30 maggio 2008

Un libro che va a ruba

la storia degli alpiniQuesto è un post molto sofferto. Volevo vantarmi di aver scritto un libro, ma essendo un libro fotografico la parola scrivere mi sembrava fuori luogo. Allora ho pensato di vantarmi delle fotografie, ma poiché non sono mie, ma immagini storiche scattate nei primi anni Quaranta, quando non erano nati nemmeno i miei genitori (figuriamoci io) ho dovuto lasciar perdere. Un vanto però ce l'ho ugualmente: quello di aver raccolto centinaia di immagini - assieme al mio amico Filippo Degasperi - di aver cercato (e trovato) tre alpini ormai ultra novantenni che potessero raccontare questa storia e di aver fermato le loro parole su carta prima che sia troppo tardi.
Ma perché raccontare sessant'anni dopo la storia degli alpini che durante la seconda guerra mondiale costruirono la strada del Doss Trento per ordine del Duce? Per Filippo Degasperi la risposta è semplice: uno di quegli alpini era suo nonno. Per quanto riguarda me, mettiamola così: Filippo Degasperi è mio amico ed è stato un piacere fare qualcosa assieme. Non solo: quei tornanti scavati nella roccia li vedo dalle finestre di casa e mi è sembrato interessante far sapere che chi li ha realizzati - battendo la pietra a mano con martello e scalpello - si è salvato la vita mentre migliaia di soldati morivano al fronte.
Sarà meglio farla breve. Un'anteprima del libro la potete trovare su queste pagine del mio giornale (prima, seconda). Il libro lo potete trovare nelle principali librerie della città oppure qui. Non chiedetemene copie perché me ne hanno consegnate solo cinque: due le ho qui con me, una l'ho dovuta regalare, la terza e la quarta le ho portate in redazione ma qualcuno se l'è fregate perché, signore e signori, questo è un libro che va ruba.

Anche questa è fatta, vado in vacanza.

Nulla da dichiarare?

Invidio molto quelli che sanno compilare, da soli, la dichiarazione dei redditi o che almeno si rendono conto di cosa accade quando con una busta piena di carte si recano al Caf, o dal commercialista, per affidarsi a loro. Io, purtroppo, non ci capisco nulla. Viziato da anni di sollecitudine paterna, in cui lasciavo volentieri a mio padre l’onere di tracciare numeri, calcoli e crocette sommerso da cumuli di carte sul tavolo del soggiorno, viziato da anni successivi in cui a tutto questo pensa l’amico D. anche stavolta sono stato relegato al ruolo di fattorino: corro di qua e di là a recuperare carte indispensabili che, puntualmente, o non ho mai avuto o non riesco più a trovare.
Conosco lo sguardo dell’esperto (o anche solo della persona accorta) che mi compatisce perché non so più dove sono le fatture del dentista, gli scontrini delle medicine o i tagliandi delle polizze assicurative. Il fatto è che so benissimo quanto ho pagato - all’epoca - ma non ho la minima idea di quanto mi possano far risparmiare questi documenti nel momento in cui li presento al Fisco. Per questo li perdo sotto strati di carte, salvo trovarli l’anno successivo, quando non servono più a nulla.
Quest’anno, per capire almeno di che cosa si sta parlando, sono andato dritto alla fonte: mi sono collegato al sito internet dell’Agenzia delle entrate e in meno di un minuto mi sono scaricato l’annuario del contribuente, un tomo di 193 pagine scritte larghe. Con questo - ero sicuro - avrei scoperto tutto. Dovevo imparare ad esempio che cosa vuol dire esattamente scaricare un figlio, visto che mi è sempre rimasto il dubbio - tra me e mia moglie - di averlo scaricato solo per metà, o forse tutto o addirittura due volte, cosa che se fosse vera - ho letto - mi potrebbe provocare guai con la giustizia. Con l’annuario in mano mi sono rassicurato, tutto in regola, ma ho scoperto anche altre cose interessanti che mi saranno di aiuto per capire quanto realmente mi frutterà il figliolo nella busta paga di luglio dopo averlo “detratto” e non “scaricato”: «Per determinare la detrazione effettiva è necessario moltiplicare la detrazione teorica per il coefficiente (assunto nelle prime quattro cifre decimali e arrotondato con il sistema del troncamento) che si ottiene dal rapporto tra 95.000, diminuito del reddito complessivo (al netto dell’abitazione principale e delle sue pertinenze) e 95.000. Se il risultato del rapporto è inferiore o pari a zero, oppure uguale a uno, le detrazioni non spettano». Ottimo.
Ora che mi sto facendo una cultura so qual’è la differenza tra una deduzione e una detrazione, ma mi hanno spiegato di non illudermi perché ciò che quest’anno si detrae l’anno prossimo probabilmente bisognerà dedurlo. La deduzione conviene a chi guadagna molto, la detrazione a chi guadagna poco. Ma non lo metterei per scritto.
Le spese per il veterinario, per esempio, quest’anno si detraggono: «I contribuenti possono detrarre dall’Irpef il 19% delle spese veterinarie fino all’importo di 387,34 euro e limitatamente alla somma che eccede i 129,11 euro: la detrazione spetta per le spese mediche sostenute per gli animali detenuti legalmente a scopo di compagnia o per la pratica sportiva». Questa almeno l’ho capita, tante parole per dire 50 euro al massimo. Peccato non avere un cane.
Ho ancora dieci giorni per correre in banca a farmi stampare il foglio con gli interessi del mutuo, raccoglierò gli scontrini sparsi per la casa e a luglio troverò in busta paga una cifra “x” che - per quanto alta o bassa - non sarò mai in grado di contestare. Allora dirò semplicemente: però!
Uno studio americano che mi hanno insegnato all’università afferma che si pagano le tasse più volentieri (sic!) quando non sono troppo elevate, quando sono ben utilizzate e quando si capisce bene il modo in cui sono calcolate. Per quanto riguarda il punto tre ringrazio l’Agenzia delle entrate perché grazie al suo annuario so quanto vale avere un figlio in casa. Forse.

26 maggio 2008

Sono morto già tre volte

tombaCaro Giuseppe Debiasi, proprio tu che ti sei finto morto perché non ti consideravano abbastanza, giocandoti l'asso nella manica, l'ultimo, per catturare un po' d'attenzione: sapessi quante volte sono morto io! Ho cominciato da bambino a immaginare il mio funerale come punizione estrema per tutti quelli - erano molti - che non comprendevano la mia grandezza, i miei bisogni e il dolore di vivere incompreso.
Per avere una bicicletta nuova non bastava mettere il muso per due giorni, non bastava nascondersi nel bosco e fingersi disperso contando i minuti (o le ore?) che ci mettevano prima di correre a cercarmi. Di più, di più, per far pentire mamma e papà dell'affronto subito negandomi il regalo bisognava fare di più. Bisognava, ad esempio, morire. Solo allora, di fronte alla mia piccola bara bianca, tutti i miei detrattori (compresa la maestra) si sarebbero pentiti di non aver assecondato un genio: se solo mi avessero comprato quella bicicletta.
Così, caro pittore, con la mia fantasia immatura, scoprivo il potente antidoto alle frustrazioni, grandi e piccole, che è immaginare il proprio funerale con gli occhi del mondo, per una volta, su di noi.
Metterlo in pratica mai. Me ne mancavano i mezzi e soprattutto il coraggio, ma confesso che ho organizzato altre volte le mie esequie, come quando ho sbagliato il gol della vittoria e mi son chiesto: si placherà l'ira della squadra davanti alla mia bara, ormai non più bianca ma fatta di solido rovere? Si sarebbe placata senza dubbio - cos'è un gol di fronte alla morte? - ma sarebbe stato un peccato dire addio al mondo con una tal vergogna in fondo a un così breve curriculum. Così sono sopravvissuto con la promessa - mantenuta - che non avrei mai più giocato a calcio né guardato le partite alla televisione. E so benissimo che per molti questo equivale alla morte, ma io rispondo: non è vero.
La terza volta che son morto fu per colpa della mia ex ragazza che, lasciandomi, dimostrò di non aver capito nulla. Niente di meglio che un solenne funerale - bara in legno di noce, fiori bianchi, tre preti dietro l'altare e coro parrocchiale - per convincerla dell'errore. Ma ascoltando quella canzone di Niccolò Fabi, quella in cui lei si presenta al funerale di lui indossando un vestito rosso (e non nero) mentre il migliore amico del morto se ne sta tranquillo a casa, mi son detto che non avevo le palle per rischiare: se fosse venuta in rosso sarei morto davvero. Meglio vivere, se non altro per vedere come va a finire.
Da giornalista la tentazione di morire è dietro l'angolo, perché non basterà certo un pezzo come questo per convincere i lettori della grandiosità di tutti noi uomini della comunicazione, convinti di parlare a migliaia (milioni!) di persone. Un bel funerale sarebbe più efficace, magari preceduto da una valanga di necrologi, compresi quello del direttore e dell'amministratore delegato, e da quattro pagine grondanti dolore con le fotografie che mi ritraggono - sguardo intelligente - a battere le dita sul computer.
Ammetto che noi giornalisti in questo siamo più fortunati, altro che la mezza paginetta che abbiamo dedicato a te pittore quando pensavamo che fossi morto per davvero. Moriamo in gloria, ma io saprei fare di meglio, almeno nel pensiero: dovrei andarmene di morte ingiusta, meglio lontana (per far durare di più la notizia in attesa del rientro della salma), possibilmente nell'esercizio delle mie funzioni, nel tentativo di mettere la mia vita sul piatto di molte altre, cosa che senza dubbio farebbe di me un eroe. Ma tutto questo per me, cronista di provincia, è chiedere troppo anche alla fantasia. Quindi vivo. Anche perché crescendo scopri che le lacrime degli altri di fronte alla tua bara più che soddisfazione ti provocano tristezza. E se questo è il prezzo da pagare per essere (finalmente!) al centro dell'attenzione, allora è meglio stare nell'ombra. Insomma morire (per finta) è un gioco da bambini. Vivere, da uomini, è tutta un'altra cosa.

14 maggio 2008

In vacanza nel deserto

Duna a Porto Pino in SardegnaCè un motivo ben preciso che porta molti trentini a prendere le ferie nello stesso periodo (anzi in due) creando qualche grattacapo ai capi ufficio e ai direttori del personale. I periodi sono giugno e settembre e il motivo è presto detto: il trentino medio ama andare in ferie in un luogo immacolato (almeno come i boschi e i pascoli a cui è abituato), possibilmente al mare (perché la montagna ce l’ha già dietro casa), ma soprattutto vuoto. Tanto che al rientro in ufficio la lode più sincera e appassionata che un trentino può spendere per raccontare le vacanze suona più o meno così: "Tei, bellissimo, non c’era nessuno".
E’ un mistero come in un mondo collegato dagli aerei e sempre più popolato i trentini riescano a trovare posti turistici (su questo non c’è dubbio, parliamo di Sardegna, Grecia, Egitto o Tunisia) dove non incontrano mai nessuno.
Naturalmente il "nessuno" va interpretato in senso ampio, significa che non c’è in giro "nessuno come noi", cioè turisti allo sbaraglio. Gente invece ce n’è eccome, ad esempio i cittadini del posto che invitano i trentini (solo loro, par di capire) a gustare vini e formaggi locali nelle loro abitazioni e spiegano le usanze del posto in una lingua, chissà come, ai trentini comprensibile. Questo almeno è quello che i trentini raccontano in ufficio quando in agosto - unici in Italia - si ritrovano a lavorare dietro la scrivania (deserta anche quella) a loro modo furbi, perché non c’è niente da fare.
Il trentino medio si presenta in bassa stagione ai limiti di una bianca spiaggia del Mediterraneo. Poiché l’estate vera deve ancora arrivare (o l’autunno è alle porte, a seconda delle situazioni) può capitare che indossi i calzini bianchi nei sandali tedeschi. Con un’occhiata misura la rena prima a meridione e poi a settentrione, dove però la vista è turbata da una presenza aliena che può rovinare l’illusione: una madre, due bimbi e un ombrellone. Allora si dirige senza indugio in direzione opposta (via dalla pazza folla!) finché doppiata una duna di sabbia che nasconde gli altri turisti, pianta le tende, prende il telefonino e racconta al mondo la sua conquista: "Tei, bellissimo, non c’è nessuno". Anzi: nes-su-no.
Non c’è bellezza naturale, meraviglia della cultura e della tradizione oppure villaggio incontaminato che regga al fascino di una località deserta, come la vogliono i trentini.
C’è anche un motivo economico - inutile negarlo - perché l’idea di pagare 20 o 30 per una vacanza che ad altri, il mese dopo, costerà 100 o 200 riempie il cuore di soddisfazione e fa sentire intelligenti. Quella del prezzo è l’altra variabile che rende la vacanza indimenticabile, tanto che al rientro si esclama felici: "Tei, bellissimo, ho pagato pochissimo".
Anche in una località affollata ci può essere, dietro un promontorio o nella valle accanto, uno spazio deserto che ogni trentino vuole conquistare. Le informazioni su dove si nascondano questi luoghi ameni (introvabili per le grandi masse ottuse, almeno così parrebbe, magari perché sono infestati da vipere o vespe) circolano con grande parsimonia: i luoghi dove non c’è nessuno sono sempre più rari e poiché il trentino medio è abitudinario, punta a tornarci l’anno dopo per ripetere l’esperienza.
Gli amanti di questo genere di vacanza, maltempo a parte, corrono un solo, grosso, rischio: quello di incontrare nella scoperta dei deserti qualcuno che appartiene alla stessa specie. Uno di loro. Peggio: un trentino. Non c’è peggior disgrazia che scoprirsi intelligenti in due, perché ti viene il dubbio di non esserlo per niente. Siamo così pochi che ci conosciamo a vista, così un trentino medio posto di fronte al suo simile ha solo due possibilità: riderci sopra e organizzare qualcosa in compagnia, oppure girarsi dall’altra parte fingendo di non aver visto e bisbigliando alla moglie di fare lo stesso. Allora lei ubbidirà (è trentina), proprio lei che in quella landa desolata, sebbene splendida, si era illusa di aver trovato qualcuno con cui scambiare, finalmente, quattro chiacchiere.

P.S. quello nella foto non è il deserto, bensì una duna della spiaggia di Porto Pino (nel Sulcis, in Sardegna)

05 maggio 2008

Il guardone dei redditi

guardone di redditi
Il sogno di ogni italiano medio si è avverato per me nel cuore della notte, di fronte allo schermo del computer con l’elenco sterminato dei redditi dei trentini. Impossibile dormire, finalmente potevo sapere. Solo non riuscivo a decidere da dove cominciare a sfogare l’istinto guardone con cui tutti, più o meno, dobbiamo fare i conti.
I ricchi li conosciamo già: vediamo le loro case, le loro auto, sappiamo che lavoro fanno, dove vanno in vacanza e in quale scuola mandano a studiare i figli. No, nell’infinita lista le vere curiosità stanno nel mezzo dov’è possibile ingaggiare duelli virtuali (o se preferite guerre tra poveri) a chi possiede più denaro, promuovendo la moneta unità di misura del valore umano.
Seduto in poltrona con il pc portatile sulle ginocchia, in mutande (giusto per rendere l’idea) ho cercato prima me stesso, per stabilire un’arbitraria linea di confine, quindi mi sono lanciato alla ricerca di vicini, conoscenti e infine dei colleghi in una continua sfida che creerà vari problemi ai direttori di quelle aziende (tutte) dove le buste paga arrivano chiuse e cambrettate.
La sfida dei redditi è un gioco stressante: soli di fronte al computer si gode, si soffre e ci si indigna a fasi alterne, rivaleggiando con chi ci sta vicino perché i ricchi veri per noi gente normale sono così distanti che nemmeno con la spinta dell’invidia si possono raggiungere. Il ministro e l’agenzia delle entrate non si illudano: è solo una curiosità morbosa che non farà aumentare le denunce di evasori al numero verde della guardia di finanza.
Dopo mezz’ora di studio attento e scrupoloso (interrotto dalla telefonata di un collega che, come me, tirava tardi ad analizzare buste paga) mi è capitato di stufarmi. In quell’elenco di nomi e numeri non sapevo più chi cercare. Così sono partito dall’inizio, dai miei compagni di scuola, per vedere cos’eravamo diventati, usando il colore del denaro per tracciare il ritratto della mia generazione. Cercando disperatamente di ricordarmi i loro nomi ho ritrovato i secchioni della prima fila che con lo studio matto e disperatissimo si sono conquistati un posto in cattedra al liceo: 23 mila euro lordi l’anno. Ho ritrovato (frugando tra i redditi di un’altra città, su internet c’è di tutto) quella ragazza brava che insegna all’università (50 mila euro destinati a crescere perché negli atenei si parte lenti), un medico vero che si è fermato a 60 mila euro (perché in rianimazione si salvano le vite ma non si effettuano visite a pagamento) e un medico finto (nel senso che non visita nessuno, ma firma certificati per le aziende) che supera di slancio i 100 mila.
Ho rivisto quelle due ragazze che presumo siano sposate, perché con 5 mila euro non si campa se non c’è qualcuno che paga i conti. E quel compagno bocciato alla maturità, su cui nessuno avrebbe scommesso un soldo, che aveva un reddito di tutto rispetto elencato sotto quello (quadruplo) del padre.
Quello che dicono gli scienziati per la mia classe è vero: i belli (modestamente) guadagnano di più. Ma anche i brutti hanno speranze, come l’avvocato G. (73 mila euro) o quel ragazzo che organizzava gite, feste in discoteca e partite di pallone e ha avuto discreto successo come venditore (60 mila euro).
Ad un certo punto ho scovato A. inchiodato a 9 mila euro di lavoro dipendente, insomma uno sfigato se non sapessi che lavora sei mesi e il resto dell’anno gira il mondo (quella parte del mondo dove la vita costa poco) con una tizia che la pensa come lui. Quando torna riempie la casa di libri e invita gli amici a cena per raccontare storie da cui non caverà mai nulla ma che valgono più di 9 mila euro.
C’era infine al liceo uno che non c’era mai, nel senso che non veniva a scuola. Soprattutto in primavera. Durante i temi in classe copiava e l’ha sempre fatta franca. Nell’enorme lista l’ho beccato alla lettera C., ma è come se non ci fosse, proprio come una volta: reddito zero. A scuola aveva imparato che fare il furbo paga e ha continuato a farlo.

18 aprile 2008

Pubblicità ingannevole

pubblicità ingannevoleNon contate le piccole Cinquecento che compongono la Cinquecento della pubblicità per vedere se sono veramente cinquecento. L'ho appena fatto io, non ho resistito: sono 542, non 500. Mai fidarsi dei pubblicitari, categoria su cui potete imparare qualcosa leggendo questo.

14 aprile 2008

Vado a votare

al voto turandomi il naso
La tessera elettorale? Ce l'ho. Un documento di identità valido? Ce l'ho. La maschera antigas? Ce l'ho. E pensare che ai tempi di Montanelli bastava turarsi il naso.
Vado a votare prima che chiudano i seggi. Poi accenderò la televisione per godermi la sconfitta a cui ormai sono abituato.

P.S. con una breve ricerca su internet ho scoperto che l'espressione "turarsi il naso" che Indro Montanelli utilizzò per descrivere il voto alla Democrazia cristiana contro i Comunisti risale addirittura alle politiche del 1948 quando venne pronunciata da Gaetano Salvemini. Insomma, sono sessant'anni che noi italiani della Repubblica andiamo al voto insoddisfatti di chi si candida a rappresentarci...

25 marzo 2008

Un regalo "senza se"

giraffa colorataOrmai ci siamo abituati. Ci telefonano la mattina presto, quando sono sicuri di trovarci, per regalarci due mesi di televisione a pagamento se facciamo l'abbonamento per un anno. Al supermercato ci regalano un prodotto se ne acquistiamo altri due uguali. Quando si avvicinano le vacanze ecco che un'agenzia viaggi ci regala una vacanza per una persona in Tunisia, purché sia accompagnata da un'altra a pagamento. Abbiamo le case piene di atlanti stradali, orologi e radioline ricevuti con l'abbonamento dei giornali e sull'auto c'è il condizionatore omaggio, promesso dal concessionario quando abbiamo firmato l'assegno da ventimila euro. Quand'è Natale facciamo visita agli amici muniti di regalo, ma solo se pensiamo che gli altri facciano lo stesso e quando camminiamo per la strada stiamo attenti a non accettare biglietti, fiori o piccole spille che sarebbero in regalo ma prevedono in cambio una somma di denaro che a quel punto, con un odioso gingillo in mano, non sappiamo più rifiutare. Anche la banca ha un regalo pronto per noi se presentiamo loro un amico disposto ad aprire un conto. Così l'altra mattina non credevo alle mie orecchie di fronte a un regalo “senza se” mentre passeggiavo in centro storico.
Stavamo lì, io e mio figlio di tre anni, fuori dal supermercato, io con la bicicletta in mano e lui sul seggiolino, quando ci ha avvicinato un tizio da dietro, uno con la faccia scura che non saprei meglio definire, uno di quelli che tutti noi, per pigrizia o ignoranza, chiamiamo semplicemente zingari, oppure nomadi quando vogliamo essere gentili, senza sapere bene che gente sia.
Quella parte di città è una zona ad alto rischio, non si spiega altrimenti la decisione del supermercato di assumere una guardia armata. Ma quando ho alzato lo sguardo cercando la protezione dell'uomo in divisa, munito di pistola, ho visto che aveva già terminato il suo servizio: dovevo cavarmela da solo.
Lo zingaro, che camminava sghembo con l'aiuto di un bastone, ha tirato fuori qualcosa dalla tasca e l'ha avvicinata al mio bambino. Era una piccola giraffa. Uno di quegli animaletti colorati, tenuti insieme da fili elastici, che quando schiacci il bottone sotto il piedistallo chinano la testa e poi le zampe fino ad afflosciarsi senza vita (ma poi all'improvviso si riprendono). L'uomo schiacciava il pulsante e il piccolo rideva. Lui schiacciava e l'altro rideva, poi gli ha messo la giraffina in mano e io mi sono preoccupato: bastardo, ho pensato, ora dovrò comprarla. Ma mentre il piccolo schiacciava il pulsante, felice, alla scoperta di come le giraffe colorate chinano il capo e all'improvviso lo rialzano, lo zingaro si allontanava senza nulla domandare, facendo anzi segno che non c'era nulla da pagare. Pochi secondi dopo era già sparito dietro l'angolo, senza darmi nemmeno il tempo di dire grazie. Ma poiché appartengo a una società di individui tristi e preoccupati (gente tirata su con l'ordine di non accettare le caramelle dagli sconosciuti) l'idea di ringraziare mi è venuta solo dopo una serie di pensieri lugubri e assurdi il primo dei quali era che la giraffa fosse avvelenata, quindi che fosse verniciata con colori cinesi tossici e proibiti e infine (terzo pensiero) che fosse stregata tanto che al solo premerne il bottone saremmo caduti – io e il mio figliolo – in balia dello zingaro senza scrupoli, appostato poco distante. Nulla di tutto questo. L'unica sciagura è stata che la sola persona che ci ha messo in mano un regalo “senza se” non ha ricevuto un grazie in cambio.
Non credete a questa storia? Niente paura, non ci credevo nemmeno io quando abbiamo ricevuto la giraffa nella zona più pericolosa della città (sic!). Allora ho pensato all'ultima volta che avevo regalato qualcosa ad uno sconosciuto, senza volere nulla in cambio, senza nemmeno esserne parente e non mi è venuto in mente niente. Una lacuna – mi sono detto – che doveva essere colmata. Perché certi episodi strani e all'apparenza inspiegabili hanno di buono che sono contagiosi.

19 marzo 2008

I rifiuti in campagna elettorale

Michele Serra è venuto in vacanza in val Pusteria ed è rimasto sorpreso dai distributori automatici di detersivo che evitano la produzione di bottiglie di plastica. Noi cominciamo ad abituarci. Mi piace l'idea che qualcuno venga in vacanza in Trentino Alto Adige e porti a casa un'idea pulita, come ad esempio i distributori automatici di latte. Mi piace meno la constatazione che di queste cose - come scrive Serra nella sua Amaca sulla Repubblica di ieri - in campagna elettorale non parli nessuno.

P.S. clicca sulla foto per vederla ingrandita.

P.S. chissà se in val Pusteria ci sono Mc Donald's

18 marzo 2008

Progresso tecnologico

Iomega ScreenplayIn materia di tecnologia c'è una vecchia teoria secondo cui il motore che porta gli utenti a dotarsi di strumenti nuovi sarebbe il porno (e al secondo posto lo sport). Accadde così per il videoregistratore, per la televisione satellitare, per internet e per il dvd. Ebbene io ho un'altra teoria, secondo cui l'aggiornamento tecnologico è spinto anche dall'arrivo in casa di un bambino.
In casa nostra installammo una rete senza fili dopo aver constatato (con un computer finito a pezzi) la propensione del piccolo play boy a tirare qualunque cavo gli capitasse a tiro (e così siamo stati tra i primi a navigare in libertà). Ora, considerato che il piccolo ha un'attitudine innata per distruggere i dvd, ci siamo dotati di un disco rigido che contiene 500 Gb di dati multimediali e con una presa scart (integrata) e un sistema operativo ridotto all'osso ti consente di vederli sulla televisione dove si può saltare da un cartone animato all'altro con un piccolo telecomando.
Non ne avrei mai scritto qui - fuoridalpalazzo! - se non fosse che altrove (ad esempio QUI di un apparecchio simile, ma non uguale, sono rimasti delusi. Niente di fantascientifico, per carità, semplicemente mantiene le promesse.
Parlo di quel coso che si vede nella foto sulla destra. In pratica un disco da 500 gigabyte che dopo averci messo tutte le puntate di Heidi, una cinquantina di film, una quantità imprecisata ma molto elevata di brani musicali, la terza e la quarta serie di Desperate Housewife (lo guarda la donna che la sera mi attende a casa "disperata") è ancora mezzo vuoto.
Per chi fosse interessato: Iomega Screenplay. Non mi pagano per scriverlo, ho pagato io - anzi - 199 euro quando a Natale sono passato da Mediaworld.

17 marzo 2008

La salvia di San Giuseppe

scarpe camper tra la salviaIl giorno della fiera di San Giuseppe ci svegliamo di buon mattino e ci illudiamo di essere contadini perché la natura in cui corriamo ad immergerci ogni domenica, per un giorno, ce l'hanno portata giù in città. Allora ci aggiriamo tra i piccoli trattori e le falciatrici, rammaricati perché purtroppo per tagliare l'erba gatta nel vaso sul terrazzo ci bastano le forbici. Quindi con occhio esperto corriamo a vedere gli animali e, sperando di non essere smentiti da un contadino vero, raccontiamo ai nostri figli caratteristiche e schede tecniche di mucche, capre, conigli e puledrini. Poi – dopo aver controllato con occhio languido la sezione arredo giardino, noi che un giardino non ce l'abbiamo – ci dirigiamo verso il centro storico pieno di fiori, sementi, piante e alberi che catturano la nostra immaginazione: “Cara – diciamo con voce sognante – e se quest'anno ci prendessimo un limone?”. Lui – il vivaista che la mattina all'alba ha trasportato i suoi pezzi migliori in piazza Duomo – coglie la palla al balzo e ci spiega che per tirare su un limone o un arancio non ci vuole niente, non serve mica essere in Sicilia o in Israele, basta avere l'accortezza quando arrivano i primi freddi di prendere un telo di plastica e metterglielo sopra prima che arrivi il gelo. Ma anche a noi gente di città – abituati a calpestare il cemento e a respirare polveri – il pensiero di una piantina di limone infilata in un cappuccio da novembre a marzo mette i brividi. Così ripieghiamo su un gelsomino, perché lo sappiamo talmente resistente che a dargli un po' d'acqua (nemmeno troppa in realtà e nemmeno ad intervalli regolari) verrebbe su tranquillo anche in una pietraia. Ma non serve dirlo troppo in giro, meglio invitare gli amici a prendere un caffè sul terrazzo a fine maggio – quando sbocciano i fiori bianchi e profumati – e fingendo indifferenza dire: “Guarda qua, la mia creatura. Sapevi che oltre a fare il giornalista ho pure il pollice verde?”.
Ma un gelsomino ce l'abbiamo già. E nemmeno noi che tutti gli altri giorni (ad eccezione di San Giuseppe) con le piante siamo delle bestie, siamo riusciti a farlo deperire. Così l'anno scorso – per festeggiare la primavera che a Trento inizia con la fiera dei fiori – ci siamo portati a casa una pianta di salvia. Eravamo là davanti al banchetto e ci siamo detti: perché no? Quest'anno puntiamo sugli aromi. E ci siamo comprati quel cespuglio pensando che a mezzogiorno saremmo usciti sul terrazzo a cogliere due foglie (dei veri contadini!) per metterle in padella e farci i ravioli burro e salvia.
La nostra era una salvia strana. A partire da quelle foglie più strette di quelle un po' pelose che eravamo abituati a vedere nell'orto della nonna. Ma sul biglietto c'era scritto salvia a chiare lettere e noi – essendo gente abituata a leggere le istruzioni per affrontare ogni questione – ci siamo portati a casa il vegetale garantiti e soddisfatti. Il giorno successivo alla fiera inaugurammo la nuova stagione culinaria strappando due foglie (un gesto che ci faceva sentire gente di campagna) per metterle in padella. A pranzo non si sentiva volare una mosca. Eravamo troppo impegnati ad assorbire i nuovi sapori della cucina casalinga senza il coraggio di confessare l'un l'altro che in verità i ravioli nel piatto non sapevano di nulla. Che strana salvia era la nostra.
Andò avanti così per settimane tra nodini, tagliatelle e gnocchi deludenti. Finché un giorno, quand'era ormai estate, notai con occhio curioso gli operai comunali armeggiare in un'aiuola vicino al ponte di San Lorenzo, con un camioncino carico di piante che mi sembravano familiari. Ne ho avvicinato uno e vincendo il timore crescente di fare la figura del fesso gli ho chiesto: “Scusi signore, ma quest'anno avete deciso di abbellire la città con la salvia?”. Solo quel giorno ho realizzato che, forse per uno scambio di biglietti, in casa nostra avevamo mangiato per due mesi paste condite con burro e una specie di lavanda. Se non altro non era velenosa.

14 marzo 2008

Da fuoridalpalazzo è tutto, a voi studio!

ansel intervista Giacomo SantiniNella vita bisogna sempre cercare di fare cose nuove... così mi sono dato ai video. Nella foto mi vedete con la mia mini telecamera acquistata su eBay mentre intervisto un candidato al Senato del Partito delle libertà (Giacomo Santini). Io sono quello con le camper. Un esempio di quello che sto facendo lo trovate QUI dove c'è la mia prima intervista doppia, oppure QUI dove c'è un video sulla campagna elettorale che ho girato dalla finestra della mia redazione. E così ora sapete perché da un po' di tempo scrivo meno e rispondo meno ai commenti! ;-)

P.S. ho visto che su internet non ci sono tutorial approfonditi su come realizzare e montare le interviste doppie stile Iene... quasi quasi quando ho un attimo di tempo ne scrivo uno io.

11 marzo 2008

Mi rubano la corrente

contatore dell'energia elettricaMi rubano l’energia elettrica. Accade notte e giorno, me la fanno sotto il naso. Non volevo crederci, la settimana scorsa, quando insospettito da un articolo di Affari e Finanza ho deciso di fare la prova pratica: ho spento tutte le luci, ho spento pure la televisione, ho messo al minimo il termostato del frigo (in modo da escludere l’avvio del motore) e sono sceso in fondo alle scale per dare un’occhiata al contatore. Girava. Piano, ma girava.
Senza perdermi d’animo sono risalito al quarto piano: «Mi sarò dimenticato qualche cosa». In camera da letto ho staccato la radiolina, poi sono andato nel ripostiglio dove ho spento la caldaia e infine nel bagno per assicurarmi che non fosse partita la ventola dell’aerazione. Fiducioso ho raggiunto il pianerottolo dove, nell’armadio di legno chiuso a chiave, c’è il mio contatore: girava. Piano, ma girava.
A quel punto non c’erano più dubbi: ero vittima di un furto. Ma prima di correre a denunciare il fatto bisognava esserne sicuri. Così sono risalito e - come quella volta da bambino - ho accostato lentamente la porta del frigo guardando all’interno attraverso la fessura sempre più stretta, per essere sicuro che la luce si spegnesse. Si spegneva.
Il problema doveva essere altrove, ad esempio nella zona dei computer dove - mi sono ricordato - c’è un apparecchio sempre acceso che distribuisce internet senza fili in giro per la casa. Così l’ho spento, ho staccato anche la spina dello stereo, del ricevitore satellitare (che pure era spento), del lettore di dvd e di altri apparecchi che tengo impilati là sopra sempre collegati alla corrente. Lo so che consumano anche quando sono spenti, se non altro per quelle lucette verdi, rosse o blu che restano sempre accese. Nessuno aveva mai fatto il calcolo di quanto ci fanno spendere, ci ha pensato Pierluigi Bernasconi, l’amministratore delegato di Media World Italia che di apparecchi come quelli ne vende a milionate e ha commissionato un test sul campo. Che ha scoperto Bernasconi? Che una televisione lasciata in stand-by (cioè con la lucetta accesa) consuma da uno a quattro euro l’anno di elettricità. Che il decoder della televisione consuma da 5 a 20 euro l’anno solo per stare lì fermo. Uno dice: è poco, chi se ne frega, posso permettermelo, ma moltiplicate queste cifre per i milioni di abitazioni italiane e otterrete cifre miliardarie. Un computer portatile collegato alla spina di corrente ci costa 10 euro l’anno, la radiosveglia 9. Bernasconi ha un consiglio per tutti quelli che tengono anche agli spiccioli: comprate le ciabatte, cioè quelle spine elettriche multiple con l’interruttore rosso che si può spegnere all’occorrenza tagliando dalla rete elettrica tutti gli apparecchi che sono collegati. Lui vende anche quelle.
Non si capisce perché i produttori di elettrodomestici non prevedano la possibilità di spegnere quelle lucette, lasciando a noi consumatori la responsabilità di attrezzarci per mettere rimedio a questo difetto. Ma in attesa di comprarmi una ciabatta dovevo risolvere il mio problema: qualcuno mi stava rubando l’energia elettrica. Con la speranza di aver eliminato ogni fonte di consumo, sono tornato al piano terra per controllare il contatore: girava. Piano, molto piano, ma girava.
Allora sono risalito furioso e - sentendomi intelligente - ho preso un cacciavite, ho smontato il termostato elettronico installato alla parete e ho strappato i fili dell’alimentazione finché ho visto scomparire il numero 20 che indicava la temperatura (un po’ troppo caldo). Lo stesso ho fatto con il citofono. Ma là sotto il contatore girava ancora. Piano, molto piano, ma girava.
Allora - sentendo da lontano che mi era arrivato un messaggino - m’è venuta l’illuminazione e ho pensato al telefonino cellulare che avevo lasciato in bagno attaccato al caricatore e di tanto in tanto succhiava corrente per caricare la sua pila. Eccolo il colpevole del furto, maledetto cellulare. Quando c’è qualcosa che non va, lui c’entra sempre.

07 marzo 2008

Alzati e cammina!

le promesse di BerlusconiSilvio Berlusconi promette miracoli - in stile "alzati e cammina!" - con i manifesti giganti della sua campagna elettorale. Liberi di crederci oppure no, ma la signora sulla sedia a rotelle - fotografata a Trento - sembrava un po' perplessa di fronte all'esortazione: rialzati Italia!

P.S. esistono due metodi per fare una foto del genere: a) mettersi d'accordo con una signora invalida, puntare l'obiettivo, scattare la foto; b) vedere una signora invalida per la strada, calcolare il tempo che ci metterà a passare sotto il manifesto di Berlusconi, fermarsi in mezzo alla strada con le auto che vi passano davanti e dietro, puntare l'obiettivo della macchina fotografica che tenete sempre in tasca, ringraziare la realtà che come sempre supera la fantasia, ringraziare l'accompagnatrice dell'invalida perché fa finta di nulla e continua la sua passeggiata, scattare, scattare, scattare... Io - a scanso di equivoci - ho usato il metodo b).

Questa foto è stata pubblicata anche sul blog che il mio giornale ha aperto in vista delle elezioni politiche. Chi legge da Trento e dintorni potrebbe essere interessato: eccolo qui.

04 marzo 2008

Quando Google ti ama

Alfred Vedovelli è il sindaco di Egna (Bolzano).
Un giorno - poiché ero stato multato mentre viaggiavo lungo una via di Egna - gli ho scritto un'email di protesta. E lui non mi ha risposto. Indispettito ho raccontato la storia sul mio blog.
Da quel giorno è passato qualche mese. Ora, digitate le parole "Alfred Vedovelli" su Google e scoprirete che per il popolo di internet lui è prima di tutto l'uomo che non ha risposto alla mia lettera.

Gustavo Selva è un famoso giornalista.
Parliamo di uno che quando ha fretta usa l'ambulanza come se fosse un taxi, ricordando i bei tempi in cui era un giornalista d'assalto. Siccome anch'io sono un giornalista (e non volevo essere da meno) sono salito su un'ambulanza fingendomi malato e ho raccontato la storia sul mio blog.
Da quel giorno è passato qualche mese. Ora, digitate le parole "selva giornalista" su Google e scoprirete che il vero Selva giornalista sono io (Andrea) e non il noto Gustavo, che per il popolo di internet arriva solo al secondo posto.

Le Camper sono una linea di scarpe casual.
Io ho un paio di scarpe Camper che dall'ottobre 2006 fotografo spesso e volentieri per documentare sul mio blog i luoghi che calpesto. Da quel giorno sono passati vari mesi. Ora, digitate le parole "scarpe camper" per cercare un'immagine su Google e scoprirete che le prime venti fotografie sono tutte dei miei piedi (e non delle calzature prodotte dalla multinazionale).

Sarò sincero: tutto questo mi stupisce MOLTO, mi diverte PARECCHIO e un PO' mi preoccupa.

Morale numero uno: non fatemi mai arrabbiare.
Morale numero due: non fate mai arrabbiare qualcuno che abbia un blog con piattaforma Blogger (cioè Google).
Morale numero tre: quando cercate qualcosa su Google (credendo che sia Dio) tenete sempre a mente questa storia.
Morale numero quattro: se non riuscite a diventare famosi nella vita reale potete sempre giocarvi la carta di internet; se anche lì non riuscite a sfondare consolatevi: forse le vostre scarpe sono delle star mondiali e nemmeno lo sapete.

02 marzo 2008

Sommersi dagli imballaggi

gli imballaggi di mc donald'sLa foto parla da sola. A sinistra due panini, due porzioni di patatine fritte, una coca cola, un'acqua minerale e sei crocchette di pollo. A destra una borsa di carta, un sacchetto di carta, un bicchiere con coperchio di plastica, una cannuccia, una bottiglia di plastica, tre scatole di cartone, due cartoncini per le patatine fritte, sei o sette tovaglioli e un piedistallo di cartone per tenere dritte le bottiglie. Tutto compreso nel prezzo, insomma a Mc Donald's oltre al cibo vi vendono pure l'immondizia. Alla fine ci ho scritto un articolo di giornale: se vi interessa è QUI.
Ma c'è un problema che va oltre gli imballaggi. Sapete dove finisce tutta la carta e la plastica che Mc Donald's - regno dell'usa e getta - produce in enorme quantità? Finisce tutto in discarica, non si ricicla nulla, tanto meno l'organico. Lo racconto QUI, nella Città invisibile, altrimenti il mio editore si offende perché continuo a preferire il blog fuoridalpalazzo...

P.S. ho preso spunto da disimballiamoci la giornata che Legambiente ha dedicato alla lotta contro gli imballaggi.

26 febbraio 2008

Vacanze da incubo

Con lo stesso spirito con cui a Ferragosto accendo il televisore per guardare le code dei turisti in autostrada, ieri ho preso in mano il catalogo di viaggi e vacanze che un'agenzia trentina mi ha spedito. Mi credono un cliente e due o tre volte l'anno mi sottopongono le loro proposte per conoscere il mondo, mangiare cibi nuovi o rilassarmi. Così, con quei due libretti colorati in mano, mi sono seduto in poltrona a fantasticare su quante cose potrei vedere se decidessi di affidarmi – finalmente – ad un professionista. Tra quelle pagine scritte in un linguaggio strano ce n'è veramente per tutti i gusti: potrei riposarmi nei dintorni di Ischia (restando distante però qualche chilometro), passeggiando in un lussureggiante parco e mangiando a pranzo e cena menu disintossicanti. Girando pagina mi sono visto a Milano Marittima, in un albergo familiare, su una terrazza ombreggiata da pini secolari, dotata (addirittura) di panchine e tavoli dove avrei potuto sorseggiare in totale tranquillità niente meno che un aperitivo, sapendo che a cena avrei sempre potuto contare su piatti internazionali tipici romagnoli (?).
Poiché non mi piace affidarmi al caso ho scartato l'hotel di Igea marina dove alcune camere hanno la vista mare, sapendo che quelle stanze finiscono sempre ai vicini. L'albergo-club di Gabicce mare l'ho depennato dalla lista perché temevo di restare vittima di quelle “piacevoli sorprese come serate a tema con piatti e ambientazioni speciali ed originali”. Conosco i miei limiti e so che non reggerei all'emozione di essere chiamato sul palco da un animatore vestito da Capitan Uncino.
Passando per hotel che offrono televisori piatti anche nei bagni e altri che promettono phon professionali oppure box doccia multifunzione mi sono imbattuto in una struttura che non deve saperne molto di bambini, visto che il piatto forte del baby-menu era il passato di verdure. Ora so che a Tortoreto Lido posso contare su “una colazione rinforzata dolce e salata”, che a Giulianova c'è una non meglio precisata “Bambinopoli” e la sera posso abbassare le saracinesche elettriche proprio come se fossi il titolare di un negozio. Tra alberghi in posizione splendida o comunque molto favorevole, strutture che offrono l'acqua minerale gratis ai pasti (ma solo mezzo litro, poi scatta il ticket) ho scoperto che all'estero – dove offrono sempre qualcosa in più – potrei contare addirittura sulla Biberoneria, forse un posto dove si servono ottimi drink nel biberon.
Un po' disorientato mi son detto che la vacanza sedentaria sarà anche comoda, ma preferivo un viaggio itinerante alla scoperta di nuovi orizzonti. Nessun problema: ecco per me l'altro libretto, che la mia agenzia di fiducia ha dedicato ai viaggi in Europa e nel Mondo. In pullman. Se solo non fossi così pigro potrei salire in corriera a Trento il venerdì, visitare Atene e tornare a casa il martedì: un viaggio lampo che prevede quattro giorni di trasferimento (traghetto compreso) e una giornata dedicata alla capitale greca al modico prezzo di 689 euro, escluse le slot machine che troverò sul traghetto per ingannare il tempo durante le due notti a bordo.
Patti chiari e amicizia lunga: i posti sul pullman (vedi regolamento) si decidono al momento dell'iscrizione e poi è vietato cambiarli, nemmeno se farete parte dell'ardimentosa pattuglia che il 9 agosto partirà da piazza Dante diretta in Norvegia per una corsa di nove giorni che darà il diritto di dichiarare: “Ho visto i fiordi”. Si tratta di un viaggio di oltre 5 mila chilometri, insomma come andare da Trento a Roma ogni giorno, mangiando all'autogrill, ma poiché in mezzo ci sono anche i traghetti scandinavi il prezzo lievita a 1.699 euro (che è pur sempre meno di 1.700). Se volessi qualcosa di più avventuroso potrei fare Trento-Vienna-Bratislava-Budapest-Trento in quattro giorni, sempre in pullman, sempre a posti fissi. Quando ho letto che l'organizzatore mi garantiva un “giro orientativo della splendida capitale austriaca” ho chiuso il libretto spaventato: anche quest'anno si andrà allo sbaraglio, perché una vacanza da incubo riusciamo ad organizzarla benissimo da soli.

25 febbraio 2008

Punti di vista

Capita talvolta, in questa periferia estrema dell'Italia, così lontana dai luoghi che veramente contano, di porsi dei dubbi, soprattutto quando uno che non vedevi da un po' di tempo ti incontra e dice: che ci fai ancora qui in culo al mondo, invece di essere a Milano? E allora ti chiedi: dovrei allargare i miei orizzonti? essere di vedute più larghe? guardare più lontano? Questa mattina alle 7 e 30 mi interrogavo su questi temi cercando di vederci chiaro. Ho fermato l'auto, ho scattato una fotografia e mi sono dato una risposta. Una soluzione buona per tutti non c'è. E' questione di punti di vista.

18 febbraio 2008

Il prezzo di un figlio

Sarebbe una gran comodità acquistare i figli al supermercato, invece che al reparto di maternità, ma ci sarebbe una controindicazione in grado di scoraggiare anche le coppie più motivate: il prezzo. I piccoli starebbero lì, sugli scaffali del reparto infanzia, biondi, mori, chiari e scuri, con una targhetta attorno al polso, come quella delle ostetriche ma con una differenza: invece del nome ci sarebbe scritto sopra 200 mila euro. Questo è il prezzo giusto secondo un docente universitario fiorentino che al tema dedicò una ricerca. Gli unici a non stupirsi sono i padri separati che sanno bene quanto versano ogni mese su ordine del giudice (almeno quelli onesti) per il mantenimento dei figlioli finché non saranno in grado di badare a sé stessi. Di buono c’è che il conto non si salda alla consegna (e chi se lo potrebbe permettere?) ma in comode rate che concedono all’acquirente un respiro sufficiente per pensare di avere fatto un buon affare.
Io ogni mese pago una di queste rate. L’altro giorno mi sono tolto la soddisfazione di lasciare senza fiato una coppia che ancora - sebbene interessata - non si è decisa a procedere all’acquisto. Abbiamo preso i miei estratti conto degli ultimi due anni e abbiamo tirato una riga sotto la voce asilo: facevano quasi 12 mila euro, in comode rate da 500 euro al mese. Silenzio in sala.
Risparmio ai lettori la voce passeggino (600 euro), perché in fondo non serve comprare l’ultimo modello; sorvolo sulla voce pannolini (1.500 euro) perché ora vanno di moda i modelli riciclabili, che dopo l’uso si gettano in lavatrice, rispettano l’ambiente e fanno risparmiare, ma io sospetto che i loro sostenitori non conoscano l’impulso irresistibile che porta a gettare nel cassonetto un pannolino pieno (una liberazione che non ha prezzo); tralascio la voce dottore perché le visite mediche sono (quasi) tutte gratuite e posso tranquillamente omettere la voce latte perché l’allattamento al seno riduce i costi a zero.
Il professore fiorentino - un padre separato, protagonista di una battaglia per dividere con l’ex moglie i costi della prole - ci avvisa che i dolori vengono più avanti. Alimentazione: un figlio maschio adolescente consuma quantità di cibo impressionanti. Dentista: c’è chi deve prendere i soldi in prestito per pagare l’apparecchio del figlio. Istruzione: non ci sono solo i libri, poi arrivano anche i viaggi di studio all’estero. Vacanze: ci vanno tutti, anche tuo figlio un giorno ti chiederà un biglietto aereo per l’America o l’Inghilterra. La voce trasporti prevede nell’ordine: triciclo, trattore a pedali, bicicletta a rotelle, bicicletta senza rotelle, bicicletta grande, motorino, motocicletta e automobile.
Ma nel bilancio non ci sono solo le uscite. Con quella coppia interessata all’acquisto (ma non ancora decisa) abbiamo continuato a esaminare l’estratto conto rilevando con sorpresa alcuni risparmi: niente più conti del ristorante, niente più biglietti del cinema, niente più serate a teatro, eliminati i viaggi aerei, venduta anche la moto. Silenzio in sala.
La voce imprevisti può riservare però amare sorprese, ad esempio quando il figlio prende il telefono cellulare e per fargli il bagnetto lo mette a mollo nel wc. Oppure quando trascina il computer portatile giù dal tavolo tirandolo per il cavo. Il genitore previdente saprà ricavare in bilancio riserve sufficienti anche per coprire le emergenze.
Non sono cose nuove, tanto che la saggezza popolare ha coniato nei secoli un verbo anomalo per indicare l’atto di mettere al mondo i figli. Una parola che però - alla luce di quanto abbiamo scritto - suona come un corretto avvertimento: “comprare”. Perché in alcuni posti della montagna veneta e trentina i figli si “comprano”. Ma al termine di questa disquisizione ragionieristica sui risvolti economici di procreare è ancora il professore fiorentino che ci viene in soccorso indicandoci perché - nonostante il salasso economico - dopo il primo figlio è giusto, tutto sommato, farne un altro: il fatto è che dopo l’investimento iniziale il secondogenito, conti alla mano, costa il 30 per cento in meno. Insomma: un vero affare.

14 febbraio 2008

I tempi dell'amore

In un giorno di San Valentino di molti anni fa eravamo lì in sala, con gli occhi incollati allo schermo, a seguire le vicende della giovane Rose, ragazza dell'alta società inglese che si innamora del giramondo squattrinato Jack Dawson, salito a bordo del Titanic grazie a un biglietto vinto a poker. Stavamo lì a guardare quell'improbabile passione che sfida le differenze di classe, chiedendoci come avrebbe reagito il fidanzato di Rose, il giovane, ricco e cattivo Caledon che le era stato imposto dalla madre. Facevamo il tifo per i due ragazzi innamorati, cullati dal vento dell'oceano e dalle note di Celine Dion, quando dietro di noi - saranno state due o tre file più indietro - si è fatta largo una vocina di bambino, dal timbro annoiato, forse addirittura esasperato per la stanchezza di seguire per ore le vicende sdolcinate dei due passeggeri invece di arrivare al punto vero del film: "Papa!" disse la voce. "Ma quando affonda???".

Tutto questo solo per dirvi di andare a vedere questo video (vale solo per oggi, San Valentino) in cui ho infilato anche due immagini di Titanic. E a tutti quelli - già me l'immagino - che storcono il naso ogni volta che parlo di questo kolossal del cinema americano, consiglio di leggere questa pagina per imparare qualcosa sulla più grande follia del cinema.

03 febbraio 2008

In fuga con il bancomat

nelle terre estreme
Poiché il giudizio degli altri mi fa sempre un certo effetto non ero mai andato al cinema da solo: qualcuno potrebbe pensare che non c'è nessuno al mondo che mi voglia accompagnare. Comunque lunedì scorso – ore 21 e 30 – non avendo altra scelta ho vinto i miei timori e mi sono presentato all'ingresso del cinema Astra, solo come un cane. Essendo in anticipo mi sono fermato al bar dove ho ordinato un latte macchiato: grave errore perché la scelta inconsueta ha attirato occhi curiosi su di me, lo spettatore solitario, almeno così mi sono sentito.
Credevo che mi sarei ritrovato solo pure in sala, con la possibilità di cambiare posto a piacimento e di allungare le gambe davanti e di lato. Ero arrivato addirittura a sentirmi in colpa pensando al povero proiezionista che a causa mia avrebbe dovuto fare le ore piccole. Invece mi sono scoperto assieme ad altre 150 persone, nemmeno un posto libero, per un film che sarebbe durato fin dopo mezzanotte. Tutti assieme, di lunedì, per guardare sul grande schermo la storia di Chris McCandless, alias Alex Supertramp, ventenne americano che nel 1992 caricò uno zaino con pochi indumenti, qualche attrezzo, alcuni libri, un sacco di riso e disse addio alla civiltà diretto verso il Grande Nord. Il giorno dopo ancora tutto esaurito e così ogni sera tanto che il padrone del cinema conta di tenere la pellicola in programma per due o tre settimane come succede ormai sempre più di rado.
Non è per le immagini splendide dell'Alaska e nemmeno per ascoltare la colonna sonora di Into the wild che centinaia di giovani si presentano in sala con il biglietto in mano. Forse è perché il libro da cui è tratto il film (enormemente superiore alla pellicola) all'epoca ebbe un gran successo ma è soprattutto un particolare a raccogliere gli spettatori in quella sala: il giovane protagonista di questa storia vera è un uomo in fuga, eroe di una generazione che fuggirebbe molto volentieri.
Fugge (almeno nelle intenzioni) chi pensa di sfruttare al contrario le differenze tra nord e sud del mondo per vendere la casa e vivere di rendita in qualche paradiso, dopo essersi vaccinato contro colera e febbre gialla. Tutto sommato fugge chi compra un camper e lascia la città appena può anche se deve tornare al lavoro il lunedì, almeno per pagare le rate della sua enorme casa viaggiante con televisore, frigo e garage sul retro. E' una fuga dai ritmi del lavoro quotidiano quella di chi molla tutto e apre un agriturismo (nella versione più moderna un bed&breakfast) salvo scoprire che i lavoratori in proprio, a parte qualche eccezione, faticano più dei dipendenti. C'è infine chi passa l'intera vita progettando di fuggire (da solo o in compagnia) ma dopo anni trascorsi in attesa del grande momento lascia perdere perché la vita l'ha cambiato.
Non svelo un segreto (e quindi non tolgo la sorpresa a chi ancora non conosce questa storia) se dico che Chris McCandless è morto durante la sua fuga proprio mentre cercava di tornare al mondo: Jon Krakauer, il giornalista-alpinista che ha ricostruito gli ultimi mesi di vita del ragazzo, lo scrive alla quinta riga del suo libro “Nelle terre estreme”.
Nell'andare al cinema, anche da soli, c'è di buono che durante la proiezione e poi più tardi, quando si accendono le luci, si sentono i commenti degli altri spettatori: c'è chi vede in quel ragazzo che voleva vivere di ciò che gli offriva la Natura un idealista da cui trarre ispirazione; c'è chi lo considera un incosciente con tendenze al suicidio che ha gettato al vento la sua esistenza. Ma dalla sala è salito un mormorio unanime quando Alex Supertramp (a quel punto usava già il suo nuovo nome) ha preso i 24 mila dollari che teneva sul conto in banca, i risparmi per l'università, e li ha infilati in una busta indirizzata a un istituto contro la fame nel mondo. Infine ha acceso le banconote che gli erano rimaste in tasca e ne ha fatto un piccolo falò sull'asfalto della strada maestra, poco prima di lasciarla. Una scena dedicata a tutti noi: uomini in fuga con la tessera sanitaria e il bancomat in tasca.

P.S. nella foto la mia copia di "Nelle terre estreme", personalizzata dalle macchie di the e caffè distribuite tra le pagine, chiaro indizio che questo libro è tra quelli che mi sono piaciuti molto.

20 gennaio 2008

Appena fuori dalla pista

sciatori in coda alla seggioviaLo sci è uno sport complicato. Se non c'è la neve storciamo il naso perché scendere sulla neve artificiale – con le margherite a bordo pista – non è la stessa cosa. Quando nevica storciamo il naso perché non si vede più in là della punta degli sci e le piste non sono lisce come le vorremmo. Così attendiamo per settimane il giorno giusto, con la neve fresca e il sole in cielo. Oggi è quel giorno e per di più è domenica, così ci sveglieremo presto – prima che arrivino i turisti con l'autostrada – e giunti in quota troveremo il parcheggio già mezzo pieno, con quell'odore di smog che i nostri figli hanno imparato a conoscere: scenderanno dall'auto, respireranno l'alito fetido di un pullman cecoslovacco e sorrideranno perché sentiranno che l'aria buona di montagna non è poi così diversa da quella di città.
Quindi ci metteremo in coda allo sportello per acquistare lo skipass magnetico, sapendo che se proveremo a venderlo a metà giornata (come facevamo una volta) rischieremo di trovarci in tribunale. Quando la signorina ci chiederà se vogliamo pagare anche la polizza assicurativa saremo tentati di dire “sì”, ricordandoci di quel tale finito in rovina per aver investito un avvocato rompendogli una gamba. Poi saliremo sugli impianti (seguendo alla lettera il regolamento, altrimenti verremo richiamati all'ordine) e ci ritroveremo in pista attenti a dare la precedenza allo sciatore a valle, rallentando prima degli incroci e fermandoci solo a bordo pista come prevede il decalogo del buon sciatore.
Che nessuno del gruppo provi a dare lezioni al collega d'ufficio perché qualche maestro potrebbe vederlo e denunciarlo per esercizio abusivo della professione. Incontreremo i cartelli che ci vieteranno di scendere fuori pista e anche volendo sarebbe difficile proseguire oltre perché ci sono reti rosse dappertutto e saremo terrorizzati solo all'idea di affondare lo scarpone nella neve vergine (dove non è nemmeno passato un gatto delle nevi!) senza avere l'Arva nella tasca della giacca e una pala piegabile infilata nello zaino. Ogni tanto qualcuno alzerà lo sguardo verso il cielo e vedrà l'elicottero del pronto soccorso che non smette mai di volare per portare i feriti dalle piste all'ospedale.
A metà giornata – dopo mezz'ora di coda a ginocchia piegate, con le gambe flesse negli scarponi – troveremo buono persino il cibo del self service che ci ricorderà, chissà perché, quello della mensa aziendale. Per consolarci ci concederemo un bombardino sperando di non trovare le forze dell'ordine pronte a misurarci il tasso alcolico con l'etilometro, come volevano fare in Alto Adige. Sempre meglio che a Cortina dove i poliziotti l'anno scorso hanno sperimentato lo skivelox, pronti a dare le multe senza però togliere punti dalla patente.
Usciti dal ristorante da 200 posti cercheremo gli sci nuovi nell'enorme rastrelliera (sperando che non ce li abbiano fregati) e stanchi di attendere fuori dal bagno intasato ci avvieremo ai confini del comprensorio sciistico per trovare un albero libero e fare la pipì. Sarà in quel momento che sentiremo sotto gli sci un rumore nuovo, che la neve battuta non è in grado nemmeno di imitare. Sentiremo farsi più lontani i ronzii delle seggiovie, fino a scomparire, e si farà da parte anche la musica sparata dagli altoparlanti del rifugio. Scopriremo con stupore – dopo aver sciato distrattamente su e giù dalle vette per chilometri – che nel manto immacolato può essere un'impresa ardua anche percorrere cinquanta metri. Ma quando saremo di fronte all'albero prescelto vedremo due tipi strani – un ragazzo e una ragazza – con un paio di ciaspole ai piedi invece degli sci, tanto coraggiosi da avventurarsi sulla neve con un berretto di lana al posto del casco, lasciandosi dietro una fila di larghe impronte che si perdono nel bosco, su un pendio lieve che non induce in tentazione le valanghe. Li guarderemo dividersi un panino seduti l'uno accanto all'altro sulla panchetta di una baita, con il viso rivolto al sole, gli occhi chiusi e le maniche del maglione rimboccati fino al gomito. In quel momento – scordandoci di quello che dovevamo fare in quell'angolo vicino alle piste, ma che sembra un altro mondo - penseremo, forse, che hanno ragione loro.

P.S. notate quante persone fotografate in coda alla seggiovia indossano il casco... quella macchia bianca che si vede in basso, invece, è la punta del mio berretto di lana...

10 gennaio 2008

Professione? Benestante

tesoroEro qui sul tavolo del soggiorno che controllavo l'ammontare del mio piccolo tesoro - denaro in varie valute mondiali (corone norvegesi, franchi svizzeri, marchi tedeschi, kune croate e anche qualche lira), l'orologio Longines, l'Omega (falso) - e già mi sentivo ricco.
Pensavo al mio fortunato figlioletto e con una punta d'orgoglio mi dicevo: "Un giorno tutto questo sarà suo...". Poi ho richiuso il barattolo metallico, che una volta conteneva caffè e ora mi fa da cassaforte, e mi sono messo a leggere un po' di notizie su internet finché ho scoperto che su Repubblica.it avevano pubblicato il TESTAMENTO DI GIANNI AGNELLI.
"Toh, un collega" ho subito pensato e non ho resistito alla tentazione di dare un'occhiata alle sue ultime volontà, deciso a seguire il suo esempio e ad andare dal notaio perché noi ricchi, si sa, non possiamo lasciare nulla al caso.
Lì fra quelle carte una cosa mi ha colpito. E' quella parola stampata accanto al nome di Marella Caracciolo e che la qualifica come persona: c'è gente che sulla carta d'identità ha scritto operaio, altri insegnante, molti impiegato, altri ancora commerciante, la moglie di Gianni Agnelli invece è semplicemente "benestante". Un po' ci sono rimasto male e mi avvio a chiudere questo post, perché sul mio documento c'è scritto giornalista e mi tocca andare a lavorare.

P.S. i ladri che malauguratamente (per loro) volessero visitare casa mia, troveranno in quel barattolo di latta appoggiato sulla mensola anche una quantità esagerata di gettoni telefonici come QUESTO. Si tratta di ciò che rimane di una sciagurata operazione finanziaria messa a segno in gioventù. Credendo di avere il pallino per gli affari accumulai un gran numero di gettoni pensando che appena la società dei telefoni avrebbe aumentato le tariffe, passando per esempio da 200 a 300 lire per gettone, io sarei diventato ricco sfondato. Accadde invece che montarono nuove cabine telefoniche che funzionavano a monete e tolsero dalla circolazione i vecchi gettoni. Tutti tranne i miei, perché me li dimenticai sotto il letto e ancora - inutilmente - li possiedo.

05 gennaio 2008

L'altra montagna

fiume ghiacciato

ciclista nella neve

scalatori sulla cascata di ghiaccio

Non lasciatevi ingannare da chi vi racconta che d'inverno in montagna si può solo andare con gli sci, divertirsi con lo snowboard, salire e scendere in funivia e prendere il sole (quando c'è) sulle sedie a sdraio fuori dal rifugio mentre all'interno c'è la coda al self service. Se tutto questo vi ha stufato potete sempre indossare un paio di scarponi (se c'è molta neve anche le ciaspole) e addentrarvi in una valle quasi dimenticata dove una luce nordica illuminerà un fiume ghiacciato, oppure salire lungo una strada innevata dove un ciclista (?) vi chiederà strada o infine addentrarvi in un canalone spettrale dove dalle pareti vi raggiungerà il suono del ghiaccio mandato in frantumi dagli scalatori armati di ramponi e piccozza. Per tutto questo non vi chiederanno nemmeno il biglietto.

01 gennaio 2008

Tempo di bilanci

Era duro, l'inverno del 1933. Quella sera, arrancando verso casa attraverso fiamme di gelo, con le dita dei piedi che mi bruciavano, le orecchie che andavano a fuoco, e la neve che mi turbinava intorno come un nugolo di suore furibonde, mi fermai di colpo. Era giunto il momento di tirare le somme. Con la pioggia o col sereno c'erano delle forze al mondo che cercavano di distruggermi.
Dominic Molise, mi dissi, aspetta un attimo. Sta andando tutto secondo i tuoi piani? Esamina attentamente la tua condizione, considera obiettivamente il tuo stato. Che succede, Dom?
Vivevo a Roper, Colorado, e invecchiavo di momento in momento. Avrei compiuto diciotto anni di lì a sei mesi, e avrei preso la maturità. Ero alto un metro e sessantadue, e negli ultimi tre anni non ero cresciuto di un solo centimetro. Avevo le gambe arcuate, i piedi a papera, e le orecchie a sventola come quelle di Pinocchio. I miei denti erano storti e la faccia lentigginosa come un uovo di uccello.
Ero figlio di un muratore disoccupato da cinque mesi. Non avendo un cappotto, mi mettevo tre golf, e mia madre aveva già cominciato una serie di novene per il vestito di cui avrei avuto bisogno a giugno per l'esame.
Signore, dissi, perché in quei giorni ero un credente che parlava con franchezza con il suo Dio: Signore, che sta succedendo? E’ questo quello che vuoi? E’ per questo che mi hai messo sulla terra? Non ho chiesto io di nascere. Non c'entravo per niente, salvo che ora sono qui e ti sto facendo domande oneste, ti chiedo i motivi, per cui dimmi, mandami un segno: è questo il premio per cercare di essere un buon cristiano, per dodici anni di catechismo e quattro di latino? Ho mai messo in dubbio la Transustanziazione, la Trinità, o la Resurrezione? Quante messe ho perso la domenica e le feste comandate? Le puoi contare sulle dita, Signore.
Stai giocando con me? Ti sono sfuggite le cose di mano? Hai perso il controllo? Lucifero ha riguadagnato potere? Sii onesto con me, perché sono sempre preoccupato. Dammi un segno. Vale la pena di vivere? Le cose si aggiusteranno o no?


Ovviamente non l'ho scritto io, ma se in questi giorni di festa, bilanci e buoni propositi qualcuno ha tempo a disposizione gli consiglio di leggere qualcosa di John Fante. Quello qui sopra è l'incipit di Un anno terribile. ma per partire forse è meglio "La confraternita dell'uva" oppure "Aspetta primavera Bandini".

31 dicembre 2007

Chi la spara più grossa

capodanno molotovSi narra che in una valle dolomitica ai confini fra Veneto e Trentino si combattano in notti come questa battaglie a suon di botti in cui vince chi la spara più grossa, come avviene del resto anche in altri settori. L’appuntamento è per questa sera, ore 24 circa, con qualche anticipo giusto per scaldarsi, quando dalle baite disperse tra i pascoli a 2 mila metri di quota partiranno petardi e razzi che poi lasceranno il posto a bombe in piena regola. Chiariamo subito un concetto: per far casino in un vicolo cittadino ci vuol poco, come sa bene ogni monello. Basta gettare un “raudi” in un cassonetto per far credere a chi dorme lì sopra che siamo entrati in guerra. Per ottenere lo stesso effetto in alta quota, tra i pascoli aperti e le pareti di roccia ben lontane, ci vuole tutt’altro impegno.
Dirò quello che ho visto, anzi sentito. Correva l’anno 2000, o giù di lì, quando mi ritrovai da quelle parti ospite del proprietario di una baita, con l’accordo che lui avrebbe pensato al cibo e io avrei provveduto ai botti. Per fare bella figura filai dritto in armeria (scartando senza indugio cartolerie e negozi di giocattoli vari) dove scoprii che per andare sul sicuro bisognava investire in esplosivo un terzo della tredicesima. E così feci.
Con il bagagliaio pieno di armamenti (tutta roba legale, intendiamoci, benché proveniente dalla Cina) mi presentai alla baita all’imbrunire impaziente di dar fuoco alle micce. A mezzanotte in punto feci partire un razzo, quindi i miei onesti fuochi e infine - io, ardimentoso fuochista, certo di avere su di me gli occhi della valle, soprattutto quelli delle donne - seguendo alla lettera le istruzioni accesi il pezzo forte: una specie di mortaio da cui partiva un cipollone che poi esplodeva in cielo facendo piovere una pioggia di scintille colorate. Niente male, mi dissi, e soddisfatto, mi ritirai per il brindisi mentre dal basso mi raggiungeva un tonfo sordo che chiarì subito a tutti cos’erano i botti che avevamo sentito fino a quel momento: umili scoregge.
Un altro boato arrivò dall’altro lato della valle e poi un altro, con un botta e risposta che continuò a lungo. Mi spiegarono che a fronteggiarsi c’erano - come sempre - due rivali montanari che avevano condiviso, probabilmente, lo stesso curriculum dinamitardo: entrambi appartenevano alla categoria di quelli che già all’asilo facevano scoppiare le miccette, quelle rosse in vendita nella scatoletta da cinquanta. Solo che loro - per distinguersi - le tenevano fra le dita durante l’esplosione. Crescendo avevano amplificato la potenza dei petardi più seri - parliamo di “raudi”, “mini ciccioli” ma soprattutto “magnum” - facendoli scoppiare nelle lattine vuote di birra, quindi nelle bottiglie e infine, non contenti, si erano avviati alla carriera di bombaroli acquistando botti regolari solo per aprirli, recuperare la polvere nera e utilizzarla - parole loro - in modo serio, ad esempio compressa all’interno di tubi arrugginiti. Poi trovarono altri canali di approvvigionamento che qui non posso scrivere, soprattutto perché non li conosco.
Comunque, stavo lì umiliato ad ascoltare i due vicini che si “scambiavano gli auguri” finché sentimmo il terreno vibrare forte mentre un lampo illuminava il cielo: «Carburo» disse qualcuno che aveva l’aria di saperla lunga.
Poi altri botti, che potevano essere delle fucilate in serie (da quelle parti, si sa, è pieno di cacciatori) e infine circolò la voce che come sempre accade fu la moglie di uno dei due a mettere termine alla sfida, impedendo al marito di far saltare con una pallottola la bombola del gas oppure - come già aveva minacciato l’anno prima - di tirar fuori dal fienile quella riserva mitica di tritolo, su cui da anni in paese correvano strane voci.
Attorno all’una di notte tornò il silenzio e io pensai: «L’anno prossimo farò di meglio». Invece rimasi fermo al mio livello, mentre ai due professionisti - così dicono le voci - toccò di fronteggiarsi da un letto all’altro di una stanza d’ospedale.

P.S. volete avere un'idea dei botti che si possono ottenere con il carburo? date un'occhiata QUI

23 dicembre 2007

La mia lista di Natale

lista di natalePer non restarne vittima ho deciso di affrontare il Natale con professionalità. Così, con largo anticipo, mi sono seduto al tavolo di fronte a un foglio bianco e ho cominciato a compilare la lista di cose da fare entro il 25 dicembre, anzi entro il 23 per non avere brutte sorprese e garantirmi un margine di recupero in caso di emergenze.
Per cominciare al meglio ho usato lo sporco trucco di inserire in cima alla lista un compito già eseguito, quindi ho scritto "albero" e "presepe" e poi - con il morale alle stelle - li ho cancellati al volo tirandogli sopra una riga e me ne sono andato a letto soddisfatto.
Il giorno successivo - e quelli dopo ancora - mi sono concentrato sulla programmazione delle incombenze deciso a mettermi in azione solo quando avrei avuto un quadro completo della situazione. Ma riga dopo riga di fronte a quel listone in crescita, con il Natale che si avvicinava pericolosamente, è cominciata a salirmi un'ansia, anzi un'angoscia che mi prendeva al mattino, appena sveglio eppure già schiacciato dagli impegni che mi ero assunto di fronte al grande evento.
Era giunto il momento di mettersi in moto: accusando le Poste di ritardi e inefficienze ho tirato una riga sulla voce biglietti d'auguri e mi sono sentito molto meglio. Ricordandomi che avevo due regali da riciclare ho dimezzato il parco doni pronto a passare ai punti successivi. Con un'occhiata alle previsioni meteo ho deciso che non era necessario (ancora) montare le gomme da neve sull'auto e con grande soddisfazione ho tirato un'altra riga.
I passi successivi sono venuti di conseguenza: sono sopravvissuto alla cena aziendale (via un'altra riga); mi son detto che quel tizio che ogni tanto mi allunga una notizia potevo salutarlo anche dopo le feste e ho cancellato il suo nome dalla lista; calcolando che noi giornalisti a Natale stiamo a casa appena due giorni ho tirato un po' di righe sui libri che mi ero proposto di leggere e sopraffatto dalla quantità di richieste di denaro che varie associazioni mi avevano spedito ho risolto il problema gettandole nel fuoco e conquistando in un sol colpo cinque righe della lista, dopo una strenua lotta contro i sensi di colpa che mi ha lasciato indebolito.
Volevo andare a fare gli auguri al presidente perché mi hanno detto che a palazzo i giornalisti ricevono il regalo di Natale ma quel giorno ero impegnato fuori dal palazzo e mi sono consolato con una voce in meno sulla lista. Infine ho astutamente delegato a un altro ramo familiare la gestione del cenone di Natale, inviti compresi, disponibile a qualsiasi acrobazia parentale anche per il pranzo ("fate di me ciò che volete") pur di poterci tirare sopra un'altra riga.
Restava il punto dolente: scrivere un "fdp" sul Natale, così li chiamo io i "fuori dal palazzo" quando ne parlo con i colleghi. Due anni fa m'ero salvato perché per un calcolo dei festivi il giornale di domenica non usciva, l'anno scorso la feci franca perché eravamo in sciopero, quest'anno non c'è scampo ma ad occhio e croce tra una trentina di righe potrò considerare esaurito anche questo compito e traccerò l'ultima riga della lista che mi ha rovinato metà dicembre e che si è rivelata inutile, zeppa di incarichi buoni solo a togliere il sonno ma talmente trascurabili da cadere (irrisolti) sotto un tratto di penna senza che il mondo se ne accorga.
In anticipo di due giorni, con questo foglio scarabocchiato (che poi sarebbe la mia lista) a prendere fuoco nel camino posso finalmente rilassarmi e pensare alla mia ultima incombenza, l'unica che veramente mi sta a cuore tanto che per tenerla a mente non l'ho dovuta scrivere su un pezzo di carta. Ognuno di noi di cose così a Natale ne ha almeno una: tutte diverse, grandi e piccole, per noi molto importanti. Basti sapere che il tempo guadagnato gettando via la lista servirà per preparare un regalo di Natale al mio bambino, uno di quelli che non si comprano nei negozi e che richiede un minimo di impegno. Che nessuno tra le vittime delle mie righe, sapendo questo, si senta trascurato.

P.S. Buon Natale a tutti!

P.S. C'era un'altra cosa che mi stava a cuore dire ma l'ho scritta sulla Città invisibile.

17 dicembre 2007

La settimana del signor G.

Il primo giorno di sciopero dei camion il signor G. ascoltò la notizia dei blocchi stradali alla radio, mentre di buon mattino guidava la sua auto per andare al lavoro, e pensò che era una cosa seria. Allora lui - che si vantava di essere un tipo previdente, non per niente nel 1973 quando non aveva ancora trent'anni era passato attraverso la crisi energetica, quelle sì che erano emergenze - mise la freccia a destra e per non sbagliare si fermò alla stazione di servizio a fare il pieno di gasolio: «Dovrei averne per una settimana almeno» disse soddisfatto mentre laggiù al casello autostradale vedeva formarsi le prime colonne di tir.
La sera di quel giorno, ascoltando il radiogiornale, il signor G. pensò che era davvero una cosa seria e si chiese - previdente com'era - se non fosse il caso di studiare un percorso alternativo per il giorno successivo. Avrebbe potuto telefonare al dottore del piano di sopra per accordarsi e dividere in due l'uso dell'auto risparmiando in questo modo il carburante oppure (a mali estremi, estremi rimedi) andare al lavoro con la moglie come non accadeva ormai da vent'anni sebbene facessero, su per giù, la stessa strada: «Deciderò domani mattina» stabilì. E più non ci pensò.
Il secondo giorno di sciopero dei tir, ascoltando la radio mentre viaggiava solo nella sua grande auto con il serbatoio pieno, il signor G. si sentì molto intelligente perché mentre il giornalista raccontava del latte che cominciava a scarseggiare gli venne in mente quel distributore automatico gestito dal contadino del paese dove avrebbe potuto rifornirsi. Ma per non sbagliare mise la freccia a destra e si fermò all'ipermercato dove, previdente come non era stato mai, riempì il bagagliaio di ogni genere di prima necessità che gli veniva in mente, senza badare al prezzo né al luogo di provenienza perché non era certo quello il momento di andare per il sottile. Acquistò anche tre confezioni d'acqua minerale perché non era mai stato convinto che nella sua zona l'acqua del rubinetto - come gli dicevano - fosse la stessa che poi finiva imbottigliata.
La sera di quel giorno, quando ormai era chiaro che l'Italia (Trentino compreso) era in piena emergenza, il signor G. placò l'ansia da automobilista ricordandosi di quegli articoli sulle auto a gasolio che viaggiano con l'olio di semi nel serbatoio, proprio quello in vendita al supermercato: «Mal che vada mi salverò con un paio di bottiglie» pensò rilassandosi sul sedile.
Il terzo giorno di sciopero dei tir - dopo aver gonfiato le gomme della bici che non usava più dal 1973, ma che ora poteva tornargli utile - il signor G. si mise al volante e dopo aver collegato il telefonino al vivavoce (oltre che previdente era un tipo diligente) chiamò l'azienda dei trasporti che lo rassicurò spiegandogli che da casa sua alla città c'era (sorpresa!) un autobus ogni venti minuti e che loro non avevano certo problemi con le scorte di gasolio.
La sera di quel giorno, leggermente diffidente, il signor G. apprese dall'autoradio che i camionisti erano vicini ad un accordo con il governo, ma non volle abbassare la guardia e si coricò beneficato da un'improvvisa illuminazione: «Il treno!» pensò. Quel trenino per pendolari che fermava alla stazione del paese ma che lui - immaginando carrozze piene di massaie e giovani studenti - non aveva preso mai: «Domani potrebbe essere il giorno giusto» mormorò. E dormì beato.
Il quarto giorno di sciopero dei tir il signor G. - seduto nell'auto familiare dove viaggiava sempre solo - apprese che lo sciopero era finito e tirò finalmente un sospiro di sollievo osservando la lancetta del serbatoio semi pieno che lui vedeva mezzo vuoto: basta con gli autobus, car-sharing, bicicletta, carburanti alternativi e addirittura il treno. Dopo una settimana di passione (maledetti camionisti, come si permettono di mettere i pali tra le ruote alla gente che lavora?) poteva tornare, finalmente, alla normalità.

08 dicembre 2007

La lampadina fulminata

E' stato un sabato bestiale. Tutto è cominciato l'altra sera quando il vicino – con cui da qualche anno siamo rivali – ha inaugurato la stagione delle feste dando corrente alle luminarie che (sospetto) aveva montato sui balconi già in agosto per non arrivare secondo al grande appuntamento. Così – mio malgrado – sono salito in soffitta a recuperare quello scatolone impolverato in cui teniamo due file di luci di Natale. Dopo una mezz'ora impiegata a sciogliere i grovigli (resta un mistero come i cavi elettrici riescano ad annodarsi in qualunque modo vengano riposti) ho trattenuto il fiato mentre infilavo la spina nella presa di corrente: luce! Ma è stata la seconda fila a tradirmi, priva di vita al primo, secondo, terzo e quarto tentativo finché – ormai in preda allo sconforto – mi sono rassegnato al peggio. Incapace di trovare la lampadina fulminata ho raccolto il cavo e sono corso al negozio, sorvegliato a vista dal vicino che si godeva dal balcone il suo imponente Gran Pavese.
Pensavo di cavarmela sostituendo la lampadina rotta ma poiché noi – inteso come noi uomini moderni – non abbiamo tempo da perdere, ho scoperto che bisogna cambiare l'impianto in blocco, anche perché i cavi come il mio li producono a Taiwan e poi li spediscono in Europa a bordo di una nave. Le lampadine di riserva invece no, le tengono per loro.
Non saranno venti euro a mettermi sul lastrico, ho pensato di fronte al commesso un po' impaziente: “Va bene” ho detto. Ho pagato e sono rimasto a gironzolare nel negozio con due cavi in mano, anche quello guasto, senza riuscire a rassegnarmi a gettare tutte quelle lampadine “mute” sapendole buone (tranne una). Restare è stato l'errore che ha fatto del mio sabato un sabato bestiale. Credevo di avere un televisore quasi nuovo ma ho scoperto di tenere in soggiorno un cassone obsoleto che in poco tempo – giura il commesso – sarà inutilizzabile. Credevo di avere una telecamera decente e ho scoperto di essere il triste proprietario di un giocattolo buono al massimo per immortalare i compleanni visto che – tanto per dirne una – registra le immagini sul nastro invece che su un disco rigido. Credevo di avere un computer al passo con i tempi e ho scoperto che l'apparecchio su cui scrivo gli articoli sarebbe in realtà una scatola imbarazzante per cui – giura il commesso – tra un po' non ci saranno nemmeno in giro i programmi (sic!). Per darmi un tono ho tirato fuori il telefonino (nel ramo telecomunicazioni pensavo di andare sul sicuro: fotocamera, telecamera, lettore musicale, scheda di memoria da due giga) ma l'ho rimesso in tasca al volo quando ho visto un ragazzino, avrà avuto sedici anni, tenere in mano il modello successivo che è doppio in tutto, prezzo compreso.
Lì, in quella giungla di cartelli, offerte e concessioni di pagamenti agevolati, confesso di essermi sentito un po' sfigato. Ho iniziato a immaginare la mia nuova vita con un televisore a schermo piatto appeso al muro. Dimenticando che la sera io lavoro mi sono visto fortunato proprietario di un pacchetto di programmi, calcio compreso (che non guardo), per consolarmi con il telecomando in mano di quant'è dura l'esistenza. E se ancora non mi bastasse – lei mi pare un tipo esigente: parola di commesso – potevo sempre accendere l'home theatre, per godermi un film come se fossi in platea (tanto ormai – dice il commesso – al cine chi ci va più?).
Mi sentivo preso in trappola quando dal cesto dei dvd un po' vecchi e superati, quelli in vendita a 9,90 euro, mi è venuto in soccorso quel film del 1999 in cui Brad Pitt, protagonista di Fight Club (non solo un film, un vero inno contro il consumismo) appoggia la birra al tavolo e dice: “Ehi amico, le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Ciao commesso – gli ho detto – devo pensarci sopra un po'. Così sono corso a casa e prima ancora di rispondere al fuoco luminoso del vicino mi sono rivisto – per la terza volta – Surplus, un documentario di Erik Gandini che le televisioni commerciali non trasmettono (perché non trovano nessuna azienda disposta a metterci la pubblicità nelle pause, ma su internet si trova) che spiega perché, soprattutto quando le strade si riempiono di luci e colori, ci coglie l'ossessione del consumo.

P.S. all'inizio di Surplus (che in Google Video è pubblicato integralmente anche se a bassa risoluzione) vedrete molte immagini girate a Genova nel 2001.

03 dicembre 2007

Vittima dell'autovelox

Sono una vittima dell'autovelox di Egna, uno dei 19 mila automobilisti che nel giro di dodici mesi ha versato 2 milioni di euro nelle casse del piccolo Comune, anche se in realtà le 19 mila multe non corrispondono ad altrettanti cittadini: io - ad esempio - sono stato fotografato due volte in pochi giorni. Dopo la seconda multa, essendo una persona civile, ho accantonato il desiderio di prendere a mazzate quell'occhio elettronico che mi scruta quando passo, ho rinunciato a comprare una bomboletta spray per dipingere il mio dissenso sulla facciata del municipio, ho scartato l'idea (che pure mi era sembrata buona) di sfrecciare sulla statale a 140 all'ora con la targa coperta dalla scritta "bye bye sindaco". Ho acceso invece il computer per scrivere una lettera e dire gentilmente ciò che penso al primo cittadino, Alfred Vedovelli. Poiché non mi ha risposto (e poiché ieri non potevo essere assieme ai miei "colleghi" che in segno di protesta sono sfilati, molto lentamente, per le vie di Egna) eccomi qui a lamentarmi.
Prevedo già il moto di ribellione del lettore che giunto a questo punto dirà: «Giornalista, hai sbagliato, paga e fai silenzio». E invece no, la vicenda merita approfondimento. In quel di Egna ci sono due autovelox: uno sulla statale del Brennero (l'incubo di migliaia di automobilisti) e l'altro sulla statale delle Dolomiti (l'incubo mio e di molti altri trentini diretti in val di Fiemme). Parlerò, naturalmente, del secondo. Quel modello Traffiphot installato in centro abitato per verificare che le auto rispettino il limite di 50 all'ora. Ebbene in quel tratto di strada c'è da tempo immemorabile anche un semaforo "intelligente" che dà il via libera alle auto rispettose dei limiti e ferma quelle fuorilegge: quel giorno - è il caso mio - mentre il semaforo mi dava il via libera l'autovelox mi fotografava mentre superavo il limite di un chilometro (all'andata) e di tre chilometri (al ritorno).
Prendere una multa dove si sa che c'è un autovelox è da stupidi. Prenderla per un chilometro in più è da Fantozzi. Prenderla mentre un semaforo ti rassicura sulla tua (presunta) lentezza fa disperare. E così mi sono sentito io quando mi sono arrivate a casa - una dopo l'altra - due lettere verdi con il conto di 96 euro da pagare. Con quei foglietti in mano mi sono rivisto come in un film viaggiare lento, lentissimo, su quella strada che percorro mille volte, con l'occhio incollato alla lancetta fissa sui 50 all'ora, certo che non avrei mai preso la multa. Anche perché non pensavo che ci fosse in giro qualcuno così perfido da tarare l'autovelox per fare le foto a chi supera il limite di un chilometro appena. E invece c'è. A Egna.
Sentendomi stupido ho composto il numero di telefono che c'era sulla multa perché, come tutti i multati, dovevo urlare a qualcuno il mio dissenso. Ero pronto a insultare il mio interlocutore e invece - sorpresa - mi sono scoperto a consolare prima una donna e poi un uomo che hanno avuto la sventura di rispondere al telefono: «La prego di scusarci - mi hanno detto - non siamo noi che decidiamo queste cose, fa tutto il sindaco. Noi gliel'abbiamo detto che tutto questo ci pare esagerato. Telefonate come la sua ne arrivano ogni giorno, non sappiamo più cosa rispondere, se la può consolare sappia che Vedovelli non risponde nemmeno a noi. Tenga conto che è in buona compagnia: stupidi come lei ce ne sono 19 mila». Ah. Io per la cronaca - caro sindaco - ero il numero 13.014 e 14.027 e quello che mi fa rabbia non sono i soldi che ho dato al Comune di Egna e che saranno usati per il terzo autovelox ma la pingue percentuale pagata ai proprietari (privati) della diabolica macchinetta. A Vedovelli due consigli: 1) rispondere alle lettere non è un dovere ma segno di buona educazione; 2) se vuole battere cassa faccia come il doganiere di quel famoso film con Benigni e Troisi: chi siete? cosa portate? sì, ma quanti siete? un fiorino! Almeno ci faremo una risata.

P.S.: si intitolava Non ci resta che piangere.

P.S.: QUI trovate tutto sul famigerato autovelox.

P.S.: dimenticavo, terzo consiglio al sindaco Vedovelli: perché non si dota di questo modello evoluto di autovelox?