22 ottobre 2006

C'era una volta la Mecca

Quando lo incontro al Giro al Sass lo guardo in volto e - anche se sono passati vent'anni - mi viene in mente quella fila di numeri rossi accanto al suo nome, nel gigantesco tabellone rimasto appeso per venti giorni almeno nell'atrio del liceo scientifico Da Vinci. Non era mica la scuola dei debiti formativi, quella. Era una scuola che non faceva credito a nessuno (tanto meno ai ragazzi con poca voglia di studiare) e i voti scarsi li chiamava con il loro nome, cioè insufficienze o più comunemente "mecche", vocabolo ormai dimenticato come mi informa una stagista appena ventenne.
Comunque, il mio compagno di banco delle "mecche" era il re indiscusso, tanto che verso la fine dell'anno decise che per non aggravare la sua posizione non si sarebbe più presentato a scuola: passò due mesi a spasso per i sentieri del Calisio mentre i genitori lo credevano al liceo.
Fosse oggi, il suo caso non sarebbe diventato di pubblico dominio, ma la legge sulla privacy non l'avevano ancora inventata e il giorno che i risultati vennero affissi all'albo davanti alla porta del liceo c'era la folla, comprese quelle due secchione che, come avevano fatto tutto l'anno, prendevano appunti per annotarsi ogni singolo voto, di ogni singola materia, di ogni singolo studente, per poi discuterne con calma durante le vacanze e fornire alle madri più pettegole materia di dibattito.
Lui, il mio compagno di banco, aveva solo due voti positivi: uno era ginnastica e l'altro la condotta. Fosse oggi, l'avrebbe passata liscia con una semplice scritta tipo "non promosso" ma erano gli anni Ottanta e i panni sporchi si usava lavarli in piazza.
Tra quei voti scritti in rosso ce n'era uno molto basso, che per decenza i professori avevano comunque voluto alzare un po' in sede di scrutinio: inglese. Tutta colpa della professoressa Z. (scrivere il cognome per intero è superfluo tant'è famosa tra quelli della mia generazione) che aveva l'abitudine di togliere un voto per ogni errore commesso nelle prove scritte: si partiva dal dieci e poi giù, giù, giù fino all'inferno. Quando le prove erano corrette, cominciava lo spettacolo perché la professoressa Z. cominciava a declamare ad alta voce i risultati, con quell'accento inglese imparato ascoltando il notiziario della Bbc con la radio ad onde medie perché le parabole satellitari ancora non c'erano. I primi della classe, in senso alfabetico, se la cavavano bene ma dopo le prime lettere i voti subivano una flessione fino a diventare addirittura negativi, nel significato letterale della parola: sotto zero. Questo fenomeno aveva i suoi lati positivi perché portare a casa un 4 faceva infuriare ogni padre di famiglia, ma presentarsi a casa con un surreale -2 poteva anche scatenare una reazione di solidarietà oppure di ilarità. Ma non c'era niente da ridere, perché la regola ferrea che consentiva ai voti di scendere sotto zero veniva applicata anche al momento di tirare le somme, quando la professoressa Z. tracciava una riga sotto i numeri e faceva la media. Ora, per risollevarsi da uno 0 servivano almeno un paio di 9 ma quest'improbabile rimonta non si è mai verificata e uno studente dalla partenza lenta - nella scuola che non dava credito a nessuno - poteva ritrovarsi spacciato già prima di Natale.
Ma ogni epoca ha le sue vie d'uscita. Così quel mio compagno che si era perso per strada l'abbiamo ritrovato all'università. Era andato in una di quelle scuole super-specializzate, probabilmente super-costose, dove ci sono insegnanti che vorrebbero insegnare nelle scuole normali ma lì ancora non li hanno assunti e allora si dedicano agli studenti che dalle scuole normali sono stati buttati fuori: assieme possono succedere miracoli, come fare "cinque anni in uno" e annullare così l'effetto congelante dei voti sotto zero della professoressa Z.

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