18 novembre 2012
Da lassù si vede il mare (e viceversa)
24 ottobre 2012
La roba
17 ottobre 2012
Foliage! Va in scena l'autunno
Signore e signori, via la clorofilla (verde) avanti i carotenoidi (arancioni): lo spettacolo comincia. Se l'autunno e i suoi colori vi appassionano ecco le istruzioni per l'uso di uno che se ne intende.
10 ottobre 2012
Cento modi di andare in bici
Ehi ciclisti, a Milano c'è il bike festival (cinematografico). Per chi non ci può andare ecco qui sopra una compilation con cento modi per andare in bici. Ma il mio video preferito resta questo sui ciclisti urbani.
05 ottobre 2012
04 ottobre 2012
Ti rigo la macchina
03 ottobre 2012
Se il Trentino importa legna dalla Croazia
Troppo impegnati a cercare menu a chilometri zero, ci ritroviamo a bruciare nelle stufe trentine legna in arrivo dalla Croazia (700 chilometri più giù). Dicono in val di Fassa (dove il Comune di Campitello ha deliberato l'acquisto di 78 bancali di faggio proveniente da Lipovljani, sud-est di Zagabria) che in ogni casa della valle c'è una stufa a legna, che la richiesta è molto alta e che l'acquisto all'estero è la soluzione migliore. I bancali di legna straniera finiranno (gratis) nelle case degli anziani residenti che non hanno la possibilità di andare nel bosco a tagliare la legna. Ma se nel rispetto di una tradizione centenaria nelle valli alpine ci si riscalda (ancora) a legna è perché la legna è sempre stata dietro casa (non a 700 chilometri di distanza). Una storia che ho raccontato sul Trentino.
Parlo di cose che conosco: sostenitori delle energie rinnovabili (e del calduccio senza confronti di un focolare) oltre ai pannelli solari a casa abbiamo quattro stufe (due in montagna e due in città). Negli anni ci siamo bruciati le travi dei tetti di due case ristrutturate e gli alberi di un prato di mia nonna (che rischiavano di cadere sulla strada). Quest'anno per far fronte all'inverno in arrivo ho chiesto a un rivenditore (contattato su internet) da dove arriva il suo faggio. Mi ha risposto: dipende. Legna a chilometri zero? La questione è più complicata di quanto appaia a prima vista. E già immagino la reazione del partito anti-stufe (quelli preoccupati per il fumo polveroso che si alza dai camini dei nostri paesi nelle giornate più fredde) alla notizia che oltre alle emissioni vanno pure messi in conto i camion per il trasporto della legna nelle nostre valli.
30 settembre 2012
Siamo tutti (un po') architetti
Noi. Noi che mettiamo mano al portafogli per pagare l'idraulico, l'elettricista, il geometra e naturalmente l'ingegnere. L'architetto invece no. Perché l'architetto, modestamente, siamo noi. Noi, sempre un po' scettici su chi si sente in diritto di disegnare casa nostra. Noi che siamo accorsi in massa a vedere il nuovo quartiere progettato dal "collega" Renzo Piano ai margini del centro storico di Trento, dove prima c'era una fabbrica che produceva componenti per gli pneumatici Michelin (e mentre scrivo questa frase mi rendo conto che sembrano passati cent'anni e invece la produzione si è trasferita appena quindici anni fa). Noi, che non potendoci permettere un super attico da un milione e centomila euro ci siamo voluti togliere la soddisfazione - la volpe e l'uva - di fare le pulci al progettista.
Dice la signora che i bagni non hanno le finestre. Dice il pensionato che il legno utilizzato per le finiture ha già bisogno di manutenzione. Dice la mamma che questo non sarà mai un quartiere per bambini. Dice il papà che gli fanno paura le spese (e le assemblee) condominiali. Dice il giovanotto che se avesse un milione di euro andrebbe a spenderlo in un posto del mondo dove le case costano meno. C'era pure il vecchietto che di fronte alla telecamera ha dichiarato che non c'era bisogno di chiamare un milanese (Piano è di Genova...) per disegnare queste case che qualsiasi geometra trentino avrebbe potuto progettare. Quanto a me, avendo da poco passato un anno intero a giocare all'architetto, sto bene dove sto.
Però bisognerà pur dire che noi architetti della domenica abbiamo la memoria corta e cercando la pagliuzza nel nuovo quartiere delle Albere dimentichiamo (o fingiamo di dimenticare) gli orrori che gli agenti immobiliari propongono con disinvoltura in altre aree della città. Edifici di cinque piani (e non tre) dove oltre al bagno è semi-cieca pure la cucina (dove comunque si mangia in piedi), la terrazza è un balconcino, il parco non esiste e quando esci dal portone devi stare attento alle auto che ti passano sui piedi. Appartamenti con le porte di cartone (una l'ho potuta esaminare personalmente dopo averla sfondata) e i battiscopa di plastica.
Che vi piacciano oppure no (che ve li possiate permettere oppure no) il "collega" Renzo Piano per i suoi appartamenti ha scelto esattamente i materiali che avreste scelto voi (magari tremando in attesa di conoscere il conto totale) e guardare scorrere il fiume Adige da lassù (parlo della terrazza dell'attico in prima fila in posizione centrale) fa venire la pelle d'oca.
05 febbraio 2011
Un razzista di mezza età
Tenetevi forte perché adesso dico qualcosa di razzista. Anzi, molto peggio: lo scrivo. Siamo qui, noi due pazienti, nella nostra stanza singola, quando entra un'infermiera con gli occhiali e le lentiggini che dice senza possibilità di appello: "Qua dentro mi pare che ci sia un po' troppa gente!". Allora i miei due parenti - per i quali la parola di infermiera è legge, soprattutto all'ospedale - mi lasciano solo nella stanza assieme al mio compagno Arben e ai suoi quattro parenti che continuano a chiacchierare senza darmi nemmeno il conforto di ascoltare le loro storie, visto che parlano albanese. Se non fosse che ho un taglio nella pancia mi alzerei per protestare, ma mi trattengo perché il vecchio Arben con quel suo bozzo dietro la testa (e una moglie che pesa il doppio della mia) pare stia peggio di me e ha pur bisogno di qualcuno che gli faccia coraggio in attesa che arrivi l'infermiera con i capelli neri, l'altra, per dirgli che dopo di me, ora, è il suo turno.
Così porto pazienza, allungo la mano sul comodino per prendere le cuffiette e ascoltarmi il Concerto di Colonia di Keith Jarret che ormai so a memoria ma ogni volta mi fa lo stesso effetto. La musica di pianoforte mi scorre nelle orecchie e già mi sento meglio anche perché lassù, al posto della flebo, c'è una bottiglia di paracetamolo che mi entra nelle vene.
Stasera torno a casa. Gran cosa la sanità moderna che ci rimette in sesto al volo, noi e gli albanesi, quando abbiamo un acciacco come il mio che non ho voglia di svelare perché è ciò che mi dichiara inequivocabilmente (e crudelmente) un uomo di mezza età.
Dall'ospedale è tutto, a voi studio.
25 gennaio 2011
Garage party
19 gennaio 2011
Ridatemi il vecchio porco
Non è il Barney che conosco quello apparso l'altra sera sullo schermo del cinema Astra a Trento. Ha il volto troppo pulito, i modi troppo cortesi e le orecchie probabilmente troppo lavate per essere veramente lui.
Ridatemi il vecchio porco - penso mentre scorrono le immagini sullo schermo - quel bastardo egoista, rissoso, rancoroso, bugiardo e vagamente alcolizzato che tutti noi (i suoi sostenitori) abbiamo imparato ad adorare leggendo (e rileggendo) il grosso libro con la copertina rossa che teniamo sottolineato sul comodino (o più probabilmente in bagno) pronto all'evenienza.
Non basta un Montecristo fra i denti e un bicchiere di Macallan in mano per fare di Paul Giamatti (l'attore) un autentico Barney Panofsky, cioè il personaggio creato dallo scrittore canadese Mordecai Richler. Quel Barney che ci ha insegnato a non vergognarci (troppo) dell'invidia che ci rovina la giornata quando il giornale cittadino dedica un trafiletto benevolo al nostro peggior nemico. Perché la vita di noi Barney - sia detto per inciso - è sempre piena di nemici.
Leggendo Barney sorridiamo della goffaggine che ci coglie quando - tutti impegnati a trovare la frase del secolo per conquistare la donna bellissima della nostra vita - ce ne usciamo semplicemente con un modesto: "Ti piace vivere a Toronto?" dimenticando nel taschino della giacca il foglietto con gli argomenti di conversazione che ci eravamo annotati prima dell'incontro.
Quel Barney senza pudori che, ormai vecchio e solo, non disdegna di richiamare in servizio Miss Ogilvy, l'antica fantasia della giovane insegnante delle medie, che riesce ancora a fargli compagnia, infallibile, durante le notti solitarie.
Detto questo andiamo avanti. Perché Barney-Giamatti non sarà Barney Panofsky, come è naturale visto che i film non sono libri, ma ci sono tanti (buoni) motivi per correre al cinema a vedere "La versione di Barney". Come hanno fatto venerdì all'Astra duecento spettatori, che sembrano pochi ma bastano per esaurire la sala 1. Successo ripetuto ieri, con una previsione di permanenza in città di almeno due o tre settimane.
Primo motivo per correre al cinema. Ecco la via facile per conoscere il vecchio Barney evitandosi la lettura (sublime, ma faticosa) di 490 pagine di cui le prime 100 sono una muraglia eretta dall'autore per selezionare i lettori ammessi al paradiso. Comodo.
Secondo motivo per correre al cinema. Chi ha letto il libro vedrà finalmente Miriam (oh, Miriam!) l'unico, vero, grande amore di Barney che l'attrice Rosamund Pike restituisce all'altezza dei sogni più esigenti. Affascinante.
Il terzo motivo per correre al cinema è conoscere dal vivo Izzy Panofsky, perché se Barney è riuscito (volutamente) un po' annacquato, suo padre Izzy è davvero strepitoso, peggiore perfino dell'originale nel cercare la morte per infarto - lui, poliziotto della buoncostume in pensione - concedendosi l'ultima notte di piacere in un bordello. Signore e signori ecco a voi Dustin Hoffman, che se solo fosse stato più giovane sarebbe stato, lui sì, un Barney favoloso. Magistrale.
Quarto motivo. Depurata dalle sue tinte gialle e dalle pagine in eccesso "La versione di Barney" al cinema diventa una perfetta storia d'amore in tre atti attraverso i tre matrimoni di Barney Panofsky: prime nozze per gravidanza, seconde nozze per errore, terze nozze per amore. Applausi.
Quinto motivo. Scoprire che si può provare compassione anche per un vecchio porco quando la commedia diventa, a poco a poco, un film drammatico. Uno che - detto ancora per inciso - tradisce la moglie alla prima occasione ma quando lei lo fissa dritto negli occhi vuota il sacco disperato, implorando l'ennesimo perdono che questa volta non arriverà (oh, Miriam!). Uno che - questo è il punto - quando perde la memoria ridiventa ufficialmente il bambino che, sotto sotto, non aveva mai smesso di essere. Commovente.
Sesto motivo. Leggere sullo schermo la storia di un uomo e dei suoi errori per scoprire che in fondo il nemico vero sta dentro di noi: chi più di noi stessi (Barney docet) ha il potere di rovinare la nostra vita, costruita faticosamente capitolo dopo capitolo? Istruttivo.
Tre matrimoni, un suicidio, due figli, due divorzi, un amico morto e un'inchiesta per omicidio che si risolve solo alla fine del film. Il tutto in un bagno di ironia di prima classe. Ne "La versione di Barney" cinematografica c'è tutto questo. Insomma sette euro e mezzo spesi bene.
Fate come me: pagate il biglietto con venti euro, utilizzate le monetine del resto per comprarvi un bicchiere di Coca Cola al bar del cinema (potete sempre fingere che sia un Macallan) e terminato lo spettacolo correte in libreria per investire gli ultimi dieci euro nell'edizione tascabile del libro rosso pubblicato dall'Adelphi. Dopo il Barney da Oscar conoscerete il vecchio porco. Non ve ne pentirete.
16 novembre 2010
Soddisfazioni
15 novembre 2010
Mano al portafoglio
Non so come spiegarlo, ma questo pomeriggio, dopo l'ennesima verifica su Wikipedia, ho letto il messaggio del fondatore (insomma l'uomo che vedete qui sopra) e... ho PAGATO. Ho dovuto farlo, l'ho sentito come un dovere personale, perché internet non sia solo Facebook (dove ho solo tre amici, sempre meglio di due) e soprattutto perché qualche anno fa, prima di sapere che mi sarei collegato all'enciclopedia virtuale più volte al giorno, ero uno di quelli che ridevano.
E se per caso avete (giustamente) dubbi sull'attendibilità di Wikipedia e su chi la consulta prima di scrivere qualcosa sul giornale, andate a leggervi cosa ne pensa Umberto Eco.
14 novembre 2010
La brutta copia
25 ottobre 2010
Casa dolce casa
Noi, che ora sappiamo cosa sono le tavelle, le pignatte, i morali, il colmo, la banchina, le putrelle, la mantovana, la mazzetta e perfino la maestà
Noi, che parliamo al plurale, perché certe cose, come la ristrutturazione di una casa, bisogna farle assieme
Noi, che abbiamo imparato a non perderci d'animo, nemmeno quando sembra che il mondo ti crolli addosso
Noi, che abbiamo imparato a immaginarci le cose finite
Noi, che ora sappiamo quanto spazio occupa il pavimento di una casa. E soprattutto cosa c'è sotto
Noi, amanti dei colori, che avevamo un bagno colorato e nella nuova casa ne abbiamo voluto un altro
Noi, pignoli che abbiamo voluto decidere il destino di ogni singola piastrella
Noi, che abbiamo imparato a prendere decisioni (e a non pensarci più). Decisioni difficili, talvolta difficilissime
Noi, che abbiamo acquistato il frigorifero su internet e non sapevamo più come portarlo in casa
Noi, che abbiamo imparato a fare da soli
Noi, che pensavamo che il risparmio energetico fosse una cosa semplice
Noi, che da due mesi ormai abbiamo imparato a farne a meno ma se tutto va bene tra pochi giorni avremo... le porte
Noi, che in un eccesso di entusiasmo siamo finiti pure all'ospedale
Noi, che per consolarci delle (troppe) lampadine appese a un filo ci siamo comprati un lampadario con 160 fiori
Noi, (anzi LUI) che di quest'anno terribile e straordinario passato a ristrutturare la nuova casa ricorderemo poco o niente
30 marzo 2010
Le parole di carta
Che ne sai tu, cara signora con l’auto in doppia fila, che ne sai di un altro bambino che tanto tempo fa metteva da parte la sorpresa per dedicarsi avido al giornalino, certo che avrebbe potuto aprirgli ben altri mondi che un giocattolo. Che ne sai, tu che affidi il tuo futuro al gratta e vinci, senza nemmeno immaginare quanto bassa sia la probabilità statistica di risolvere in questo modo i tuoi problemi, che ne sai di due fratelli che si pestavano ogni giovedì, al ritorno dalla scuola, per mettere per primi le mani sul Il Giornalino che il postino depositava, in quegli anni puntualmente, nella buchetta della posta? Che ne sai tu di una madre che per costringere i figli a mangiare doveva sequestrare loro i fumetti finché i piatti erano vuoti? Che ne sai dell’emozione incontenibile di trovare, durante una spedizione in soffitta, un giacimento di Topolini (di carta) di quelli antichi, con tante storie e poca pubblicità.
Ti sembrerà forse un gesto intelligente quello di lasciare al negozio l’inutile carta per portare via ciò che conta, cioè l’omaggio. Ma è solo perché non puoi nemmeno immaginare la potenza (esatto: ho detto potenza) di un testo scritto, fossero anche pagine per bambini, mica la Divina commedia, capace di far piangere, ridere, tremare per la rabbia, la paura o tenerti sveglio fino a notte, con la pila sotto il letto, per scoprire se il piccolo e sfortunato Oliver riuscirà finalmente a sfuggire al cattivissimo Fagin e al suo terribile compare Sikes. Oppure se il misterioso capitano Nemo sarà capace di condurre il sottomarino Nautilus alla vittoria nella lotta contro il calamaro gigante. E ancora, per vedere se il signor Duncombe capirà mai i tormenti del figlio maggiore Humphrey (incompreso da tutti dopo la morte della madre) impegnato com’è a dispensare comprensione e affetto al figlio minore Miles (insopportabile ingiustizia!).
Tutto questo cara signora, nervosa come le quattro frecce che hai lasciato accese nella via, lo neghi a tuo figlio portandogli in cambio una motoretta finta. Sai che ti dico? Quel giornalino colorato che non trova posto nella tua borsetta troppo piena, me lo porto a casa io dove troverò un altro bambino sempre pronto a chiedere: papo leggimi una storia. In cambio, se dovessi cambiare idea, posso darti uno di quei libri “antichi” che nella nostra famiglia sono ormai alla terza generazione. Ti sembreranno vecchi e rovinati, con le pagine strappate e qua e là scarabocchiate, ma credimi: il giocattolo rotto si butta, il libro sciupato e un po’ scassato, perché è stato preso in mano tante volte, è garanzia di qualità.
26 febbraio 2010
Scusi, è libero questo posto?
Ps: notate dietro Prodi il signore che sonnecchia e ancora più indietro la signora tutta fiera dell'interesse del fotografo.
28 gennaio 2010
Una notizia che mi ha lasciato secco
Stavo lì davanti al computer a navigare tra tutta quella roba che mettono ogni giorno sui siti internet e via dicendo quando ho letto questa notizia che per poco non mi ha lasciato secco. Lui, intendo dire il vecchio J.D., era morto. Siamo sinceri: era come se fosse morto da sempre visto che in pratica si era sepolto vivo dopo aver scritto un libro. Un libro solo, perché gli altri - siamo ancora più sinceri - è come se non li avesse scritti mai. Ma io li ho comprati lo stesso. Anche gli altri. E' ovvio. Alla fine, poiché l'unico che mi interessava era quello, me lo sono comprato anche in inglese, per leggere esattamente le SUE parole e non quelle della traduttrice. So che voi potete capire, voi che sapete perché sto scrivendo in questo modo e tutto quanto.
Insomma ora so cosa si prova quando muore uno di quegli scrittori. Prima non lo sapevo perché quando lessi la versione del vecchio Barney lui era già morto (cazzo! cazzo! cazzo!).
Sono libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Nessuno potrà più chiamare il vecchio J.D. al telefono. E probabilmente neanche prima, nel caso vi fosse venuto il dubbio. E' da gente come lui che di fronte a un laghetto ghiacciato in mezzo ai grattacieli impariamo a porci la domanda giusta. E cioè: ma dove vanno le anatre d'inverno?
Aveva 91 anni. Un'età per cui io farei la firma, se proprio ci tenete a saperlo. Ma questa è un'altra storia. Non dovevano intitolargli una scuola di scrittura. Lui odiava queste cose. Lui avrebbe odiato anche un post come questo, se è per quello. L'aveva scritto chiaro: "Spero con tutta l'anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero". Figuriamoci se avrebbe gradito un dannato"coccodrillo".
Del Giovane Holden vorrei tanto scrivere che è un libro eccezionale, eccetera, eccetera, ma mi trattengo. Eccezionale. Se c'è una parola che odio è eccezionale. È talmente fasulla. Vorrei tanto averlo scritto io. E invece è stato lui. Se solo avessimo potuto chiamarlo al telefono, chissa cosa ci avrebbe detto.
Come minimo: andate a leggere QUI qualche passaggio di J.D. Salinger. Giuro che è roba da far venire la pelle d'oca.
02 gennaio 2010
Fausto
Nel cinquantesimo anniversario dalla morte di Fausto Coppi (oggi) voglio pubblicare questo pezzo che aveva tutto un altro scopo (e forse ce l'ha ancora) ma è rimasto a sonnecchiare sul mio disco rigido. Ho letto sui giornali le commemorazioni e ho capito che, sebbene incompleto, era giunta l'ora di tirarlo fuori.
... quando mancavano quarantaquattro tornanti al passo seppe che ce l'avrebbe fatta perché lui era Bartali, il grande campione, e saliva le rampe dello Stelvio sotto l'ultima neve di maggio con il passo del ciclista in stato di grazia. Mancavano quarantatre tornanti alla vetta ma lui - Bartali - saliva senza paura, guardando in alto, lungo i fianchi delle Alpi, quella traccia che l'avrebbe portato in cima e poi giù di volata, verso la gloria del traguardo.
E' bello scalare il passo Stelvio, questa rampa infinita e spaventosa, se sulla maglia hai scritto Bartali e sui pedali ci sono due gambe lucide e ubbidienti che spingono un rapporto da cinque metri e mezzo. E' bello leggere sui paracarri austriaci il conto alla rovescia dei tornanti - ne mancano solo quarantatre, che ci vorrà mai? - mentre gli avversari restano indietro, staccati, uno ad uno, regalando al morale quella marcia in più che l'uomo al comando inserisce per filare dritto verso la vittoria. E' bello prendere la rincorsa sul pavè del sesto tornante (ne mancano 42 alla vetta) per lanciarsi sul rettilineo sincronizzando i respiri, profondi e regolari, con i colpi di pedale.
Nell'attesa dello scollinamento Bartali, ancora incredulo, prega la Madonna, lui che ce l'ha una Madonna da pregare, che lo porti in cima e poi giù verso il traguardo di Bormio a prendere la maglia rosa.
E' bello sentire un cuore da bisonte che batte regolare dentro il petto, un cuore che la mattina borbotta quaranta battiti al minuto ma quando serve può arrivare a centottanta. Un cuore di quelli che - dicono i dottori - si vedono una volta ogni venticinque anni e sarebbe un prodigio sprecato - dicono i direttori sportivi - se finissero a lavorare i campi invece di fare il motore di una bicicletta.
E' bello - essendo Bartali - sentire lo stomaco che spreme l'energia dal pane e salame, l'acqua della borraccia che va a rimpiazzare il sudore che è caduto copioso sulla ghiaia della strada.
Allora Bartali - l'invincibile Bartali - è lì che prega la Madonna e pedala regolare sul passo dello Stelvio, una pedalata e un respiro, una pedalata e un respiro, quando al ventiduesimo tornante (ne mancano solo ventisei!) commette l'errore di alzare per la prima volta gli occhi dal manubrio, avvicinarsi al parapetto e guardare verso il basso dove - invece del vuoto - vede la maglia bianco-celeste di un fantasma. Ma Fausto Coppi - pensa Bartali - è troppo distante, quattro tornanti più sotto, anche se pare che abbia il motore, laggiù, davanti alle motociclette, con quella cassa toracica sgraziata (ma quant'è larga?) che però sul sellino di una bicicletta diventa una caldaia con la pressione al massimo.
I polmoni di Fausto Coppi bruciano sette litri d'aria di montagna al colpo e poi soffiano vapore, mettendo in moto due stantuffi che girano potenti portando il campione alla ruota del rivale.
E' dura essere Gino Bartali quando dietro arriva Fausto Coppi, con il suo cuore da cavallo che a riposo fa trentacinque battiti al minuto, uno che - dicono i dottori - nasce solo una volta ogni cinquant'anni e per un destino infame arriva proprio quando a dominare la scena c'eri tu.
Sia maledetto Fausto Coppi. Gino Bartali si alza furioso sui pedali, si attacca alla borraccia (non quella dell'acqua, l'altra) manda al diavolo la Madonna e si rituffa sul manubrio. Ma al trentottesimo tornante - quando ne mancano dieci appena, ma sembrano tantissimi - le gambe sono diventate bielle di gomma invece che d'acciaio, lo stomaco non ha più cibo da trasformare in benzina e Fausto Coppi è lì dietro - con la sua caldaia enorme che sbuffa tra i cumuli di neve - a farti saltare i nervi con quei capelli scuri e impomatati. Se fosse solo per quel sapore di sangue che sente in bocca (ha rotto i capillari per lo sforzo) Gino Bartali si accoderebbe alla ruota del nemico e ci resterebbe inchiodato fino alla morte. Ma la bava gli incolla le mascelle, le gambe si incendiano e la nebbia gli scende sugli occhi. Se non fosse che siamo nel 1953 ci sarebbe la televisione a riprenderlo, ma su quella strada di montagna - dove il Giro d'Italia passa per la prima volta (mai erano saliti così in alto!) - Gino Bartali, solo con l'avversario, sente il respiro potente di Fausto Coppi che prende la rincorsa, scatta e lo sorpassa al quarantaquattresimo tornante (quando ne mancano solo quattro alla fine!) lui che invece di una Madonna da pregare ha una bella signora bianca che lo attende giù al traguardo. Gino Bartali lo vede affrontare l'ultima curva su quella bicicletta di colore celeste-Bianchi e poi farsi più distante. Lo può solo immaginare mentre si lancia in discesa con un foglio di giornale sotto la maglietta - e forse neanche quello - per proteggersi dal gelo. Gli spettatori che applaudono sul passo gli leggono negli occhi un velo di tristezza, come se per un attimo (uno soltanto!) avesse pensato al fratello Serse Coppi morto in corsa e alle ossa troppo fragili che lui, Fausto, si ruppe pedalando senza paura sulle strade del Trentino. Bartali ormai è staccato, ma è come se lo vedesse - perché l'ha visto tante volte - stringere il manubrio come le corna di un toro e lanciarsi verso Bormio.
Poi per un attimo - Bartali lo sa - Coppi stacca la mano destra dalla bicicletta e la porta sulla tasca posteriore della maglia per controllare che sia tutto a posto. Quando sarà all'arrivo prenderà quel pettine e lo passerà tra i capelli prima di giungere a tiro dei fotografi.
Bartali invece no. Al tornante numero quarantotto (l'ultimo) rallenta il passo. Siamo nel 1953 e non c'è la televisione, quindi nessuno lo vede mentre con le lacrime agli occhi appoggia un piede a terra (Bartali appoggia un piede a terra!) e con la forza della disperazione...
26 dicembre 2009
Babbo Natale
Tutto inutile, perché io, ormai, sapevo. Anni di indagini e di (inutili) appostamenti mi avevano reso consapevole del rito che si compie la notte di Natale. Prove nessuna, ma indizi ne avevo in quantità compresi quei pacchi colorati che erano spariti dall'armadio di mia madre per comparire, identici, sotto l'albero. Oppure quella manciata di farina gialla per le renne lasciata nel piattino che ritrovai il giorno successivo nel bidone sotto il lavandino. E poi, per dirla tutta, se Babbo Natale fosse esistito veramente non avrebbe mai portato i regali più costosi ai bimbi ricchi e i balocchi più economici (o semplici dolciumi) ai figli delle famiglie meno abbienti come avveniva puntualmente nella poco magica realtà. Infine, poiché il mondo all'epoca non lo conoscevo, vivendo in un universo che si estendeva tra casa nostra e quella dei miei nonni, su di me aveva scarsa presa il dubbio su come facesse il grande vecchio a consegnare tutti i regali in una notte, ma comunque eravamo tutti d'accordo su un fatto: Babbo Natale erano proprio la mamma e il papà che si preoccupavano per tempo di scoprire i nostri desideri, facendoci scrivere la famosa letterina da spedire al Polo Nord. Ma che bisogno c'era di gridarlo ai quattro venti come aveva fatto in auto quel mio compagno sapputello? Che bisogno c'era di farsi grandi tirando fuori la cruda verità? Tanto più che - come scopro leggendo i giornali di queste feste - immaginare Babbo Natale fa bene all'immaginazione e anche i più grandi potrebbero scoprire che per chi davvero ci crede Babbo Natale (chiamatelo come volete) esiste veramente.
16 dicembre 2009
349.999 copie
Scopro leggendo questa pubblicità che hanno venduto 350 mila copie del nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci. Non possono sapere che la mia è finita nel cassonetto della carta da riciclare, quindi fanno 349.999 che comunque mi sembrano un numero spropositato per un romanzo ignobile. Tanto è stato terribile, questo libro, che per la prima volta sono corso su Ibs.it, (perché ancora non conoscevo anobii.com), a depositare il mio sdegno. Era il 5 novembre scorso e scrissi questo:
Libro letto a letto in due giorni, durante un'influenza... l'ho appena posato sul comodino e un'urgenza insolita e inaspettata mi coglie: quella di stroncarlo. Mai scritta una recensione su Ibs, ma questa volta devo farlo: pessimo. Un attentato alla credulità del lettore. Dopo le buone prove del passato (Io non ho paura, Ti prendo e ti porto via) un capitombolo imbarazzante e incredibile: possibile che nessuno, non l'editore, non gli editor, nemmeno la lunga lista di persone citate nei ringraziamenti, abbia impedito ad Ammaniti di pubblicare quest'opera tremenda? Scrittura debole, solo che questa volta non c'è la storia a sostenere il romanzo. E sorprende quell'aggettivo - "comico" - che si legge sulla quarta di copertina, assieme all'unica frase vagamente ironica di un romanzo che non fa (nemmeno) ridere.
Per rifarmi sto leggendo questo che, per dirla tutta, è il libro di un mio collega di lavoro, anzi un mio amico. Se vi piace viaggiare, ma non avete il tempo, l'energia, le possibilità o semplicemente vi manca il coraggio di farvi tre settimane sulla Transiberiana comprate il libro di Paolo Cagnan (foto), sarà lui a condurvi per mano da Mosca a Pechino passando da Novosibirsk e Ulan Bator.
15 dicembre 2009
Una persona anziana
Ero lì in redazione a scrivere questo articolo quando ho sentito in televisione una serie di interviste di strada dedicate all'aggressione a Berlusconi: c'era la signora che si indignava, il ragazzo che sosteneva il suo idolo (Silvio), lo studente che diceva che "un po' se l'è cercata" e l'uomo che gli ribadiva "che questo non è il modo". E poi c'è stato un giovane che con la sua dichiarazione candida ha illuminato la mia stanza, dicendo finalmente la verità che è sotto gli occhi di tutti e che nessuno vede: "Queste cose non si fanno - ha detto senza malizia - tanto più che si tratta di una persona anziana".
Persona anziana. Ho il sospetto che se Silvio Berlusconi lo venisse a sapere, dall'alto dei suoi tacchi, orgoglioso dei suoi capelli nuovi e soddisfatto del suo lifting, odierebbe il giovane intervistato più di Massimo Tartaglia, cioè il suo aggressore. E' la dimostrazione (se serviva) che le parole (giuste) possono fare più male di un souvenir del Duomo di Milano quando te lo tirano in faccia a tutta forza.
10 dicembre 2009
Una questione di fiducia
Quando giunge il momento ci prendiamo un giorno di riposo e andiamo in due, mamma e papà, facendoci coraggio, all’asilo nido privato di periferia, quello con il nome rassicurante e le finestre colorate dove il nostro piccolo lo accoglierebbero anche subito. Sulla porta si presenta una maestra sorridente, con un bambino in braccio, ma noi siamo già lì con gli occhi ansiosi a verificare che sia tutto a posto: niente spigoli vivi, niente giocattoli pericolosi, niente vernici velenose e altre cose che abbiamo letto sul manuale del perfetto genitore. Poi chiediamo dov’è la cucina e ci indicano una porta là in fondo, ma non ce la fanno vedere per motivi, dicono, igienico sanitari. Infine usciamo e con un’occhiata ci intendiamo al volo: qui no, senza nemmeno sapere bene perché.
All’asilo pubblico, dove ci chiamano dopo tre mesi, sorvoliamo sull’odore che sentiamo in corridoio perché - ci consoliamo - può capitare in un posto dove cambiano duecento pannolini al giorno. Quindi mettiamo il nostro figliolo in braccio ad una sconosciuta, sperando tanto che questa donna gentile non si trasformi in un’arpia quando avremo chiuso la porta dietro di noi senza voltarci per non cedere alle grida del piccolo. Confidiamo che gli soffi il naso quando gocciola, che gli pulisca il sederino prima che diventi rosso, che lo imbocchi con pazienza e lo consoli quando piange. Giorno per giorno lo studiamo con amorevole sospetto ma lui dorme tranquillo, la mattina corre all’asilo, la domenica ci canta la sua prima canzoncina e noi ci rilassiamo nonostante quel bernoccolo in piena fronte: quante storie, i figli sono di tutti, così innocenti, incapaci di denunciare la violenza, chi mai avrebbe il coraggio di maltrattarli? Finché un giorno al telegiornale delle 13 e 30 un filmato ci sorprende con la forchetta a mezz’aria: in televisione da Pistoia c’è una donna isterica che mena sberle e tira i capelli ad una bimbetta che i genitori credevano in buone mani. Vorremmo non guardare e invece stiamo là incollati, se non altro per capire che è una pazza esaurita e questo - tutto sommato - un po’ ci consola perché la pazzia a differenza della cattiveria in questo mondo è un’eccezione.
Quel VIDEO che già circola su internet sarebbe un attentato alla fiducia, un detonatore all’ansia di ogni genitore che affida il figlio al prossimo se non ci fossero - per fortuna - altre storie da raccontare. Storie come quella di un primogenito, sempre quello, che giunto ormai alla scuola materna incontra una delle sue vecchie maestre per la strada. Non una maestra qualsiasi, ma LA MAESTRA, perché anche se nell’aula si alternano in tre o quattro (altrimenti diventerebbero esaurite pure loro) di maestra ce n’è una sola. Lui cammina per mano al suo papà e lei è dall’altra parte del ponte sull’Adige che gli viene incontro lungo il marciapiede. Benché porti gli occhiali spessi lo vede da lontano e gli sorride. Quando il piccolo le giunge a tiro lo solleva, lo stringe, lo bacia e gli dice: ciao Emilio, come va? Ma lui non risponde, si ficca quelle due dita in bocca e le succhia come un disperato senza tirare fuori una parola. Alla fine ci allontaniamo verso le estremità opposte del ponte e io indago: ma che figure mi fai fare? Non te la ricordi più la maestra Mariella? E lui con un filo di voce, spiega: “Papo, mi faceva male il collo”, perché ancora non sa come si dice nodo in gola, uno di quei “groppi” che ti prendono quando incontri dopo tanto tempo una persona a cui ti eri molto affezionato.
P.S. Grazie a tutti quelli che in questi mesi di inattività mi hanno scritto o sono venuti qui fuoridalpalazzo a vedere se c'era qualche novità... questo blog riprende le trasmissioni!
03 giugno 2009
Fiocco azzurro
25 maggio 2009
Commistioni
21 maggio 2009
La vendetta delle donne
06 maggio 2009
Berlusconi: posso palpare un po' la signora?
Nuova gaffe del presidente Silvio Berlusconi che saluta così l'assessore della Provincia di Trento alle pari opportunità Lia Beltrami: "Posso palpare un po' la signora?". Lei non voleva credere alle sue orecchie. Io nemmeno.
P.S. La ripresa è stata effettuata il 25 aprile 2009 dall'emittente locale trentina Tca, al seguito dell'assessore Beltrami (Udc) durante una visita ai volontari trentini impegnati tra le macerie di Bazzano, alla periferia de L'Aquila (registrazione dell'agenzia giornalistica Opinione). La signora, 41 anni, sposata, due figli, fresca di nomina nell'esecutivo provinciale, non ha gradito. Se vuoi approfondire clicca giornaletrentino.it
14 aprile 2009
Oggetti inutili sotto le macerie
Così, leggendo le cronache da L’Aquila, ci siamo improvvisati tecnici, spiegando a vicini e colleghi di lavoro come vanno costruite le case a regola d’arte e cosa bisogna fare quando si sente una scossa nel cuore della notte. Abbiamo ascoltato i pompieri (anche i nostri) spiegare come bisogna fuggire, quali cose bisogna tenere a portata di mano, quale via di fuga scegliere verso la salvezza mentre un palazzo oscilla pericolosamente. Abbiamo ascoltato gli ingegneri spiegare come si costruisce un edificio, quanto deve resistere un pilastro e che forma devono avere i tondini di ferro per non sfilarsi via, strappati dal sisma, come uno stuzzicadente infilato nel burro.
Ma la vera lezione da imparare era un’altra. E siamo ancora in tempo. E’ quella che una giovane donna dagli occhi ormai asciutti ha impartito a una telecamera non troppo invadente. Ha spiegato che mentre i suoi vicini di casa si affrettavano verso le macerie per recuperare qualche vestito, le fotografie del matrimonio e del battesimo, i gioielli e i soldi che erano rimasti nel cassetto del comò, magari i giochi dei bambini rimasti a galleggiare tra la calce e le travi spezzate, lei in quelle macerie non aveva più nulla da cercare. Non c’è sciacallo, ormai, che possa farle paura.
Chissà se si è salvata la nuova televisione a schermo piatto, oppure il frigorifero con il congelatore incorporato o ancora i quadri d’autore che messi all’asta avrebbero avuto un loro valore. Forse giù in garage - dov’era parcheggiata l’auto - c’è ancora qualcosa che potrebbe tornare utile: la bicicletta da corsa nuova di zecca, il motorino, oppure gli sci e gli scarponi pronti per l’ultima domenica d’inverno. Dalle macerie - chissà - si potrebbe recuperare qualche vestito firmato oppure le scarpe di marca. Ma lei non cercava più nulla perché - avendo perso il marito e i due figlioli - non aveva più nulla da trovare. Ha detto qualcosa che non ricordo esattamente, ma che riguardava il “senso del possesso” stravolto da un’onda sismica che oltre alla casa le ha portato via gli affetti.
Insomma quella donna parlando del terremoto ci ha descritto un’altra tragedia (la nostra) di gente che si affanna a dedicare la vita intera ad accumulare oggetti che possono restare benissimo sotto le macerie (e nessuno ne sentirà la mancanza) invece di attribuire il giusto valore a tutto quello che diamo sempre per scontato.
Qui sotto alcune "chicche" televisive:
Lo spazio è relativo
Ieri mattina, dopo averne viste tante, ci siamo ritrovati in una casetta di un ex quartiere popolare dove una volta vivevano le famiglie degli operai trentini: stanza, cucina, bagno, cantina, soffitta e niente parcheggio visto che l'auto, per chi viveva in quei rioni, era un lusso inarrivabile. I tempi sono cambiati. Dove una volta si stringevano due famiglie ora ne vive una delle nostre: due soffitte fanno una mansarda, due cantine fanno una taverna, tutto il resto si raddoppia e per il parcheggio ci si arrangia. Così hanno fatto molti, in varie zone della città, e così avevamo pensato di fare noi. Solo di una cosa il proprietario ci aveva avvisato dandoci appuntamento per le undici: "Abbiamo affittato la casa a una famiglia di stranieri, comunque non c'è nessun problema perché presto se ne andranno e sono disponibili a farvi visitare l'immobile di buon grado".
Così siamo entrati e abbiamo iniziato ad osservare l'edificio con gli occhi del futuro: via quella parete, via quelle piastrelle, sul tetto forse ci faranno alzare un abbaino o almeno aprire una terrazza, le piastrelle del bagno le cambiamo perché così proprio non vanno, il pavimento può restare e via dicendo. Ma mentre gli stranieri - educati e sorridenti, per nulla disturbati visto che erano ancora in pigiama - si spostavano per lasciarci passare da una stanzetta all'altra siamo rimasti colpiti dalla loro numerosità. Poiché si assomigliavano contarli era impossibile (anche perché non sta bene entrare in casa degli altri e fissarli dritti in volto) ma ho ancora in mente il numero dei letti che ho incontrato sul percorso: ce n'erano dappertutto, anche in quello che doveva essere il soggiorno. Forse quanti ce n'erano stati un tempo, quando quella casa era abitata dagli operai trentini.
Lo so, queste sono chiacchiere da bar, l'abbiamo sentito dire mille volte: questi stranieri affittano le case e poi entrano in dieci in un appartamento. Ma poiché ieri mattina non sono andato al bar ma a visitare quella casa dirò quello che ho visto di persona, compresa la televisione a schermo piatto enorme - pari a due mensilità d'affitto - che c'era in una stanza di fronte a un letto matrimoniale con il letto singolo accanto, come capita talvolta nelle stanze d'albergo. Ci dev'essere una relazione fra la condizione sociale e le ore trascorse davanti alla televisione perché - fateci caso - le case dei poveri sono sempre piene di antenne e parabole. Fuochi invece non ne ho visti. Di quei falò che gli stranieri accendono nel bel mezzo del soggiorno, forse per cuocere i missionari nel pentolone, non ne ho visto neanche uno. Eppure al bar me l'hanno raccontata almeno tre volte.
La casa non ci ha convinto perché dove ci stanno otto stranieri noi temiamo di starci stretti anche in quattro soltanto. A dirlo suona brutto, ma è la verità: non è che ci renda migliori fare silenzio su quel che accade dietro la porta dell'edificio all'angolo.
Dopo averlo scritto sul giornale bisognerà chiamare il proprietario e fargli sapere di persona che dopo questa visita siamo tornati in tre nel nostro appartamento, quello dove presto saremo in quattro e dove ai bei tempi stavamo benissimo in due, ci siamo seduti sul divano a riordinare le idee davanti alla nostra televisione spenta e ci siamo sentiti improvvisamente larghi.















