31 dicembre 2006

Stasera si cambia vita

Immagino il Capodanno come l'angolo retto di una via: arrivo in fondo camminando lesto sul marciapiede e poi (zac) svolto a sinistra lasciandomi la strada vecchia alle spalle per guardare fiducioso quello che mi aspetta. Così fan tutti, o quasi: c'è chi coglie l'occasione per mettersi a dieta, chi giura che smetterà di fumare, ci sono quelli che pensano di iscriversi a un corso di ginnastica (magari pagano la quota e poi vanno a una lezione sola) e ci sono quelli che sognano di cambiare lavoro. Ma a me piacciono quelli che la sparano grossa e che a Capodanno vogliono cambiare (nientemeno che) la vita.
Eccoli là quelli che progettano di affittare la casa in città e con i soldi mensili dell'inquilino mettere su un bar in Costa Rica, dove ancora non hanno mai messo piede ma giurano che - con i soldi dell'Italia - si vive come dei pascià: «E ancora ne avanzo» assicurava l'altro giorno uno al Bar Pasi. Lo dice da dieci anni.
Ma cambiar vita non equivale sempre a cambiare continente. Ci sono anche quelli che hanno un sogno locale: fino a qualche anno fa era l'agriturismo poi è arrivato il "Bed & Breakfast". Che ci vuole? «Prendo la casa in montagna la ristrutturo, mollo il lavoro e divento albergatore».
Il terzo sogno è più che altro un uragano che riguarda quasi esclusivamente i maschi. E' la tempesta che coglie gli uomini oltre i cinquant'anni (ma solo quelli ricchi, gli altri pare siano immuni) che si ritrovano con i figli adulti, la moglie «vecchia» e perdono la testa per un'altra mettendo in gioco tutto quanto hanno costruito.
Un errore troppo frequente è quello di cambiar vita troppo tardi, quando ormai la vita ti ha cambiato: a trent'anni non si può dire "tra dieci anni mollo tutto", perché un quarantenne ci penserà su due volte.
Arriverà la Befana a portarsi via le feste, i propositi di Capodanno e i sogni della notte di San Silvestro e sarà quello il momento - per chi lo vorrà - di cambiare vita davvero. Perché dare una svolta vera in un mondo che ti tiene intrappolato (ma c'è chi ce la fa) richiede uno sforzo immane che dura tutto l'anno.

30 dicembre 2006

Il regalo che non t'aspetti

lettera dell'ufficiale giudiziario sotto Pino
Se ti portano a casa una busta come questa (e non sei un giornalista) comincia a preoccuparti. Se invece sei della stampa stai tranquillo: è normale, meglio farci l'abitudine, tra di noi diciamo "busta verde" e ci siamo già capiti.
A me, chissà perché, arrivano sempre sotto Natale. L'anno scorso era il 23 (e l'ufficiale giudiziario mi ha fatto anche gli auguri), l'anno prima la Befana, quest'anno Capodanno. Ho messo la busta sotto Pino senza aprirla perché so già di che si tratta. Fatti di un paio d'anni fa quando scrissi una notizia prima ancora che accadesse (bravo eh?). Peccato che fosse una notizia di giudiziaria e i magistrati queste cose non le digeriscono. Notizie come quella le chiamano segreti, cioè quelle cose che tutti sanno ma non bisogna dire (né tantomeno scrivere).
Sarebbe finita in nulla se solo avessi rivelato io stesso un mio segreto: fuori il nome di chi ti ha dato la notizia! Ma io - e tutti i colleghi che raccontano ciò che succede a palazzo di giustizia - da quest'orecchio non ci sento. Non siamo mica dei colabrodi, noi. È giusto che si sappia: piuttosto che svendere una fonte mi bevo un tè al polonio. E se non ci credi il 5 marzo passa in tribunale: tra un'udienza come questa e un'altra come questa ci sarà un processo dove l'imputato questa volta sono io.

29 dicembre 2006

Quiz/2: spegni la luce per favore

facoltà di giurisprudenza di Trento
Caro lettore di questo blog, siamo giunti al secondo appuntamento con il nostro nuovo e originale spazio dedicato al quiz. La domanda oggi è facilissima, del valore di qualche migliaio di euro. Guarda la foto notturna qui sopra e dimmi: che edificio è questo illuminato a giorno? Fate partire il cronometro: tic, tac, tic, tac... Come dici scusa? E' la facoltà di giurisprudenza di Trento, disegnata dal famoso architetto Mario Botta (lo stesso del Mart di Rovereto) e inaugurata qualche settimana fa dal ministro Giuliano Amato? Risposta e-satta! Ma la posta in palio era troppo esigua, quasi quasi mi gioco il domandone: silenzio in sala, abbassate le luci, fate partire la musica di suspense. Caro lettore di questo blog, per alcune centinaia di milioni di euro, guarda la foto e dimmi: perché la facoltà di giurisprudenza di Trento è illuminata a giorno anche se sono le tre di notte? Come, non lo sai? Risposta e-satta! Non lo sa nessuno! Il motivo per cui quest'edificio prestigioso viene riempito di luce, tutto, ogni notte, nonostante sia deserto, è un mistero. Molto bene, ti sei aggiudicato alcune centinaia di milioni di euro che potrai investire in azioni Enel, un'idea luminosa per un investimento sicuro. Almeno fino a quando ci saranno clienti come l'università. Fate partire la sigla!

28 dicembre 2006

La mia cameriera preferita

erika tascedda
Ti faresti servire una birra al tavolo da una cameriera come questa? Io sì. E rilancio: da ieri Erika Tascedda - 31 anni, un metro e 55 di altezza per 75 chili di peso, insomma la ragazza nella foto qui sopra - è la mia cameriera preferita. I motivi sono due: primo perché ha lasciato la sua casa di Barisardo per venire in Trentino a lavorare ma quando nell'albergo di Canazei dove l'attendevano le hanno detto che è brutta e grassa e quindi l'avrebbero fatta lavorare ai piani (altro che al pub, dove ci sono i giovani!) ha alzato i tacchi e se n'è tornata sull'isola senza sentir ragioni. Sembra facile, ma bisogna avere le palle. Secondo motivo - e molto più importante - perché prima di salire sul traghetto si è ricordata di prendere il telefono e chiamare il mio giornale (e solo quello) per raccontare la sua storia. Questo fa di Erika - senza alcun dubbio - la mia cameriera preferita.
Come lei ce ne fu un'altra - era il gennaio del 2000 - che venne rispedita a casa (in Puglia) da un albergatore trentino perché era troppo bassa. Ma quella - Maria, 35 anni e un metro e mezzo d'altezza - scelse di chiamare un altro giornale troncando per sempre ogni rapporto.

Due cameriere respinte dal datore di lavoro perché brutte, grasse, basse e via dicendo nel giro di sette anni. Mi paiono pochine. Dove sono tutte le giovani scartate dal barista o dall'albergatore in sede di colloquio come se fossero a un provino per un film di Tinto Brass? Fate sentire la vostra voce! E finiamola - cari esercenti - con quei locali tristi affollati di uomini allupati con la cameriera figa che si muove tra i tavoli. Altro che bellezza, per servire una birra al pub un sorriso è più che sufficiente.

27 dicembre 2006

Nuovo cucciolo per Mathias: auuu!

Promessa mantenuta: in Primiero ora c'è un nuovo lupacchiotto. Se non avete letto la storia di Mathias e del suo cane ucciso a fucilate dai cacciatori potete dare un'occhiata qui, se volete saperne di più sui cani da pastore cecoslovacchi potete consultare questo sito, ma la vera storia da approfondire - a questo punto - è quella di una famiglia che ha lasciato la laguna veneta per trasferirsi in un maso a 1.000 metri di quota, vicino a San Martino di Castrozza, e mettere su un maneggio dove l'aria è più pulita e il tempo scorre più lento. E' la storia dei Marinoni. Eccoli tutti assieme in questa foto scattata da Valentina Degiampietro: Laura e Massimo con il figlio Mathias. A guardarli sembrano tre indiani e raccontano che vicino al loro maso (da ieri maso dei lupi) i caprioli li guardano con fiducia dai prati, senza scappare. Chissà se avevano calcolato che lassù fra le Dolomiti - a rompere la quiete - sarebbe arrivato in un pomeriggio di novembre un viso pallido armato di fucile.

26 dicembre 2006

Lo scoop di Natale

Attenzione, attenzione! Ho trovato questo lancio di agenzia che vi sottopongo immediatamente:


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B FIN S0A S31 QLWF

+++VIRUS SANTA CLAUS COLPISCE ISTITUTI DI CREDITO+++

(ANSIA) - MILANO, 26 dic - Una nuova forma di virus informatico - denominato Santa Claus - sta mettendo in ginocchio gli istituti di credito del mondo occidentale. L'infezione si è diffusa nei sistemi di elaborazione dati delle principali banche nella notte del 25 dicembre e secondo i primi accertamenti avrebbe avuto effetti devastanti sui conti correnti e sui depositi titoli di valore superiore al milione di dollari, con un effetto redistributivo della ricchezza a favore dei conti correnti più poveri o addirittura in rosso. Nella serata di ieri il virus - che si manifesta solo a lavoro concluso con la comparsa del volto sorridente di Babbo Natale sui terminali della banca infettata - si stava diffondendo a livello mondiale provocando un taglio dei patrimoni più cospicui dei paesi industrializzati che venivano indirizzati verso i correntisti dei paesi in via di sviluppo. Secondo una prima stima della Bce il virus Santa Claus nel giro di poche ore avrebbe provocato una radicale modificazione del rapporto che vedeva - prima della notte di Natale - il 20 per cento degli individui possedere l'80 per cento delle ricchezze. Contro il virus non esiste per il momento alcuna soluzione.

YWH
26-DIC-06 10:32 NMMN

23 dicembre 2006

Buon Natale!

io (con le scarpe camper) e Pino

Sai dov'è l'isola di Gorm?

Per fortuna non ho un figlio fra i quattro e i sette anni, altrimenti sarei nei guai. Guai seri, a giudicare da una scena a cui ho assistito ieri in un negozio di giocatoli:

-Scusi ce li ha i Gormiti?
-No, esauriti.

Io i Gormiti, non avendo un figlio fra i quattro e i sette anni, non sapevo nemmeno cosa fossero ma l'ho imparato da quel signore che ieri nel negozio mi è parso alquanto disperato: sono una banda di mostriciattoli che si contendono il dominio dell'Isola di Gorm. Ah, gli ho detto, e cos'hanno di speciale? Vallo a sapere - ha risposto - mio figlio ne va pazzo e se babbo natale non glieli porta non so cosa succede.

I babbo natale di una volta avevano la vita ben più facile: se non indovinavano il regalo la colpa era del bambino che - poverino - non era stato buono abbastanza e si doveva, quindi, accontentare. Ma a giudicare da quello che ho visto su Ebay (Gormiti venduti all'asta da bagarini senza scrupoli pronti a "strozzare" i babbo natale disperati perché non trovano l'Isola di Gorm) i tempi sono cambiati. Una volta c'era il rischio di trovare sotto l'albero una manciata di carbone. Ma forse sbaglio, quella era la befana. Non voglio comunque essere presuntuoso, ne riparliamo tra qualche anno quando anch'io mi scoprirò al 23 dicembre a chiedere al negoziante "scusi ce li ha i Gormiti?". O chi per loro.

22 dicembre 2006

Sono un grande inquinatore

immondiziaGuardo un servizio televisivo e salto giù dal divano: parlano di me. Le immagini non lasciano spazio al dubbio, sono io il protagonista di questa notizia, dedicata ai grandi inquinatori che - udite, udite - producono ogni anno una tonnellata di rifiuti non riciclabili, pericolosissimi (lo so benissimo) e soprattutto tremendamente puzzolenti. Spiega - la televisione - che il Comune per smaltire la mia tonnellata - e quelle di molti altri - deve spendere un sacco di soldi.
Una tonnellata, insomma mille chili, mi pare tanto. Così decido di verificare e chiedo a Gretel se - per favore - mi porta l'ultimo carico, quello che devo ancora far sparire, compito mio perché sempre a me toccano i lavori sporchi. Lei va di là in terrazza e torna un po' stupita con una sporta piena di pannolini, cacca e pipì, cioè il prodotto giornaliero del piccolo playboy. Vincendo l'istinto che mi farebbe scappare via prendo in mano il carico e lo metto sulla bilancia: 3 chili e 3 etti. In un anno fanno più di 1.200 chili: non ditelo al sindaco, per favore, ma noi siamo addirittura sopra la media. Il ragazzo è dotato, non vedo l'ora che impari a far da solo per accompagnarlo verso una brillante carriera di recensore di wc. Il prossimo bambino, però, userà i pannolini lavabili in lavatrice: risparmierà il Comune (per lo smaltimento della nostra tonnellata) e risparmieremo anche noi sull'acquisto dei ricambi.
Ma non è finita, manca tutto il trattato sull'arte del cambio: chi, come, dove e quando. Prima di me l'ha descritta (benissimo) Alessandro Baricco, gli interessati possono continuare la lettura qui.

21 dicembre 2006

Trento, un passo da Trieste

mappa trento e triesteL'hanno fatto di nuovo. Questa volta è toccato ad un Tg: hanno dato la notizia che Siena è la città italiana dove la qualità della vita è più alta, al secondo posto Trento, peccato fosse Trieste ma è lo stesso, tanto è uguale. E non è la prima volta. Notizia d'agenzia: arresti a Trento, poi si scopre che era Trieste, ma è inutile fare i difficili su questi dettagli. Mi spiegano che da una certa latitudine dell'Italia in giù (mica tanto in giù, basta andare sotto il Po) le due città assumono un'identità unica, colpa anche delle vie, dei corsi, delle piazze e dei viali intitolati a Trento e Trieste. Vicoli no, perbacco, era una vittoria. Era il 3 novembre del 1918 (da cui il nome corso 3 novembre) quando le truppe italiane entrarono a Trento e Trieste. Appunto: a Trento e (311 chilometri più a est) a Trieste.

20 dicembre 2006

Quiz/1: indovina l'auto

auto in sostaCaro lettore di questo blog, sperimentiamo oggi una forma di intrattenimento e di comunicazione nuova e molto originale: il quiz. Cominciamo quindi con una domanda facile, del valore di pochi milioni di euro. Guarda la foto qui sopra e dimmi: quale di queste auto in sosta non attende il proprietario che sta visitando il mercatino di Natale? Fate partire il cronometro: tic, tac, tic, tac... Come dici scusa? L'auto rossa, targata Slovacchia, marca Lada, di fabbricazione sovietica con il portabagagli sul tetto? Risposta e-satta! Complimenti. Ma ti dirò di più: quella non è nemmeno un'auto, quella è una casa. I proprietari vi fanno rientro la sera, affettano un po' di salame sul tavolo del soggiorno (il cofano), ripongono le proprie cose nell'armadio (il bagagliaio) e infine si ritirano in camera da letto (i sedili posteriori). Tutto questo fino a qualche giorno fa, ora è più freddo e non li ho visti più. Molto bene, ti sei aggiudicato alcuni milioni di euro che potrai spendere in regali di Natale. Fate partire la sigla!

19 dicembre 2006

Ok, il prezzo è giusto/2

Non so se vi è mai capitato di chiedere aiuto a qualcuno e poi - quasi per educazione, perché è ovvio che il denaro non c'entra ma non si sa mai - domandargli ingenuamente e già con la mente altrove: quant'è? In genere le risposte possibili sono due: c'è chi dice che non se ne parla nemmeno, di non provarci neanche a tirare fuori i soldi e c'è chi invece la spara troppo grossa, chiedendo magari 500 oppure 1.000 euro, come per farvi capire che il suo aiuto è stato così prezioso da essere impagabile e quindi... gratis. La terza ipotesi, quella che vi presentino il conto per una quisquilia del genere, non la prendete nemmeno in considerazione.
Da quando per un piatto di natale mi hanno chiesto 220 euro, su queste cose ci vado cauto e sto attento a non fare brutte figure. Ma quando l'altro giorno il meccanico voleva 25 euro per quattro (4) bulloni da mettere sulle ruote credevo di avere tutto il diritto di rispondere: "Facciamo 250 e non se ne parla più!". Lui però si è fatto serio, ha abbassato gli occhi (perché sa cosa vuol dire "arrivare a fine mese", proprio come noi) e ha ribadito quasi scusandosi: "No, no... sono proprio 25 euro". Allora, in quel preciso istante, è stato finalmente tutto chiaro: ecco perché il giorno prima avevo ritrovato l'auto nel parcheggio, proprio dove l'avevo lasciata, ma con quei quattro buchi, uno per ruota, dove fino a poche ore prima c'erano stati i miei (ex) bulloni.

17 dicembre 2006

Guarda la Lamborghini... crash!

lamborghinigallardo
Ci hanno raccontato che con la Lamborghini Gallardo gli agenti della stradale hanno inseguito e bloccato la Ferrari di un tedesco che correva a 300 all'ora sull'Autobrennero. Certo, con i loro 500 cavalli i due bolidi della polizia stradale filano a 315 all'ora. Quello che però non ci hanno detto è che quando passano le Lamborghini (due auto che la casa automobilistica ha regalato alla polizia italiana, nei giorni scorsi in servizio in Trentino) aumentano le code e i tamponamenti perché i turisti si distraggono a guardarle. Oppure che - larga com'è, quasi 2 metri, con due specchietti laterali enormi - la Gallardo sulla stretta corsia d'emergenza della A22 non ci passa. Nemmeno, guarda un po', in caso di emergenza.

WC/3 Il bagno oscuro

All'apparenza il bagno tenebroso è di una categoria superiore. Tu devi solo aprire la porta e poi pensa a tutto lui: appena metti piede all'interno la luce si accende, infili le mani sotto l'acqua e il rubinetto si apre, sfiori il distributore del sapone e ti ritrovi nelle mani la dose giusta di detergente, ti avvicini all'asciugatore e subito la ventola si mette in moto e infine sai già - per esperienza - che appena avrai finito e ti rialzerai dalla sella sentirai, come per miracolo, attivarsi lo sciacquone. E' bello sapere che potrai far tutto senza toccare niente. Ma.
Il "ma" lo scopri quando ormai sei impegnato nell'attività che si fa in bagno e all'improvviso ti ritrovi al buio. Allora, confidando nelle nuove tecnologie, cominci, restando seduto, a muovere le braccia con ampi gesti sopra di te sperando di intercettare il raggio di azione di una fotocellula. Niente. Tenti di allungare un piede sperando che il movimento risvegli quell'interruttore maledetto. Niente. Passano i secondi e ti rendi conto che - viziato dalle comodità - non hai osservato l'ambiente in cui ti trovi: non sai dov'è la carta igienica, non sai dov'è lo sciacquone, non sai dov'è lo spazzolone e quel raggio di luce flebile che da sotto la porta ora raggiunge le tue pupille dilatate certo non ti basterà per tirarti fuori dai guai. Allora - in un mondo oscuro dove ogni suono ti appare amplificato - procedi a tentoni come un cieco. E scopri di odiare il titolare del locale (dove sai già che non metterai più piede) perché quel buio improvviso e irrimediabileche scatta dopo due minuti appena è il suo modo per dimostrarti che lì dentro (nel bagno) non sei il benvenuto.

16 dicembre 2006

Buon natale cagoni!


Rovereto, centro storico, una signora porta a spasso il cane che fa la cacca davanti ad un negozio.

Negoziante: scusi signora, ha visto cosa ha fatto il suo cane? Potrebbe pulire?
Signora: ma lei chi è, brutto stronzo?

Rovereto, centro storico, qualche tempo dopo: la signora passeggia con il suo cane spinone che, dimostrandosi molto abitudinario, fa la cacca davanti allo stesso negozio. La signora a questo punto raccoglie gli escrementi e li spalma sulla porta del negozio.

Sarebbe finita lì se all'interno non ci fosse stata una telecamera in funzione puntata proprio verso la porta.

Sarebbe finita lì se la signora non fosse stata la moglie di un assessore comunale, già candidata alle elezioni europee un paio di anni fa.

Sarebbe finita lì se il commerciante non fosse uno con le palle che è filato dritto verso la caserma dei carabinieri con il video.

E quindi non è finita lì: oggi la storia è su tutti i giornali locali e girano biglietti di auguri come quello che vedete in questa foto.

Perché quanto ti ritrovi una merda di fronte al negozio e ti danno pure dello stronzo non può finire lì.

Cinque gomme al metro


Quante sono? Tante. C'è chi fa i soldi a venderle e c'è chi fa i soldi (i nostri, quelli delle casse comunali) a toglierle dalle strade. Fateci caso quando camminate fuori dal palazzo: basta abbassare gli occhi e cominciare a contarle. Fa impressione.

15 dicembre 2006

Uomo delle foglie, dove sei?

scarpe camper pelotas tra le foglie
Non vorrei che l'uomo delle foglie se la fosse presa per quello che ho scritto l'anno scorso e per quella foto che gli scattai a tradimento. Ma il punto è che da quel giorno non l'abbiamo visto più e le foglie sono ancora tutte qui, fuori dal palazzo. Ma noi siamo gente ottimista, non ce la prendiamo, così questa mattina con il mio piccolo playboy siamo usciti dal palazzo e abbiamo camminato nelle foglie secche avanti e indietro - crash, crash - facendo finta di essere in un parco di New York. Eravamo felici - frush, frush - finché ci siamo accorti che sotto le foglie c'era la sorpresa. E ci siamo rimasti un po' male: mai fidarsi delle apparenze. Volevamo pulirci le scarpe alla fontana ma c'era il gelo e gli operai del Comune avevano chiuso l'acqua. Così per la prima volta da quella mattina ho pensato: uomo delle foglie, dove sei?

14 dicembre 2006

La ferrovia più sicura del mondo

scarpe camper sulla ferrovia del BrenneroErano anni che volevo farmi un giro da queste parti. Dai tempi delle medie, quando ci venivo con il mio amico T perché era la strada più breve per tornare a casa dopo la scuola. A modo suo il vecchio T, sebbene incompreso, era un piccolo scienziato: camminando lungo la nostra scorciatoria sosteneva che 100 lire piazzate sui binari prima dell'arrivo del treno diventavano, sotto le ruote, piatte come un foglio di alluminio e larghe come un fondo di bottiglia. Erano anni in cui 100 lire valevano qualcosa, almeno nella tasca di un bambino, ma ugualmente lui un pomeriggio decise di giocarsele in nome della Scienza: le piazzó con cura al centro della rotaia, segnò il punto esatto con un bastoncino e poi mi trascinò dietro un cespuglio mentre fischiando arrivava il treno merci.
Cercammo per ore quella moneta tra i sassi della massicciata, invano. Disse che 100 lire erano troppo piccole, bisognava provare con qualcosa di più grosso. Ci siamo trovati in disaccordo e poi persi di vista.
Dopo tanto tempo, qui, sui binari della ferrovia del Brennero, non ho speranze di trovare i soldi del mio vecchio amico T, ma è il momento giusto per dare un'occhiata in giro: dopo il disastro di Avio è tutto fermo, i passeggeri viaggiano in autobus, non passa neanche un treno.
Dicono che è la linea più sicura delle ferrovie italiane, una tratta su cui si viaggia come nelle pubblicità, dove tutti sorridono a bordo di treni veloci, sicuri e puntuali. Un viaggio che vale il prezzo del biglietto. Di certo so una cosa: oggi, mentre la percorro a piedi, la linea del Brennero è la più sicura al mondo. Domani non lo so, ma cento 100 lire non me le giocherei.

13 dicembre 2006

Il disastro ferroviario

Lo so, no c'entra nulla, ma il giorno che la linea del Brennero è bloccata per un disastro ferroviario vicino ad Avio (due morti) non resisto e pubblico questa foto. Che cos'è? E' il banco di manovra della stazione ferroviaria di Trento, proprio sulla linea del Brennero. Sapete quando l'hanno costruito? Nel 1942, cioè più di sessant'anni fa ed è tutt'ora in funzione: per deviare i treni da un binario all'altro i ferrovieri devono tirare quelle leve rosse e blu, proprio come facevano i loro antenati. Il computer se lo scordano. Lì sotto, da qualche parte, c'è la targhetta con il fascio littorio e la data di fabbricazione. Con l'incidente non c'entra nulla, lo so, ma bisogna pur sapere che su questa linea i capistazione utilizzano ancora attrezzature costruite durante l'era fascista. E già parlano di errore umano.

La notte di Santa Lucia

Era una notte come questa, di tanti anni fa e io tentai - forse per l'ultima volta - di stare sveglio fino al mattino per tenere d'occhio il bicchiere di latte, i biscotti e il piattino con il sale che avrebbe mangiato l'asinello. Decidemmo, quella notte, che ci saremmo dati il cambio, io e mio fratello, per non farci scappare il momento esatto in cui lei - Santa Lucia - sarebbe arrivata, passando chissà come dalla finestra chiusa del soggiorno. Ma al mattino ci svegliammo nei nostri letti, come sempre, per correre di là e scoprire che il bicchiere era vuoto, il piattino pure e al posto del sale c'era una cesta di dolci e regali.
Ora non faccio più fatica a stare sveglio fino all'alba e quel piattino è lì fuori in terrazza. C'è il bicchiere di latte, due mandarini e un paio di biscotti. Ma il sale - io mi domando - il sale: che ne devo fare di quella manciata di sale grosso io che mi son scordato l'asinello? Lo so, sono nuovo del mestiere, è la mia prima volta e mi manca un po' di esperienza. Il prossimo anno, giuro, non mi farò trovare impreparato.

Gli hanno ammazzato il cane

Premesso che non sono mai stato un grande appassionato di cani (alcuni, anzi, mi fanno un po' paura) questa storia mi ha colpito. C'è un ragazzino di undici anni che vive in un maso del Primiero con la famiglia e due settimane fa ha perso il cane. Per essere precisi gliel'hanno ucciso i cacciatori, sparandogli una fucilata da tre metri con una pallottola grande abbastanza da ammazzare un cervo. Erano in due e sono fuggiti lasciando il cane a terra: si chiamava Zampa ed era un cucciolo di cane lupo cecoslovacco, una razza ottenuta dall'incrocio fra il pastore tedesco e il lupo vero. Se i carabinieri dovessero un giorno beccarli si giustificheranno dicendo che pensavano fosse un lupo. O forse un orso.... chissà...
E' una storia così triste che persino i cacciatori (ma non quelli della fucilata, l'associazione) hanno chiesto scusa con una lettera inviata a Mathias (il ragazzino) e ai suoi genitori. Poteva finire qui se non fosse stato per una trentina, Valentina Degiampietro, che ha rilanciato la notizia dell'uccisione di Zampa su un sito internet dove si incontrano gli appassionati di clc (cani lupo cecoslovacchi). Ne hanno parlato a lungo in un forum dove ci sono quasi duecento messaggi provenienti da varie parti d'Italia, ma io ve la faccio breve: il 23 dicembre si troveranno tutti a Fiera di Primiero per una passeggiata di protesta con tanti cani come Zampa e soprattutto un cucciolo nuovo, della stessa razza, che regaleranno a Mathias.

12 dicembre 2006

Tutti nudi nella sauna

Cari lettori di questo blog, preparatevi alla svolta a luci rosse che sto meditando per strizzare l'occhio al pubblico. Come tutti voi sapete qui sotto a destra, in fondo alla colonna, c'è un bottone che dà accesso alle statistiche di lettura di fuoridalpalazzo. Ebbene, cliccando lì sopra (fatelo anche voi, l'accesso è libero) ho scoperto che c'è chi è arrivato a queste pagine partendo da un motore di ricerca. E' probabile, mi son detto, forse gente che cercava parole tipo Trento, Trentino, oppure chissà - Costeriana - come un navigatore notturno che voleva informazioni su questa conifera ed è finito a leggersi la storia di Pino, il mio albero di Natale. E invece mi sbagliavo perché tra le chiavi d'accesso alle mie pagine ecco spuntare le richieste più impensate: "scopare alle terme", oppure "acquarena nudi" e ancora "nudi alle terme" e cose del genere. Tutta colpa di un innocuo articoletto che scrissi nel febbraio scorso (e che avevo quasi dimenticato) sulla fuga dei trentini in Alto Adige per godersi senza pudore sauna e bagno turco. Così - per accontentare uno che è venuto a sfogliare queste pagine illudendosi di trovare qualche emozione hard - ecco almeno questa foto. Ma una cosa la voglio dire chiaramente: comunque la pensi Google io le parole "scopare alle terme" non le ho mai scritte. Almeno credo. Ora controllo...

11 dicembre 2006

Amore mio bon viaz!

amore mio bon viazAhi, come vorrei essere io il destinatario di quel messaggio dipinto con la vernice bianca sul muro di un tornante e che augura al passante: ciao amore mio bon viaz! Vorrei fosse per me, quella scritta, per due motivi almeno. Primo perché (quasi) mi commuove l'idea che una persona possa calcolare, lungo il percorso del mio viaggio, il punto giusto in cui salutarmi, scegliere un luogo ben visibile e poi - con un pennello in mano, facendo attenzione alle automobili che potrebbero arrivare - mettersi a dipingere queste venti lettere (ciao amore mio bon viaz) facendo attenzione che il colore non coli fino a terra.
Ma il vero motivo è il secondo, il fatto cioè che quella scritta sarà lì da dieci o vent'anni, rinnovata ogni tanto con una mano di vernice fresca, prova che quell'amore non si è indebolito mai, nemmeno per quel viaggio (viaz) che non deve essere sempre facile, su e giù da un passo dolomitico come è il San Pellegrino, anche d'inverno, su quell'asfalto tutto crepe che viene rimesso in sesto solo quando passano i corridori in bicicletta.
Non so perché, dentro di me, contro ogni razionalità e contro il parere di tutti quelli a cui l'ho confidato, sono convinto di sapere chi ha scritto quel messaggio: ìo dico che è una donna. Mi spiegano che le donne non vanno in giro di notte (perché certo è di notte che è stata dipinta quella scritta) armate di pennello. E io rispondo che non vedo l'uomo che potrebbe aver scritto "amore mio", queste due parole unite che anche l'uomo più innamorato fa fatica a pronunciare in pubblico, figuriamoci a metterle per iscritto.
Su questo non ho dubbi: l'ha fatto una donna, complimenti, bell'impresa, peccato solo che "ciao amore mio bon viaz" sia lì per qualcun altro che magari non apprezza a sufficienza.
Ma se di quella scritta non posso essere il destinatario mi resta la consolazione di poter esserne il mittente. Mi basterà mettere la sveglia questa notte, uscire senza far rumore, raccogliere il secchio di vernice, trovare il posto giusto, prendere le misure per non arrivare lungo, corto o peggio obliquo e infine mettermi all'opera. E se non avrò coraggio a sufficienza invece di una strada sceglierò un muro sotto casa o - se proprio mi scoprirò codardo - un bigliettino di carta da piegare e infilare sotto il tergicristallo della sua auto. Ma intanto mi esercito qui, sul blog, dove è più semplice e immediato scrivere: ciao amore mio bon viaz!

10 dicembre 2006

Caro turista, tu arrivi io fuggo

Caro turista, sì proprio tu che in questi giorni di festa hai scelto di visitare Trento e dintorni, mi scuserai se oggi non sono in città per accoglierti come meriteresti ma, assieme a molti altri trentini, ho scelto di passare questo fine settimana lontano dal centro alla ricerca di un po' di tranquillità.
Innanzitutto complimenti per la preferenza che ci hai accordato: la città che ti sei posto come meta vale l'investimento di una giornata almeno. Ma lascia che ti racconti com'è davvero Trento (o piuttosto come non è) dato che la tua conoscenza avverrà in condizioni un po' particolari. Lascia che ti dica, caro turista, che noi in genere non siamo un gigantesco campeggio con tremila camper in giro per le strade, come forse hai visto oggi prima di lasciarti trasportare dal fiume di persone dirette verso il centro storico. E non siamo nemmeno un'immensa area di sosta per pullman variopinti con annesso luna park. E poi le bancarelle: chissà se sei riuscito ad alzare lo sguardo oltre la barriera di tendoni e appendiabiti con i pantaloni militari e le mutande appese, per ammirare gli affreschi di piazza Duomo e via Belenzani. Non ce l'hai fatta? Allora te lo dico io: sono splendidi, come tutto il centro storico dove i palazzi sono ristrutturati a nuovo e l'arredo urbano è stato completamente rifatto. E´ un vero peccato che tu oggi, giorno di mercato (ops fiera) non te ne sia accorto.
Ti dirò, non siamo una città famosa nel mondo per i suoi caffè e ristoranti ma, in tempi normali, potresti sederti sui tavolini di piazza Duomo e goderti il panorama, oppure entrare in una delle nostre birrerie e gustare un piatto tradizionale. Come dici? C'era la coda fin dietro l'angolo e hai dovuto rinunciare? Non ti hanno fatto andare nemmeno al gabinetto? Capisco, certo anche tu potevi scegliere un momento migliore: questo è il week end del grande assalto, con la fiera di Santa Lucia e il mercatino di Natale tutto in un giorno. Ieri, figurati un po', c'era anche il mercatino delle pulci. Per questo ti hanno fatto parcheggiare l'auto lontano dal centro, per questo lungo le vie del Giro al Sass ti sei ritrovato intrappolato in una grande folla dove c'erano anche persone vestite come se fossero in alta quota, per questo nelle piazze risparmiate dalle bancarelle hai trovato vecchi furgoni e sacchi di immondizia, per questo le vetrine dei negozi non le hai viste coperte com'erano dai venditori ambulanti.
Mi scuso a nome della città, mio caro turista, se cercando prodotti locali ti sei imbattuto in specialità siciliane (che sono buonissime ma forse non erano lo scopo della tua visita) oppure carabattole made in China. Mi auguro che qualcuno ti abbia ricordato di fare un giro attraverso gli spettacolari saloni del Castello del Buonconsiglio e le sue mostre, oppure una visita alla Cattedrale o ancora una fermata a Rovereto per visitare il Mart dove so che ti aspettano: visto che ti sei fatto tanti chilometri per arrivare fin quassù e vedere il mercatino di Natale sarebbe veramente un peccato non approfittarne e portare a casa qualche ricordo in più.
Come dici? E` troppo faticoso, ti fanno male i piedi, i tuoi figli sono stufi e piangono da un'ora, hai il portafoglio mezzo vuoto e non vedi l'ora di salire sul pullman per tornare a casa? Non dirlo a me che in vista dell'assalto son fuggito, ma accetta i miei consigli: se quello che hai visto ti è piaciuto buon per te, a volte anche la folla e i palloncini colorati bastano a mettere allegria; ma se invece sei deluso, ti senti preso in giro e mediti di non rimettere mai più piede a Trento allora pensaci un attimo e torna quando tutto questo sarà passato. Sappiamo fare meglio. Troverai una città dove scattare belle fotografie in santa pace, rifugiarti in un ristorante dai tavoloni di legno, prendere l'auto e guardare il panorama dalle montagne per poi andare in una vecchia cantina ad acquistare il vino. Pensaci un attimo, ci rivediamo dopo la befana.

09 dicembre 2006

Cronisti d'assalto


Crociate contro il fumo, dissacramento della cultura, sesso nei musei d'arte moderna: ecco le frontiere del (video) giornalismo d'inchiesta. Andate a vedere che combinano Agostino e Silvia al Mart.

Ora è (veramente) arrivata!


1.200 metri di quota: la neve c'è. Che ci faccio in giro? Devo sfruttare il mio Suv.

08 dicembre 2006

E' arrivata!

scarpe camper nella neve
La neve c'è! Peccato solo che per trovarla bisogna salire a 2.000 metri di quota e che la situazione vera sia questa. Ma c'è sempre qualcuno che riesce a divertirsi come queste due bambine fotografate a passo San Pellegrino (Trentino) oggi alle 16 e 30 quando il termometro segnava 2 gradi e il terreno era pieno d'acqua come una spugna. Che nostalgia del novembre 2005 quando si potevano scrivere storie così.

07 dicembre 2006

Il paradiso di carta

giornali hotel città BolzanoHo scoperto il paradiso dei lettori di giornali. Lì dentro - nel bar dell'Hotel Città a Bolzano - non avrai bisogno di sbirciare la prima pagina oltre la spalla del vicino. Non ti ritroverai ad attendere il tuo turno mentre un vecchietto legge le previsioni del tempo seguendo le righe con il dito. Non dividerai il tuo tabloid per leggerlo con il compagno di tavolo, un po' per uno. No, all'Hotel Città - poco dopo l'ingresso - ti imbatti in una fila sterminata di stecche di legno che tengono insieme i quotidiani del giorno. Li guardi e pensi: "Madonna quanti sono...". Sembrano venti, trenta, forse quaranta. Allora ti prendi lo sfizio di contarli e resti secco: settanta.
giornali hotel città BolzanoVuoi leggere le notizie della città? Ecco l'Alto Adige. Anzi dieci. Le vuoi leggere in tedesco? Prendi il Dolomiten. Ti piace la Repubblica? C'è. Il Corriere della Sera? Presente. Il Giornale? Eccolo là. Le Monde? Oui. The Times? Yes. Die Zeit? Ja. Conosci il giapponese o il russo? C'è un giornale anche per te. Li hanno tutti: dall'Arena di Verona al Messaggero, dal Gazzettino al Resto del Carlino, compreso Libero di cui c'è grande abbondanza perché a Bolzano va così.
Francesco D'Onofrio - proprio lui, il titolare napoletano che si è inventato l'acqua di Bolzano, cioè quella che sgorga dal rubinetto ma col marchio sembra più buona - spende ogni anno varie migliaia di euro per dare da leggere ai suoi clienti, ma non ti metterà fretta quando berrai il caffè informandoti sul mondo. Lì dentro, sfogliando decine di pagine ogni giorno, facendo finta di essere a Vienna, dimenticandoti del mercatino di Natale che c'è fuori dalle vetrine, non sentirai certo nostalgia del Bar Sport, dove sul frigorifero dei gelati sono distesi due giornali: uno di oggi e l'altro di ieri.

06 dicembre 2006

WC/2 Dove (rip)osano le aquile

aquila provincia Entra nel palazzo della Provincia, spingi la pesante porta che dà su piazza Dante, saluta l'usciere che - per contratto - dice buongiorno a tutti quelli che entrano nel tempio dell'autonomia trentina, resisti di fronte alla tentazione del bar a prezzi agevolati e sali verso il bagno presidenziale dove purtroppo non arriverai mai.
Esatto, nel bagno presidenziale, nella prestigiosa ala Paor di quel palazzo, tu non ci puoi arrivare. Da una parte troverai una porta blindata con un campanello da suonare mentre la telecamera ti osserva. Ma tu non ti arrenderai: scenderai al piano terra, infilerai l'ascensore, salirai ancora al secondo piano e quando l'ascensore si aprirà - ad un passo dalla meta - troverai l'usciere (un altro) che ti saluterà e ti chiederà: desidera? Allora capirai che qui non siamo al ministero, dove il bagno dei giudici è alla portata di chiunque e ti rassegnerai a servirti di un bagno plebeo, ma non troppo.
scopinoLì, nel tuo bagno al primo piano goditi comunque la cura dei dettagli: appendi la giacca sull'attaccapanni cromato, osserva il disegno dello scopino del wc, siediti e finalmente guarda quell'aquila proprio davanti ai tuoi occhi che - anche da lì - fa capolino sull'interruttore della luce per ricordarti dove sei. Ammettilo: non ti è mai capitato di trovare una placchetta elettrica personalizzata con il colore e lo stemma del padrone di casa, vero? Ma tanta cura risulta vana se assieme a te qualcun altro all'improvviso si precipita dove (rip)osano le aquile. E' allora che senti il rumore di tacchi che si avvicina nel corridoio, la porta che si apre, una cerniera lampo che si abbassa e tutto ciò che segue, chiaro e distinto come se fosse a pochi centimetri da te. Quindi trattieni il tuo respiro (mentre quasi puoi contare i battiti del cuore del tuo vicino/a), alzi la testa per capire che succede e con orrore ti rendi conto che nel bagno del palazzo al di là di una grata di plastica nera si sono dimenticati di farci il tetto. Te ne vai sdegnato, senza dimenticare di attendere qualche istante sul corridoio - fingendo una chiamata con il telefonino cellulare - per vedere se il/la collega del bagno accanto era proprio come te l'eri immaginato.

05 dicembre 2006

Ok, il prezzo è giusto

C'è un negozio, in città, dove io non posso più entrare. Anzi due, ma andiamo con ordine. Tutto cominciò quattro anni fa quando mi spedirono a comprare un piatto natalizio da collezione: un Royal Copenhagen, mi pare si chiamasse. Così entrai nel negozio, con un biglietto in mano, come i bambini, e dissi: "Un Royal Copenhagen di Natale, per favore".
"Che anno signore?".
"Duemila, grazie" risposi, perché mi avevano istruito bene.
"Benissimo signore" disse lui, con l'aria di chi pensa "lei si che è un intenditore".
Quel piatto era esposto su una parete, assieme a tutti gli altri, ma il commesso si precipitò sul retro e trenta secondi dopo tornò con una scatola di cartone e dentro un piatto azzurro. Lo tirò fuori con movimenti da cerimonia, controllò attentamente che non avesse sbeccature, me lo girò un paio di volte sotto il naso con le sue mani svolazzanti e poi mi disse: "Bene così, signore?".
"Certo - dissi - me lo incarti".
Allora lui prese un foglio della sua carta più pregiata e preparò un pacchetto a regola d'arte, senza dimenticare di infilare all'interno il biglietto da visita del negozio. Quindi tagliò due metri di nastro e cominciò a farli montare con la forbice, come se fosse panna, finché si fermo soddisfatto a rimirare il suo capolavoro.
Furono cinque minuti di calvario perché - senza sapere bene quale - capivo che c'era una nota stonata in quel negozio. Probabilmente io.
Con una goccia di sudore che cominciava a colarmi sulla schiena seguii l'uomo alla cassa e chiesi: "Quant'è?".
"Due e venti, signore" mi rispose impettito.
Quante storie, pensai, tirando fuori dalla tasca con sollievo due euro e venti (giusti) che depositai sul banco. Erano due monete in tutto.
"Ehm, signore, duecentoventi" disse lui, spostando gli occhi altrove.
Allora, mentre la goccia diventava una cascata, replicai: "Signore, forse è meglio che chieda istruzioni al committente. Mi tenga il pacchetto mentre faccio una telefonata". Così, con il telefono (muto) in mano, mi precipitai fuori dal negozio. Ecco perché da allora quando cammino in via Oss Mazzurana tengo sempre il lato sinistro della strada.
P.S. La cronaca nera incombe... il secondo negozio più avanti...

04 dicembre 2006

Piaccio alle donne

Signorsì, piaccio alle donne! Dirò di più: le faccio impazzire. E' una scoperta recente, la mia, dell'effetto che ho sul genere femminile ma non posso più ignorare sorrisi, sguardi, complimenti e addirittura baci che ovunque vada mi accompagnano.
Finalmente l'ho capito: alle donne, io, piaccio. E ricambio volentieri. Le preferisco bionde, questo è noto, con i capelli lunghi che si possano accarezzare. Con gli occhi azzurri, anche questo è risaputo, dove mi possa rispecchiare. Ma soprattutto le voglio che sorridano altrimenti tutto il resto è vano.
Piaccio alle donne. Se n'è accorto anche il mio vecchio - mi scuserà se lo chiamo così, ma ormai ha la sua età, la barba incolta e sempre più capelli bianchi - se n'è accorto anche mio padre, dicevamo, che l'altro giorno era con me al giro al Sass a rendersi conto di persona di quante teste (di donna) si giravano affascinate al mio passaggio. Mi sorridono, mi chiamano per nome, senza gelosia l'una con l'altra perché di fronte a un fusto come me sanno che farsi la guerra è inutile, meglio allearsi e dividersi i miei favori. L'altro giorno una si è spinta oltre e ha chiesto il permesso di baciarmi. "Perché no?" ho pensato. E mi sono concesso volentieri, perché io sono un generoso e la vita è bella per quelli come me che alle donne piacciono.
Piaccio alle donne, soprattutto a quelle un po' in là con gli anni, mentre le coetanee o le più giovani – ahimè! - quando mi incontrano ostentano indifferenza. Chissà perché. Ma io sono un maschio di larghe vedute e non disdegno di accompagnare una donna di esperienza che sappia - all'occorrenza - prendersi cura di me con devozione. Poco importa se ha venti, venticinque o anche trent'anni in più dei miei: per me sono perfette, non chiedo altro, siamo moderni, non c'è da scandalizzarsi. E non chiamatele mai vecchie.
Piaccio alle donne, anche alle più belle, anche alle bellissime e se non ci credete guardate la mia ultima conquista che, sebbene mora e con i capelli corti, nel mio curriculum fa una gran bella figura: io e Claudia.

03 dicembre 2006

Il nostro Natale con Pino

Ci siamo comprati l'albero di Natale, quello di legno e non di plastica, e così abbiamo scelto da che parte stare: viva l'albero vero, abbasso quello finto. Non è questione di bellezza e nemmeno di profumo, il fatto è che la pianta vera - anche senza le radici - mantiene una sua personalità, tanto che noi gli abbiamo persino dato un nome: il nostro albero l'abbiamo chiamato - naturalmente - Pino.
Pino è un albero di famiglia asiatica e di cognome fa Nordmann, come il botanico scandinavo che per primo catalogò la specie. I suoi antenati crescevano sui versanti del Caucaso e avevano questa fantastica caratteristica - almeno per chi vuole portarli in casa e appenderci le stelline - di seccarsi lentamente senza lasciar cadere gli aghi. Ma lui, Pino, in realtà è nato in Trentino, su un prato nei dintorni di Sant'Orsola dove venne piantato cinque anni fa. O forse sei: abbiamo contato i cerchi visibili sul tronco e non siamo riusciti a metterci d'accordo.
Tutto è cominciato l'altro giorno quando il vivaista è salito in valle dei Mocheni col camion e si è fatto un giro assieme al proprietario di quel bosco, dove crescono allineati tanti alberelli tondi e perfetti, piantati apposta per finire in salotto il giorno di Natale: «Dammi questo, questo e questo» diceva il vivaista indicandoli col dito. Poi si è fatto un altro giro: «Questo, questo e questo». Infine ci ha pensato su un po' ed ha aggiunto soddisfatto: «Taglia anche quello là». Pino.
L'abbiamo trovato esposto fuori dalle serre dove un signore calvo e occhialuto gli prendeva le misure con un metro flessibile, istruito dalla moglie. Ci siamo guardati e abbiamo deciso che quell'albero, pur morto, andava salvato. Così, approfittando di un attimo di indecisione dell'ometto (distratto da un abete bianco un po' panciuto) ci siamo presi Pino e l'abbiamo caricato in auto impacchettato.
Caro era caro: 32 euro per un albero che resterà con noi un mese non è poco. Fa un euro al giorno, ma è sempre meno di quegli alberi prestigiosi - specie Costeriana - che costano centinaia di euro: «Qualche pazzo che li compra si trova sempre» ci ha confidato il vivaista sottovoce. Gli abeti rossi invece, quelli normali che crescono da soli nei nostri boschi e a dispetto del nome sono verdissimi, costano molto meno: con venti euro o poco più ve li portate a casa, ma il giorno dopo, soprattutto se nel vostro appartamento vi piace stare belli caldi, rischiate di ritrovarvi con il pavimento ricoperto di aghi secchi e l'albero trasformato in uno scheletro spettrale.
Pino no, lui manterrà il suo aspetto fino alla Befana. Garantito. L'abbiamo messo lì vicino al divano, che poi sarebbe il mio posto preferito, ma per un mese fa lo stesso purché tutti siano contenti. Come lui - alberi sacrificati al Natale, ma che senza Natale non sarebbero mai nati - ce ne sono milioni. Sette milioni dicono gli agricoltori italiani che - preoccupati per un calo nelle vendite - invitano a scegliere l'albero di Natale vero. Poiché l'Italia non è un paese dove abbondano le foreste di conifere questi alberelli per la maggior parte arrivano dall'estero, soprattutto dalla Danimarca che per il suo clima freddo ma non troppo sembra sia proprio il posto giusto. Ogni anno c'è chi dice: meglio quelli finti. E altri che aggiungono: inutile tagliare gli alberi, come se avessero i mobili di casa fatti di pietra. Altri più drammatici: sono piante tirate su con i pesticidi, tenetele alla larga. Noi invece guardiamo Pino e diciamo: «Oh che bell'albero!». Già gli siamo affezionati tanto che l'abbiamo messo lontano dalla stufa a legna: un po' perché il tepore lo disturba e un po' perché è un albero muto, ma non stupido. Ci metterebbe poco - vedendo quel fuoco che arde allegro - a capire da dove arriva il caldo, rovinandosi il Natale.

01 dicembre 2006

Le luminarie e la mosca

Le luminarie di Natale accese già nel mese dei morti fanno sempre un po' impressione. Ma non è sul colore blu di quest'anno (che novità!) che mi voglio soffermare, e nemmeno sull'albero di Natale gigante portato con il camion dei trasporti eccezionali. No, non voglio stabilire chi ha ragione tra Bolzano (300 mila euro per illuminarsi a festa) e Riva del Garda (che resterà al buio). Quello che mi sta più a cuore - in questo autunno estivo - è risolvere il problema della mosca, proprio quella che l'altra notte mi ronzava in casa come se fosse agosto. L'ho guardata attentamente e l'ho riconosciuta al volo: era lei, la stessa che avevo risparmiato l'estate scorsa perché, così infreddolita e impedita nei movimenti, poverina, mi aveva fatto pena. Ora che è inverno mi toglie il sonno ronzando vivace sopra il (bzzz!) letto mentre io cerco di dormire. Ecco cosa succede ad essere troppo buoni.
Se la mia mosca sente uno spiffero invernale (dico "mia" perché ormai l'ho addomesticata e ci facciamo compagnia) mi atterra un attimo sul naso, appena un secondo, quanto basta per riscaldarsi e volare via di nuovo. Poi torna il silenzio e io sto lì al buio, immobile, con l'orecchio teso per intercettare ogni suo movimento. Ad un certo punto dico: “Ma dove si sarà cacciata?”. Mi illudo che si sia assopita e proprio in quel momento lei (bzzzz!) ricomincia. Potrei togliermi il fastidio con la forza, usando uno di quei libri che tengo sempre sul comodino, oppure un vecchio giornale ripiegato, ma non ne ho il coraggio perché ancora non mi abbandona il senso di colpa che mi prese quella volta che sterminai una colonia di formiche. Allora lascio che la mia mosca mi tenga sveglio e con gli occhi sbarrati nel buio penso: non ci sarà mica una relazione tra tutte queste luci accese e il caldo strano che tiene il mio piccolo insetto arzillo fino alle feste di Natale?

30 novembre 2006

Fuori dalla... torre!

Chiusa al pubblico da secoli, come si conviene a una (ex) prigione la torre civica di Trento sarà accessibile per la prima volta ai cittadini dopo il restauro che il Comune si avvia a progettare. Ne parleremo nel 2010. Nel frattempo, se volete sapere com'è lassù, potete dare un'occhiata qui alle foto ufficiali che il fotografo del Trentino ha scattato ieri. Ma salendo sulla torre medievale (43 metri d'altezza sopra piazza Duomo, ci si arriva passando attraverso una piccola botola) ci siamo resi conto che il progetto darà fastidio a qualche persona molto in vista. Ad esempio al signore che talvolta fa colazione qui (imprenditore che preferisce non essere nominato), oppure alla signora che nei giorni di bel tempo prende il sole qui, ma anche al signore che trascorre qui le serate estive e alla signora che esercita il suo pollice verde quassù, per non parlare della famiglia che riceve qui i suoi ospiti o di quella che vive quassù. Si tranquillizzino questi signori: lassù in alto, a turbare la loro privacy sui tetti più cari della città, arriveranno solo piccoli gruppi di 5 persone al massimo, di più non è possibile farne salire sulle strette scale in legno che si arrampicano dentro la torre.

Nella foto, vista di piazza Duomo dalla Torre Civica

29 novembre 2006

SMS=S(mog) M(aledetto) S(mog)

Ok l'ho fatto: anche se vado in giro in bicicletta mi sono iscritto al nuovo servizio comunale. Ho spedito un sms con la scritta "traffico" al numero 346 3060824 e dopo due minuti mi è arrivata la risposta che vedete sullo schermo del telefono qui a fianco (se non la vedete fate un clic sopra la foto e diventerà grande). Grazie Comune, di avermi avvisato che per sei ore al giorno non troverò in giro veicoli a benzina Euro 0 oppure diesel Euro 1 a meno che... non sia l'auto del medico o del veterinario, l'ambulanza, l'auto di polizia o carabinieri, del lattaio o del panettiere, lo scuolabus, il pulmino dei disabili, il postino o il giornalaio, la guardia giurata oppure il detective (?), il camion della spazzatura e addirittura il trattore (ma se proprio non può farne a meno) oppure l'auto dei lavoratori che (per motivi di orario) non possono prendere l'autobus e fanno vedere la giustificazione del datore di lavoro. E in caso di targhe alterne potranno circolare tranquilli anche i preti, ma soltanto se vanno a dire messa o a confessare. Tutto questo, caro Comune, non me l'hai detto nei 160 caratteri del messaggino telefonico ma ti perdono perché me l'hai spiegato qui. Ogni anno la stessa storia, non stupirti quindi se la penso ancora come quando scrissi: La targa? In prestito.

28 novembre 2006

WC/1 Anche ai giudici piace Monica

monica bellucciCi sono giornalisti che scrivono le recensioni dei ristoranti, altri che si occupano di libri, c'è chi si intende di musica e chi scrive di teatro. Ebbene anch'io mi voglio specializzare e seguendo una mia naturale inclinazione mi occuperò di... wc, quei luoghi in cui mi rifugio con grande urgenza e di cui - vista la frequenza delle mie frequentazioni - sono diventato un grande esperto.
Seguitemi, dunque, lungo i corridoi di palazzo di giustizia - luogo a me noto per motivi di lavoro - dove c'è il paradiso di noi disperati dall'intestino iperattivo. Lasciate perdere il bagno del primo piano dove non c'è lo specchio e nemmeno la chiave per garantirsi la tranquillità necessaria. Superate i bagni della procura - dove il via vai è elevato ed è alto quindi il rischio che qualcuno venga a bussare alla vostra porta sorprendendovi impegnati. Evitate il bagno del tribunale dove i giudici - forse per salvaguardare la loro indipendenza - chiudono la porta con una chiave disponibile solo a pochi eletti. Salite quindi al terzo piano e infilatevi di corsa - perché il tenpo stringe - in un corridoio accogliente, dai soffitti mansardati e rivestiti in legno, che prima scende dritto, poi piega a sinistra per terminare, infine, nel luogo della vostra salvezza.
Non cadete nella tentazione di infilare il bagno delle donne, resistete di fronte all'ampio ingresso del bagno dei disabili ed entrate nell'ultima porta, quella con l'omino maschio. Signori, tirate un sospiro di sollievo e guardatevi attorno: siete nel wc dei magistrati più alti in grado dell'intero palazzo di giustizia. Ecco a voi il gabinetto - non si chiamano anche così gli uffici? - di giudici e funzionari della corte d'appello. Apprezzate la perfetta insonorizzazione, soffermatevi sul sommesso ronzio della potente ventola che non fa rimpiangere l'assenza di finestre, considerate l'ampia scorta di carta igienica che certo non si esaurirà all'improvviso lasciandovi nei guai, rilassatevi certi che a quella porta - così lontana dalle rotte più battute del palazzo - non busserà nessuno cogliendovi sul fatto.
eva mendesE ora - che siete salvi, comodamente seduti su una tazza pulita, che avrete avuto cura di rivestire con due o tre strati di carta igienica secondo la consueta tecnica - prendetevi il lusso di osservare i dettagli che fanno di questo bagno un wc di prima classe. Alla vostra sinistra ecco un poster gigante di Monica Bellucci, foto d'autore per GQ, che si riflette nello specchio sopra il lavandino regalandovi la piacevole illusione che quell'occhiata provocante - raddoppiata - sia per voi. Ma se preferite una bellezza bionda girate la testa quanto basta, verso destra, per godere il poster di Eva Mendes, la modella, appeso con lo scotch (doppio) proprio lì sopra la tazza.
Fate con comodo, lì dentro non c'è fretta, poi quando uscite e scendete ai piani bassi, come se nulla fosse, ponetevi anche voi l'automatica domanda: ma chi ce l'ha messe Eva e Monica nel bagno degli alti magistrati?

27 novembre 2006

Sindaco, guarda e impara!

autovelox trentino autovelox danese
Caro sindaco di Trodena, sì tu, proprio tu, incubo degli automobilisti di Cavalese che ogni giorno passano sul tuo territorio e finiscono immortalati dal terribile autovelox che hai fatto installare a passo di San Lugano (anzi terribili, perché sono due, uno per parte: non si scappa!), caro sindaco, dicevamo: guarda qui come si fa! E non mi dire che dalle tue parti non si può perché è troppo freddo... E' vero, questa mattina c'erano 0°C, brina sui prati, ma queste bionde sono scandinave... resistono a ben altro. Ai cittadini che ti chiedono più sicurezza devi rispondere così, come hanno fatto a Copenhagen... e poi vuoi mettere il richiamo turistico?

26 novembre 2006

L'ingiusto processo

tribunaleUn processo così non si era visto mai. Per l'occasione dagli uffici della procura avevano mandato un giovane pm, di primo pelo si sarebbe detto, se non fosse che era una donna. Davanti a sé, sul primo tavolo dell'aula, teneva un fascicolo smilzo con un numero scritto sopra : 640, cioè truffa, l'odioso reato (che in Italia in realtà non è abbastanza odiato) commesso da chi raggira il prossimo a proprio vantaggio.
Lui, l'imputato, non c'era: si sa che in tribunale si presentano solo gli innocenti, a soffrire, mentre i colpevoli stanno lontani perché sanno già come funziona. La vittima, invece, quella giovane gabbata che oltre al danno aveva subito anche la beffa di ritrovarsi sui giornali in una situazione dove - effettivamente - faceva la figura dell'ingenua, lei era presente. Per essere lì in prima fila si era presa una giornata di permesso e aveva gli occhi illuminati di speranza perché era arrivato il suo momento: forse non avrebbe più rivisto i suoi soldi, questo lo capiva, gli eventi infatti le avevano consumato anche le ultime scorte di ottimismo, ma avrebbe avuto giustizia e questa - pensava - era la cosa più importante.
Cominciò il dibattimento e il giudice, magistrato stimato, ormai a fine carriera, stava lì sullo scranno con gli occhi chiusi. Uno spettatore inesperto avrebbe pensato, sbagliando, che si era addormentato, ma la verità è che si stava concentrando per non perdere una battuta di quanto veniva detto.
Parlarono i testimoni che si erano presentati puntuali, saltando una giornata di lavoro. In aula spuntò una vecchia fotografia dell'imputato, quel truffatore noto ormai a mezza città, e i testi che avevano atteso per ore in corridoio, sulla panchetta dura di legno, furono tutti concordi e felici di affermare: "Sissignore, questo è lui".
Il giudice parve allora fare un cenno con la testa (ma su quel movimento non vi fu certezza) e la giovane pm pensò che aveva la vittoria in tasca. La vittima della truffa assaporava già la soddisfazione di veder condannato il furfante che l'aveva messa nel sacco, ma l'avvocato difensore - che aveva rinunciato a prendere qualunque iniziativa - continuava tranquillo a buttare giù appunti su un blocco di fogli che nulla aveva a che fare col processo. Il vecchio maresciallo, unico presente nel settore riservato agli spettatori con l'incarico di garantire l'ordine pubblico, pensò: "Questo qui ha un asso nella manica" compiacendosi di come ormai, dopo tanti anni trascorsi nelle aule di giustizia, era diventato un vero intenditore.
Giunse per la pubblica accusa il momento di chiedere la condanna e l'avvocato difensore, nemmeno in quel momento, tradì la minima emozione limitandosi, senza alzare il capo dagli appunti, ad appellarsi alla bontà del giudice. Quello che segue accadde in un attimo (ma la vittima impiegò alcuni giorni per rendersene conto). Il giudice aprì gli occhi all'improvviso e senza ritirarsi in camera di consiglio tirò fuori la mano destra dalla toga e cominciò a scrivere veloce con la penna biro Bic fornita dal ministero. Quindi prese il foglietto in mano e cominciò a leggere di fronte all'aula dove i quattro presenti, carabiniere incluso, si levarono in piedi rispettosi: “Visti gli articoli del codice penale il tribunale condanna...”. La truffata udì quella parola e sentì il cuore gonfiarsi di gioia, ripagata dell'amarezza e persino (pensò in quell'istante) dei risparmi che aveva perso in quell'affare. Peccato solo che l'imputato fosse assente, perché la sua presenza avrebbe moltiplicato il gusto intenso della rivincita. I pensieri – povera vittima – si rincorrevano veloci nella sua mente. Troppo veloci. Forse per questo non ascoltò il vecchio magistrato che continuava a parlare dicendo “...pena condonata per l'indulto” prima di sedersi stanco, chiudere nuovamente gli occhi e sussurrare: “Avanti il prossimo”.
P.S.: ogni riferimento a fatti realmente accaduti è assolutamente intenzionale.

Tre, due, uno.... partenza!

primo post con le scarpe camper nuove di zeccaSignore e signori questo blog inizia ora, quello che c'è prima è materiale già uscito sul giornale.
Buona lettura a chi avrà voglia di seguirmi alla scoperta di ciò che c'è... fuori dal palazzo! Il viaggio comincia e continuerà almeno fino quando le scarpe che vedete nella foto (nuove, come il blog) avranno la suola consumata. Poi si vedrà...

20 novembre 2006

Mi ricorda qualcosa...

Passavo in galleria Tirrena quando ho incontrato quest'oggetto. Lo guardavo, lo guardavo... e non riuscivo a mettere a fuoco che cosa mi ricordava. Qualche suggerimento?
P.S. si tratta di un'installazione contro il direttore della galleria civica Cavallucci. Per rimuoverla sono arrivati i vigili del fuoco. Se volete "ammirarla" da vicino qui c'è la foto con una risoluzione più elevata e qui ce n'è un'altra.

19 novembre 2006

L'invasione delle voci

Capita spesso, telefonando in giro, di sentire in risposta una voce registrata oppure una musichetta: ormai ci siamo abituati e non ci facciamo caso. Capita più raramente, invece, di essere chiamati da una di quelle voci. A me è successo l'altro giorno quando, sovrappensiero, ho alzato la cornetta del telefono di casa che squillava e ho detto: "Pronto?". Dall'altra parte c'era una voce di donna, prontissima, che ha detto: "Buongiorno". E io, educato: "Buong..." ma non ho fatto in tempo a finire la parola perché quella continuava come se nulla fosse. "Sono Laura" ha aggiunto. "Laura chi?" avrei voluto dire, ma ancora una volta lei mi ha preceduto: "Della De Longhi. Lei è stato selezionato...". Solo allora è stato chiaro che Laura era una di quelle voci e io c'ero cascato, come quei vecchietti un po' duri d'orecchi che parlano con le segreterie telefoniche e si arrabbiano perché non rispondono a tono.
Forse quelli della De Longhi mandano avanti la povera Laura (cioè un computer) perché non hanno il coraggio di chiamarmi di persona: sull'elenco telefonico, accanto al mio nome, non c'è infatti il simbolo che permette di contattarmi per vendermi qualcosa. Ma il punto è un altro: se ora le voci automatiche oltre che rispondere al telefono cominciano pure a prendere l'iniziativa e mettersi a chiamare significa che siamo in grave pericolo. Quei robot sono molto più resistenti di noi umani, potrebbero mandarci in crisi facilmente e soprattutto costano molto meno di una voce in carne e ossa.
Già al parcheggio sotterraneo quando è il momento di pagare c'è una voce che dà indicazioni: "Cinque euro e cinquanta centesimi da pagare". Se in quel momento scoprite di non avere soldi, infilate la tessera del bancomat, magari alla rovescia e la voce vi corregge: "Girare la tessera". Questo è un po' umiliante, soprattutto se c'è una voce vera, dietro di voi, che vi sta guardando. Ma la situazione più difficile si incontra telefonando ai centralini delle banche on-line dove per trovare una voce vera bisogna farsi strada in una giungla di robot istruiti apposta per sfiancarti e non passarti mai l'umano che potrebbe (forse) risolvere i tuoi problemi. Il punto è sempre quello: le voci umane costano molto, ma molto più di quelle artificiali.
Per questo mi stupisco sempre quando uscendo dall'Autostrada del Brennero incontro al casello tutti quegli umani pronti a ricevere i miei soldi. Mi dicono che sono ben pagati, perché non è facile resistere otto ore in quella cabina di acciaio, con la finestrella aperta estate e inverno. Forse è per questo (perché la vita lì dentro è dura) che alcuni di loro parlano meno delle voci dei computer.
Comunque, credevo di essermi preso a cuore il loro destino rifiutandomi per anni di acquistare un Telepass e infilarmi per sempre nella corsia automatica, dove non c'è la voce, non c'è la coda ma solo un "bip" che ti dà il via libera. "E' per merito di gente come me se resistono certi posti di lavoro" pensavo. E un giorno mi sono tolto la soddisfazione di dirlo a un sindacalista dei trasporti. Ma lui mi ha guardato con gli occhi sgranati, come se fossi matto, e mi ha aperto gli orizzonti: "Guarda, vai tranquillo, prenditi pure il Telepass. Tra un po' anche i nostri casellanti spariranno, è il futuro, abbiamo già un piano per impiegarli in altre mansioni".
Ma dimenticavo Laura, quella voce prontissima che mi diceva di premere "1" se volevo essere il fortunato proprietario di una macchina per il caffè e poi "2" per parlare con un operatore. E' stato a quel punto, quando mi sono guardato bene dal premere il tasto due, che mi sono reso conto di una cosa: di una voce vera potevo rimanere vittima, forse mi avrebbe convinto, chissà come, a prendermi la macchinetta del caffè; ma è stato facile, invece, riattaccare a quel robot. E' questo che De Longhi, e tutti gli altri, non dovrebbero scordarsi.

11 novembre 2006

Trentenni disperati

Da quando ho aggiunto l'indirizzo email a questo blog arrivano lettere come questa: "Egregio giornalista, le scrivo per raccontarle la mia situazione, cominciando dalla fine: sono un trentenne disperato. Si metta nei miei panni, per acquistare casa qui a Trento città, calcolatrice alla mano, dovrei mettere assieme le mie paghe nette di vent'anni. Calcolando che nel frattempo mi resterebbe la necessità di mangiare, vestirmi e pagare qualche spesa, dovremmo aumentare il tempo del 50 per cento almeno. E fanno trenta. Insomma solo a sessant'anni, se tutto fila liscio, potrò rilassarmi senza debiti rassegnato a lavorare i 5 anni che mi restano per l'ipotetica pensione.
Ma non abbiamo calcolato l'auto che - non è un capriccio - mi serve ogni mattina per andare a lavorare. Non sono uno di grandi pretese mi accontento quindi di una vecchia utilitaria: basta che cammini. Inoltre sono un tipo attento, mai causato incidenti, ma vado in giro con il rosario sul cruscotto, pregando che nessuno mi venga addosso perché in quel caso l'assicurazione mi risarcirebbe l'intero valore del veicolo, quindi niente, e mi ritroverei a piedi.
Per gli altri acquisti posso contare sulle rate: compro oggi, inizio a pagare tra due anni. Tra frigorifero, lavatrice, televisore e personal computer ho perso il conto di quanti elettrodomestici dovrò iniziare a pagare nel 2008, quando - chissà - a causa della rivoluzione tecnologica saranno diventati vecchi e bisognerà sostituirli. Il telefonino è un'altra batosta, ma se voglio restare a galla in questo mondo devo averlo sempre in tasca.
La vita di noi poveracci è dura, ma per me è ancora più complicata: primo perché ho impiegato i miei anni migliori a laurearmi e quando incontro i miei compagni di classe, quelli che dopo le medie hanno iniziato a fare gli artigiani, incrocio il loro sguardo e mi pare di essere preso in giro (ma sono un tipo ansioso, forse mi sbaglio); secondo perché mia moglie comincia a fare discorsi strani, tipo quello sull'orologio biologico che segna l'ora di far figli. Forse sposare una coetanea è stato un errore o forse l'errore è stato quello di sposarsi, ma ci sono problemi oggettivi, tipo che a casa nostra - l'unica che ci possiamo permettere - per i figli non c'è posto. E poi l'asilo nido, perché il Comune sa che siamo poveri ma non abbastanza da evitare una retta mensile di 400 euro. Così quando a mia moglie vengono queste idee strane, penso a mio padre e mi dico: non sono pronto.
Non riesco a reggere il confronto con quell'uomo d'altri tempi che tutti chiamavano dottore, anche se era solo un ragioniere. Con il suo stipendio da impiegato (non era mica capoufficio) poteva permettersi di lasciare la moglie a casa a "far mestieri", così quando rientrava la sera si metteva davanti alla tivù a guardare il telegiornale o la partita di pallone e se qualcuno fiatava lui urlava: zitti L'estate tutti in ferie per un mese, il sabato e la domenica nella nostra casa a Candriai mentre in città noi fratelli avevamo una camera tutta per noi. Ricordo ancora quella sera che i miei genitori stapparono una bottiglia di spumante perché avevano finito di pagare il mutuo: avevano più o meno quarant'anni. Ora che è in pensione, mio padre, guadagna come me e mia moglie messi insieme e se la spassa in giro per il mondo infilando uno dietro l'altro una serie di viaggi che noi non ci possiamo permettere. E il dramma è che al ritorno ci fa vedere i suoi video e le sue fotografie. Potremmo anche chiederli a lui, i soldi che ci servono per mettere su casa, visto che in banca quando vedono i nostri contratti che scadono ogni anno non sembrano intenzionati a darci ascolto. Ma fatico a digerire l'espressione con cui ci guarda, noi giovani d'oggi, come per dire: poche storie, noi sì che ce l'abbiamo avuta dura. In quei momenti, caro giornalista, mi scopro sempre più spesso a domandarmi: ma cos'abbiamo noi trentenni del Duemila in meno dei nostri genitori?".

05 novembre 2006

Quelli che ti fregano

Per fregare la gente bisogna esserci tagliati, altrimenti si finisce come il mio amico G. che è riuscito a sbolognare la sua vecchia carretta a una coppia di vecchietti ma non riesce a darsi pace. In realtà quell'utilitaria maledetta che si fermava non appena cominciava a piovere (senza che nessun meccanico riuscisse a trovare il guasto) lui credeva d'averla venduta alla concessionaria in cambio di uno sconto sull'auto nuova. Di questa sua prodezza, cioè il silenzio su quel difetto misterioso, l'unica furbata della sua vita onesta, l'amico G. si vantò, sebbene un po' agitato: "Gliel'ho messa in quel posto". Peccato che pochi settimane dopo, uscendo dalla messa (e questo dice molto) rivide il suo bidone parcheggiato fuori dalla chiesa con due nonnini arzilli che ci facevano salire sopra i nipotini. Ah, che stretta al cuore guardare in cielo le nuvole minacciose e tremare al pensiero che la pioggia imminente avrebbe potuto fermare la famigliola in tangenziale, dove non c'è nemmeno la corsia d'emergenza.
Perché lui, G., è una persona di buoni sentimenti e a fregare il prossimo ci resta peggio del fregato. Lui non è come quelli che vendono le auto come nuove dopo aver tirato giù i chilometri e dormono tranquilli. Non è come quelli che ti rifanno la fiancata nel parcheggio (duemila euro di danni come niente) e poi fuggono veloci senza lasciare il bigliettino con il numero di telefono. Oppure quelli che ti vendono la casa giurando che è tutto a posto e il giorno dopo ti chiama l'amministratore perché c'è da rifare il tetto.
Il mio amico G. non è nemmeno un operatore turistico che spedisce la gente nel favoloso villaggio nei Caraibi a scoprire che attorno al bungalow c'è un cantiere in piena attività. O come quei furfanti che ti invitano con moglie e figli in un salone d'albergo per ritirare il computer nuovo di zecca che voi - proprio voi, che fortuna - avete vinto e lì dentro, con la musica a tutto volume, vi informano che la vincita prevede l'acquisto di un corso di lingue multimediale al modico prezzo di tremila euro: a quel punto l'istinto sarebbe quello di uscire senza nemmeno salutare, ma la trappola è perfetta, vostro figlio inizia a piangere perché le famiglie che vi circondano sono felici e voi siete cattivi, se siete deboli cedete e firmate purché il supplizio sia finito.
Di tipi del genere, purtroppo, ce ne sono in abbondanza e alle persone oneste fanno orrore: quelli che rifilano un giaccone di vero cuoio alle vecchiette (un grande affare) e quando piove si scopre che la pelle era cartone; quelli che ti fanno chiamare un numero di telefono dove c'è la musichetta e quando arriva la bolletta scopri che l'inutile attesa ti è costata due euro al minuto; quelli che ti urtano tra i banchi del mercato scusandosi calorosamente e poi ti accorgi che non hai più il portafoglio; quelli che ti propongono i biglietti per uno spettacolo di beneficenza e poi scopri che tolto il compenso degli attori e pagate le spese del teatro per i bambini affamati dell'Africa dei tuoi venti euro non resta più nulla; quelli che vengono a casa a riparare la lavatrice, dicono che non si può far niente, ti chiedono cento euro per il disturbo e se ne vanno senza lasciare la fattura; quelli che al ristorante presentano un conto diverso se il cliente parla tedesco e guida una Bmw.
Con il mio amico G. ne abbiamo parlato a lungo, perché il pensiero di essere "uno di quelli", assieme all'immagine di nonni e nipoti fermi sull'auto in panne, gli toglie il sonno. Così una domenica di queste si avvicinerà alla sua vecchia utilitaria e fingendo indifferenza avvicinerà i nuovi proprietari nella speranza di togliersi il senso di colpa: "Bella questa macchinetta, così per curiosità, funziona bene? Perché vorrei comprarne una anch'io". Non tutti sono capaci di metterla in quel posto.

29 ottobre 2006

Vittima dell'ora illegale

Prima la notizia buona: questa notte alle ore 3 l'orologio digitale della mia caldaia, quel meccanismo che la fa partire la mattina quando dormiamo e la spegne automaticamente quando non serve, ebbene quel piccolo timer tecnologico segnerà finalmente l'ora giusta. E lo farà per i prossimi sei mesi.
Lo ammetto, il meccanismo per cambiare l'ora è talmente complicato che me lo sono scordato e non oso cercare il manuale: si tratta di premere un tasto assieme a un altro (ma non so quale) per almeno cinque secondi, poi quando i numeri lampeggiano bisogna premere una freccetta per regolare l'ora, quindi il tasto "mode" per passare ai minuti, insomma bisogna infilare una serie di operazioni impossibili da ricordare tanto che ho deciso che per lei - la caldaietta - l'ora sarà sempre solare. Amen.
E ora la notizia cattiva. Avrò i termosifoni puntuali, ma mi perderò la gran soddisfazione di ogni cittadino che in autunno sposta indietro le lancette: non dormirò un'ora in più, perché come tutti i genitori di bambini in fasce (e come i proprietari di cani) sono sottomesso alla legge superiore di un essere che riconosce l'ora di colazione senza guardare l'orologio. E allora mi sveglierò di buon mattino, metterò a scaldare il biberon nel micro onde e già che son lì regolerò il timer del forno. Poi passerò all'orologio del soggiorno e al termometro vicino al terrazzo che dovrebbe cambiare l'ora in base a impulsi radio ma io non ci credo e preferisco far da solo.
Il computer - non so come - segnerà l'ora giusta, ma il cellulare no e dovrò correre ai ripari. Quindi toccherà ai miei due orologi e finalmente - sbagliandomi di grosso - mi metterò tranquillo pensando: "Anche stavolta è fatta". Non so ancora che quando scenderò in auto troverò l'orologio fuori tempo e quasi mi schianterò tenendo schiacciato il "pirulino" sul cruscotto, con le mani infilate in mezzo al volante, in attesa che le lancette facciano ventitré giri (anzi ventidue e mezzo, perché se vado troppo avanti mi tocca rifare tutto).
L'autoradio è come la caldaia: segna quello che vuole, inutile arrabbiarsi. Ma nemmeno a quel punto - rassegnato - potrò dirmi tranquillo perché se dovrò fare una fotografia o un video, magari con la data impressa sopra, scoprirò (forse a Natale) che c'è un altro orologio da sistemare.
Ho smesso di sentirmi uno sfigato quel giorno che ho letto l'ora (al rovescio) sull'orologio di un grande avvocato un po' in là con gli anni e gli ho detto: "Guardi che è un'ora avanti". Lo so - ha confessato - ci metto meno a fare il conto che a regolarlo. E non era il solo: sempre in tribunale ho sentito un appuntato testimoniare che quel fax (importante documento) non era stato spedito un'ora dopo: "Signor giudice - ha detto - l'ora legale...".
Bisogna essere tolleranti. Ci sono parrocchie dove le campane suoneranno alle sei di mattina e già che ci sono colgo l'occasione per avvisare il mio amico P. di correre alla sua radio - dove tutto è automatico - prima che il segnale orario delle 12 parta alle 11, lasciando gli ascoltatori in confusione.
Mi resta una domanda che da anni mi tormenta: che fanno i macchinisti dei treni quando alle tre del mattino devono spostare le lancette indietro di un'ora? Mi piace immaginarli nella locomotiva a giocare a carte, con il treno fermo nella nebbia della pianura (oppure in galleria, chissà) e i passeggeri che si chiedono: che succede? Ci penso beato, perché non so ancora che domani sera - quando sarà l'ora di gustarmi il mio bel film videoregistrato - tornerò a casa attraversando il cortile buio (perché il timer delle luci sarà in ritardo), quindi sprofonderò in poltrona con il telecomando in mano e vedrò apparire in video... il telegiornale delle otto.

22 ottobre 2006

C'era una volta la Mecca

Quando lo incontro al Giro al Sass lo guardo in volto e - anche se sono passati vent'anni - mi viene in mente quella fila di numeri rossi accanto al suo nome, nel gigantesco tabellone rimasto appeso per venti giorni almeno nell'atrio del liceo scientifico Da Vinci. Non era mica la scuola dei debiti formativi, quella. Era una scuola che non faceva credito a nessuno (tanto meno ai ragazzi con poca voglia di studiare) e i voti scarsi li chiamava con il loro nome, cioè insufficienze o più comunemente "mecche", vocabolo ormai dimenticato come mi informa una stagista appena ventenne.
Comunque, il mio compagno di banco delle "mecche" era il re indiscusso, tanto che verso la fine dell'anno decise che per non aggravare la sua posizione non si sarebbe più presentato a scuola: passò due mesi a spasso per i sentieri del Calisio mentre i genitori lo credevano al liceo.
Fosse oggi, il suo caso non sarebbe diventato di pubblico dominio, ma la legge sulla privacy non l'avevano ancora inventata e il giorno che i risultati vennero affissi all'albo davanti alla porta del liceo c'era la folla, comprese quelle due secchione che, come avevano fatto tutto l'anno, prendevano appunti per annotarsi ogni singolo voto, di ogni singola materia, di ogni singolo studente, per poi discuterne con calma durante le vacanze e fornire alle madri più pettegole materia di dibattito.
Lui, il mio compagno di banco, aveva solo due voti positivi: uno era ginnastica e l'altro la condotta. Fosse oggi, l'avrebbe passata liscia con una semplice scritta tipo "non promosso" ma erano gli anni Ottanta e i panni sporchi si usava lavarli in piazza.
Tra quei voti scritti in rosso ce n'era uno molto basso, che per decenza i professori avevano comunque voluto alzare un po' in sede di scrutinio: inglese. Tutta colpa della professoressa Z. (scrivere il cognome per intero è superfluo tant'è famosa tra quelli della mia generazione) che aveva l'abitudine di togliere un voto per ogni errore commesso nelle prove scritte: si partiva dal dieci e poi giù, giù, giù fino all'inferno. Quando le prove erano corrette, cominciava lo spettacolo perché la professoressa Z. cominciava a declamare ad alta voce i risultati, con quell'accento inglese imparato ascoltando il notiziario della Bbc con la radio ad onde medie perché le parabole satellitari ancora non c'erano. I primi della classe, in senso alfabetico, se la cavavano bene ma dopo le prime lettere i voti subivano una flessione fino a diventare addirittura negativi, nel significato letterale della parola: sotto zero. Questo fenomeno aveva i suoi lati positivi perché portare a casa un 4 faceva infuriare ogni padre di famiglia, ma presentarsi a casa con un surreale -2 poteva anche scatenare una reazione di solidarietà oppure di ilarità. Ma non c'era niente da ridere, perché la regola ferrea che consentiva ai voti di scendere sotto zero veniva applicata anche al momento di tirare le somme, quando la professoressa Z. tracciava una riga sotto i numeri e faceva la media. Ora, per risollevarsi da uno 0 servivano almeno un paio di 9 ma quest'improbabile rimonta non si è mai verificata e uno studente dalla partenza lenta - nella scuola che non dava credito a nessuno - poteva ritrovarsi spacciato già prima di Natale.
Ma ogni epoca ha le sue vie d'uscita. Così quel mio compagno che si era perso per strada l'abbiamo ritrovato all'università. Era andato in una di quelle scuole super-specializzate, probabilmente super-costose, dove ci sono insegnanti che vorrebbero insegnare nelle scuole normali ma lì ancora non li hanno assunti e allora si dedicano agli studenti che dalle scuole normali sono stati buttati fuori: assieme possono succedere miracoli, come fare "cinque anni in uno" e annullare così l'effetto congelante dei voti sotto zero della professoressa Z.

15 ottobre 2006

Il segreto del successo

Per scoprire il segreto del mio amico G. bisogna risalire nel tempo di quindici anni almeno. Eravamo giovani studenti, il sabato sera andavamo tutti in pizzeria e poi al momento di pagare - quando ognuno metteva le sue diecimila lire sul tavolo - lui prendeva la ricevuta, la sventolava in aria e diceva: "Serve a qualcuno questa? Altrimenti la prendo io". Prendi, prendi, dicevamo noi, figli di lavoratori dipendenti per cui quel pezzo di carta aveva due scopi solamente: controllare se il ristoratore aveva fatto i conti giusti e verificare (a fine mese) che tornassero i conti nostri.
Ma lui, il mio amico G., con quella fattura era in grado di mettere in moto un meccanismo prodigioso e, almeno ai miei occhi, alquanto misterioso: lui "scaricava". Sì, perché nonostante studiasse (poco) all'università, il suo nome già figurava accanto a quello del padre nell'impresa di famiglia (dove nessuno l'aveva mai visto) realizzando un altro prodigio, quello che consente di prendere un reddito e dimezzarlo, tasse comprese.
Ma noi a queste cose non facevamo caso e quella fattura, se davvero serviva a fare diminuire le tasse, gliela davamo volentieri perché lui era più povero degli altri: all'università non pagava le tasse (anzi gli davano pure la borsa di studio) e quando andavamo in mensa il prezzo per lui era dimezzato. Restava il dubbio su come facessero - lui e suo padre - a permettersi quelle auto di lusso che cambiavano ogni due anni. Ma i propri soldi ognuno li spende come vuole.
Terminati gli studi ci siamo persi di vista ma un giorno ho ritrovato il suo nome ai primi posti nelle graduatorie per il mutuo provinciale, segno che l'impresa familiare non doveva navigare in acque tranquille. Infine l'ho incontrato fuori dall'asilo nido comunale, al Torrione, dove avevano subito accettato suo figlio mentre il mio era ancora in attesa perché con il mio reddito (mi hanno spiegato) potevo anche pagarmi la baby sitter.
Le voci in una città come Trento girano veloci e mi hanno raccontato che gli affari di G. avevano iniziato ad andare bene. In fondo - ho pensato - perché no? E' sempre stato disinvolto, schietto, uno di quelli che quando è il momento di presentare il conto non ha nessun problema a guardarti fisso negli occhi come per ipnotizzarti e a dirti: "Non ti serve mica la ricevuta, vero?". Ma no che non serve, gli risponde la gente, basta una stretta di mano, siamo fra gentiluomini. E se uno prova a tirare fuori il blocchetto degli assegni per pagare, lui lo prende per un braccio e lo blocca: "Ma no, che fai? Non c'è fretta. Me li porti domani, magari anche in contanti che è più comodo".
G. è fatto così: non ama le complicazioni. Per questo si è affidato a un commercialista esperto, uno di quelli che non gli fanno tante storie quando lui si presenta con tutti i costi ("terribili") che deve sostenere per evitare all'azienda il fallimento. E a noi lavoratori dipendenti spiega ogni volta quanto siamo fortunati ad avere lo stipendio fisso a fine mese, ferie pagate: "Mica come me - dice - che mi faccio il culo per pagare i conti dello Stato". E poi ce l'ha con le infrastrutture, dice che siamo un paese del terzo mondo: sarà per questo che si è comprato una casa in una di quelle isole, non mi ricordo il nome, dove non si pagano le tasse. Un sogno realizzato.
Sulle pensioni abbiamo idee diverse. Mentre io mi preoccupo della fine che faranno i contributi, lui mi sfotte e dice che lo Stato andrà in fallimento: "Fai come me - mi consiglia prendendomi sotto braccio e dimenticando che per i dipendenti i contributi sono obbligatori - ti fai una bella assicurazione privata e sei a posto. Se proprio vuoi essere sicuro punta sugli immobili, ce l'avrai qualche nero da investire no?". Questo è il segreto del mio ex amico. E dico "ex" perché quelle fatture che gli ho dato ingenuamente per frodare uno Stato che fallisce non gliele ho mai più perdonate.

08 ottobre 2006

Nel mio garage c'è un Suv

Ebbene sì, lo confesso: nel mio garage c'è un suv. L'abbiamo comprato d'urgenza l'anno scorso quando ci siamo accorti che nella Golf il passeggino ci entrava a malapena e l'abbiamo spedita in Moldavia – la Golf – per essere venduta. Era luglio, caldo torrido, e ci siamo ritrovati in un parcheggio assolato con due ore di tempo per scegliere un'auto nuova con cui tornare a casa. Ci siamo guardati e abbiamo detto: quella! Indicando un'auto nera che ci sembrava grande a sufficienza. Un suv non sapevamo nemmeno cosa fosse ma la nostra vita, senza dubbio, è diventata più movimentata.
Lassù in alto, nella nostra grande jeep, ogni viaggio è un'avventura soprattutto quando, all'arrivo, bisogna parcheggiare. E' in quel momento che divento il capitano di una nave: spedisco un mozzo a poppa, uno a prua e uno a dritta che mi urlano le coordinate e mi aiutano a entrare in porto (ops, nel posteggio).
Come sarebbero banali, i viaggi, se non avessimo un suv. Quando saliamo per un pic-nic a Malga Brigolina, oppure più su a Mezavia, guido concentrato lungo la strada sterrata con qualche buca riempita dalla pioggia: il mio terreno. Nessuno parla perché la situazione è seria, il pericolo è in agguato, poi arriviamo e lasciamo il suv in sosta vicino alle altre auto, quelle normali tipo le Punto o le Renault Clio. Allora scendo dal mio fuoristrada con un salto, osservo compiaciuto gli schizzi di fango sulla fiancata e mi guardo attorno con un'espressione seria e preoccupata: “Incoscienti” dico. “Come avranno fatto ad arrivare qui con queste carrette?”.
I suv sono alti e quando la strada si fa tortuosa oscillano come barche in mezzo al mare. Così quando viaggiamo sui tornanti dolomitici tutto l'equipaggio lavora per bilanciare i pesi: è un gioco di squadra, siamo gente sportiva, talvolta qualcuno si sente male e allora bisogna fermarsi, ma una breve sosta forzata è quello che ci vuole per dare l'impressione di avventura.
Guidare mezzo metro sopra gli altri ha anche altri vantaggi, ad esempio in autostrada dove l'autista di un suv gode di una splendida vista sulle gambe delle donne che lo sorpassano. Esatto, sorpassano: perché da quando abbiamo il suv viaggiamo nella corsia di destra, quella dei tir, con le auto normali che ci sfrecciano accanto velocissime.
Con il nostro nuovo suv, ci siamo accorti, è anche più facile fare amicizia: vediamo più spesso il benzinaio, quell'uomo gentile che tra le numerose auto in coda punta felice verso la nostra. E anche il gommista, da un anno a questa parte, ci guarda con un occhio diverso che non saprei come definire: con più rispetto, oserei dire, ma forse sbaglio perché non so cosa dice alla sua impiegata quando lascio l'officina con quattro enormi gomme nuove.
Quel giorno che ci svegliammo con la neve la radio raccomandava di non mettersi in viaggio se non era strettamente necessario. Quindi mi precipitai fuori di casa perché io non sono mica come gli altri: io ho un suv. Superare la rampa del garage fu un gioco da ragazzi ma salendo sul Bondone mi ritrovai in coda già a Montevideo, bloccato da una fila di auto impantanate che nemmeno le mie ruote artigliate mi consentivano di scavalcare: colpa mia, dovevo pensarci prima, per l'inverno prossimo mi compro un carro armato.
Finché l'altro giorno alle otto di mattina (strano) il mio amico D., che ha un'auto simile alla mia, mi ha spedito un messaggino: “Sei pronto alla stangata?”. E poi ha aggiunto: “Suv. Non riusciremo più a sbolognarli”. In quell'istante ho aperto gli occhi: ho passato giorni per cercare di capire chi, come e quanto doveva pagare. Alla fine è stato chiaro che – sebbene suv – quel panzer che mi ingombra il garage non merita d'essere punito perché, bontà del governo, non pesa a sufficienza. Ma tra noi qualcosa si è spezzato: troppe avventure, troppe emozioni, se qualcuno lo vuole glielo vendo.

24 settembre 2006

Mi hanno dato del lei

Prima o poi, nella vita, capita a tutti. A me è successo l'altro giorno, a metà mattina, quando lungo le scale ho incontrato le ragazze del piano di sotto, quelle due venute a Trento per studiare: "Scusi, sa l'ora?" mi ha chiesto una all'improvviso. Ho guardato l'orologio, erano le dieci in punto e gliel'ho detto. Poi le ho sentite entrare in casa confabulando qualcosa sul signore del piano di sopra.
Ora, la nostra casa è di quattro piani: al secondo ci sono loro, al terzo e al quarto abito io. Quindi - con un rapido calcolo - mi sono reso conto che il signore del piano di sopra, senza possibilità di appello, era proprio il sottoscritto.
Non porto la cravatta, mi faccio la barba ogni quattro giorni, se fa caldo tengo volentieri la camicia fuori dai pantaloni, i capelli quasi mi arrivano alle spalle e fino all'altro giorno andavo a spasso in moto, mi sfugge - quindi - il motivo per cui una studentessa universitaria senta il bisogno di rivolgersi a me dandomi del "lei" e chiamandomi "signore". Poteva dire il tizio, il tale, il tipo, quello del piano di sopra oppure il papà di Emilio (come mi chiama ormai mezzo quartiere) e invece chiamandomi "signore" ha tracciato un solco tra me e la gioventù: ormai è successo e nulla sarà più come prima.
Non è certo la prima volta che mi danno del "lei". Il primo fu un vigile urbano che mi fermò in via Rosmini per farmi una ramanzina visto che ero passato sulle strisce pedonali senza dare la precedenza ai pedoni. La prima multa non si scorda mai, soprattutto se avevi quattordici anni e andavi a scuola in bicicletta: quel vigile (oltre alla sanzione di 5 mila lire) mi diede del lei per tutto il tempo, come per sottolineare la differenza tra i criminali (io) e i tutori della legge (lui). Si chiamava G. (non scrivo il nome perché ormai è andato in pensione, ma lui forse si riconoscerà) e questa dopo vent'anni è la mia vendetta.
Comunque quella mattina, forte del nuovo titolo ottenuto per anzianità, mi avviai al lavoro pensando alla sera prima quando, rientrando a casa ad ora tarda, avevo trovato il solito gruppo del venerdì che cantava a squarciagola fuori dalla trattoria: "Ragazzi, lassù c'è gente che dorme" avevo pensato infastidito, senza però dir nulla. E subito è stata chiara la distanza che ha portato una di loro a prendere le distanze, con il "lei", da uno come me.
Quel giorno, sul lavoro, mi ero quasi dimenticato di essere vecchio perché facendo il giornalista capita di dare del "tu" a molte persone, ad esempio ai colleghi che chiamano da lontano (chi li ha mai visti?) per chiedere informazioni e si presentano come grandi amici pur di strapparti un'informazione: ciao caro... come stai? ti disturbo? ma no, figurati tutto bene? benissimo mi fa piacere e via dicendo. Oppure i politici che sono abituati a darsi del tu, come se fossero in famiglia, e prendono confidenza anche con il cronista che tavolta - per prudenza - vorrebbe mantenere un po' di distacco, soprattutto quando tira una brutta aria e si sa già che bisognerà scrivere male.
Gli inglesi questo problema l'hanno risolto alla radice: sono una democrazia evoluta, danno del "tu" a tutti, compresa la regina. Noi invece - soprattutto noi del nord Italia, vicini ai tedeschi che a queste cose ancora ci tengono - dobbiamo stare bene attenti a come parliamo, tentando talvolta qualche acrobazia con l'italiano nella speranza che andando avanti nel discorso sia l'altro, per primo, a sbilanciarsi e a decidere se siamo "amici" oppure no.
Sempre quel giorno, decisi di mettermi alla prova per capire se veramente ero passato dall'altra parte. Con un occhio alle vetrine, per individuare eventuali capelli bianchi da estirpare, mi dissi che dovevo andare sul sicuro: inutile rischiare con un adolescente dalle mille sorprese, oppure con uno studente troppo educato e rispettoso degli adulti, meglio puntare su un bambino, uno di quelli che ai grandi danno sempre confidenza anche perché non hanno ancora imparato le malizie della forma di cortesia in terza persona.
Così trovai la mia vittima in attesa al banco del supermercato, convinto di farle un complimento per poi valutare la risposta e tirare le conclusioni: "Ciao piccola" dissi a una bambina che stava seduta nel carrello della mamma. Fu lei - la madre - a farmi capire con un'occhiata che dovevo macinare ancora un po' di strada: primo perché quello era un bambino, secondo perché avendo meno di un anno non poteva rispondermi (beato lui) né con il tu né con il lei.