sul giornale che l'arte moderna non è educata e non chiede scusa, parola dell'assessore provinciale. I trentini invece sono educati eccome: finirà che vedranno una carcassa d'auto insanguinata, una rana impiccata o crocifissa, un asino volante, magari un mucchio di rifiuti per la strada come a Napoli e invece di chiamare i carabinieri (come hanno fatto in questi giorni quando incappavano in qualche stranezza) si fermeranno ad applaudire la presunta prestazione artistica temendo di fare brutta figura. Tuttalpiù - nel dubbio, indecisi su da farsi - tireranno dritto accelerando il passo.

23 luglio 2008

Basf

compact cassette basfVia i vecchi nastri. Da tempo volevo farlo e la notizia che ho letto ieri mattina ha rinnovato in me la convinzione, anche perché il vecchio registratore è in soffitta già da tempo e non saprei come ascoltarli: prima che ci pensino le muffe contagiose farò io piazza pulita.
Sono passati quindici anni dall'ultima registrazione ma pare un secolo. Via i vecchi nastri, voglio vivere leggero senza reperti storici ad ingombrare la soffitta. Non rimpiangerò le vecchie compilation realizzate in casa con un registratore a doppia piastra e nemmeno quella cassetta impolverata in cui sono registrate le interrogazioni di italiano della 5 D (non si sente ormai quasi più niente). L'unica che mi dispiace gettare nel cassonetto è quella vecchia Basf arancione con il nastro consumato a forza di girare, ma ho già verificato che (quasi) tutto quello che mi serve lo ritrovo su YouTube.

22 luglio 2008

Il paese dei miliardari poveri in canna

dollari e inflazione nello ZimbabweC'è un posto dove la gente ha molti soldi da spendere. Milioni. Miliardi di dollari. Prima di uscire di casa infilano pacchi di banconote nella borsa e se per strada ne perdono una da 100 mila dollari pazienza, non morirà nessuno. Il caffè può costare un milione di euro alla mattina, due milioni alla sera - naturalmente in dollari - perché i prezzi galoppano, nessuno si stupisce, ci hanno fatto l'abitudine. C'è gente che guadagnava 10 miliardi di dollari al mese e ha smesso di andare al lavoro perché i soldi non fanno la felicità in un paese dove anche le prostitute vogliono essere pagate in diesel: meglio una tanica di gasolio che una carriola piena di banconote.
Benvenuti nello Zimbabwe, paese africano che vale un viaggio per gli studenti di Economia che vogliono capire cos'è l'inflazione. Per rendere più semplice la vita agli abitanti il governo l'altro giorno ha coniato una nuova banconota da 100 miliardi di dollari, così almeno la gente può andare al panificio e comprare due filoni di pane con un pezzo di carta solo. Sperando di trovarlo, il pane.

P.S. Sulla banconota da 100 miliardi di dollari domenica ho trovato qualche trafiletto sui giornali, ma se volete approfondire le vicende dei dollari dello Zimbabwe date un'occhiata a questo pezzo.

P.S. Nella foto un bambino che va a comprare il latte.

21 luglio 2008

La foto che avrei voluto scattare

cervo in centro a BolzanoBolzano, ore 10 del mattino, un cervo selvatico corre per le vie del centro storico cercando disperato la strada per tornare nei suoi boschi. Eccolo in via Museo, mentre salta su un tavolino del bar Diana, ritratto in una foto che mi sarebbe piaciuto scattare e che invece è riuscita a un fotografo di sixgroup.com. Ed eccolo pochi minuti dopo in un parcheggio sotterraneo, fotografato da Ludwig Thalheimer in un'immagine di cui non ho nessuna invidia.

P.S. La storia la potete leggere qui.

06 luglio 2008

La sfida sulla ciclabile

Bisognerà pur spiegare perché questo blog giace da oltre un mese inanimato. Tutta colpa di una passione antica che è ritornata prepotente e non lascia spazio al resto. Il fatto è che da qualche tempo io e il collega P. ci siamo messi in mente di tornare a scalare i passi dolomitici in bicicletta. Anche uno solo (e poi basta) ma prima dobbiamo farci le gambe sulla pista ciclabile.
Così l'altro giorno ci siamo dati appuntamento al ponte di San Lorenzo e abbiamo iniziato a pedalare verso sud, ritmo tranquillo, scambiando quattro chiacchiere. Ma poiché siamo tipi competitivi quando abbiamo visto sfilare due magliette colorate ci siamo lanciati cercando di metterci a ruota. Sfruttare la scia senza mai dare il cambio può sembrare un atto vile, ma a volte non c’è altro da fare. L’abbiamo scoperto al ponte di Ravina quando i due davanti hanno cominciato a pestare sui pedali. All’incrocio del ponte di Mattarello abbiamo sperato che mollassero un attimo, ma quelli - un’occhiata a destra e una a sinistra - hanno ripreso più di prima. Al piccolo cantiere di Besenello ero sicuro che quel cartello (biciclette a mano) fosse la nostra salvezza, ma le due locomotive hanno superato la ghiaia come fosse il pavè del nord Europa e hanno accelerato ancora.
Per evitare di prendere vento tenevo la mia ruota a cinque centimetri da quella che mi stava davanti, insomma gli stavo nel culo, la distanza minima che abbia mai tenuto da un fondoschiena maschile, ma non mi formalizzavo pur di restare agganciato al treno. Cercavo - dai pochi indizi disponibili - di capire chi avevamo di fronte: polpacci depilati, forcella posteriore al carbonio, bicicletta molto costosa, abbigliamento con gli sponsor. Signori e signori giù il cappello: stavamo tenendo il ritmo di due professionisti. Gente di classe, tanto che quando ci avvicinavamo a una colonna di turisti li avvisavano con un fischio secco perché si togliessero di mezzo.
Su un lungo rettilineo, incrociando gente che correva come noi sul nastro d’asfalto, ho cercato di distrarre il cuore che mi supplicava di fermarmi, immaginando che accade a due ciclisti che a testa basta si scontrano frontalmente a 40 chilometri all’ora più 40 chilometri all’ora. Senza casco.
Incollato lì dietro mi chiedevo cos’era quel bip-bip intermittente che si faceva sentire e si zittiva. Poi l’illuminazione, ricordando gli articoli che avevo letto dal barbiere su Bici Sport: era l’allarme del cardiofrequenzimetro. Ho pensato: tra un po’ gli viene un infarto, gli sta bene. Ma invece di rallentare, al suono del bip-bip lui accelerava perché in realtà era il segnale che non stava faticando abbastanza. Andava a spasso. Troppo per me: quando una Cinquecento riconosce una Ferrari cede il passo. Ad andatura lenta siamo arrivati al Bicigrill di Nomi - io e P. - consolandoci l’un l’altro: è gente che va in bici tutte le mattine, non hanno altro da fare, tipi che lavorano sei ore al giorno, non hanno mica i figli da portare all’asilo, magari fanno gare, sicuramente sono dopati. Già, con la condanna per doping abbiamo chiuso il caso ordinando un te’ al limone perché noi siamo gente che al fisico ci tiene.
Solo cinque minuti dopo, quando è suonato ancora quel bip-bip, ci siamo resi conto che nel tavolo accanto c’erano loro, i due campioni. Ne ho riconosciuto uno dal polpaccio secco e lucido: stavano lì a bere due bicchieri di vino bianco ghiacciato (loro), con i capelli bianchi. Due vecchietti. Si sono alzati per tornare a Trento e ci hanno fatto un cenno come per chiedere se volevamo un altro “passaggio”. No grazie, abbiamo risposto, ci riproviamo il mese prossimo.

30 maggio 2008

Un libro che va a ruba

la storia degli alpiniQuesto è un post molto sofferto. Volevo vantarmi di aver scritto un libro, ma essendo un libro fotografico la parola scrivere mi sembrava fuori luogo. Allora ho pensato di vantarmi delle fotografie, ma poiché non sono mie, ma immagini storiche scattate nei primi anni Quaranta, quando non erano nati nemmeno i miei genitori (figuriamoci io) ho dovuto lasciar perdere. Un vanto però ce l'ho ugualmente: quello di aver raccolto centinaia di immagini - assieme al mio amico Filippo Degasperi - di aver cercato (e trovato) tre alpini ormai ultra novantenni che potessero raccontare questa storia e di aver fermato le loro parole su carta prima che sia troppo tardi.
Ma perché raccontare sessant'anni dopo la storia degli alpini che durante la seconda guerra mondiale costruirono la strada del Doss Trento per ordine del Duce? Per Filippo Degasperi la risposta è semplice: uno di quegli alpini era suo nonno. Per quanto riguarda me, mettiamola così: Filippo Degasperi è mio amico ed è stato un piacere fare qualcosa assieme. Non solo: quei tornanti scavati nella roccia li vedo dalle finestre di casa e mi è sembrato interessante far sapere che chi li ha realizzati - battendo la pietra a mano con martello e scalpello - si è salvato la vita mentre migliaia di soldati morivano al fronte.
Sarà meglio farla breve. Un'anteprima del libro la potete trovare su queste pagine del mio giornale (prima, seconda). Il libro lo potete trovare nelle principali librerie della città oppure qui. Non chiedetemene copie perché me ne hanno consegnate solo cinque: due le ho qui con me, una l'ho dovuta regalare, la terza e la quarta le ho portate in redazione ma qualcuno se l'è fregate perché, signore e signori, questo è un libro che va ruba.

Anche questa è fatta, vado in vacanza.

Nulla da dichiarare?

Invidio molto quelli che sanno compilare, da soli, la dichiarazione dei redditi o che almeno si rendono conto di cosa accade quando con una busta piena di carte si recano al Caf, o dal commercialista, per affidarsi a loro. Io, purtroppo, non ci capisco nulla. Viziato da anni di sollecitudine paterna, in cui lasciavo volentieri a mio padre l’onere di tracciare numeri, calcoli e crocette sommerso da cumuli di carte sul tavolo del soggiorno, viziato da anni successivi in cui a tutto questo pensa l’amico D. anche stavolta sono stato relegato al ruolo di fattorino: corro di qua e di là a recuperare carte indispensabili che, puntualmente, o non ho mai avuto o non riesco più a trovare.
Conosco lo sguardo dell’esperto (o anche solo della persona accorta) che mi compatisce perché non so più dove sono le fatture del dentista, gli scontrini delle medicine o i tagliandi delle polizze assicurative. Il fatto è che so benissimo quanto ho pagato - all’epoca - ma non ho la minima idea di quanto mi possano far risparmiare questi documenti nel momento in cui li presento al Fisco. Per questo li perdo sotto strati di carte, salvo trovarli l’anno successivo, quando non servono più a nulla.
Quest’anno, per capire almeno di che cosa si sta parlando, sono andato dritto alla fonte: mi sono collegato al sito internet dell’Agenzia delle entrate e in meno di un minuto mi sono scaricato l’annuario del contribuente, un tomo di 193 pagine scritte larghe. Con questo - ero sicuro - avrei scoperto tutto. Dovevo imparare ad esempio che cosa vuol dire esattamente scaricare un figlio, visto che mi è sempre rimasto il dubbio - tra me e mia moglie - di averlo scaricato solo per metà, o forse tutto o addirittura due volte, cosa che se fosse vera - ho letto - mi potrebbe provocare guai con la giustizia. Con l’annuario in mano mi sono rassicurato, tutto in regola, ma ho scoperto anche altre cose interessanti che mi saranno di aiuto per capire quanto realmente mi frutterà il figliolo nella busta paga di luglio dopo averlo “detratto” e non “scaricato”: «Per determinare la detrazione effettiva è necessario moltiplicare la detrazione teorica per il coefficiente (assunto nelle prime quattro cifre decimali e arrotondato con il sistema del troncamento) che si ottiene dal rapporto tra 95.000, diminuito del reddito complessivo (al netto dell’abitazione principale e delle sue pertinenze) e 95.000. Se il risultato del rapporto è inferiore o pari a zero, oppure uguale a uno, le detrazioni non spettano». Ottimo.
Ora che mi sto facendo una cultura so qual’è la differenza tra una deduzione e una detrazione, ma mi hanno spiegato di non illudermi perché ciò che quest’anno si detrae l’anno prossimo probabilmente bisognerà dedurlo. La deduzione conviene a chi guadagna molto, la detrazione a chi guadagna poco. Ma non lo metterei per scritto.
Le spese per il veterinario, per esempio, quest’anno si detraggono: «I contribuenti possono detrarre dall’Irpef il 19% delle spese veterinarie fino all’importo di 387,34 euro e limitatamente alla somma che eccede i 129,11 euro: la detrazione spetta per le spese mediche sostenute per gli animali detenuti legalmente a scopo di compagnia o per la pratica sportiva». Questa almeno l’ho capita, tante parole per dire 50 euro al massimo. Peccato non avere un cane.
Ho ancora dieci giorni per correre in banca a farmi stampare il foglio con gli interessi del mutuo, raccoglierò gli scontrini sparsi per la casa e a luglio troverò in busta paga una cifra “x” che - per quanto alta o bassa - non sarò mai in grado di contestare. Allora dirò semplicemente: però!
Uno studio americano che mi hanno insegnato all’università afferma che si pagano le tasse più volentieri (sic!) quando non sono troppo elevate, quando sono ben utilizzate e quando si capisce bene il modo in cui sono calcolate. Per quanto riguarda il punto tre ringrazio l’Agenzia delle entrate perché grazie al suo annuario so quanto vale avere un figlio in casa. Forse.

26 maggio 2008

Sono morto già tre volte

tombaCaro Giuseppe Debiasi, proprio tu che ti sei finto morto perché non ti consideravano abbastanza, giocandoti l'asso nella manica, l'ultimo, per catturare un po' d'attenzione: sapessi quante volte sono morto io! Ho cominciato da bambino a immaginare il mio funerale come punizione estrema per tutti quelli - erano molti - che non comprendevano la mia grandezza, i miei bisogni e il dolore di vivere incompreso.
Per avere una bicicletta nuova non bastava mettere il muso per due giorni, non bastava nascondersi nel bosco e fingersi disperso contando i minuti (o le ore?) che ci mettevano prima di correre a cercarmi. Di più, di più, per far pentire mamma e papà dell'affronto subito negandomi il regalo bisognava fare di più. Bisognava, ad esempio, morire. Solo allora, di fronte alla mia piccola bara bianca, tutti i miei detrattori (compresa la maestra) si sarebbero pentiti di non aver assecondato un genio: se solo mi avessero comprato quella bicicletta.
Così, caro pittore, con la mia fantasia immatura, scoprivo il potente antidoto alle frustrazioni, grandi e piccole, che è immaginare il proprio funerale con gli occhi del mondo, per una volta, su di noi.
Metterlo in pratica mai. Me ne mancavano i mezzi e soprattutto il coraggio, ma confesso che ho organizzato altre volte le mie esequie, come quando ho sbagliato il gol della vittoria e mi son chiesto: si placherà l'ira della squadra davanti alla mia bara, ormai non più bianca ma fatta di solido rovere? Si sarebbe placata senza dubbio - cos'è un gol di fronte alla morte? - ma sarebbe stato un peccato dire addio al mondo con una tal vergogna in fondo a un così breve curriculum. Così sono sopravvissuto con la promessa - mantenuta - che non avrei mai più giocato a calcio né guardato le partite alla televisione. E so benissimo che per molti questo equivale alla morte, ma io rispondo: non è vero.
La terza volta che son morto fu per colpa della mia ex ragazza che, lasciandomi, dimostrò di non aver capito nulla. Niente di meglio che un solenne funerale - bara in legno di noce, fiori bianchi, tre preti dietro l'altare e coro parrocchiale - per convincerla dell'errore. Ma ascoltando quella canzone di Niccolò Fabi, quella in cui lei si presenta al funerale di lui indossando un vestito rosso (e non nero) mentre il migliore amico del morto se ne sta tranquillo a casa, mi son detto che non avevo le palle per rischiare: se fosse venuta in rosso sarei morto davvero. Meglio vivere, se non altro per vedere come va a finire.
Da giornalista la tentazione di morire è dietro l'angolo, perché non basterà certo un pezzo come questo per convincere i lettori della grandiosità di tutti noi uomini della comunicazione, convinti di parlare a migliaia (milioni!) di persone. Un bel funerale sarebbe più efficace, magari preceduto da una valanga di necrologi, compresi quello del direttore e dell'amministratore delegato, e da quattro pagine grondanti dolore con le fotografie che mi ritraggono - sguardo intelligente - a battere le dita sul computer.
Ammetto che noi giornalisti in questo siamo più fortunati, altro che la mezza paginetta che abbiamo dedicato a te pittore quando pensavamo che fossi morto per davvero. Moriamo in gloria, ma io saprei fare di meglio, almeno nel pensiero: dovrei andarmene di morte ingiusta, meglio lontana (per far durare di più la notizia in attesa del rientro della salma), possibilmente nell'esercizio delle mie funzioni, nel tentativo di mettere la mia vita sul piatto di molte altre, cosa che senza dubbio farebbe di me un eroe. Ma tutto questo per me, cronista di provincia, è chiedere troppo anche alla fantasia. Quindi vivo. Anche perché crescendo scopri che le lacrime degli altri di fronte alla tua bara più che soddisfazione ti provocano tristezza. E se questo è il prezzo da pagare per essere (finalmente!) al centro dell'attenzione, allora è meglio stare nell'ombra. Insomma morire (per finta) è un gioco da bambini. Vivere, da uomini, è tutta un'altra cosa.

14 maggio 2008

In vacanza nel deserto

Duna a Porto Pino in SardegnaCè un motivo ben preciso che porta molti trentini a prendere le ferie nello stesso periodo (anzi in due) creando qualche grattacapo ai capi ufficio e ai direttori del personale. I periodi sono giugno e settembre e il motivo è presto detto: il trentino medio ama andare in ferie in un luogo immacolato (almeno come i boschi e i pascoli a cui è abituato), possibilmente al mare (perché la montagna ce l’ha già dietro casa), ma soprattutto vuoto. Tanto che al rientro in ufficio la lode più sincera e appassionata che un trentino può spendere per raccontare le vacanze suona più o meno così: "Tei, bellissimo, non c’era nessuno".
E’ un mistero come in un mondo collegato dagli aerei e sempre più popolato i trentini riescano a trovare posti turistici (su questo non c’è dubbio, parliamo di Sardegna, Grecia, Egitto o Tunisia) dove non incontrano mai nessuno.
Naturalmente il "nessuno" va interpretato in senso ampio, significa che non c’è in giro "nessuno come noi", cioè turisti allo sbaraglio. Gente invece ce n’è eccome, ad esempio i cittadini del posto che invitano i trentini (solo loro, par di capire) a gustare vini e formaggi locali nelle loro abitazioni e spiegano le usanze del posto in una lingua, chissà come, ai trentini comprensibile. Questo almeno è quello che i trentini raccontano in ufficio quando in agosto - unici in Italia - si ritrovano a lavorare dietro la scrivania (deserta anche quella) a loro modo furbi, perché non c’è niente da fare.
Il trentino medio si presenta in bassa stagione ai limiti di una bianca spiaggia del Mediterraneo. Poiché l’estate vera deve ancora arrivare (o l’autunno è alle porte, a seconda delle situazioni) può capitare che indossi i calzini bianchi nei sandali tedeschi. Con un’occhiata misura la rena prima a meridione e poi a settentrione, dove però la vista è turbata da una presenza aliena che può rovinare l’illusione: una madre, due bimbi e un ombrellone. Allora si dirige senza indugio in direzione opposta (via dalla pazza folla!) finché doppiata una duna di sabbia che nasconde gli altri turisti, pianta le tende, prende il telefonino e racconta al mondo la sua conquista: "Tei, bellissimo, non c’è nessuno". Anzi: nes-su-no.
Non c’è bellezza naturale, meraviglia della cultura e della tradizione oppure villaggio incontaminato che regga al fascino di una località deserta, come la vogliono i trentini.
C’è anche un motivo economico - inutile negarlo - perché l’idea di pagare 20 o 30 per una vacanza che ad altri, il mese dopo, costerà 100 o 200 riempie il cuore di soddisfazione e fa sentire intelligenti. Quella del prezzo è l’altra variabile che rende la vacanza indimenticabile, tanto che al rientro si esclama felici: "Tei, bellissimo, ho pagato pochissimo".
Anche in una località affollata ci può essere, dietro un promontorio o nella valle accanto, uno spazio deserto che ogni trentino vuole conquistare. Le informazioni su dove si nascondano questi luoghi ameni (introvabili per le grandi masse ottuse, almeno così parrebbe, magari perché sono infestati da vipere o vespe) circolano con grande parsimonia: i luoghi dove non c’è nessuno sono sempre più rari e poiché il trentino medio è abitudinario, punta a tornarci l’anno dopo per ripetere l’esperienza.
Gli amanti di questo genere di vacanza, maltempo a parte, corrono un solo, grosso, rischio: quello di incontrare nella scoperta dei deserti qualcuno che appartiene alla stessa specie. Uno di loro. Peggio: un trentino. Non c’è peggior disgrazia che scoprirsi intelligenti in due, perché ti viene il dubbio di non esserlo per niente. Siamo così pochi che ci conosciamo a vista, così un trentino medio posto di fronte al suo simile ha solo due possibilità: riderci sopra e organizzare qualcosa in compagnia, oppure girarsi dall’altra parte fingendo di non aver visto e bisbigliando alla moglie di fare lo stesso. Allora lei ubbidirà (è trentina), proprio lei che in quella landa desolata, sebbene splendida, si era illusa di aver trovato qualcuno con cui scambiare, finalmente, quattro chiacchiere.

P.S. quello nella foto non è il deserto, bensì una duna della spiaggia di Porto Pino (nel Sulcis, in Sardegna)

05 maggio 2008

Il guardone dei redditi

guardone di redditi
Il sogno di ogni italiano medio si è avverato per me nel cuore della notte, di fronte allo schermo del computer con l’elenco sterminato dei redditi dei trentini. Impossibile dormire, finalmente potevo sapere. Solo non riuscivo a decidere da dove cominciare a sfogare l’istinto guardone con cui tutti, più o meno, dobbiamo fare i conti.
I ricchi li conosciamo già: vediamo le loro case, le loro auto, sappiamo che lavoro fanno, dove vanno in vacanza e in quale scuola mandano a studiare i figli. No, nell’infinita lista le vere curiosità stanno nel mezzo dov’è possibile ingaggiare duelli virtuali (o se preferite guerre tra poveri) a chi possiede più denaro, promuovendo la moneta unità di misura del valore umano.
Seduto in poltrona con il pc portatile sulle ginocchia, in mutande (giusto per rendere l’idea) ho cercato prima me stesso, per stabilire un’arbitraria linea di confine, quindi mi sono lanciato alla ricerca di vicini, conoscenti e infine dei colleghi in una continua sfida che creerà vari problemi ai direttori di quelle aziende (tutte) dove le buste paga arrivano chiuse e cambrettate.
La sfida dei redditi è un gioco stressante: soli di fronte al computer si gode, si soffre e ci si indigna a fasi alterne, rivaleggiando con chi ci sta vicino perché i ricchi veri per noi gente normale sono così distanti che nemmeno con la spinta dell’invidia si possono raggiungere. Il ministro e l’agenzia delle entrate non si illudano: è solo una curiosità morbosa che non farà aumentare le denunce di evasori al numero verde della guardia di finanza.
Dopo mezz’ora di studio attento e scrupoloso (interrotto dalla telefonata di un collega che, come me, tirava tardi ad analizzare buste paga) mi è capitato di stufarmi. In quell’elenco di nomi e numeri non sapevo più chi cercare. Così sono partito dall’inizio, dai miei compagni di scuola, per vedere cos’eravamo diventati, usando il colore del denaro per tracciare il ritratto della mia generazione. Cercando disperatamente di ricordarmi i loro nomi ho ritrovato i secchioni della prima fila che con lo studio matto e disperatissimo si sono conquistati un posto in cattedra al liceo: 23 mila euro lordi l’anno. Ho ritrovato (frugando tra i redditi di un’altra città, su internet c’è di tutto) quella ragazza brava che insegna all’università (50 mila euro destinati a crescere perché negli atenei si parte lenti), un medico vero che si è fermato a 60 mila euro (perché in rianimazione si salvano le vite ma non si effettuano visite a pagamento) e un medico finto (nel senso che non visita nessuno, ma firma certificati per le aziende) che supera di slancio i 100 mila.
Ho rivisto quelle due ragazze che presumo siano sposate, perché con 5 mila euro non si campa se non c’è qualcuno che paga i conti. E quel compagno bocciato alla maturità, su cui nessuno avrebbe scommesso un soldo, che aveva un reddito di tutto rispetto elencato sotto quello (quadruplo) del padre.
Quello che dicono gli scienziati per la mia classe è vero: i belli (modestamente) guadagnano di più. Ma anche i brutti hanno speranze, come l’avvocato G. (73 mila euro) o quel ragazzo che organizzava gite, feste in discoteca e partite di pallone e ha avuto discreto successo come venditore (60 mila euro).
Ad un certo punto ho scovato A. inchiodato a 9 mila euro di lavoro dipendente, insomma uno sfigato se non sapessi che lavora sei mesi e il resto dell’anno gira il mondo (quella parte del mondo dove la vita costa poco) con una tizia che la pensa come lui. Quando torna riempie la casa di libri e invita gli amici a cena per raccontare storie da cui non caverà mai nulla ma che valgono più di 9 mila euro.
C’era infine al liceo uno che non c’era mai, nel senso che non veniva a scuola. Soprattutto in primavera. Durante i temi in classe copiava e l’ha sempre fatta franca. Nell’enorme lista l’ho beccato alla lettera C., ma è come se non ci fosse, proprio come una volta: reddito zero. A scuola aveva imparato che fare il furbo paga e ha continuato a farlo.

18 aprile 2008

Pubblicità ingannevole

pubblicità ingannevoleNon contate le piccole Cinquecento che compongono la Cinquecento della pubblicità per vedere se sono veramente cinquecento. L'ho appena fatto io, non ho resistito: sono 542, non 500. Mai fidarsi dei pubblicitari, categoria su cui potete imparare qualcosa leggendo questo.

14 aprile 2008

Vado a votare

al voto turandomi il naso
La tessera elettorale? Ce l'ho. Un documento di identità valido? Ce l'ho. La maschera antigas? Ce l'ho. E pensare che ai tempi di Montanelli bastava turarsi il naso.
Vado a votare prima che chiudano i seggi. Poi accenderò la televisione per godermi la sconfitta a cui ormai sono abituato.

P.S. con una breve ricerca su internet ho scoperto che l'espressione "turarsi il naso" che Indro Montanelli utilizzò per descrivere il voto alla Democrazia cristiana contro i Comunisti risale addirittura alle politiche del 1948 quando venne pronunciata da Gaetano Salvemini. Insomma, sono sessant'anni che noi italiani della Repubblica andiamo al voto insoddisfatti di chi si candida a rappresentarci...

25 marzo 2008

Un regalo "senza se"

giraffa colorataOrmai ci siamo abituati. Ci telefonano la mattina presto, quando sono sicuri di trovarci, per regalarci due mesi di televisione a pagamento se facciamo l'abbonamento per un anno. Al supermercato ci regalano un prodotto se ne acquistiamo altri due uguali. Quando si avvicinano le vacanze ecco che un'agenzia viaggi ci regala una vacanza per una persona in Tunisia, purché sia accompagnata da un'altra a pagamento. Abbiamo le case piene di atlanti stradali, orologi e radioline ricevuti con l'abbonamento dei giornali e sull'auto c'è il condizionatore omaggio, promesso dal concessionario quando abbiamo firmato l'assegno da ventimila euro. Quand'è Natale facciamo visita agli amici muniti di regalo, ma solo se pensiamo che gli altri facciano lo stesso e quando camminiamo per la strada stiamo attenti a non accettare biglietti, fiori o piccole spille che sarebbero in regalo ma prevedono in cambio una somma di denaro che a quel punto, con un odioso gingillo in mano, non sappiamo più rifiutare. Anche la banca ha un regalo pronto per noi se presentiamo loro un amico disposto ad aprire un conto. Così l'altra mattina non credevo alle mie orecchie di fronte a un regalo “senza se” mentre passeggiavo in centro storico.
Stavamo lì, io e mio figlio di tre anni, fuori dal supermercato, io con la bicicletta in mano e lui sul seggiolino, quando ci ha avvicinato un tizio da dietro, uno con la faccia scura che non saprei meglio definire, uno di quelli che tutti noi, per pigrizia o ignoranza, chiamiamo semplicemente zingari, oppure nomadi quando vogliamo essere gentili, senza sapere bene che gente sia.
Quella parte di città è una zona ad alto rischio, non si spiega altrimenti la decisione del supermercato di assumere una guardia armata. Ma quando ho alzato lo sguardo cercando la protezione dell'uomo in divisa, munito di pistola, ho visto che aveva già terminato il suo servizio: dovevo cavarmela da solo.
Lo zingaro, che camminava sghembo con l'aiuto di un bastone, ha tirato fuori qualcosa dalla tasca e l'ha avvicinata al mio bambino. Era una piccola giraffa. Uno di quegli animaletti colorati, tenuti insieme da fili elastici, che quando schiacci il bottone sotto il piedistallo chinano la testa e poi le zampe fino ad afflosciarsi senza vita (ma poi all'improvviso si riprendono). L'uomo schiacciava il pulsante e il piccolo rideva. Lui schiacciava e l'altro rideva, poi gli ha messo la giraffina in mano e io mi sono preoccupato: bastardo, ho pensato, ora dovrò comprarla. Ma mentre il piccolo schiacciava il pulsante, felice, alla scoperta di come le giraffe colorate chinano il capo e all'improvviso lo rialzano, lo zingaro si allontanava senza nulla domandare, facendo anzi segno che non c'era nulla da pagare. Pochi secondi dopo era già sparito dietro l'angolo, senza darmi nemmeno il tempo di dire grazie. Ma poiché appartengo a una società di individui tristi e preoccupati (gente tirata su con l'ordine di non accettare le caramelle dagli sconosciuti) l'idea di ringraziare mi è venuta solo dopo una serie di pensieri lugubri e assurdi il primo dei quali era che la giraffa fosse avvelenata, quindi che fosse verniciata con colori cinesi tossici e proibiti e infine (terzo pensiero) che fosse stregata tanto che al solo premerne il bottone saremmo caduti – io e il mio figliolo – in balia dello zingaro senza scrupoli, appostato poco distante. Nulla di tutto questo. L'unica sciagura è stata che la sola persona che ci ha messo in mano un regalo “senza se” non ha ricevuto un grazie in cambio.
Non credete a questa storia? Niente paura, non ci credevo nemmeno io quando abbiamo ricevuto la giraffa nella zona più pericolosa della città (sic!). Allora ho pensato all'ultima volta che avevo regalato qualcosa ad uno sconosciuto, senza volere nulla in cambio, senza nemmeno esserne parente e non mi è venuto in mente niente. Una lacuna – mi sono detto – che doveva essere colmata. Perché certi episodi strani e all'apparenza inspiegabili hanno di buono che sono contagiosi.

19 marzo 2008

I rifiuti in campagna elettorale

Michele Serra è venuto in vacanza in val Pusteria ed è rimasto sorpreso dai distributori automatici di detersivo che evitano la produzione di bottiglie di plastica. Noi cominciamo ad abituarci. Mi piace l'idea che qualcuno venga in vacanza in Trentino Alto Adige e porti a casa un'idea pulita, come ad esempio i distributori automatici di latte. Mi piace meno la constatazione che di queste cose - come scrive Serra nella sua Amaca sulla Repubblica di ieri - in campagna elettorale non parli nessuno.

P.S. clicca sulla foto per vederla ingrandita.

P.S. chissà se in val Pusteria ci sono Mc Donald's

18 marzo 2008

Progresso tecnologico

Iomega ScreenplayIn materia di tecnologia c'è una vecchia teoria secondo cui il motore che porta gli utenti a dotarsi di strumenti nuovi sarebbe il porno (e al secondo posto lo sport). Accadde così per il videoregistratore, per la televisione satellitare, per internet e per il dvd. Ebbene io ho un'altra teoria, secondo cui l'aggiornamento tecnologico è spinto anche dall'arrivo in casa di un bambino.
In casa nostra installammo una rete senza fili dopo aver constatato (con un computer finito a pezzi) la propensione del piccolo play boy a tirare qualunque cavo gli capitasse a tiro (e così siamo stati tra i primi a navigare in libertà). Ora, considerato che il piccolo ha un'attitudine innata per distruggere i dvd, ci siamo dotati di un disco rigido che contiene 500 Gb di dati multimediali e con una presa scart (integrata) e un sistema operativo ridotto all'osso ti consente di vederli sulla televisione dove si può saltare da un cartone animato all'altro con un piccolo telecomando.
Non ne avrei mai scritto qui - fuoridalpalazzo! - se non fosse che altrove (ad esempio QUI di un apparecchio simile, ma non uguale, sono rimasti delusi. Niente di fantascientifico, per carità, semplicemente mantiene le promesse.
Parlo di quel coso che si vede nella foto sulla destra. In pratica un disco da 500 gigabyte che dopo averci messo tutte le puntate di Heidi, una cinquantina di film, una quantità imprecisata ma molto elevata di brani musicali, la terza e la quarta serie di Desperate Housewife (lo guarda la donna che la sera mi attende a casa "disperata") è ancora mezzo vuoto.
Per chi fosse interessato: Iomega Screenplay. Non mi pagano per scriverlo, ho pagato io - anzi - 199 euro quando a Natale sono passato da Mediaworld.

17 marzo 2008

La salvia di San Giuseppe

scarpe camper tra la salviaIl giorno della fiera di San Giuseppe ci svegliamo di buon mattino e ci illudiamo di essere contadini perché la natura in cui corriamo ad immergerci ogni domenica, per un giorno, ce l'hanno portata giù in città. Allora ci aggiriamo tra i piccoli trattori e le falciatrici, rammaricati perché purtroppo per tagliare l'erba gatta nel vaso sul terrazzo ci bastano le forbici. Quindi con occhio esperto corriamo a vedere gli animali e, sperando di non essere smentiti da un contadino vero, raccontiamo ai nostri figli caratteristiche e schede tecniche di mucche, capre, conigli e puledrini. Poi – dopo aver controllato con occhio languido la sezione arredo giardino, noi che un giardino non ce l'abbiamo – ci dirigiamo verso il centro storico pieno di fiori, sementi, piante e alberi che catturano la nostra immaginazione: “Cara – diciamo con voce sognante – e se quest'anno ci prendessimo un limone?”. Lui – il vivaista che la mattina all'alba ha trasportato i suoi pezzi migliori in piazza Duomo – coglie la palla al balzo e ci spiega che per tirare su un limone o un arancio non ci vuole niente, non serve mica essere in Sicilia o in Israele, basta avere l'accortezza quando arrivano i primi freddi di prendere un telo di plastica e metterglielo sopra prima che arrivi il gelo. Ma anche a noi gente di città – abituati a calpestare il cemento e a respirare polveri – il pensiero di una piantina di limone infilata in un cappuccio da novembre a marzo mette i brividi. Così ripieghiamo su un gelsomino, perché lo sappiamo talmente resistente che a dargli un po' d'acqua (nemmeno troppa in realtà e nemmeno ad intervalli regolari) verrebbe su tranquillo anche in una pietraia. Ma non serve dirlo troppo in giro, meglio invitare gli amici a prendere un caffè sul terrazzo a fine maggio – quando sbocciano i fiori bianchi e profumati – e fingendo indifferenza dire: “Guarda qua, la mia creatura. Sapevi che oltre a fare il giornalista ho pure il pollice verde?”.
Ma un gelsomino ce l'abbiamo già. E nemmeno noi che tutti gli altri giorni (ad eccezione di San Giuseppe) con le piante siamo delle bestie, siamo riusciti a farlo deperire. Così l'anno scorso – per festeggiare la primavera che a Trento inizia con la fiera dei fiori – ci siamo portati a casa una pianta di salvia. Eravamo là davanti al banchetto e ci siamo detti: perché no? Quest'anno puntiamo sugli aromi. E ci siamo comprati quel cespuglio pensando che a mezzogiorno saremmo usciti sul terrazzo a cogliere due foglie (dei veri contadini!) per metterle in padella e farci i ravioli burro e salvia.
La nostra era una salvia strana. A partire da quelle foglie più strette di quelle un po' pelose che eravamo abituati a vedere nell'orto della nonna. Ma sul biglietto c'era scritto salvia a chiare lettere e noi – essendo gente abituata a leggere le istruzioni per affrontare ogni questione – ci siamo portati a casa il vegetale garantiti e soddisfatti. Il giorno successivo alla fiera inaugurammo la nuova stagione culinaria strappando due foglie (un gesto che ci faceva sentire gente di campagna) per metterle in padella. A pranzo non si sentiva volare una mosca. Eravamo troppo impegnati ad assorbire i nuovi sapori della cucina casalinga senza il coraggio di confessare l'un l'altro che in verità i ravioli nel piatto non sapevano di nulla. Che strana salvia era la nostra.
Andò avanti così per settimane tra nodini, tagliatelle e gnocchi deludenti. Finché un giorno, quand'era ormai estate, notai con occhio curioso gli operai comunali armeggiare in un'aiuola vicino al ponte di San Lorenzo, con un camioncino carico di piante che mi sembravano familiari. Ne ho avvicinato uno e vincendo il timore crescente di fare la figura del fesso gli ho chiesto: “Scusi signore, ma quest'anno avete deciso di abbellire la città con la salvia?”. Solo quel giorno ho realizzato che, forse per uno scambio di biglietti, in casa nostra avevamo mangiato per due mesi paste condite con burro e una specie di lavanda. Se non altro non era velenosa.

14 marzo 2008

Da fuoridalpalazzo è tutto, a voi studio!

ansel intervista Giacomo SantiniNella vita bisogna sempre cercare di fare cose nuove... così mi sono dato ai video. Nella foto mi vedete con la mia mini telecamera acquistata su eBay mentre intervisto un candidato al Senato del Partito delle libertà (Giacomo Santini). Io sono quello con le camper. Un esempio di quello che sto facendo lo trovate QUI dove c'è la mia prima intervista doppia, oppure QUI dove c'è un video sulla campagna elettorale che ho girato dalla finestra della mia redazione. E così ora sapete perché da un po' di tempo scrivo meno e rispondo meno ai commenti! ;-)

P.S. ho visto che su internet non ci sono tutorial approfonditi su come realizzare e montare le interviste doppie stile Iene... quasi quasi quando ho un attimo di tempo ne scrivo uno io.

11 marzo 2008

Mi rubano la corrente

contatore dell'energia elettricaMi rubano l’energia elettrica. Accade notte e giorno, me la fanno sotto il naso. Non volevo crederci, la settimana scorsa, quando insospettito da un articolo di Affari e Finanza ho deciso di fare la prova pratica: ho spento tutte le luci, ho spento pure la televisione, ho messo al minimo il termostato del frigo (in modo da escludere l’avvio del motore) e sono sceso in fondo alle scale per dare un’occhiata al contatore. Girava. Piano, ma girava.
Senza perdermi d’animo sono risalito al quarto piano: «Mi sarò dimenticato qualche cosa». In camera da letto ho staccato la radiolina, poi sono andato nel ripostiglio dove ho spento la caldaia e infine nel bagno per assicurarmi che non fosse partita la ventola dell’aerazione. Fiducioso ho raggiunto il pianerottolo dove, nell’armadio di legno chiuso a chiave, c’è il mio contatore: girava. Piano, ma girava.
A quel punto non c’erano più dubbi: ero vittima di un furto. Ma prima di correre a denunciare il fatto bisognava esserne sicuri. Così sono risalito e - come quella volta da bambino - ho accostato lentamente la porta del frigo guardando all’interno attraverso la fessura sempre più stretta, per essere sicuro che la luce si spegnesse. Si spegneva.
Il problema doveva essere altrove, ad esempio nella zona dei computer dove - mi sono ricordato - c’è un apparecchio sempre acceso che distribuisce internet senza fili in giro per la casa. Così l’ho spento, ho staccato anche la spina dello stereo, del ricevitore satellitare (che pure era spento), del lettore di dvd e di altri apparecchi che tengo impilati là sopra sempre collegati alla corrente. Lo so che consumano anche quando sono spenti, se non altro per quelle lucette verdi, rosse o blu che restano sempre accese. Nessuno aveva mai fatto il calcolo di quanto ci fanno spendere, ci ha pensato Pierluigi Bernasconi, l’amministratore delegato di Media World Italia che di apparecchi come quelli ne vende a milionate e ha commissionato un test sul campo. Che ha scoperto Bernasconi? Che una televisione lasciata in stand-by (cioè con la lucetta accesa) consuma da uno a quattro euro l’anno di elettricità. Che il decoder della televisione consuma da 5 a 20 euro l’anno solo per stare lì fermo. Uno dice: è poco, chi se ne frega, posso permettermelo, ma moltiplicate queste cifre per i milioni di abitazioni italiane e otterrete cifre miliardarie. Un computer portatile collegato alla spina di corrente ci costa 10 euro l’anno, la radiosveglia 9. Bernasconi ha un consiglio per tutti quelli che tengono anche agli spiccioli: comprate le ciabatte, cioè quelle spine elettriche multiple con l’interruttore rosso che si può spegnere all’occorrenza tagliando dalla rete elettrica tutti gli apparecchi che sono collegati. Lui vende anche quelle.
Non si capisce perché i produttori di elettrodomestici non prevedano la possibilità di spegnere quelle lucette, lasciando a noi consumatori la responsabilità di attrezzarci per mettere rimedio a questo difetto. Ma in attesa di comprarmi una ciabatta dovevo risolvere il mio problema: qualcuno mi stava rubando l’energia elettrica. Con la speranza di aver eliminato ogni fonte di consumo, sono tornato al piano terra per controllare il contatore: girava. Piano, molto piano, ma girava.
Allora sono risalito furioso e - sentendomi intelligente - ho preso un cacciavite, ho smontato il termostato elettronico installato alla parete e ho strappato i fili dell’alimentazione finché ho visto scomparire il numero 20 che indicava la temperatura (un po’ troppo caldo). Lo stesso ho fatto con il citofono. Ma là sotto il contatore girava ancora. Piano, molto piano, ma girava.
Allora - sentendo da lontano che mi era arrivato un messaggino - m’è venuta l’illuminazione e ho pensato al telefonino cellulare che avevo lasciato in bagno attaccato al caricatore e di tanto in tanto succhiava corrente per caricare la sua pila. Eccolo il colpevole del furto, maledetto cellulare. Quando c’è qualcosa che non va, lui c’entra sempre.

07 marzo 2008

Alzati e cammina!

le promesse di BerlusconiSilvio Berlusconi promette miracoli - in stile "alzati e cammina!" - con i manifesti giganti della sua campagna elettorale. Liberi di crederci oppure no, ma la signora sulla sedia a rotelle - fotografata a Trento - sembrava un po' perplessa di fronte all'esortazione: rialzati Italia!

P.S. esistono due metodi per fare una foto del genere: a) mettersi d'accordo con una signora invalida, puntare l'obiettivo, scattare la foto; b) vedere una signora invalida per la strada, calcolare il tempo che ci metterà a passare sotto il manifesto di Berlusconi, fermarsi in mezzo alla strada con le auto che vi passano davanti e dietro, puntare l'obiettivo della macchina fotografica che tenete sempre in tasca, ringraziare la realtà che come sempre supera la fantasia, ringraziare l'accompagnatrice dell'invalida perché fa finta di nulla e continua la sua passeggiata, scattare, scattare, scattare... Io - a scanso di equivoci - ho usato il metodo b).

Questa foto è stata pubblicata anche sul blog che il mio giornale ha aperto in vista delle elezioni politiche. Chi legge da Trento e dintorni potrebbe essere interessato: eccolo qui.