Per scoprire il segreto del mio amico G. bisogna risalire nel tempo di quindici anni almeno. Eravamo giovani studenti, il sabato sera andavamo tutti in pizzeria e poi al momento di pagare - quando ognuno metteva le sue diecimila lire sul tavolo - lui prendeva la ricevuta, la sventolava in aria e diceva: "Serve a qualcuno questa? Altrimenti la prendo io". Prendi, prendi, dicevamo noi, figli di lavoratori dipendenti per cui quel pezzo di carta aveva due scopi solamente: controllare se il ristoratore aveva fatto i conti giusti e verificare (a fine mese) che tornassero i conti nostri.
Ma lui, il mio amico G., con quella fattura era in grado di mettere in moto un meccanismo prodigioso e, almeno ai miei occhi, alquanto misterioso: lui "scaricava". Sì, perché nonostante studiasse (poco) all'università, il suo nome già figurava accanto a quello del padre nell'impresa di famiglia (dove nessuno l'aveva mai visto) realizzando un altro prodigio, quello che consente di prendere un reddito e dimezzarlo, tasse comprese.
Ma noi a queste cose non facevamo caso e quella fattura, se davvero serviva a fare diminuire le tasse, gliela davamo volentieri perché lui era più povero degli altri: all'università non pagava le tasse (anzi gli davano pure la borsa di studio) e quando andavamo in mensa il prezzo per lui era dimezzato. Restava il dubbio su come facessero - lui e suo padre - a permettersi quelle auto di lusso che cambiavano ogni due anni. Ma i propri soldi ognuno li spende come vuole.
Terminati gli studi ci siamo persi di vista ma un giorno ho ritrovato il suo nome ai primi posti nelle graduatorie per il mutuo provinciale, segno che l'impresa familiare non doveva navigare in acque tranquille. Infine l'ho incontrato fuori dall'asilo nido comunale, al Torrione, dove avevano subito accettato suo figlio mentre il mio era ancora in attesa perché con il mio reddito (mi hanno spiegato) potevo anche pagarmi la baby sitter.
Le voci in una città come Trento girano veloci e mi hanno raccontato che gli affari di G. avevano iniziato ad andare bene. In fondo - ho pensato - perché no? E' sempre stato disinvolto, schietto, uno di quelli che quando è il momento di presentare il conto non ha nessun problema a guardarti fisso negli occhi come per ipnotizzarti e a dirti: "Non ti serve mica la ricevuta, vero?". Ma no che non serve, gli risponde la gente, basta una stretta di mano, siamo fra gentiluomini. E se uno prova a tirare fuori il blocchetto degli assegni per pagare, lui lo prende per un braccio e lo blocca: "Ma no, che fai? Non c'è fretta. Me li porti domani, magari anche in contanti che è più comodo".
G. è fatto così: non ama le complicazioni. Per questo si è affidato a un commercialista esperto, uno di quelli che non gli fanno tante storie quando lui si presenta con tutti i costi ("terribili") che deve sostenere per evitare all'azienda il fallimento. E a noi lavoratori dipendenti spiega ogni volta quanto siamo fortunati ad avere lo stipendio fisso a fine mese, ferie pagate: "Mica come me - dice - che mi faccio il culo per pagare i conti dello Stato". E poi ce l'ha con le infrastrutture, dice che siamo un paese del terzo mondo: sarà per questo che si è comprato una casa in una di quelle isole, non mi ricordo il nome, dove non si pagano le tasse. Un sogno realizzato.
Sulle pensioni abbiamo idee diverse. Mentre io mi preoccupo della fine che faranno i contributi, lui mi sfotte e dice che lo Stato andrà in fallimento: "Fai come me - mi consiglia prendendomi sotto braccio e dimenticando che per i dipendenti i contributi sono obbligatori - ti fai una bella assicurazione privata e sei a posto. Se proprio vuoi essere sicuro punta sugli immobili, ce l'avrai qualche nero da investire no?". Questo è il segreto del mio ex amico. E dico "ex" perché quelle fatture che gli ho dato ingenuamente per frodare uno Stato che fallisce non gliele ho mai più perdonate.
15 ottobre 2006
08 ottobre 2006
Nel mio garage c'è un Suv
Ebbene sì, lo confesso: nel mio garage c'è un suv. L'abbiamo comprato d'urgenza l'anno scorso quando ci siamo accorti che nella Golf il passeggino ci entrava a malapena e l'abbiamo spedita in Moldavia – la Golf – per essere venduta. Era luglio, caldo torrido, e ci siamo ritrovati in un parcheggio assolato con due ore di tempo per scegliere un'auto nuova con cui tornare a casa. Ci siamo guardati e abbiamo detto: quella! Indicando un'auto nera che ci sembrava grande a sufficienza. Un suv non sapevamo nemmeno cosa fosse ma la nostra vita, senza dubbio, è diventata più movimentata.
Lassù in alto, nella nostra grande jeep, ogni viaggio è un'avventura soprattutto quando, all'arrivo, bisogna parcheggiare. E' in quel momento che divento il capitano di una nave: spedisco un mozzo a poppa, uno a prua e uno a dritta che mi urlano le coordinate e mi aiutano a entrare in porto (ops, nel posteggio).
Come sarebbero banali, i viaggi, se non avessimo un suv. Quando saliamo per un pic-nic a Malga Brigolina, oppure più su a Mezavia, guido concentrato lungo la strada sterrata con qualche buca riempita dalla pioggia: il mio terreno. Nessuno parla perché la situazione è seria, il pericolo è in agguato, poi arriviamo e lasciamo il suv in sosta vicino alle altre auto, quelle normali tipo le Punto o le Renault Clio. Allora scendo dal mio fuoristrada con un salto, osservo compiaciuto gli schizzi di fango sulla fiancata e mi guardo attorno con un'espressione seria e preoccupata: “Incoscienti” dico. “Come avranno fatto ad arrivare qui con queste carrette?”.
I suv sono alti e quando la strada si fa tortuosa oscillano come barche in mezzo al mare. Così quando viaggiamo sui tornanti dolomitici tutto l'equipaggio lavora per bilanciare i pesi: è un gioco di squadra, siamo gente sportiva, talvolta qualcuno si sente male e allora bisogna fermarsi, ma una breve sosta forzata è quello che ci vuole per dare l'impressione di avventura.
Guidare mezzo metro sopra gli altri ha anche altri vantaggi, ad esempio in autostrada dove l'autista di un suv gode di una splendida vista sulle gambe delle donne che lo sorpassano. Esatto, sorpassano: perché da quando abbiamo il suv viaggiamo nella corsia di destra, quella dei tir, con le auto normali che ci sfrecciano accanto velocissime.
Con il nostro nuovo suv, ci siamo accorti, è anche più facile fare amicizia: vediamo più spesso il benzinaio, quell'uomo gentile che tra le numerose auto in coda punta felice verso la nostra. E anche il gommista, da un anno a questa parte, ci guarda con un occhio diverso che non saprei come definire: con più rispetto, oserei dire, ma forse sbaglio perché non so cosa dice alla sua impiegata quando lascio l'officina con quattro enormi gomme nuove.
Quel giorno che ci svegliammo con la neve la radio raccomandava di non mettersi in viaggio se non era strettamente necessario. Quindi mi precipitai fuori di casa perché io non sono mica come gli altri: io ho un suv. Superare la rampa del garage fu un gioco da ragazzi ma salendo sul Bondone mi ritrovai in coda già a Montevideo, bloccato da una fila di auto impantanate che nemmeno le mie ruote artigliate mi consentivano di scavalcare: colpa mia, dovevo pensarci prima, per l'inverno prossimo mi compro un carro armato.
Finché l'altro giorno alle otto di mattina (strano) il mio amico D., che ha un'auto simile alla mia, mi ha spedito un messaggino: “Sei pronto alla stangata?”. E poi ha aggiunto: “Suv. Non riusciremo più a sbolognarli”. In quell'istante ho aperto gli occhi: ho passato giorni per cercare di capire chi, come e quanto doveva pagare. Alla fine è stato chiaro che – sebbene suv – quel panzer che mi ingombra il garage non merita d'essere punito perché, bontà del governo, non pesa a sufficienza. Ma tra noi qualcosa si è spezzato: troppe avventure, troppe emozioni, se qualcuno lo vuole glielo vendo.
Lassù in alto, nella nostra grande jeep, ogni viaggio è un'avventura soprattutto quando, all'arrivo, bisogna parcheggiare. E' in quel momento che divento il capitano di una nave: spedisco un mozzo a poppa, uno a prua e uno a dritta che mi urlano le coordinate e mi aiutano a entrare in porto (ops, nel posteggio).
Come sarebbero banali, i viaggi, se non avessimo un suv. Quando saliamo per un pic-nic a Malga Brigolina, oppure più su a Mezavia, guido concentrato lungo la strada sterrata con qualche buca riempita dalla pioggia: il mio terreno. Nessuno parla perché la situazione è seria, il pericolo è in agguato, poi arriviamo e lasciamo il suv in sosta vicino alle altre auto, quelle normali tipo le Punto o le Renault Clio. Allora scendo dal mio fuoristrada con un salto, osservo compiaciuto gli schizzi di fango sulla fiancata e mi guardo attorno con un'espressione seria e preoccupata: “Incoscienti” dico. “Come avranno fatto ad arrivare qui con queste carrette?”.
I suv sono alti e quando la strada si fa tortuosa oscillano come barche in mezzo al mare. Così quando viaggiamo sui tornanti dolomitici tutto l'equipaggio lavora per bilanciare i pesi: è un gioco di squadra, siamo gente sportiva, talvolta qualcuno si sente male e allora bisogna fermarsi, ma una breve sosta forzata è quello che ci vuole per dare l'impressione di avventura.
Guidare mezzo metro sopra gli altri ha anche altri vantaggi, ad esempio in autostrada dove l'autista di un suv gode di una splendida vista sulle gambe delle donne che lo sorpassano. Esatto, sorpassano: perché da quando abbiamo il suv viaggiamo nella corsia di destra, quella dei tir, con le auto normali che ci sfrecciano accanto velocissime.
Con il nostro nuovo suv, ci siamo accorti, è anche più facile fare amicizia: vediamo più spesso il benzinaio, quell'uomo gentile che tra le numerose auto in coda punta felice verso la nostra. E anche il gommista, da un anno a questa parte, ci guarda con un occhio diverso che non saprei come definire: con più rispetto, oserei dire, ma forse sbaglio perché non so cosa dice alla sua impiegata quando lascio l'officina con quattro enormi gomme nuove.
Quel giorno che ci svegliammo con la neve la radio raccomandava di non mettersi in viaggio se non era strettamente necessario. Quindi mi precipitai fuori di casa perché io non sono mica come gli altri: io ho un suv. Superare la rampa del garage fu un gioco da ragazzi ma salendo sul Bondone mi ritrovai in coda già a Montevideo, bloccato da una fila di auto impantanate che nemmeno le mie ruote artigliate mi consentivano di scavalcare: colpa mia, dovevo pensarci prima, per l'inverno prossimo mi compro un carro armato.
Finché l'altro giorno alle otto di mattina (strano) il mio amico D., che ha un'auto simile alla mia, mi ha spedito un messaggino: “Sei pronto alla stangata?”. E poi ha aggiunto: “Suv. Non riusciremo più a sbolognarli”. In quell'istante ho aperto gli occhi: ho passato giorni per cercare di capire chi, come e quanto doveva pagare. Alla fine è stato chiaro che – sebbene suv – quel panzer che mi ingombra il garage non merita d'essere punito perché, bontà del governo, non pesa a sufficienza. Ma tra noi qualcosa si è spezzato: troppe avventure, troppe emozioni, se qualcuno lo vuole glielo vendo.
24 settembre 2006
Mi hanno dato del lei
Prima o poi, nella vita, capita a tutti. A me è successo l'altro giorno, a metà mattina, quando lungo le scale ho incontrato le ragazze del piano di sotto, quelle due venute a Trento per studiare: "Scusi, sa l'ora?" mi ha chiesto una all'improvviso. Ho guardato l'orologio, erano le dieci in punto e gliel'ho detto. Poi le ho sentite entrare in casa confabulando qualcosa sul signore del piano di sopra.
Ora, la nostra casa è di quattro piani: al secondo ci sono loro, al terzo e al quarto abito io. Quindi - con un rapido calcolo - mi sono reso conto che il signore del piano di sopra, senza possibilità di appello, era proprio il sottoscritto.
Non porto la cravatta, mi faccio la barba ogni quattro giorni, se fa caldo tengo volentieri la camicia fuori dai pantaloni, i capelli quasi mi arrivano alle spalle e fino all'altro giorno andavo a spasso in moto, mi sfugge - quindi - il motivo per cui una studentessa universitaria senta il bisogno di rivolgersi a me dandomi del "lei" e chiamandomi "signore". Poteva dire il tizio, il tale, il tipo, quello del piano di sopra oppure il papà di Emilio (come mi chiama ormai mezzo quartiere) e invece chiamandomi "signore" ha tracciato un solco tra me e la gioventù: ormai è successo e nulla sarà più come prima.
Non è certo la prima volta che mi danno del "lei". Il primo fu un vigile urbano che mi fermò in via Rosmini per farmi una ramanzina visto che ero passato sulle strisce pedonali senza dare la precedenza ai pedoni. La prima multa non si scorda mai, soprattutto se avevi quattordici anni e andavi a scuola in bicicletta: quel vigile (oltre alla sanzione di 5 mila lire) mi diede del lei per tutto il tempo, come per sottolineare la differenza tra i criminali (io) e i tutori della legge (lui). Si chiamava G. (non scrivo il nome perché ormai è andato in pensione, ma lui forse si riconoscerà) e questa dopo vent'anni è la mia vendetta.
Comunque quella mattina, forte del nuovo titolo ottenuto per anzianità, mi avviai al lavoro pensando alla sera prima quando, rientrando a casa ad ora tarda, avevo trovato il solito gruppo del venerdì che cantava a squarciagola fuori dalla trattoria: "Ragazzi, lassù c'è gente che dorme" avevo pensato infastidito, senza però dir nulla. E subito è stata chiara la distanza che ha portato una di loro a prendere le distanze, con il "lei", da uno come me.
Quel giorno, sul lavoro, mi ero quasi dimenticato di essere vecchio perché facendo il giornalista capita di dare del "tu" a molte persone, ad esempio ai colleghi che chiamano da lontano (chi li ha mai visti?) per chiedere informazioni e si presentano come grandi amici pur di strapparti un'informazione: ciao caro... come stai? ti disturbo? ma no, figurati tutto bene? benissimo mi fa piacere e via dicendo. Oppure i politici che sono abituati a darsi del tu, come se fossero in famiglia, e prendono confidenza anche con il cronista che tavolta - per prudenza - vorrebbe mantenere un po' di distacco, soprattutto quando tira una brutta aria e si sa già che bisognerà scrivere male.
Gli inglesi questo problema l'hanno risolto alla radice: sono una democrazia evoluta, danno del "tu" a tutti, compresa la regina. Noi invece - soprattutto noi del nord Italia, vicini ai tedeschi che a queste cose ancora ci tengono - dobbiamo stare bene attenti a come parliamo, tentando talvolta qualche acrobazia con l'italiano nella speranza che andando avanti nel discorso sia l'altro, per primo, a sbilanciarsi e a decidere se siamo "amici" oppure no.
Sempre quel giorno, decisi di mettermi alla prova per capire se veramente ero passato dall'altra parte. Con un occhio alle vetrine, per individuare eventuali capelli bianchi da estirpare, mi dissi che dovevo andare sul sicuro: inutile rischiare con un adolescente dalle mille sorprese, oppure con uno studente troppo educato e rispettoso degli adulti, meglio puntare su un bambino, uno di quelli che ai grandi danno sempre confidenza anche perché non hanno ancora imparato le malizie della forma di cortesia in terza persona.
Così trovai la mia vittima in attesa al banco del supermercato, convinto di farle un complimento per poi valutare la risposta e tirare le conclusioni: "Ciao piccola" dissi a una bambina che stava seduta nel carrello della mamma. Fu lei - la madre - a farmi capire con un'occhiata che dovevo macinare ancora un po' di strada: primo perché quello era un bambino, secondo perché avendo meno di un anno non poteva rispondermi (beato lui) né con il tu né con il lei.
Ora, la nostra casa è di quattro piani: al secondo ci sono loro, al terzo e al quarto abito io. Quindi - con un rapido calcolo - mi sono reso conto che il signore del piano di sopra, senza possibilità di appello, era proprio il sottoscritto.
Non porto la cravatta, mi faccio la barba ogni quattro giorni, se fa caldo tengo volentieri la camicia fuori dai pantaloni, i capelli quasi mi arrivano alle spalle e fino all'altro giorno andavo a spasso in moto, mi sfugge - quindi - il motivo per cui una studentessa universitaria senta il bisogno di rivolgersi a me dandomi del "lei" e chiamandomi "signore". Poteva dire il tizio, il tale, il tipo, quello del piano di sopra oppure il papà di Emilio (come mi chiama ormai mezzo quartiere) e invece chiamandomi "signore" ha tracciato un solco tra me e la gioventù: ormai è successo e nulla sarà più come prima.
Non è certo la prima volta che mi danno del "lei". Il primo fu un vigile urbano che mi fermò in via Rosmini per farmi una ramanzina visto che ero passato sulle strisce pedonali senza dare la precedenza ai pedoni. La prima multa non si scorda mai, soprattutto se avevi quattordici anni e andavi a scuola in bicicletta: quel vigile (oltre alla sanzione di 5 mila lire) mi diede del lei per tutto il tempo, come per sottolineare la differenza tra i criminali (io) e i tutori della legge (lui). Si chiamava G. (non scrivo il nome perché ormai è andato in pensione, ma lui forse si riconoscerà) e questa dopo vent'anni è la mia vendetta.
Comunque quella mattina, forte del nuovo titolo ottenuto per anzianità, mi avviai al lavoro pensando alla sera prima quando, rientrando a casa ad ora tarda, avevo trovato il solito gruppo del venerdì che cantava a squarciagola fuori dalla trattoria: "Ragazzi, lassù c'è gente che dorme" avevo pensato infastidito, senza però dir nulla. E subito è stata chiara la distanza che ha portato una di loro a prendere le distanze, con il "lei", da uno come me.
Quel giorno, sul lavoro, mi ero quasi dimenticato di essere vecchio perché facendo il giornalista capita di dare del "tu" a molte persone, ad esempio ai colleghi che chiamano da lontano (chi li ha mai visti?) per chiedere informazioni e si presentano come grandi amici pur di strapparti un'informazione: ciao caro... come stai? ti disturbo? ma no, figurati tutto bene? benissimo mi fa piacere e via dicendo. Oppure i politici che sono abituati a darsi del tu, come se fossero in famiglia, e prendono confidenza anche con il cronista che tavolta - per prudenza - vorrebbe mantenere un po' di distacco, soprattutto quando tira una brutta aria e si sa già che bisognerà scrivere male.
Gli inglesi questo problema l'hanno risolto alla radice: sono una democrazia evoluta, danno del "tu" a tutti, compresa la regina. Noi invece - soprattutto noi del nord Italia, vicini ai tedeschi che a queste cose ancora ci tengono - dobbiamo stare bene attenti a come parliamo, tentando talvolta qualche acrobazia con l'italiano nella speranza che andando avanti nel discorso sia l'altro, per primo, a sbilanciarsi e a decidere se siamo "amici" oppure no.
Sempre quel giorno, decisi di mettermi alla prova per capire se veramente ero passato dall'altra parte. Con un occhio alle vetrine, per individuare eventuali capelli bianchi da estirpare, mi dissi che dovevo andare sul sicuro: inutile rischiare con un adolescente dalle mille sorprese, oppure con uno studente troppo educato e rispettoso degli adulti, meglio puntare su un bambino, uno di quelli che ai grandi danno sempre confidenza anche perché non hanno ancora imparato le malizie della forma di cortesia in terza persona.
Così trovai la mia vittima in attesa al banco del supermercato, convinto di farle un complimento per poi valutare la risposta e tirare le conclusioni: "Ciao piccola" dissi a una bambina che stava seduta nel carrello della mamma. Fu lei - la madre - a farmi capire con un'occhiata che dovevo macinare ancora un po' di strada: primo perché quello era un bambino, secondo perché avendo meno di un anno non poteva rispondermi (beato lui) né con il tu né con il lei.
18 giugno 2006
Alla scoperta del fresco
Ogni anno arriva un giorno in cui la città non è più divisa fra ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, italiani ed extracomunitari, studenti e lavoratori ma l'unica distinzione che conta - in quelle prime giornate estive - è fra chi ha il condizionatore e chi invece muore dal caldo. In giugno bastano tre giorni di sole perché il caldo si faccia largo negli edifici e non se ne vada più. Allora, in quelle mattine afose in cui uno apre gli occhi prima ancora che suoni la sveglia, già sudato, con il cielo sereno ma velato d'umidità e il sole minaccioso pronto a riscaldare la città come un forno, in quel momento la città si divide in due grandi gruppi: ci sono quelli delle banche, delle grandi aziende, di molti negozi e degli uffici pubblici (ma non tutti) che si stringono il nodo alla cravatta e non vedono l'ora - per una volta - di entrare in ufficio, premere un bottone e ritrovare l'inverno; poi ci sono tutti gli altri, quelli che si cambiano la camicia mattina e pomeriggio ma quando si siedono alla scrivania ce l'hanno già bagnata, quelli con le perle di sudore sulla fronte, quelli che la camicia (se possono) se la tolgono del tutto e quelli disperati che si portano da casa un ventilatore da mettere sul tavolo, quella specie di condizionatore di serie b che smuove l'aria calda regalando l'illusione che sia fresca ma se ti lasci abbindolare troppo a lungo ti ritrovi la sera con i muscoli bloccati.
Sono i giorni in cui gli umili lavoratori dei magazzini sotterranei - dove la luce non arriva ma almeno si sta freschi - si prendono la rivincita su certi impiegati di mezzo livello a cui l'azienda non ha voluto concedere l'aria condizionata.
Lavorare nei supermercati è un sollievo, nei ristoranti - dove si va avanti e indietro dalla cucina bollente ai tavoli - un vero inferno. Quelli che stanno meglio sono i capi degli uffici e la fila di segretarie e dipendenti che respirano dagli stessi bocchettoni: finestre chiuse per tenere fuori il sole, nel loro ufficio c'è solo un soffice ronzio con il termometro elettronico che segna appena venti gradi, là in fondo appeso al muro. Sono i giorni in cui - anche se è bel tempo - si sta molto meglio dentro che fuori dal palazzo.
Ma da dove viene questa brezza che soffia in certe stanze? Per scoprirlo io e la mia collega M. - che fa la cronaca nera e quindi ama le indagini - abbiamo deciso di andare in uno di quei palazzi di vetro a Centochiavi. Siamo partiti dall'ufficio di un pezzo grosso, dove nei giorni più caldi dell'estate per stare bene bisogna infilarsi un maglioncino (il potere è direttamente proporzionale al fresco: più conti, più bassa è la temperatura del tuo ufficio). Lì dentro c'è una feritoia da cui esce, giorno e notte, un vento artico che ha fatto morire anche le piante, ma quel che importa è che il vestito sia perfetto. Dietro c'è un tubo e per risalire alla fonte del fresco l'abbiamo seguito in giro per il palazzo, da un ufficio all'altro, poi nel vano delle scale, quindi ai piani superiori e infine dietro ad una porta grigia di ferraccio con la scritta "vietato l'ingresso ai non addetti".
Oltrepassata quella porta - i giornalisti quando fanno il loro mestiere sono sempre degli addetti - la moquette lascia il posto al cemento grezzo e i tubi corrono liberi lungo il soffitto per finire, tutti assieme, in una stanza dove rombano i motori. Altro che fresco, lì dentro si soffoca e i contatori di energia elettrica alla parete girano impazziti. Per cercare un po' di sollievo siamo fuggiti su una scaletta metallica un po' traballante e ci siamo ritrovati sul tetto accecati dal sole, ma il vero calore veniva dai camini scintillanti che facevano tremare l'aria come nel deserto, pompando l'afa fuori dal palazzo. Da dove venga l'aria condizionata non l'abbiamo capito, ma ora sappiamo che per stare al fresco quelli dentro il palazzo sono disposti a lessare tutta la città.
Sono i giorni in cui gli umili lavoratori dei magazzini sotterranei - dove la luce non arriva ma almeno si sta freschi - si prendono la rivincita su certi impiegati di mezzo livello a cui l'azienda non ha voluto concedere l'aria condizionata.
Lavorare nei supermercati è un sollievo, nei ristoranti - dove si va avanti e indietro dalla cucina bollente ai tavoli - un vero inferno. Quelli che stanno meglio sono i capi degli uffici e la fila di segretarie e dipendenti che respirano dagli stessi bocchettoni: finestre chiuse per tenere fuori il sole, nel loro ufficio c'è solo un soffice ronzio con il termometro elettronico che segna appena venti gradi, là in fondo appeso al muro. Sono i giorni in cui - anche se è bel tempo - si sta molto meglio dentro che fuori dal palazzo.
Ma da dove viene questa brezza che soffia in certe stanze? Per scoprirlo io e la mia collega M. - che fa la cronaca nera e quindi ama le indagini - abbiamo deciso di andare in uno di quei palazzi di vetro a Centochiavi. Siamo partiti dall'ufficio di un pezzo grosso, dove nei giorni più caldi dell'estate per stare bene bisogna infilarsi un maglioncino (il potere è direttamente proporzionale al fresco: più conti, più bassa è la temperatura del tuo ufficio). Lì dentro c'è una feritoia da cui esce, giorno e notte, un vento artico che ha fatto morire anche le piante, ma quel che importa è che il vestito sia perfetto. Dietro c'è un tubo e per risalire alla fonte del fresco l'abbiamo seguito in giro per il palazzo, da un ufficio all'altro, poi nel vano delle scale, quindi ai piani superiori e infine dietro ad una porta grigia di ferraccio con la scritta "vietato l'ingresso ai non addetti".
Oltrepassata quella porta - i giornalisti quando fanno il loro mestiere sono sempre degli addetti - la moquette lascia il posto al cemento grezzo e i tubi corrono liberi lungo il soffitto per finire, tutti assieme, in una stanza dove rombano i motori. Altro che fresco, lì dentro si soffoca e i contatori di energia elettrica alla parete girano impazziti. Per cercare un po' di sollievo siamo fuggiti su una scaletta metallica un po' traballante e ci siamo ritrovati sul tetto accecati dal sole, ma il vero calore veniva dai camini scintillanti che facevano tremare l'aria come nel deserto, pompando l'afa fuori dal palazzo. Da dove venga l'aria condizionata non l'abbiamo capito, ma ora sappiamo che per stare al fresco quelli dentro il palazzo sono disposti a lessare tutta la città.
11 giugno 2006
I colleghi col volantino
Ci sono giorni in cui il campanello suona alle otto del mattino, un'ora in cui - se siete giornalisti dei giornali - avete ancora il diritto di dormire. Allora apro un occhio, poi l'altro, guardo l'orologio (sono le otto) e da vero ingenuo mi chiedo: chi sarà? C'è gente che quando suona il campanello se ne frega e dorme placida, io appartengo, invece, alla categoria di chi scatta sull'attenti: noi eterni curiosi e illusi che la fortuna si presenti con un battito alla porta. E allora mi alzo, faccio due passi verso le scale e sento ancora quel suono, solo un po' più lontano. E poi ancora, sempre più remoto, quindi eccolo di nuovo vicinissimo così capisco che là sotto c'è qualcuno che si sta attaccando ai campanelli di tutto il condominio. Non so perché, ma il mio citofono funziona solo se suonano nel mio appartamento, quando qualcuno schiaccia il campanello del vicino - zac - si disattiva: è per la privacy, disse l'elettricista.
Quindi resto lì, in pigiama, con il citofono in mano, impotente, cercando di inserirmi in quei due decimi di secondo che lo sciagurato giù in strada impiega a passare da un campanello all'altro: chi è? riesco finalmente a dire. Risposta: pubblicità. E allora apro senza indugi - anche se sono le otto di mattina - perché là sotto c'è un collega. Saranno passati quindici anni da quando il mio amico D. mi chiamò per dirmi che c'erano un po' di soldi facili da guadagnare: cinquemila volantini da distribuire per pubblicizzare un corso di lingua inglese. A cento lire l'uno facevano mezzo milione, una bella somma per due squattrinati come noi.
Cominciai a pensare alle torri di Madonna Bianca, enormi giacimenti di cassette delle lettere da inondare, i condomini della Clarina e i palazzi di Centochiavi dove in poche ore avremmo potuto riversare i volantini e tornare a casa con la paga.
Cinquemila pieghevoli di carta, a prenderli uno ad uno, paiono poca cosa ma tutti assieme fecero abbassare il bagagliaio della Panda di cinque centimetri, quindi con grande sorpresa (mia) D. mi diede le istruzioni: niente buchette delle lettere aziendali, tralasciare quelle già piene di cartaccia, privilegiare le case dove abitano famiglie con figli giovani perché sono loro che vanno ai corsi di lingue.
Alla fine si diresse - orrore, orrore - verso Povo, zona di case a schiera da centocinquanta volantini l'ora se va bene ma ricca di ragazzi che vogliono imparare le lingue. Agli ordini: mi toccò la zona più a monte dove, dopo una scarpinata di dieci minuti arrivai davanti alla casa di una anziana che l'inglese l'aveva già imparato dagli Alleati venuti a liberarci. Pubblicità, le dissi quando si affacciò alla finestra. Prego si accomodi - rispose - posso offrirle qualche cosa? No grazie, non bevo mai in servizio, dissi sentendomi un demente. Furono le cento lire più sudate della mia carriera di volantinatore. Furono anche le ultime.
Per questo quando suonano alla porta mi precipito ad aprire e non sopporto quelle cassette supponenti con la scritta "no pubblicità", in questo modo si eliminano posti di lavoro. Infine, in quei giorni, quando le otto sono passate da un bel po', scendo le scale con la curiosità di vedere che cosa mi hanno infilato nella bussola. Ma là in fondo trovo una vagonata di carta di supermercati vari, un giornale gratuito con un faccione in prima pagina e dalla mia buchetta (la mia) spuntano le offerte speciali di un salone di bellezza. Raccolgo la carta, la divido in base ai negozi, la infilo nelle cassette dei vicini ma non in quella del tizio del primo piano (che viene a Trento solo quando c'è lezione) e penso che non ci sono più i professionisti di una volta.
Quindi resto lì, in pigiama, con il citofono in mano, impotente, cercando di inserirmi in quei due decimi di secondo che lo sciagurato giù in strada impiega a passare da un campanello all'altro: chi è? riesco finalmente a dire. Risposta: pubblicità. E allora apro senza indugi - anche se sono le otto di mattina - perché là sotto c'è un collega. Saranno passati quindici anni da quando il mio amico D. mi chiamò per dirmi che c'erano un po' di soldi facili da guadagnare: cinquemila volantini da distribuire per pubblicizzare un corso di lingua inglese. A cento lire l'uno facevano mezzo milione, una bella somma per due squattrinati come noi.
Cominciai a pensare alle torri di Madonna Bianca, enormi giacimenti di cassette delle lettere da inondare, i condomini della Clarina e i palazzi di Centochiavi dove in poche ore avremmo potuto riversare i volantini e tornare a casa con la paga.
Cinquemila pieghevoli di carta, a prenderli uno ad uno, paiono poca cosa ma tutti assieme fecero abbassare il bagagliaio della Panda di cinque centimetri, quindi con grande sorpresa (mia) D. mi diede le istruzioni: niente buchette delle lettere aziendali, tralasciare quelle già piene di cartaccia, privilegiare le case dove abitano famiglie con figli giovani perché sono loro che vanno ai corsi di lingue.
Alla fine si diresse - orrore, orrore - verso Povo, zona di case a schiera da centocinquanta volantini l'ora se va bene ma ricca di ragazzi che vogliono imparare le lingue. Agli ordini: mi toccò la zona più a monte dove, dopo una scarpinata di dieci minuti arrivai davanti alla casa di una anziana che l'inglese l'aveva già imparato dagli Alleati venuti a liberarci. Pubblicità, le dissi quando si affacciò alla finestra. Prego si accomodi - rispose - posso offrirle qualche cosa? No grazie, non bevo mai in servizio, dissi sentendomi un demente. Furono le cento lire più sudate della mia carriera di volantinatore. Furono anche le ultime.
Per questo quando suonano alla porta mi precipito ad aprire e non sopporto quelle cassette supponenti con la scritta "no pubblicità", in questo modo si eliminano posti di lavoro. Infine, in quei giorni, quando le otto sono passate da un bel po', scendo le scale con la curiosità di vedere che cosa mi hanno infilato nella bussola. Ma là in fondo trovo una vagonata di carta di supermercati vari, un giornale gratuito con un faccione in prima pagina e dalla mia buchetta (la mia) spuntano le offerte speciali di un salone di bellezza. Raccolgo la carta, la divido in base ai negozi, la infilo nelle cassette dei vicini ma non in quella del tizio del primo piano (che viene a Trento solo quando c'è lezione) e penso che non ci sono più i professionisti di una volta.
04 giugno 2006
In vacanza con il Bepi
Fra trentini all'estero possono succedere due cose: o si diventa grandi amici (finché dura la vacanza, poi ognuno a casa sua) oppure ci si ignora. Con lui siamo partiti male subito, quando l'ho incontrato poco dopo il Brennero mentre faceva il pieno di benzina: sguardi incrociati e fissi, come dire questo qui da qualche parte l'ho già visto, ma senza un cenno di saluto perché è il primo giorno di vacanza e per fuggire da Trento e dai trentini abbiamo avuto l'originale idea di andarcene lontano. Per trovare un trentino al Brennero non ci vuol niente: tutte da lì passano le strade che vanno al Nord, ma ritrovarlo in un'area di sosta poco sotto Norimberga, alle sette del mattino mentre beve un cappuccino tedesco (che fa schifo) prima di mettersi al volante, tutto questo è un po' inquietante. Comunque sia niente saluti, come se nulla fosse, non siamo mica gente di paese. Dopo il terzo incontro, all'imbarco del traghetto che porta in Danimarca (ce ne sono una miriade ma lui era lì sul molo con noi pronto all'imbarco) quel trentino si è meritato un nome, tanto di lui si era parlato durante il viaggio discutendo su chi era, dove andava e se ci aveva, o no, riconosciuti, L'abbiamo battezzato Bepi, anzi "il Bepi", nome corto e pratico, perfetto per quell'uomo dall'aspetto un po' ruvido con una moglie al seguito che però non si vedeva mai. Le pianure danesi sono filate via veloci, poi la Svezia e quindi Oslo. Del trentino ci eravamo ormai dimenticati quando tra le statue di Vigeland distribuite lì nel parco spunta il Bepi con la moglie un po' nascosta, la guida in mano e uno zainetto sulle spalle con la scritta Ciaspolada: se un piccolo dubbio mi era rimasto, si è dissolto in quel momento.
Da lì in avanti è stata una sequenza di incontri: gli altopiani norvegesi con la neve dell'inverno che non si è ancora sciolta? Ecco il Bepi a lato della strada che fotografa il suo camper dal lato giusto, dove sembra di essere al Polo Nord (volevo farlo io ma quando ho visto lui, fermo nella piazzola, ho cambiato idea all'improvviso). La città di Bergen battuta dalla pioggia? Spunta il Bepi con l'ombrello omaggio delle rurali. Il piccolo villaggio di pescatori dove la strada arriva a malapena e poi si ferma? Il Bepi è lì nello spiazzo del porticciolo che manovra il suo bestione aiutato dalla moglie che spunta dal finestrino, guarda giù e gli dice:"Vei, vei, vei... bon basta". Il mercato del pesce? Bepi. Il circolo polare artico? Bepi. La strada dei Troll? Bepi, Bepi, Bepi, quest'uomo diabolico che con la sua presenza ossessionante mortifica settimane di piani e progetti per andare in capo al mondo e rende evidente la realtà: anche a quattromila chilometri da casa siamo tutti turisti intruppati sulla stessa rotta.
Ovunque andiamo c'è un altro trentino a spasso con la sua guida comprata in Viaggeria: sul traghetto per la Grecia (fuori stagione) si sentiva parlare dialetto noneso, in Croazia un tale Sembenotti pur di restare un quarto d'ora senza moglie ci ha aiutato a tirar su la tenda, in Sicilia c'erano due trentini con l'Harley Davidson che per paura dei ladri non mollavano un attimo la moto, in Svizzera c'era Alfred Fedrizzi (e chissà se c'è ancora lì sul lago di Lindau) che non era un turista ma un barista che mandava in estasi i locali con il suo modo strano di tracannare grappa, in Scandinavia ora c'è il Bepi con il può grosso camper su cui, l'ultima volta che l'ho visto, aveva attaccato orgoglioso l'adesivo "attenti all'alce". Ora che ci penso è un po' che non ci becchiamo, non sarà mica finito fuori rotta? Sono un po' in ansia ma so già che quando ci sarà da prendere un traghetto o valicare un passo nordico lui spunterà e si metterà - da buon trentino - al primo posto della fila.
Da lì in avanti è stata una sequenza di incontri: gli altopiani norvegesi con la neve dell'inverno che non si è ancora sciolta? Ecco il Bepi a lato della strada che fotografa il suo camper dal lato giusto, dove sembra di essere al Polo Nord (volevo farlo io ma quando ho visto lui, fermo nella piazzola, ho cambiato idea all'improvviso). La città di Bergen battuta dalla pioggia? Spunta il Bepi con l'ombrello omaggio delle rurali. Il piccolo villaggio di pescatori dove la strada arriva a malapena e poi si ferma? Il Bepi è lì nello spiazzo del porticciolo che manovra il suo bestione aiutato dalla moglie che spunta dal finestrino, guarda giù e gli dice:"Vei, vei, vei... bon basta". Il mercato del pesce? Bepi. Il circolo polare artico? Bepi. La strada dei Troll? Bepi, Bepi, Bepi, quest'uomo diabolico che con la sua presenza ossessionante mortifica settimane di piani e progetti per andare in capo al mondo e rende evidente la realtà: anche a quattromila chilometri da casa siamo tutti turisti intruppati sulla stessa rotta.
Ovunque andiamo c'è un altro trentino a spasso con la sua guida comprata in Viaggeria: sul traghetto per la Grecia (fuori stagione) si sentiva parlare dialetto noneso, in Croazia un tale Sembenotti pur di restare un quarto d'ora senza moglie ci ha aiutato a tirar su la tenda, in Sicilia c'erano due trentini con l'Harley Davidson che per paura dei ladri non mollavano un attimo la moto, in Svizzera c'era Alfred Fedrizzi (e chissà se c'è ancora lì sul lago di Lindau) che non era un turista ma un barista che mandava in estasi i locali con il suo modo strano di tracannare grappa, in Scandinavia ora c'è il Bepi con il può grosso camper su cui, l'ultima volta che l'ho visto, aveva attaccato orgoglioso l'adesivo "attenti all'alce". Ora che ci penso è un po' che non ci becchiamo, non sarà mica finito fuori rotta? Sono un po' in ansia ma so già che quando ci sarà da prendere un traghetto o valicare un passo nordico lui spunterà e si metterà - da buon trentino - al primo posto della fila.
28 maggio 2006
Sommerso dalle foto
Per raccontare i primi trent'anni della mia vita ci saranno cento foto, bastano e avanzano, ma per gli altri cinque ce ne sono 15.626: le ho contate l'altro ieri, il computer sta scoppiando, un giorno o l'altro premo un tasto e le cancello. All'inizio erano poche. Il mio primo compleanno? Tre foto, perché l'evento era importante e bisognava essere sicuri. L'anno dopo una soltanto, poi più niente, tanto queste feste sono tutte uguali. Per le scuole elementari una fotografia scattata in quinta, tutti assieme con la maestra, l'unico malato è come se non ci fosse stato mai, per la storia resterà un fantasma. Alle medie niente foto, alle superiori qualche gita.
Altri tempi quelli delle macchine con la pellicola: se c'era qualcosa di importante si tirava fuori la macchina e ci si metteva in posa, altrimenti un rullino già iniziato poteva restare anni nella fotocamera ad aspettare il momento giusto. Poi è arrivata la digitale, strumento ideale per il clic selvaggio. La prima che presi in mano era in redazione: foto di tutti i colleghi, qualcuno due scatti, totale trenta foto. Che sarà mai? Mica c'è il rullino, prima si scatta poi si cancella, ma di cancellare e buttar via non si ha mai il coraggio e le immagini si accumulano. E ora il telefonino, ogni momento è quello giusto: brindisi con gli amici perché uno si è trovato la morosa? Cinque foto. C'è anche lei? Dieci foto. E una studentessa bionda che arriva dalla Svezia? Cinquanta foto. Auto nuova? Dieci foto, cinque all'esterno, tre dentro e due mentre siete al volante orgogliosi. Moto nuova? Venti foto. Matrimonio di un amico con rimpatriata di tutta la compagnia? Duecento foto, molte più di quelle che scatterà il fotografo ufficiale, con la promessa di spedirsele l'un l'altro con l'email: ma poi ci si saluta e le foto chi le ha viste mai? Nascita di un figlio, soprattutto il primogemito? Mille foto, tutte il primo mese: lui che nasce, lui che dorme, lui che piange, lui che ride, lui nella culla, lui sul fasciatoio, lui da solo, lui con voi, lui coi nonni, lui con uno di cui non ricordate più il nome... poi cambiate computer perché quello vecchio è pieno come un uovo.
L'altro giorno, sui tornanti del Bondone, è successo un fatto strano: tutti al bordo della strada ad aspettare Basso e Simoni (più Simoni che Basso, ma è lo stesso), con le televisioni dei camperisti che annunciavano l'arrivo della corsa. Tutti lì pronti ad applaudire ma quanto da là sotto spunta la maglia rosa che succede? La gente invece di battere le mani tira fuori il cellulare e comincia a scattare foto, tutti alla ricerca dello scatto unico che diventerà invece un'immagine sfuocata e mossa da mostrare agli amici al bar indicando un puntino microscopico dicendo: lo vedi questo? Questo qui è Basso, anzi no forse è Simoni, be' insomma uno dei due, ero là e l'ho visto di persona.
Ai concerti una volta si tirava fuori l'accendino per agitarlo con la mano tra la folla, oggi quelle che luccicano negli stadi e nei palazzetti non sono le fiammelle ma i flash delle compatte. Viviamo col terrore che un giorno tutte queste immagini svaniscano nel nulla, il giorno che il computer non si accenderà e sapremo così che un virus si è mangiato il nostro passato. Su questo i fotografi - quelli veri - tentano di recuperare terreno e di tanto in tanto lanciano l'allarme dicendo che tutte queste foto sarebbe meglio metterle sulla carta. Ma per stampare 15 mila foto bisognerebbe fare un mutuo. Allora, guardando tutti quei colori, pensiamo che in fondo le immagini che contano sono forse una decina, diciamo cinquanta, al massimo cento. Anzi, quei momenti che più ricordate sono quelli che vivono solo nella vostra testa perché in quell'istante unico - e per voi speciale - avevate altro da fare che tirare fuori la macchina fotografica o il telefono e dire: fermi tutti vi voglio immortalare.
Altri tempi quelli delle macchine con la pellicola: se c'era qualcosa di importante si tirava fuori la macchina e ci si metteva in posa, altrimenti un rullino già iniziato poteva restare anni nella fotocamera ad aspettare il momento giusto. Poi è arrivata la digitale, strumento ideale per il clic selvaggio. La prima che presi in mano era in redazione: foto di tutti i colleghi, qualcuno due scatti, totale trenta foto. Che sarà mai? Mica c'è il rullino, prima si scatta poi si cancella, ma di cancellare e buttar via non si ha mai il coraggio e le immagini si accumulano. E ora il telefonino, ogni momento è quello giusto: brindisi con gli amici perché uno si è trovato la morosa? Cinque foto. C'è anche lei? Dieci foto. E una studentessa bionda che arriva dalla Svezia? Cinquanta foto. Auto nuova? Dieci foto, cinque all'esterno, tre dentro e due mentre siete al volante orgogliosi. Moto nuova? Venti foto. Matrimonio di un amico con rimpatriata di tutta la compagnia? Duecento foto, molte più di quelle che scatterà il fotografo ufficiale, con la promessa di spedirsele l'un l'altro con l'email: ma poi ci si saluta e le foto chi le ha viste mai? Nascita di un figlio, soprattutto il primogemito? Mille foto, tutte il primo mese: lui che nasce, lui che dorme, lui che piange, lui che ride, lui nella culla, lui sul fasciatoio, lui da solo, lui con voi, lui coi nonni, lui con uno di cui non ricordate più il nome... poi cambiate computer perché quello vecchio è pieno come un uovo.
L'altro giorno, sui tornanti del Bondone, è successo un fatto strano: tutti al bordo della strada ad aspettare Basso e Simoni (più Simoni che Basso, ma è lo stesso), con le televisioni dei camperisti che annunciavano l'arrivo della corsa. Tutti lì pronti ad applaudire ma quanto da là sotto spunta la maglia rosa che succede? La gente invece di battere le mani tira fuori il cellulare e comincia a scattare foto, tutti alla ricerca dello scatto unico che diventerà invece un'immagine sfuocata e mossa da mostrare agli amici al bar indicando un puntino microscopico dicendo: lo vedi questo? Questo qui è Basso, anzi no forse è Simoni, be' insomma uno dei due, ero là e l'ho visto di persona.
Ai concerti una volta si tirava fuori l'accendino per agitarlo con la mano tra la folla, oggi quelle che luccicano negli stadi e nei palazzetti non sono le fiammelle ma i flash delle compatte. Viviamo col terrore che un giorno tutte queste immagini svaniscano nel nulla, il giorno che il computer non si accenderà e sapremo così che un virus si è mangiato il nostro passato. Su questo i fotografi - quelli veri - tentano di recuperare terreno e di tanto in tanto lanciano l'allarme dicendo che tutte queste foto sarebbe meglio metterle sulla carta. Ma per stampare 15 mila foto bisognerebbe fare un mutuo. Allora, guardando tutti quei colori, pensiamo che in fondo le immagini che contano sono forse una decina, diciamo cinquanta, al massimo cento. Anzi, quei momenti che più ricordate sono quelli che vivono solo nella vostra testa perché in quell'istante unico - e per voi speciale - avevate altro da fare che tirare fuori la macchina fotografica o il telefono e dire: fermi tutti vi voglio immortalare.
21 maggio 2006
La caccia al posto auto
La ricerca disperata di un parcheggio gratis a un certo punto diventa una questione di principio: dopo mezz'ora passata a fare il giro dell'isolato non si può ammettere la sconfitta e infilare l'auto in un posto a pagamento. Bisogna, al contrario, tenere duro e affinare le tecniche di ricerca (prima) e di conquista (poi) note agli automobilisti di tutto il mondo.
I metodi sono vari e ognuno sceglie quello che più si adatta al suo carattere. L'automobilista nervoso sfreccia nel traffico sorpassando i concorrenti che potrebbero trovare un posto prima di lui, finché non vede un'auto uscire da un parcheggio e allora inchioda all'improvviso sperando di non finire tamponato. Quello calmo, ma solo all'apparenza, si ferma a lato della strada costringendo i veicoli a girargli attorno: sembra che dorma, incurante di chi gli strombazza addosso, ma lui scruta l'orizzonte e quando vede una vettura con le luci di retromarcia accese sorprende i rivali e si lancia alla conquista. C'è poi l'automobilista socievole che lascia l'auto in doppia fila, mette le quattro frecce, scende sul marciapiede e abborda le persone che passano: "Scusi il disturbo, si sta forse recando a prendere la sua auto?". Se la risposta è affermativa scorta il passante fino al posto (volente o nolente, non c'è scelta) e ne diventa il proprietario. Non mancano i virtuosi del volante, quelli che si dedicano ai parcheggi che nessuno vuole, quelli troppo stretti o troppo corti, insomma ciò che resta fra due auto mal parcheggiate, oppure quei posteggi con l'albero in mezzo o con il marciapiede alto venti centimetri che spaventa anche i fuoristrada. Ma lui no, l'automobilista virtuoso, manovra con due dita la sua auto che sembra farsi piccola mentre lui la spinge dove pareva impossibile, senza disdegnare un colpetto davanti e uno dietro per guadagnare qualche centimetro sperando che non comincino a suonare gli allarmi: si chiamano o no - si giustifica lui - paraurti?
Chi non è né socievole né virtuoso deve giocare la carta dell'esperienza: dopo anni passati a caccia di posteggi nella stessa città, questi automobilisti esperti sanno dove è più probabile che resti un buco, conoscono i piazzali delle aziende private dove è possibile fingersi clienti tanto la sbarra rimane aperta tutto il giorno, hanno imparato quali sono le zone più battute dai vigili urbani e quindi corrono il rischio calcolato lasciando l'auto dove non si può. Se poi arriva la multa fanno il conto dei giorni che hanno lasciato l'auto in sosta senza pagare e se il bilancio è positivo sorridono contenti.
Per tutti, in questa giungla di metallo e asfalto dove i posti gratuiti sono molti meno delle auto che vorrebbero occuparli, bisogna esercitare queste doti: la vista acuta, per scorgere da lontano un movimento insolito, un'interruzione nella spianata di lamiere oppure una luce che si accende; la prontezza di riflessi per scattare come ghepardi sulla preda; l'inflessibilità, perché la ricerca del posto libero è solo il primo passo, poi c'è la fase della conquista e non bisogna farsi impietosire da un donna che fa gli occhi dolci oppure - peggio - da una vecchietta che si para in mezzo a braccia larghe mentre il marito (molto più lento di voi con il volante) fa manovra con il motore a 5 mila giri. Spiegatele (alla vecchietta) che il posto è di chi arriva prima, ma con l'auto non a piedi.
In altre parti d'Italia c'è chi si è giocato il parcheggio a colpi di pistola. Sarà per questo - per evitare sparatorie - che il Comune ha deciso di eliminare i posti auto gratis che erano rimasti nel centro della città: dal primo ottobre saranno tutti a pagamento. Per me cambia poco: dopo una mattina trascorsa in auto per scrivere un articolo risalirò in bici, socio orgoglioso del club dei ciclisti per cui la caccia al posto auto è l'ultimo dei problemi.
I metodi sono vari e ognuno sceglie quello che più si adatta al suo carattere. L'automobilista nervoso sfreccia nel traffico sorpassando i concorrenti che potrebbero trovare un posto prima di lui, finché non vede un'auto uscire da un parcheggio e allora inchioda all'improvviso sperando di non finire tamponato. Quello calmo, ma solo all'apparenza, si ferma a lato della strada costringendo i veicoli a girargli attorno: sembra che dorma, incurante di chi gli strombazza addosso, ma lui scruta l'orizzonte e quando vede una vettura con le luci di retromarcia accese sorprende i rivali e si lancia alla conquista. C'è poi l'automobilista socievole che lascia l'auto in doppia fila, mette le quattro frecce, scende sul marciapiede e abborda le persone che passano: "Scusi il disturbo, si sta forse recando a prendere la sua auto?". Se la risposta è affermativa scorta il passante fino al posto (volente o nolente, non c'è scelta) e ne diventa il proprietario. Non mancano i virtuosi del volante, quelli che si dedicano ai parcheggi che nessuno vuole, quelli troppo stretti o troppo corti, insomma ciò che resta fra due auto mal parcheggiate, oppure quei posteggi con l'albero in mezzo o con il marciapiede alto venti centimetri che spaventa anche i fuoristrada. Ma lui no, l'automobilista virtuoso, manovra con due dita la sua auto che sembra farsi piccola mentre lui la spinge dove pareva impossibile, senza disdegnare un colpetto davanti e uno dietro per guadagnare qualche centimetro sperando che non comincino a suonare gli allarmi: si chiamano o no - si giustifica lui - paraurti?
Chi non è né socievole né virtuoso deve giocare la carta dell'esperienza: dopo anni passati a caccia di posteggi nella stessa città, questi automobilisti esperti sanno dove è più probabile che resti un buco, conoscono i piazzali delle aziende private dove è possibile fingersi clienti tanto la sbarra rimane aperta tutto il giorno, hanno imparato quali sono le zone più battute dai vigili urbani e quindi corrono il rischio calcolato lasciando l'auto dove non si può. Se poi arriva la multa fanno il conto dei giorni che hanno lasciato l'auto in sosta senza pagare e se il bilancio è positivo sorridono contenti.
Per tutti, in questa giungla di metallo e asfalto dove i posti gratuiti sono molti meno delle auto che vorrebbero occuparli, bisogna esercitare queste doti: la vista acuta, per scorgere da lontano un movimento insolito, un'interruzione nella spianata di lamiere oppure una luce che si accende; la prontezza di riflessi per scattare come ghepardi sulla preda; l'inflessibilità, perché la ricerca del posto libero è solo il primo passo, poi c'è la fase della conquista e non bisogna farsi impietosire da un donna che fa gli occhi dolci oppure - peggio - da una vecchietta che si para in mezzo a braccia larghe mentre il marito (molto più lento di voi con il volante) fa manovra con il motore a 5 mila giri. Spiegatele (alla vecchietta) che il posto è di chi arriva prima, ma con l'auto non a piedi.
In altre parti d'Italia c'è chi si è giocato il parcheggio a colpi di pistola. Sarà per questo - per evitare sparatorie - che il Comune ha deciso di eliminare i posti auto gratis che erano rimasti nel centro della città: dal primo ottobre saranno tutti a pagamento. Per me cambia poco: dopo una mattina trascorsa in auto per scrivere un articolo risalirò in bici, socio orgoglioso del club dei ciclisti per cui la caccia al posto auto è l'ultimo dei problemi.
14 maggio 2006
Così ho sconfitto le formiche
Ci sono metodi naturali e metodi artificiali. Io fino all'altro giorno preferivo i secondi - rapidi, efficaci, sicuri - ma ora non so più. Il dubbio mi è venuto l'altro giorno quando ci siamo portati a casa un gelsomino nuovo con un sacco di terra fresca: "Sarebbero 33 euro, ma vi faccio 30" aveva detto il vivaista aggiungendo di metterlo al sole e di dargli acqua. Ma aveva taciuto, quell'uomo, che nel prezzo era compresa anche una colonia di formiche.
Ce ne siamo accorti il giorno dopo quando abbiamo visto le prime sgranchirsi lungo i lati della terrazza. All'inizio erano poche e ho cominciato a ucciderle a sangue freddo una per una con il dito, plic, plic, plic, chiedendomi se fosse quello il modo giusto. Ma più ne schiacciavo - plic - più quelle mandavano rinforzi così ho deciso di adottare il metodo (naturale) del mio amico G., un pacifista di buon carattere che aveva avuto lo stesso guaio un anno prima: "Devi prendere un pezzo di pane e metterglielo vicino così loro stanno lì a mangiare e non ti entrano in casa". L'ho fatto, senza crederci, e me ne sono pentito un'ora dopo quando quel pezzo di pane era diventato una palla nera brulicante di formiche, tanto che quasi gli spuntavano le gambe e se ne andava via da solo.
Qua ci vogliono le maniere forti - mi son detto - ma si era fatto tardi. Le ho foraggiate con un'altra mezza spaccatina e me ne sono andato a lavorare. Al ritorno, col buio, tutto pareva tranquillo, compreso il pane che se ne stava lì abbandonato. E' stato il giorno dopo, all'alba, che si è verificata la catastrofe con due colonne scure che salivano e scendevano lungo il muro, fitte come un'autostrada prima di ferragosto. Allora sono corso in via Rosmini, dove c'è un negozio specializzato in queste cose: "Qualcosa contro le formiche" ho detto, facendo capire di avere fretta. Il ragazzo mi ha allungato due scatolette verdi che mi sembravano giocattoli. "Di più, di più" ho protestato. "Voglio qualcosa di più forte". Allora il commesso è tornato con un flacone di cartone su cui c'era lo stemma della morte. Me l'ha dato dicendo: "Ci vada piano". Bingo.
Le istruzioni - dico la verità - le ho lette fino in fondo perché sono una persona coscienziosa: quattro grammi per metro quadro. Ma quando ho visto le mie nemiche fare il giro a quel mucchietto come se niente fosse ho perso la testa. Ho capovolto la scatola e le ho sepolte qui e là con quella polvere: tempo dieci minuti e la fiumana si è esaurita mentre la scatola che tenevo in mano era ormai quasi vuota. Di migliaia che ce n'erano - sorpresa - sul campo sono rimasti solo pochi cadaveri, tanto che mi è venuto il dubbio: dove finiscono le formiche morte? Bah, dettagli. Ho fatto due calcoli e ho stimato che con quel veleno potevo disinfestare il parco Santa Chiara.
"Care formiche, ho vinto" pensavo mentre mi lavavo con cura le mani usando acqua e sapone (come dicevano le istruzioni), facendo attenzione a non contaminare gli alimenti e a non respirare la terribile arma chimica che era rimasta in quantità lì fuori. Ah, che gran cosa la scienza, queste conquiste del progresso che ci liberano dai fastidi di stagione come, ad esempio, le formiche. Questo pensavo nei giorni scorsi quando mi è suonato il campanello (strano, a quell'ora) e ho aperto la porta alla mia vicina. Voleva sapere se avevo visto il suo gatto, quella bestiola simpatica che arrampicandosi chissà dove frequentava anche casa nostra. Oddio no, era da quel giorno che non lo vedevo più. Da domani solo metodi naturali.
Ce ne siamo accorti il giorno dopo quando abbiamo visto le prime sgranchirsi lungo i lati della terrazza. All'inizio erano poche e ho cominciato a ucciderle a sangue freddo una per una con il dito, plic, plic, plic, chiedendomi se fosse quello il modo giusto. Ma più ne schiacciavo - plic - più quelle mandavano rinforzi così ho deciso di adottare il metodo (naturale) del mio amico G., un pacifista di buon carattere che aveva avuto lo stesso guaio un anno prima: "Devi prendere un pezzo di pane e metterglielo vicino così loro stanno lì a mangiare e non ti entrano in casa". L'ho fatto, senza crederci, e me ne sono pentito un'ora dopo quando quel pezzo di pane era diventato una palla nera brulicante di formiche, tanto che quasi gli spuntavano le gambe e se ne andava via da solo.
Qua ci vogliono le maniere forti - mi son detto - ma si era fatto tardi. Le ho foraggiate con un'altra mezza spaccatina e me ne sono andato a lavorare. Al ritorno, col buio, tutto pareva tranquillo, compreso il pane che se ne stava lì abbandonato. E' stato il giorno dopo, all'alba, che si è verificata la catastrofe con due colonne scure che salivano e scendevano lungo il muro, fitte come un'autostrada prima di ferragosto. Allora sono corso in via Rosmini, dove c'è un negozio specializzato in queste cose: "Qualcosa contro le formiche" ho detto, facendo capire di avere fretta. Il ragazzo mi ha allungato due scatolette verdi che mi sembravano giocattoli. "Di più, di più" ho protestato. "Voglio qualcosa di più forte". Allora il commesso è tornato con un flacone di cartone su cui c'era lo stemma della morte. Me l'ha dato dicendo: "Ci vada piano". Bingo.
Le istruzioni - dico la verità - le ho lette fino in fondo perché sono una persona coscienziosa: quattro grammi per metro quadro. Ma quando ho visto le mie nemiche fare il giro a quel mucchietto come se niente fosse ho perso la testa. Ho capovolto la scatola e le ho sepolte qui e là con quella polvere: tempo dieci minuti e la fiumana si è esaurita mentre la scatola che tenevo in mano era ormai quasi vuota. Di migliaia che ce n'erano - sorpresa - sul campo sono rimasti solo pochi cadaveri, tanto che mi è venuto il dubbio: dove finiscono le formiche morte? Bah, dettagli. Ho fatto due calcoli e ho stimato che con quel veleno potevo disinfestare il parco Santa Chiara.
"Care formiche, ho vinto" pensavo mentre mi lavavo con cura le mani usando acqua e sapone (come dicevano le istruzioni), facendo attenzione a non contaminare gli alimenti e a non respirare la terribile arma chimica che era rimasta in quantità lì fuori. Ah, che gran cosa la scienza, queste conquiste del progresso che ci liberano dai fastidi di stagione come, ad esempio, le formiche. Questo pensavo nei giorni scorsi quando mi è suonato il campanello (strano, a quell'ora) e ho aperto la porta alla mia vicina. Voleva sapere se avevo visto il suo gatto, quella bestiola simpatica che arrampicandosi chissà dove frequentava anche casa nostra. Oddio no, era da quel giorno che non lo vedevo più. Da domani solo metodi naturali.
07 maggio 2006
Io vittima del bancomat
Sono una vittima del black out dei bancomat. Tutto è cominciato l'altro pomeriggio con una telefonata di mia moglie che mi chiedeva aiuto: "Mi puoi portare cento euro per favore? Devo pagare il conto e il mio bancomat non funziona, ho già provato in quattro banche". Ci mancava solo questa. Ero già nervoso e sono partito come una furia - sebbene in bicicletta - imprecando contro le donne che non sanno usare il bancomat, che non ricordano i numeri segreti, che infilano la tessera alla rovescia, che non si ricordano quando è scaduta, che lasciano andare il conto in rosso e via dicendo.
Quattro banche, figuriamoci... E poi quanto sono fiscali queste donne, che tengono in ostaggio altre donne per un problema al bancomat. Se non ci fossi io.
Per portare cento euro bisogna prima di tutto averli e nel mio portafoglio ce n'erano appena cinque, altri due e mezzo nelle tasche, ma la città è piena di banche, siamo la capitale italiana degli sportelli, e avevo solo l'imbarazzo della scelta. Alla prima banca (rurale di piazza Fiera) c'era un cartello che mi ha spedito nella sede nuova dall'altra parte della strada. Con grande sangue freddo ho infilato la mia tessera scintillante nello sportello, ho digitato il codice segreto (che ci vuole?) e ho atteso la risposta che però non è arrivata. Invece mi hanno sputato fuori la tessera suggerendomi di contattare il mio istituto di credito. Piccolo bagno di umiltà, anche perché la mia banca è un sito internet, a volte una voce, di solito molto gentile ma pur sempre una voce, da cui non è semplice tirare fuori banconote se la tessera non funziona.
Poco più là ho visto il simbolo della Volksbank, forti questi tedeschi, sempre affidabili, e mi sono precipitato al loro bancomat che è installato dentro l'edificio proprio vicino allo sportello dove c'è l'impiegato in carne e ossa: lo fanno apposta per conquistare nuovi clienti. Anche lì tessera, codice segreto, breve attesa, tanti saluti ma niente soldi. La signorina - che non era tedesca, nemmeno da lontano - mi ha consigliato di contattare la mia banca con un tono che non mi è piaciuto: che hanno tutti da guardarmi come un pezzente? Giusto per darmi un tono - e per togliermi il dubbio che ormai mi era venuto - ho preso il telefonino e con due mosse sui tasti ho verificato che i soldi sul conto c'erano eccome. Il problema era tirarli fuori.
Alla Popolare di Verona stessa scena. Niente soldi nemmeno all'Unicredit e nessuno che sapesse darmi una spiegazione. E fanno quattro: possono bastare, mi sono detto. Stringendo la mia inutile tessera in mano, senza più furia, mi sentivo come quel tale che quando salta la corrente corre all'interruttore per riaccendere la luce. Potevo tornare a casa e prendere un assegno, ma l'ultima volta che ho provato a cambiarne uno c'è mancato poco che mi chiedessero un certificato antimafia. Ho lasciato perdere.
Stavo lì nella strada come quelli che chiedono un euro per la corriera (e poi si infilano in un bar), quando ho visto il mio collega G. avanzare con il suo vestito nuovo e una ventiquattrore fiammante che, per quanto ne sapevo io poteva pure essere piena di denaro: senti un po' - gli ho detto, rinunciando a rapinarlo - non è che mi tiri fuori 100 euro che non mi va il bancomat? Mi ha guardato con una faccia strana - ancora quella faccia - e ha infilato nello sportello la tessera pacchiana della sua piccola banca, davvero una banchetta, non ci avrei scommesso dieci euro (anche perché in quel momento non li avevo). Trenta secondi dopo, fischiettando con quell'espressione odiosa, mi ha consegnato i soldi in mano: il mio funziona benissimo, ha detto. Inutile discutere: con le orecchie basse, i cento euro in tasca e molte certezze in meno, sono corso poco lontano a liberare l'ostaggio che era ancora prigioniero.
Quattro banche, figuriamoci... E poi quanto sono fiscali queste donne, che tengono in ostaggio altre donne per un problema al bancomat. Se non ci fossi io.
Per portare cento euro bisogna prima di tutto averli e nel mio portafoglio ce n'erano appena cinque, altri due e mezzo nelle tasche, ma la città è piena di banche, siamo la capitale italiana degli sportelli, e avevo solo l'imbarazzo della scelta. Alla prima banca (rurale di piazza Fiera) c'era un cartello che mi ha spedito nella sede nuova dall'altra parte della strada. Con grande sangue freddo ho infilato la mia tessera scintillante nello sportello, ho digitato il codice segreto (che ci vuole?) e ho atteso la risposta che però non è arrivata. Invece mi hanno sputato fuori la tessera suggerendomi di contattare il mio istituto di credito. Piccolo bagno di umiltà, anche perché la mia banca è un sito internet, a volte una voce, di solito molto gentile ma pur sempre una voce, da cui non è semplice tirare fuori banconote se la tessera non funziona.
Poco più là ho visto il simbolo della Volksbank, forti questi tedeschi, sempre affidabili, e mi sono precipitato al loro bancomat che è installato dentro l'edificio proprio vicino allo sportello dove c'è l'impiegato in carne e ossa: lo fanno apposta per conquistare nuovi clienti. Anche lì tessera, codice segreto, breve attesa, tanti saluti ma niente soldi. La signorina - che non era tedesca, nemmeno da lontano - mi ha consigliato di contattare la mia banca con un tono che non mi è piaciuto: che hanno tutti da guardarmi come un pezzente? Giusto per darmi un tono - e per togliermi il dubbio che ormai mi era venuto - ho preso il telefonino e con due mosse sui tasti ho verificato che i soldi sul conto c'erano eccome. Il problema era tirarli fuori.
Alla Popolare di Verona stessa scena. Niente soldi nemmeno all'Unicredit e nessuno che sapesse darmi una spiegazione. E fanno quattro: possono bastare, mi sono detto. Stringendo la mia inutile tessera in mano, senza più furia, mi sentivo come quel tale che quando salta la corrente corre all'interruttore per riaccendere la luce. Potevo tornare a casa e prendere un assegno, ma l'ultima volta che ho provato a cambiarne uno c'è mancato poco che mi chiedessero un certificato antimafia. Ho lasciato perdere.
Stavo lì nella strada come quelli che chiedono un euro per la corriera (e poi si infilano in un bar), quando ho visto il mio collega G. avanzare con il suo vestito nuovo e una ventiquattrore fiammante che, per quanto ne sapevo io poteva pure essere piena di denaro: senti un po' - gli ho detto, rinunciando a rapinarlo - non è che mi tiri fuori 100 euro che non mi va il bancomat? Mi ha guardato con una faccia strana - ancora quella faccia - e ha infilato nello sportello la tessera pacchiana della sua piccola banca, davvero una banchetta, non ci avrei scommesso dieci euro (anche perché in quel momento non li avevo). Trenta secondi dopo, fischiettando con quell'espressione odiosa, mi ha consegnato i soldi in mano: il mio funziona benissimo, ha detto. Inutile discutere: con le orecchie basse, i cento euro in tasca e molte certezze in meno, sono corso poco lontano a liberare l'ostaggio che era ancora prigioniero.
30 aprile 2006
Ho nostalgia della mia ex
L'altro giorno in via Brennero ho rivisto la mia ex. Non l'ultima, la penultima: quella che non ho mai dimenticato. In una città piccola come Trento sono cose che capitano e vanno messe in conto. Si può andare a spasso tranquilli per settimane, mesi, anche per anni. Si lascia che il tempo faccia il suo lavoro, ci si illude che il passato sia passato e poi ci si sorprende, un giorno, a riflettere che a quella non ci pensavi proprio più, nemmeno un lampo, un debole ricordo, un'impressione, niente, tutto finito. E invece - zac - eccola lì con il potere, ora come allora, di stringerti lo stomaco e lasciarti senza fiato.
Maledetta.
E passata via veloce mentre pedalavo sulla ciclabile (la riconoscerei fra mille) e si è allontanata verso la città. Primavera, cielo terso, aria ossigenata e senza polveri, sole che scalda le braccia nude ma non morde: una di quelle giornate che favoriscono certe nostalgie.
Senza pensarci ho spinto forte sui pedali per non darle troppo vantaggio, sperando di non vederla scomparire via nel traffico. Alla curva di via Ambrosi era venti metri avanti, disciplinata nella colonna d'auto, bella come allora - almeno agli occhi miei - come se cinque anni fossero passati senza traccia.
Ero stato io a lasciarla perché in lei non avevo più fiducia. Accadde in Austria, durante una vacanza, quando mi piantò in asso senza spiegazioni. Tornai a casa solo e giunto a Trento dissi basta: come te ce ne son tante, chiusa una porta si apre un portone, morto un papa se ne fa un altro e con la speranza di chi pianta un chiodo per scacciare il chiodo vecchio le trovai una sostituta.
Si sa come vanno queste cose: il lavoro, il matrimonio, i figli, pensavo ormai di averla dimenticata finché l'altro giorno mi è comparsa davanti nella via.
In piazza Centa ha accelerato verso la stazione e io dietro col fiatone determinato a non farmela scappare. In via Segantini il semaforo l'ha trattenuta per un attimo e ho recuperato qualche metro, poi ha ripreso a correre verso il centro, via Torre Vanga, via Prepositura e via Rosmini, proprio sotto la facoltà di Sociologia. E lì che l'ho raggiunta tenendomi a distanza con il timore, per l'affanno della corsa e la camicia sudata, di fare la figura dello stupido.
Quando l'uomo che era con lei si è allontanato mi sono fatto sotto, da dietro, e non ho resistito alla tentazione di salirci sopra un'altra volta. Me la ricordavo proprio così: il manubrio largo, il contachilometri rotondo, il serbatoio bianco, la sella arancione e i due grossi cilindri che escono dai lati. La mia vecchia moto: chi l'ha mai dimenticata?
Ero ancora in sella quando quello è tornato e mi ha detto: ehi che fai? Gliel'ho spiegato e - superata un po' di diffidenza - si è messo a ridere. Abbiamo discusso di quella strana vibrazione a bassi giri, di consumi, prestazioni, di partenze a freddo e di come abbia risolto quel problema alla forcella. Tutto sommato era stata fortunata.
Alla fine il nuovo padrone ha tirato fuori le chiavi e mi ha detto: tieni, vai a farti un giro. Gli ho risposto che, no grazie, bastava così: troppe emozioni. Ma se voleva poteva farmi un favore. Risposta: se posso, perché no? E allora gli ho detto: quando vedi uno che anche se è freddo va in automobile con finestrino aperto, il braccio fuori e la testa a prendere il vento, e magari quando lo incroci alza le due dita e ti fa i fari, quello sono io. Se ti va rendimi il saluto perché noi ex, anche quando siamo rinchiusi in una quattro ruote, costretti dietro a un parabrezza col volante al posto del manubrio, spesso intrappolati in una coda interminabile, con un po' di immaginazione facciamo ancora le curve sfiorando l'asfalto col ginocchio.
Maledetta.
E passata via veloce mentre pedalavo sulla ciclabile (la riconoscerei fra mille) e si è allontanata verso la città. Primavera, cielo terso, aria ossigenata e senza polveri, sole che scalda le braccia nude ma non morde: una di quelle giornate che favoriscono certe nostalgie.
Senza pensarci ho spinto forte sui pedali per non darle troppo vantaggio, sperando di non vederla scomparire via nel traffico. Alla curva di via Ambrosi era venti metri avanti, disciplinata nella colonna d'auto, bella come allora - almeno agli occhi miei - come se cinque anni fossero passati senza traccia.
Ero stato io a lasciarla perché in lei non avevo più fiducia. Accadde in Austria, durante una vacanza, quando mi piantò in asso senza spiegazioni. Tornai a casa solo e giunto a Trento dissi basta: come te ce ne son tante, chiusa una porta si apre un portone, morto un papa se ne fa un altro e con la speranza di chi pianta un chiodo per scacciare il chiodo vecchio le trovai una sostituta.
Si sa come vanno queste cose: il lavoro, il matrimonio, i figli, pensavo ormai di averla dimenticata finché l'altro giorno mi è comparsa davanti nella via.
In piazza Centa ha accelerato verso la stazione e io dietro col fiatone determinato a non farmela scappare. In via Segantini il semaforo l'ha trattenuta per un attimo e ho recuperato qualche metro, poi ha ripreso a correre verso il centro, via Torre Vanga, via Prepositura e via Rosmini, proprio sotto la facoltà di Sociologia. E lì che l'ho raggiunta tenendomi a distanza con il timore, per l'affanno della corsa e la camicia sudata, di fare la figura dello stupido.
Quando l'uomo che era con lei si è allontanato mi sono fatto sotto, da dietro, e non ho resistito alla tentazione di salirci sopra un'altra volta. Me la ricordavo proprio così: il manubrio largo, il contachilometri rotondo, il serbatoio bianco, la sella arancione e i due grossi cilindri che escono dai lati. La mia vecchia moto: chi l'ha mai dimenticata?
Ero ancora in sella quando quello è tornato e mi ha detto: ehi che fai? Gliel'ho spiegato e - superata un po' di diffidenza - si è messo a ridere. Abbiamo discusso di quella strana vibrazione a bassi giri, di consumi, prestazioni, di partenze a freddo e di come abbia risolto quel problema alla forcella. Tutto sommato era stata fortunata.
Alla fine il nuovo padrone ha tirato fuori le chiavi e mi ha detto: tieni, vai a farti un giro. Gli ho risposto che, no grazie, bastava così: troppe emozioni. Ma se voleva poteva farmi un favore. Risposta: se posso, perché no? E allora gli ho detto: quando vedi uno che anche se è freddo va in automobile con finestrino aperto, il braccio fuori e la testa a prendere il vento, e magari quando lo incroci alza le due dita e ti fa i fari, quello sono io. Se ti va rendimi il saluto perché noi ex, anche quando siamo rinchiusi in una quattro ruote, costretti dietro a un parabrezza col volante al posto del manubrio, spesso intrappolati in una coda interminabile, con un po' di immaginazione facciamo ancora le curve sfiorando l'asfalto col ginocchio.
23 aprile 2006
Nel labirinto degli sport
Potrei anche rimettermi a fare sport - come molti mi consigliano con una battuta sul matrimonio e una risatina che vorrebbe essere intelligente - se non fosse che già al momento di scegliere un'attività mi ritrovo senza energie tanta è l'abbondanza di nomi, tecniche e specialità che ti promettono forma e salute. Ci penso un attimo - sfogliando il catalogo di Sportler da 400 pagine - e già mi sento stanco.
Tutto cominciò vent'anni fa quando mi venne a trovare il mio amico D. con una bicicletta fosforescente e disse: "Vedi questa? Questa qui non è una bici normale ma una mountain-bike". Ah però, risposi senza trovare altre parole, guardando il cambio Shimano che in un batter d'occhio fece diventare sfigati i possessori del tradizionale Campagnolo. Era solo l'inizio perché anche lo sci divenne presto carving (o supercarving se siete tipi in gamba) e sulla neve arrivò la tavola da neve, meglio conosciuta come snowboard. Per i tradizionalisti c'era il Telemark - quella tecnica norvegese con le curve da fare inginocchiati - e d'estate il nordic walking che in pratica è quello che si fa da secoli: si va in montagna a camminare con un bastone in mano, ma da quando lo chiamano così i bastoncini da sci con il puntale in gomma si vendono il triplo. E se in montagna siete tra i pochi che ancora vanno per sentieri a mani nude, niente paura: siete alla moda anche voi, si chiama trekking.
Potevo darmi ai pattini a rotelle (pardon, i rollerblade) che poi era un buon modo per tenermi allenato e d'inverno fare skating, cioè lo sci da fondo a passo pattinato. Ma un altro amico mi mise in mano una rivista facendomi capire che ancora una volta ero rimasto indietro: lì dentro si dicevano meraviglie dello spinning (che è il nuovo nome della cyclette), oppure dei tapis roulant che in palestra ti fanno correre davanti a uno schermo su cui puoi leggere la velocità e i battiti del cuore.
Se proprio devo correre - ho obiettato - lo farò lungo l'Adige come tutti i trentini, fra il ponte di San Giorgio e quello di San Lorenzo, a rischio di morire intossicato dai gas di scarico. Io lo sport lo voglio fare all'aperto, anzi outdoor, ma purtroppo - me ne sono reso conto al primo giro - non avevo le scarpe con il grip giusto e con il tallone ammortizzato e nemmeno la maglietta di tessuto fine traspirante (tale Transtex, lo trovate sempre sul catalogo) che evita quelle anti estetiche macchie di sudore sul torace. Che stress.
Inutile rifugiarsi negli sport dell'acqua: in piscina - orrore - c'è l'acquagym, sui torrenti si scende con il kayak, per i più coraggiosi il rafting e se a un certo punto vi infilate in una gola esultate orgogliosi perché state praticando il canyoning. Quando andate al mare e scendete con la maschera e il boccaglio per vedere i pesci non fate i modesti: si chiama snorkeling e le partite di pallavolo sulla spiaggia - anche quelle con la rete improvvisata - sono beach volley. Se le bocce vi fanno venire in mente l'età della pensione ecco a voi il curling, che si pratica lanciando le stones sul ghiaccio. Insomma ce n'è per tutti ma prima - me l'ha detto sempre quel mio amico - è meglio andare dal medico e farsi un bel check up e poi, per rilassarsi, un bel week end in un centro di wellness, insomma in un posto dove ti mettono a posto e magari hanno anche qualche attrezzo per il fitness, così per tenersi in forma tra un esercizio di stretching e l'altro. Una volta la chiamavano ginnastica e per una minoranza di cui ho fatto parte era "ginnastica correttiva": ci portavano il pomeriggio nella palestra polverosa delle scuole Bellesini, noi ragazzini con la schiena un po' storta, e ci tiravano finché diventavamo dritti. Altri tempi per fortuna.
Alla fine, dopo tante riflessione, l'ho trovato lo sport giusto, col nome rassicurante: le ciaspole. Ah, che bel nome, senza inglese in mezzo, fa per me, solo a sentirlo mi sono appassionato. Ma per andare con le ciaspole serve la neve e in montagna è quasi tutta sciolta. Sono salvo, ne riparliamo quest'autunno.
Tutto cominciò vent'anni fa quando mi venne a trovare il mio amico D. con una bicicletta fosforescente e disse: "Vedi questa? Questa qui non è una bici normale ma una mountain-bike". Ah però, risposi senza trovare altre parole, guardando il cambio Shimano che in un batter d'occhio fece diventare sfigati i possessori del tradizionale Campagnolo. Era solo l'inizio perché anche lo sci divenne presto carving (o supercarving se siete tipi in gamba) e sulla neve arrivò la tavola da neve, meglio conosciuta come snowboard. Per i tradizionalisti c'era il Telemark - quella tecnica norvegese con le curve da fare inginocchiati - e d'estate il nordic walking che in pratica è quello che si fa da secoli: si va in montagna a camminare con un bastone in mano, ma da quando lo chiamano così i bastoncini da sci con il puntale in gomma si vendono il triplo. E se in montagna siete tra i pochi che ancora vanno per sentieri a mani nude, niente paura: siete alla moda anche voi, si chiama trekking.
Potevo darmi ai pattini a rotelle (pardon, i rollerblade) che poi era un buon modo per tenermi allenato e d'inverno fare skating, cioè lo sci da fondo a passo pattinato. Ma un altro amico mi mise in mano una rivista facendomi capire che ancora una volta ero rimasto indietro: lì dentro si dicevano meraviglie dello spinning (che è il nuovo nome della cyclette), oppure dei tapis roulant che in palestra ti fanno correre davanti a uno schermo su cui puoi leggere la velocità e i battiti del cuore.
Se proprio devo correre - ho obiettato - lo farò lungo l'Adige come tutti i trentini, fra il ponte di San Giorgio e quello di San Lorenzo, a rischio di morire intossicato dai gas di scarico. Io lo sport lo voglio fare all'aperto, anzi outdoor, ma purtroppo - me ne sono reso conto al primo giro - non avevo le scarpe con il grip giusto e con il tallone ammortizzato e nemmeno la maglietta di tessuto fine traspirante (tale Transtex, lo trovate sempre sul catalogo) che evita quelle anti estetiche macchie di sudore sul torace. Che stress.
Inutile rifugiarsi negli sport dell'acqua: in piscina - orrore - c'è l'acquagym, sui torrenti si scende con il kayak, per i più coraggiosi il rafting e se a un certo punto vi infilate in una gola esultate orgogliosi perché state praticando il canyoning. Quando andate al mare e scendete con la maschera e il boccaglio per vedere i pesci non fate i modesti: si chiama snorkeling e le partite di pallavolo sulla spiaggia - anche quelle con la rete improvvisata - sono beach volley. Se le bocce vi fanno venire in mente l'età della pensione ecco a voi il curling, che si pratica lanciando le stones sul ghiaccio. Insomma ce n'è per tutti ma prima - me l'ha detto sempre quel mio amico - è meglio andare dal medico e farsi un bel check up e poi, per rilassarsi, un bel week end in un centro di wellness, insomma in un posto dove ti mettono a posto e magari hanno anche qualche attrezzo per il fitness, così per tenersi in forma tra un esercizio di stretching e l'altro. Una volta la chiamavano ginnastica e per una minoranza di cui ho fatto parte era "ginnastica correttiva": ci portavano il pomeriggio nella palestra polverosa delle scuole Bellesini, noi ragazzini con la schiena un po' storta, e ci tiravano finché diventavamo dritti. Altri tempi per fortuna.
Alla fine, dopo tante riflessione, l'ho trovato lo sport giusto, col nome rassicurante: le ciaspole. Ah, che bel nome, senza inglese in mezzo, fa per me, solo a sentirlo mi sono appassionato. Ma per andare con le ciaspole serve la neve e in montagna è quasi tutta sciolta. Sono salvo, ne riparliamo quest'autunno.
16 aprile 2006
Perseguitato dai calciofili
Signore e signori, la faccenda è seria: l'Italia è spaccata in due. Veramente. Me ne sono accorto viaggiando in macchina ieri pomeriggio, ore 16 e 30: non serve guardare fuori dal finestrino per capirlo, basta accendere la radio e sentire su Radio Uno la telecronaca delle partite di pallone (quella seria) e su Radio Due la telecronaca delle partite di pallone (quella un po' burlona che quando fanno gol parte la musica brasiliana). Su Radio Tre - dove subito mi rifugio - c'è un palinsesto messo lì apposta per scuotere l'esigua minoranza di indecisi: un programma di musica classica un po' criptica (che non si capisce se è proprio così o se le frequenze sono disturbate) e poi un radiodramma sulla Mesopotamia. E così - in questa Italia divisa in due ma tutta dedicata al calcio - comincio a pigiare quei bottoni alla ricerca disperata di un insulto di Berlusconi, un sermone di Prodi, una porcata di Calderoli, un'esternazione di Cossiga: siamo o non siamo un paese lacerato in attesa di un governo e di un nuovo presidente della Repubblica? Dopo tre mesi di overdose politica non si può lasciare la gente in astinenza, senza un'indiscrezione, una provocazione, un allarme, una minaccia o una smentita.
In questo sabato pomeriggio uggioso ho bisogno di una tribuna politica o una cronachetta parlamentare, ma perché pensare in grande? Mi accontenterei di una dichiarazione dell'escluso Tarolli, di un disegno di legge di Boato, di un attacco dell'ultimo arrivato Fugatti sul voto agli extracomunitari. Niente. Attendo che una comitiva attraversi le strisce pedonali sul ponte di San Lorenzo - sembra un gruppo di turisti e invece è il senatore Giorgio Tonini, proprio lui, con moglie e figli, niente politica, giornata in famiglia - quindi la radio mi informa del "grandissimo gol di Montolivo, gioiellino viola che porta a tre le reti della Fiorentina". Scatto sul due per apprendere - a ritmo di samba - di una rovesciata acrobatica sul campo del Napoli e soprattutto che a Treviso Gustavo non "gusta" il risultato: ah ah ah Buona questa, se solo sapessi chi è Gustavo, perché io del calcio so solo che si gioca in undici e vince chi fa gol. Da piccolo ero interista - avevo anche la maglia - e questo è un buon motivo per chiudere il caso e non pensarci più. E allora punto deciso su Radio 24 dove uno che parla di Pinot nero mi illude per due secondi che c'è dell'altro a questo mondo finché viene interrotto per un gol della Juve che non si capisce di chi è ma viene assegnato a Cannavaro.
Le radio regionali - mi dico - mi daranno soddisfazione, o almeno un po' di musica, ma su Nbc c'è una formazione che "distribuisce il gioco con grandissima sagacia tattica" finché Julio Velasco chiama il time out. Pallavolo. Rullo di tamburi e trombe in sottofondo mentre "Savani batte col salto cercando l'ace diretto ma va lungo". Si salvi chi può.
Sognando una sparata sui brogli elettorali e una rettifica del Viminale - insomma, un po' di adrenalina, datemi in pasto due o tre percentuali e una manciata di senatori esteri a porre condizioni - vedo all'orizzonte una scena che avevo ormai dimenticato: un autostoppista. E' maschio (peccato), capelli un po' lunghi e zainetto sulle spalle, dal giaccone e dagli occhiali si direbbe di sinistra. Metto la freccia soddisfatto: sarà con lui - penso - che potrò fare il bilancio politico di questa settimana, farmi raccontare che ne pensa, come vede il futuro, che si aspetta dal governo, cosa dice di questo Berlusconi che a tratti sembra rabbonito e quasi fa un po' pena. Lui salta a bordo e si sistema - puzza un po' di bagnato, sarà per la pioggia che si è preso - poi tira fuori un pezzo di carta dallo zaino, indica la radio con il dito e dandomi del tu dice, come se non ci fosse altro di cui occuparsi: "Scusa, non sai mica cosa ha fatto la Juventus?".
In questo sabato pomeriggio uggioso ho bisogno di una tribuna politica o una cronachetta parlamentare, ma perché pensare in grande? Mi accontenterei di una dichiarazione dell'escluso Tarolli, di un disegno di legge di Boato, di un attacco dell'ultimo arrivato Fugatti sul voto agli extracomunitari. Niente. Attendo che una comitiva attraversi le strisce pedonali sul ponte di San Lorenzo - sembra un gruppo di turisti e invece è il senatore Giorgio Tonini, proprio lui, con moglie e figli, niente politica, giornata in famiglia - quindi la radio mi informa del "grandissimo gol di Montolivo, gioiellino viola che porta a tre le reti della Fiorentina". Scatto sul due per apprendere - a ritmo di samba - di una rovesciata acrobatica sul campo del Napoli e soprattutto che a Treviso Gustavo non "gusta" il risultato: ah ah ah Buona questa, se solo sapessi chi è Gustavo, perché io del calcio so solo che si gioca in undici e vince chi fa gol. Da piccolo ero interista - avevo anche la maglia - e questo è un buon motivo per chiudere il caso e non pensarci più. E allora punto deciso su Radio 24 dove uno che parla di Pinot nero mi illude per due secondi che c'è dell'altro a questo mondo finché viene interrotto per un gol della Juve che non si capisce di chi è ma viene assegnato a Cannavaro.
Le radio regionali - mi dico - mi daranno soddisfazione, o almeno un po' di musica, ma su Nbc c'è una formazione che "distribuisce il gioco con grandissima sagacia tattica" finché Julio Velasco chiama il time out. Pallavolo. Rullo di tamburi e trombe in sottofondo mentre "Savani batte col salto cercando l'ace diretto ma va lungo". Si salvi chi può.
Sognando una sparata sui brogli elettorali e una rettifica del Viminale - insomma, un po' di adrenalina, datemi in pasto due o tre percentuali e una manciata di senatori esteri a porre condizioni - vedo all'orizzonte una scena che avevo ormai dimenticato: un autostoppista. E' maschio (peccato), capelli un po' lunghi e zainetto sulle spalle, dal giaccone e dagli occhiali si direbbe di sinistra. Metto la freccia soddisfatto: sarà con lui - penso - che potrò fare il bilancio politico di questa settimana, farmi raccontare che ne pensa, come vede il futuro, che si aspetta dal governo, cosa dice di questo Berlusconi che a tratti sembra rabbonito e quasi fa un po' pena. Lui salta a bordo e si sistema - puzza un po' di bagnato, sarà per la pioggia che si è preso - poi tira fuori un pezzo di carta dallo zaino, indica la radio con il dito e dandomi del tu dice, come se non ci fosse altro di cui occuparsi: "Scusa, non sai mica cosa ha fatto la Juventus?".
09 aprile 2006
Un voto da immortalare
So che è vietato, ma lo farò lo stesso: entrerò nella cabina elettorale, aprirò la scheda e con la matita copiativa disegnerò una croce nel rettangolo giusto. Quindi - e qui sta il punto - con il telefonino in modalità silenziosa (niente click) fotograferò il mio voto e lo terrò in tasca, come ricordo di quest'indimenticabile campagna elettorale.
La vera difficoltà non sarà farla franca, visto che il presidente del seggio non potrà perquisirmi né sequestrarmi il telefonino o la macchina fotografica: la legge del 1957 non lo prevede, di telefonini e fotografie non fa cenno e l'unica contromisura sarà un cartello affisso da qualche parte dentro il seggio per avvisare che nella cabina elettorale non si possono usare fotocamere. Così almeno dice il commissario del governo.
La vera difficoltà sarà far stare la scheda lenzuolo - quella per l'elezione della Camera, con diciassette simboli diversi - dentro il piccolo obiettivo del telefonino. Ma io ci proverò.
Sarebbe stato bello fare quel segno accanto a un nome, come si faceva le altre volte quando non eravamo convinti dei partiti e ci consolavamo prima della tornata elettorale: "Ma quale simbolo, io voto la persona". E poi ci ritrovavamo lì nel seggio, sul grande tabellone, a scorrere le lunghe liste di nomi con la data di nascita e c'era sempre qualche parente o vicino di casa che si era reso disponibile senza speranza, giusto per la causa. Questa volta non c'è da scegliere nessun nome, vince il primo della lista, e l'ordine dei favoriti l'hanno già scelto loro, quelli che stanno nei palazzi. A noi elettori, che dai palazzi stiamo fuori, tocca adeguarci e farcela andar bene.
Ma che me ne farò di quella foto che probabilmente, visto il luogo ristretto e l'agitazione del momento, verrà mossa, sfuocata e anche un po' scura? La legge - questo sì - vieta che dietro a un voto si nascondano piaceri, denaro, obblighi morali o ancora peggio minacce o ritorsioni. E' vietato chiedere il voto e promettere in cambio una cena al ristorante, non si possono pagare le spese di viaggio a un elettore in cambio della sua preferenza, vietatissimo offrirgli un posto di lavoro in cambio di quella croce al posto giusto (un milione invece si può). Ma non si tratta di questo, perché la mia foto me la terrò ben stretta senza presentarla all'incasso nemmeno quando tra due, tre o quattro settimane, comincerà il solito teatrino di noi cittadini che ci ritroveremo al bar, negli uffici o davanti alla tivù a discutere del presidente (ma anche del governatore e del sindaco) senza che salti fuori uno (uno) che gli abbia dato il voto.
Quella foto non la tirerò fuori nemmeno in famiglia perché voglio vivere tranquillo, senza sorprese, anche quando arriveranno i parenti in visita che non si sa mai come la pensano ed è meglio così, altrimenti il pranzo pasquale potrebbe diventare un vero inferno come sono state tante cene tra amici in questa campagna elettorale.
Ma allora perché rischiare quattro anni di galera - questa la pena, ma io non sono convinto - per scattare una foto in barba al cartello che dice che non si può? E' questione di orgoglio, con tutto quello che ci hanno fatto passare in questi mesi voglio tenere quella foto nel telefonino e guardarla di tanto in tanto sperando di aver fatto la cosa giusta. Correrò il rischio - questo lo so già - di prestare il telefonino al mio amico D. che vorrà fare una chiamata, proprio lui che in politica ha idee diverse dalle mie. Allora, come fa spesso, curioserà tra le funzioni del cellulare, suonerie e videogiochi, finché arriverà alle fotografie e vedrà quell'immagine strana. Ci metterà un po' a capire, la girerà sotto sopra, la ingrandirà per essere sicuro e poi - agitando il mio telefonino in mano - alzerà il volto con gli occhi sgranati e sbotterà: "Ma sei coglione?". Sarà una gran soddisfazione.
La vera difficoltà non sarà farla franca, visto che il presidente del seggio non potrà perquisirmi né sequestrarmi il telefonino o la macchina fotografica: la legge del 1957 non lo prevede, di telefonini e fotografie non fa cenno e l'unica contromisura sarà un cartello affisso da qualche parte dentro il seggio per avvisare che nella cabina elettorale non si possono usare fotocamere. Così almeno dice il commissario del governo.
La vera difficoltà sarà far stare la scheda lenzuolo - quella per l'elezione della Camera, con diciassette simboli diversi - dentro il piccolo obiettivo del telefonino. Ma io ci proverò.
Sarebbe stato bello fare quel segno accanto a un nome, come si faceva le altre volte quando non eravamo convinti dei partiti e ci consolavamo prima della tornata elettorale: "Ma quale simbolo, io voto la persona". E poi ci ritrovavamo lì nel seggio, sul grande tabellone, a scorrere le lunghe liste di nomi con la data di nascita e c'era sempre qualche parente o vicino di casa che si era reso disponibile senza speranza, giusto per la causa. Questa volta non c'è da scegliere nessun nome, vince il primo della lista, e l'ordine dei favoriti l'hanno già scelto loro, quelli che stanno nei palazzi. A noi elettori, che dai palazzi stiamo fuori, tocca adeguarci e farcela andar bene.
Ma che me ne farò di quella foto che probabilmente, visto il luogo ristretto e l'agitazione del momento, verrà mossa, sfuocata e anche un po' scura? La legge - questo sì - vieta che dietro a un voto si nascondano piaceri, denaro, obblighi morali o ancora peggio minacce o ritorsioni. E' vietato chiedere il voto e promettere in cambio una cena al ristorante, non si possono pagare le spese di viaggio a un elettore in cambio della sua preferenza, vietatissimo offrirgli un posto di lavoro in cambio di quella croce al posto giusto (un milione invece si può). Ma non si tratta di questo, perché la mia foto me la terrò ben stretta senza presentarla all'incasso nemmeno quando tra due, tre o quattro settimane, comincerà il solito teatrino di noi cittadini che ci ritroveremo al bar, negli uffici o davanti alla tivù a discutere del presidente (ma anche del governatore e del sindaco) senza che salti fuori uno (uno) che gli abbia dato il voto.
Quella foto non la tirerò fuori nemmeno in famiglia perché voglio vivere tranquillo, senza sorprese, anche quando arriveranno i parenti in visita che non si sa mai come la pensano ed è meglio così, altrimenti il pranzo pasquale potrebbe diventare un vero inferno come sono state tante cene tra amici in questa campagna elettorale.
Ma allora perché rischiare quattro anni di galera - questa la pena, ma io non sono convinto - per scattare una foto in barba al cartello che dice che non si può? E' questione di orgoglio, con tutto quello che ci hanno fatto passare in questi mesi voglio tenere quella foto nel telefonino e guardarla di tanto in tanto sperando di aver fatto la cosa giusta. Correrò il rischio - questo lo so già - di prestare il telefonino al mio amico D. che vorrà fare una chiamata, proprio lui che in politica ha idee diverse dalle mie. Allora, come fa spesso, curioserà tra le funzioni del cellulare, suonerie e videogiochi, finché arriverà alle fotografie e vedrà quell'immagine strana. Ci metterà un po' a capire, la girerà sotto sopra, la ingrandirà per essere sicuro e poi - agitando il mio telefonino in mano - alzerà il volto con gli occhi sgranati e sbotterà: "Ma sei coglione?". Sarà una gran soddisfazione.
02 aprile 2006
Sotto esame con il vino
Ma cosa pensa il cameriere mentre mi versa il vino nel bicchiere e poi composto attende che io lo assaggi e gli dia il nulla osta? Lui sta lì in piedi, chinato un po' in avanti con la bottiglia obliqua per farmi vedere l'etichetta, io afferro il calice con la mano sudata e un po' tremante, lo faccio girare appena perché così mi hanno insegnato, poi lo accosto alle labbra e mi accorgo che al mio tavolo (ma che dico? nell'intero ristorante) scende un silenzio improvviso e tutti gli occhi puntano su di me, l'improvvisato sommelier che dovrà decidere in due secondi se quel vino da trenta euro la bottiglia è buono oppure no.
"Ma chi ha il coraggio di mandarlo indietro?" penso mentre sollevo quel bicchiere come un condannato a morte farebbe con una coppa di veleno. Odio quel cameriere che mi fissa, odio mio suocero, seduto alla mia sinistra, che con un gesto generoso e perentorio ha fatto intendere che quel vino - quale onore - l'avrei assaggiato io anche se poi a fine pasto sarà lui a pagare il conto (almeno spero).
Come fa caldo in questo locale, mentre mi consolo pensando alle statistiche che sono a mio favore: su cento bottiglie solo due o tre una volte aperte sanno di tappo (sentore di tappo, dicono gli esperti, colpa di una specie di fungo che attacca il sughero e rovina il vino coprendone gli aromi), le altre vanno bene e la mia sarà una di quelle.
Ma che c'è scritto sull'etichetta, Santa Maddalena? Non so nemmeno dove lo facciano questo vino che il cameriere ha garantito essere eccellente. Se almeno giocassi in casa - Mezzocorona, Mezzolombardo, valle dei Laghi, Teroldego, Marzemino, una bottiglia di buon Rebo - potrei forse azzeccare un giudizio, una battuta fulminante copiata da qualche recensione letta sul giornale. Invece sono un cieco in una stanza ingombra di cristalli e da me dipendono i destini dell'intera tavolata: gli uomini mi guardano con il sollievo di chi sa che tocca a un altro, le donne, che da questo supplizio sono esenti, cominciano crudeli a dare segni di impazienza. E allora bevo.
Ah, come vorrei essere come quel tipo, quell'uomo brillante del tavolo là accanto, che due minuti fa ha intrattenuto la sua compagna regalando una lezione di enologia al cameriere. Oppure come quell'altro che faceva frullare il vino nel bicchiere e poi l'ha ingollato con una sorsata secca come se fosse un'aranciata. Sento questo vino rosso sul palato e penso che forse, per darmi un tono, dovrei far schioccare la lingua per dare a intendere che sto assaporando prima di decidere, ma il teatro non fa per me e rinuncio a questa scena.
Qualcosa non funziona: l'uomo con il grembiule che ho di fronte (e mi pressa con la sua bottiglia in mano) di vino ne sa molto più di me eppure mi concede con finta cortesia di avere l'ultima parola. Se io farò pollice verso, lui dovrà tornare in cantina con la sua bottiglia aperta e risalire con un'altra. Ci proverò, un giorno, ma non oggi.
Un dubbio ora mi assale e mi fa sudare: il vino che ho appena sorseggiato ha un sapore strano, ma come faccio a sapere se c'è qualcosa che non va oppure se sono quei profumi dei vini costosi così diversi dalle bottiglie da quattro o cinque euro? Nel dubbio scelgo la via breve, quella scontata, anche se mi avessero servito aceto: "Va bene" dico, fingendo aria esperta e rinunciando a commentare. E tutto fila liscio.
Poi - durante una pausa prima del caffè - prendo da parte il sommelier e un po' sfacciato gli domando: "Senta un po', ma che pensate voi mentre noi assaggiamo il vino?". Lui mi guarda sospettoso ma poi rivela il suo segreto: "A niente, non pensiamo proprio a niente, speriamo solo che facciate in fretta perché ci sono altri sei tavoli da servire. Tutto qui". Non so voi, ma io ora mi sento più tranquillo.
"Ma chi ha il coraggio di mandarlo indietro?" penso mentre sollevo quel bicchiere come un condannato a morte farebbe con una coppa di veleno. Odio quel cameriere che mi fissa, odio mio suocero, seduto alla mia sinistra, che con un gesto generoso e perentorio ha fatto intendere che quel vino - quale onore - l'avrei assaggiato io anche se poi a fine pasto sarà lui a pagare il conto (almeno spero).
Come fa caldo in questo locale, mentre mi consolo pensando alle statistiche che sono a mio favore: su cento bottiglie solo due o tre una volte aperte sanno di tappo (sentore di tappo, dicono gli esperti, colpa di una specie di fungo che attacca il sughero e rovina il vino coprendone gli aromi), le altre vanno bene e la mia sarà una di quelle.
Ma che c'è scritto sull'etichetta, Santa Maddalena? Non so nemmeno dove lo facciano questo vino che il cameriere ha garantito essere eccellente. Se almeno giocassi in casa - Mezzocorona, Mezzolombardo, valle dei Laghi, Teroldego, Marzemino, una bottiglia di buon Rebo - potrei forse azzeccare un giudizio, una battuta fulminante copiata da qualche recensione letta sul giornale. Invece sono un cieco in una stanza ingombra di cristalli e da me dipendono i destini dell'intera tavolata: gli uomini mi guardano con il sollievo di chi sa che tocca a un altro, le donne, che da questo supplizio sono esenti, cominciano crudeli a dare segni di impazienza. E allora bevo.
Ah, come vorrei essere come quel tipo, quell'uomo brillante del tavolo là accanto, che due minuti fa ha intrattenuto la sua compagna regalando una lezione di enologia al cameriere. Oppure come quell'altro che faceva frullare il vino nel bicchiere e poi l'ha ingollato con una sorsata secca come se fosse un'aranciata. Sento questo vino rosso sul palato e penso che forse, per darmi un tono, dovrei far schioccare la lingua per dare a intendere che sto assaporando prima di decidere, ma il teatro non fa per me e rinuncio a questa scena.
Qualcosa non funziona: l'uomo con il grembiule che ho di fronte (e mi pressa con la sua bottiglia in mano) di vino ne sa molto più di me eppure mi concede con finta cortesia di avere l'ultima parola. Se io farò pollice verso, lui dovrà tornare in cantina con la sua bottiglia aperta e risalire con un'altra. Ci proverò, un giorno, ma non oggi.
Un dubbio ora mi assale e mi fa sudare: il vino che ho appena sorseggiato ha un sapore strano, ma come faccio a sapere se c'è qualcosa che non va oppure se sono quei profumi dei vini costosi così diversi dalle bottiglie da quattro o cinque euro? Nel dubbio scelgo la via breve, quella scontata, anche se mi avessero servito aceto: "Va bene" dico, fingendo aria esperta e rinunciando a commentare. E tutto fila liscio.
Poi - durante una pausa prima del caffè - prendo da parte il sommelier e un po' sfacciato gli domando: "Senta un po', ma che pensate voi mentre noi assaggiamo il vino?". Lui mi guarda sospettoso ma poi rivela il suo segreto: "A niente, non pensiamo proprio a niente, speriamo solo che facciate in fretta perché ci sono altri sei tavoli da servire. Tutto qui". Non so voi, ma io ora mi sento più tranquillo.
26 marzo 2006
In rotatoria con Selene
C'è un libro di successo che si intitola "Perché le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non si fermano mai a chiedere?". Le donne non so, ma io prima di fermare l'auto e chiedere la via ad un passante faccio fuori due serbatoi di benzina e ancora soffro nel momento in cui abbasso il finestrino e ammetto che, in sostanza, mi son perso.
Così, per diventare un uomo che non deve chiedere mai (almeno sulla strada), mi sono comprato un'antenna gps da 90 euro e l'ho collegata al mio telefonino trasformandolo in un navigatore satellitare. Ora non devo più chiedere niente: dice tutto lui, anzi lei perché ci ho messo la voce di Chiara, tipa precisa ma un po' fredda che (nonostante quel che dice il libro) la cartina la sa leggere benissimo e mi suggerisce di tenermi pronto perché tra un po' devo girare, ecco gira a destra proprio ora, e se sbaglio, invece di arrabbiarsi, mi consiglia gentilmente di tornare indietro e intanto studia un percorso alternativo.
Ora, sul serio, non devo chiedere più niente. Purtroppo abito a Trento, che conosco come le mie tasche, e sulle scorciatoie per girare la città probabilmente ne so più di Chiara. Comunque - in attesa di andare in viaggio in un luogo sconosciuto - ho fatto salire in macchina il mio collega P. mostrandogli il telefonino: "Vedi questo? Questo qui, vecchio mio, ci porterà a Villazzano".
Per fare bella figura mi ero anche scaricato da internet la voce alternativa di Selene, che rispetto a Chiara fa tutto un altro effetto: "Amore - mi ha sussurrato mentre lasciavamo Piedicastello diretti verso la collina - alla rotatoria gira a destra, prima uscita". Poi silenzio, perché Selene quando non serve sta in silenzio, e quindi via con gli altri avvisi: "Vai dritto, stai sulla destra, continua così". Ma quando siamo arrivati alla nuova rotatoria del Marinaio Selene si è ammutolita e noi - per rispetto nei suoi confronti - abbiamo girato in tondo un paio di volte in attesa che ci dicesse dove andare. Niente. Un occhio al display ci ha confermato il dubbio atroce: secondo Selene eravamo in piena campagna a fare il girotondo. Così abbiamo deciso di fare da soli e lei si è risvegliata: "Amore, ti prego, appena puoi torna indietro".
Per Selene, poveretta, molte rotatorie di Rudari ancora non esistono. Le tangenziali di Grisenti - a sentir lei - sarebbero solo progetti sulla carta. Variante di Cadine? Pareva d'essere in un prato. Rotatoria di Madonna Bianca? Un semplice incrocio, com'era fino all'altro giorno. E dire che quelli della Teleatlas, una delle due multinazionali che si dividono il mercato mondiale delle mappe satellitari, ci danno dentro come i matti: mandano in giro per il mondo eserciti di rilevatori a verificare le nuove strade, i nuovi divieti, i cambi dei sensi unici; chiedono ai Comuni di comunicare ogni variazione; intervengono per correggere ogni errore che viene segnalato; osservano la terra dal satellite (anzi la fanno osservare al computer) per capire se quaggiù si è spostato qualcosa, ma di fronte alle strade trentine anche loro devono allargare le braccia: non riescono a starci dietro. Si fa prima a fare le strade (e le gallerie) che a disegnarle sulle mappe. Tutte tranne la Valdastico, quell'autostrada che sulle cartine di carta compare da anni tratteggiata ma non l'hanno fatta mai.
Poco male, a Villazzano ci siamo arrivati uguale e Selene, con un gemito, ci ha detto di girare a destra a quell'incrocio che in realtà era già diventato una rotatoria, ma lei come poteva saperlo?
P.S: quel libro sugli uomini che non chiedono e sulle donne che non sanno leggere le cartine lo trovate in Viaggeria, dove lo tengono proprio di fronte alla cassa e lo vendono da anni a tutto spiano. Perché? Merito del titolo, che è perfetto, ma anche perché, tutti noi lo sappiamo, è proprio così che vanno le cose.
Così, per diventare un uomo che non deve chiedere mai (almeno sulla strada), mi sono comprato un'antenna gps da 90 euro e l'ho collegata al mio telefonino trasformandolo in un navigatore satellitare. Ora non devo più chiedere niente: dice tutto lui, anzi lei perché ci ho messo la voce di Chiara, tipa precisa ma un po' fredda che (nonostante quel che dice il libro) la cartina la sa leggere benissimo e mi suggerisce di tenermi pronto perché tra un po' devo girare, ecco gira a destra proprio ora, e se sbaglio, invece di arrabbiarsi, mi consiglia gentilmente di tornare indietro e intanto studia un percorso alternativo.
Ora, sul serio, non devo chiedere più niente. Purtroppo abito a Trento, che conosco come le mie tasche, e sulle scorciatoie per girare la città probabilmente ne so più di Chiara. Comunque - in attesa di andare in viaggio in un luogo sconosciuto - ho fatto salire in macchina il mio collega P. mostrandogli il telefonino: "Vedi questo? Questo qui, vecchio mio, ci porterà a Villazzano".
Per fare bella figura mi ero anche scaricato da internet la voce alternativa di Selene, che rispetto a Chiara fa tutto un altro effetto: "Amore - mi ha sussurrato mentre lasciavamo Piedicastello diretti verso la collina - alla rotatoria gira a destra, prima uscita". Poi silenzio, perché Selene quando non serve sta in silenzio, e quindi via con gli altri avvisi: "Vai dritto, stai sulla destra, continua così". Ma quando siamo arrivati alla nuova rotatoria del Marinaio Selene si è ammutolita e noi - per rispetto nei suoi confronti - abbiamo girato in tondo un paio di volte in attesa che ci dicesse dove andare. Niente. Un occhio al display ci ha confermato il dubbio atroce: secondo Selene eravamo in piena campagna a fare il girotondo. Così abbiamo deciso di fare da soli e lei si è risvegliata: "Amore, ti prego, appena puoi torna indietro".
Per Selene, poveretta, molte rotatorie di Rudari ancora non esistono. Le tangenziali di Grisenti - a sentir lei - sarebbero solo progetti sulla carta. Variante di Cadine? Pareva d'essere in un prato. Rotatoria di Madonna Bianca? Un semplice incrocio, com'era fino all'altro giorno. E dire che quelli della Teleatlas, una delle due multinazionali che si dividono il mercato mondiale delle mappe satellitari, ci danno dentro come i matti: mandano in giro per il mondo eserciti di rilevatori a verificare le nuove strade, i nuovi divieti, i cambi dei sensi unici; chiedono ai Comuni di comunicare ogni variazione; intervengono per correggere ogni errore che viene segnalato; osservano la terra dal satellite (anzi la fanno osservare al computer) per capire se quaggiù si è spostato qualcosa, ma di fronte alle strade trentine anche loro devono allargare le braccia: non riescono a starci dietro. Si fa prima a fare le strade (e le gallerie) che a disegnarle sulle mappe. Tutte tranne la Valdastico, quell'autostrada che sulle cartine di carta compare da anni tratteggiata ma non l'hanno fatta mai.
Poco male, a Villazzano ci siamo arrivati uguale e Selene, con un gemito, ci ha detto di girare a destra a quell'incrocio che in realtà era già diventato una rotatoria, ma lei come poteva saperlo?
P.S: quel libro sugli uomini che non chiedono e sulle donne che non sanno leggere le cartine lo trovate in Viaggeria, dove lo tengono proprio di fronte alla cassa e lo vendono da anni a tutto spiano. Perché? Merito del titolo, che è perfetto, ma anche perché, tutti noi lo sappiamo, è proprio così che vanno le cose.
12 marzo 2006
La rivincita della Skoda
Quella Skoda Superb con i sedili in pelle nera stava lì in piazza Italia, in coda ad una fila di auto blu, tanto che ho chiesto a un tipo che sembrava saperla lunga: "Che succede?". Questo ha alzato le spalle e ha indicato il teatro Sociale dove - ho scoperto - c'era il presidente della Repubblica Ceca per ricevere il titolo di professore onorario. "Forte - ho pensato - un presidente con la Skoda" e sono entrato nel teatro per guardare il volto di quell'uomo che dopo tanti anni speravo fosse l'ambasciatore della mia vendetta.
Tutto cominciò negli anni Settanta con una Skoda 105 rossa che in Italia era una vera rarità. Non era facile - in quell'epoca - essere proprietario di una Skoda: c'era una concessionaria in via Maccani dove ora c'è il Poli, vendevano auto svedesi e all'occorrenza cecoslovacche, ma i meccanici a chi gli chiedeva una di quelle facevano facce come dire "che idea assurda", poi chiudevano l'officina e tornavano a casa con la Fiat 127 o l'Alfasud.
Non era facile avere una Skoda negli anni Settanta, soprattutto se eri un bambino che andava a scuola e i compagni di classe avevano auto "normali" o magari la Mercedes, come il padre di A. che era sempre in prima fila alla fine delle lezioni. Io e mio fratello, invece, al ritorno dalle gite speravamo sempre che ci venissero a prendere a piedi lasciando l'auto dietro l'angolo. Peggio della nostra c'è stata solo la Fiat Duna, solo che in quegli anni non l'avevano ancora progettata.
Pensando alla vecchia Skoda rossa - che durò dieci anni lunghi e terribili - pensando all'auto dei miei incubi guardavo il presidente Vaclav Klaus che teneva una lezione in italiano (provateci voi in slovacco) ammirato dai trentini. Quell'uomo riverito e rispettato tra poco sarebbe salito sulla Skoda Superb con targa diplomatica e avrebbe messo in fila tutte le altre auto blu per le vie della città.
"Ah, che soddisfazione" pensavo. E mi è venuto il dubbio: vuoi vedere che forse avevamo ragione noi? vuoi vedere che eravamo più avanti degli altri con la nostra auto dell'Est che quando non arrivavano i ricambi accettava anche il filtro dei trattori? Chissà. Così nel buio del teatro ho atteso che il presidente terminasse il suo discorso, che rispondesse alle domande dei colleghi giornalisti, che spiegasse il suo "euro realismo" alle telecamere delle televisioni, quindi l'ho visto sparire dietro le quinte e poi spuntare giù in strada dove già lo attendevano tutti gli autisti con le giacche e gli occhiali scuri.
Ho visto Vaclav Klaus puntare sicuro verso il corteo di auto dove c'era la sua Skoda: ecco un uomo che tiene alta la bandiera del suo paese, non come il nostro Dellai che viaggia con quell'Audi A8 che sprizza orgoglio tedesco, non come Durnwalder che ha scelto una Mercedes ma almeno ha l'alibi di chiamarsi Luis e di parlare la lingua degli operai di Stoccarda. Vaclav Klaus invece no - pensavo e lo guardavo - lui viaggia con una vettura nazionale anche se si chiama Skoda e l'aggettivo Superb fa un po' ridere, perché quello è il suo paese e lui è il presidente.
L'ho visto arrivare con l'ambasciatore e dirigersi senza esitazione verso la fila di auto finché è accaduto un fatto strano: perché nessuno lo ferma? perché non lo avvertono che sta sbagliando? perché nessuno si sorprende? Niente. La scena è proseguita davanti ai miei occhi stupefatti: Vaclav Klaus ha aperto la portiera e si è accomodato sui sedili in pelle di una gigantesca Bmw 735 grigia che non avevo visto prima, anche quella con targa diplomatica, lasciando che gli assistenti dell'ambasciata salissero sulla superba Skoda già carica di bagagli.
L'incubo continua, la vendetta è rimandata, per fortuna nel frattempo mi sono comprato una Fiat Punto.
Tutto cominciò negli anni Settanta con una Skoda 105 rossa che in Italia era una vera rarità. Non era facile - in quell'epoca - essere proprietario di una Skoda: c'era una concessionaria in via Maccani dove ora c'è il Poli, vendevano auto svedesi e all'occorrenza cecoslovacche, ma i meccanici a chi gli chiedeva una di quelle facevano facce come dire "che idea assurda", poi chiudevano l'officina e tornavano a casa con la Fiat 127 o l'Alfasud.
Non era facile avere una Skoda negli anni Settanta, soprattutto se eri un bambino che andava a scuola e i compagni di classe avevano auto "normali" o magari la Mercedes, come il padre di A. che era sempre in prima fila alla fine delle lezioni. Io e mio fratello, invece, al ritorno dalle gite speravamo sempre che ci venissero a prendere a piedi lasciando l'auto dietro l'angolo. Peggio della nostra c'è stata solo la Fiat Duna, solo che in quegli anni non l'avevano ancora progettata.
Pensando alla vecchia Skoda rossa - che durò dieci anni lunghi e terribili - pensando all'auto dei miei incubi guardavo il presidente Vaclav Klaus che teneva una lezione in italiano (provateci voi in slovacco) ammirato dai trentini. Quell'uomo riverito e rispettato tra poco sarebbe salito sulla Skoda Superb con targa diplomatica e avrebbe messo in fila tutte le altre auto blu per le vie della città.
"Ah, che soddisfazione" pensavo. E mi è venuto il dubbio: vuoi vedere che forse avevamo ragione noi? vuoi vedere che eravamo più avanti degli altri con la nostra auto dell'Est che quando non arrivavano i ricambi accettava anche il filtro dei trattori? Chissà. Così nel buio del teatro ho atteso che il presidente terminasse il suo discorso, che rispondesse alle domande dei colleghi giornalisti, che spiegasse il suo "euro realismo" alle telecamere delle televisioni, quindi l'ho visto sparire dietro le quinte e poi spuntare giù in strada dove già lo attendevano tutti gli autisti con le giacche e gli occhiali scuri.
Ho visto Vaclav Klaus puntare sicuro verso il corteo di auto dove c'era la sua Skoda: ecco un uomo che tiene alta la bandiera del suo paese, non come il nostro Dellai che viaggia con quell'Audi A8 che sprizza orgoglio tedesco, non come Durnwalder che ha scelto una Mercedes ma almeno ha l'alibi di chiamarsi Luis e di parlare la lingua degli operai di Stoccarda. Vaclav Klaus invece no - pensavo e lo guardavo - lui viaggia con una vettura nazionale anche se si chiama Skoda e l'aggettivo Superb fa un po' ridere, perché quello è il suo paese e lui è il presidente.
L'ho visto arrivare con l'ambasciatore e dirigersi senza esitazione verso la fila di auto finché è accaduto un fatto strano: perché nessuno lo ferma? perché non lo avvertono che sta sbagliando? perché nessuno si sorprende? Niente. La scena è proseguita davanti ai miei occhi stupefatti: Vaclav Klaus ha aperto la portiera e si è accomodato sui sedili in pelle di una gigantesca Bmw 735 grigia che non avevo visto prima, anche quella con targa diplomatica, lasciando che gli assistenti dell'ambasciata salissero sulla superba Skoda già carica di bagagli.
L'incubo continua, la vendetta è rimandata, per fortuna nel frattempo mi sono comprato una Fiat Punto.
05 marzo 2006
Il pic-nic sul tornante
Ci siamo quasi, giusto il tempo che sugli alberi spuntino i germogli, che le domeniche si facciano un po' più calde, le giornate più lunghe e li ritroveremo lì, nella piazzola di terra e ghiaia a lato della strada. Mentre noi ci affanniamo a salire sulle montagne, alla ricerca dell'erba più verde, dei torrenti con l'acqua più cristallina, della terrazza con il panorama più affascinante, meglio se lontano dalla strada, lontano dal parcheggio, lontano dalla folla, lontano da tutto, anche se per arrivare lì bisogna passare mezza giornata in fuga inseguiti dalla massa. Mentre noi scappiamo lontano, loro, quelli del pic-nic nella piazzola, mettono la freccia appena usciti dalla città, quando la strada si fa stretta e comincia a salire faticosa. Giunti a quel punto, invece di scalare marcia, scendono dall'auto stanca, aprono il baule e - ah che goduria - si sistemano al centro di un tornante.
Li avete visti di sicuro e vi sarete chiesti - come tutti - ma perché? Perché con il lago di Garda a due passi loro si fermano a lato della statale vicino alla zona industriale e montano tavolo e sgabelli in mezzo ai gas di scarico? Perché se le Dolomiti sono una decina di tornanti più sopra quelli della piazzola scelgono un parcheggio a fondo valle vicino ai capannoni delle falegnamerie? Perché se la valle di Cembra è piena di piazzole con le sedie e i tavoli di legno quelli fermano l'auto in una cava di porfido dove gira ancora la polvere sollevata dai camion che - almeno la domenica - sono parcheggiati là in fondo al piazzale rosso? E perché la volta che decidono di trattarsi con i guanti scelgono una stradina bianca che conduce a una collina dall'erbetta verde e morbida (ah che luogo ameno) senza rendersi conto che si tratta di una discarica appena ricoperta dagli operai del ripristino ambientale?
Quelli del pic-nic nella piazzola si riconosco ad una prima occhiata perché - scelta del luogo a parte - non rinunciano alle comodità: sedie pieghevoli, tavolino da campeggio con la tovaglia stesa sopra, piatti di porcellana (o plastica grossa, mai usa e getta), fiasco di vino rosso e quel barbecue (a gas) acceso poco distante da cui si alzano nubi dense di fumo che gli automobilisti in transito talvolta scambiano per nebbia.
La loro auto - colore beige, bianco o grigio metallizzato - ha sempre una portiera aperta o il portellone del bagagliaio alzato e questo non è un dettaglio inutile: da là dentro esce il suono dell'autoradio con le notizie dell'Onda Verde (prima) e con le partite di calcio (poi). Dopo il pic-nic si accomodano sui sedili dell'auto (spesso ricoperti dal plaid scozzese) e schiacciano un pisolino. Se incontrate una di quelle auto con i corpi addormentati a bordo non chiamate la polizia o l'ambulanza: è tutto a posto, a loro piace così, lasciateli fare, sui gusti non si discute.
Ogni volta che li vediamo - quelli della piazzola - sorridiamo, diamo di gomito ai compagni che viaggiano con noi e tiriamo avanti diretti, noi sì, verso una domenica coi fiocchi. Ma gli umili turisti del bordo strada si prendono una rivincita - forse inconsapevole, chissà - al momento del rientro quando piegano la tovaglia, smontano il tavolino e si avviano verso casa, primi fra tutti, quando ancora nei luoghi del turismo vero la gente si diverte. Loro abbandonano la piazzola e tornano a casa quando il sole ancora splende, primi di una fila interminabile di vetture che dai monti porta in città. In quei parcheggi anonimi si fermano allora - disperati - i forzati della colonna stradale quando i bambini implorano una sosta per fare la pipì. E' a questo punto che i capifamiglia posano i piedi sulla ghiaia, danno un calcio a un tovagliolo di carta che è rimasto lì per terra e quando a casa mancano ancora tre ore a passo d'uomo si domandano perplessi: "Ma da dove viene questo odore di pollo arrosto?".
Li avete visti di sicuro e vi sarete chiesti - come tutti - ma perché? Perché con il lago di Garda a due passi loro si fermano a lato della statale vicino alla zona industriale e montano tavolo e sgabelli in mezzo ai gas di scarico? Perché se le Dolomiti sono una decina di tornanti più sopra quelli della piazzola scelgono un parcheggio a fondo valle vicino ai capannoni delle falegnamerie? Perché se la valle di Cembra è piena di piazzole con le sedie e i tavoli di legno quelli fermano l'auto in una cava di porfido dove gira ancora la polvere sollevata dai camion che - almeno la domenica - sono parcheggiati là in fondo al piazzale rosso? E perché la volta che decidono di trattarsi con i guanti scelgono una stradina bianca che conduce a una collina dall'erbetta verde e morbida (ah che luogo ameno) senza rendersi conto che si tratta di una discarica appena ricoperta dagli operai del ripristino ambientale?
Quelli del pic-nic nella piazzola si riconosco ad una prima occhiata perché - scelta del luogo a parte - non rinunciano alle comodità: sedie pieghevoli, tavolino da campeggio con la tovaglia stesa sopra, piatti di porcellana (o plastica grossa, mai usa e getta), fiasco di vino rosso e quel barbecue (a gas) acceso poco distante da cui si alzano nubi dense di fumo che gli automobilisti in transito talvolta scambiano per nebbia.
La loro auto - colore beige, bianco o grigio metallizzato - ha sempre una portiera aperta o il portellone del bagagliaio alzato e questo non è un dettaglio inutile: da là dentro esce il suono dell'autoradio con le notizie dell'Onda Verde (prima) e con le partite di calcio (poi). Dopo il pic-nic si accomodano sui sedili dell'auto (spesso ricoperti dal plaid scozzese) e schiacciano un pisolino. Se incontrate una di quelle auto con i corpi addormentati a bordo non chiamate la polizia o l'ambulanza: è tutto a posto, a loro piace così, lasciateli fare, sui gusti non si discute.
Ogni volta che li vediamo - quelli della piazzola - sorridiamo, diamo di gomito ai compagni che viaggiano con noi e tiriamo avanti diretti, noi sì, verso una domenica coi fiocchi. Ma gli umili turisti del bordo strada si prendono una rivincita - forse inconsapevole, chissà - al momento del rientro quando piegano la tovaglia, smontano il tavolino e si avviano verso casa, primi fra tutti, quando ancora nei luoghi del turismo vero la gente si diverte. Loro abbandonano la piazzola e tornano a casa quando il sole ancora splende, primi di una fila interminabile di vetture che dai monti porta in città. In quei parcheggi anonimi si fermano allora - disperati - i forzati della colonna stradale quando i bambini implorano una sosta per fare la pipì. E' a questo punto che i capifamiglia posano i piedi sulla ghiaia, danno un calcio a un tovagliolo di carta che è rimasto lì per terra e quando a casa mancano ancora tre ore a passo d'uomo si domandano perplessi: "Ma da dove viene questo odore di pollo arrosto?".
26 febbraio 2006
C'era una volta il telefono
Eravamo in una stanza della redazione con un gruppo di alunni delle elementari che volevano vedere come si fa il giornale quand'è squillato un cellulare. Le maestre hanno guardato il giornalista ma il mio era spento e la suoneria, potevano capirlo, troppo infantile. Quindi è sceso il silenzio, si è scoperto che la musica arrivava da uno zainetto appoggiato a terra e da due file indietro si è fatta largo a spinte una bambina: "E' il mio E' il mio". Le due maestre, fuori dai gangheri, hanno iniziato a urlare: "Spegnilo, spegnilo Non rispondere Spegnilo subito". Ma lei incurante dell'enormità del gesto ha aperto lo zaino, afferrato quel cellulare a forma di conchiglia che non la smetteva di strillare, l'ha portato all'orecchio con mossa esperta e ha detto: "Pronto?". Attimi di tensione, pubblico in attesa, tutti gli sguardi rivolti verso di lei compresi quelli delle maestre sconfitte, nell'aria un misto di curiosità e ansia per ciò che presto avremmo scoperto, negli occhi dei compagni c'era anche un po' di invidia poi finalmente è arrivata la risposta: "No, oggi no, siamo in gita, ci sentiamo dopo". Quindi ha chiuso l'apparecchio, l'ha infilato in tasca ed è tornata dov'era con la faccia composta di chi dice: "Prego, non fate caso a me, continuiamo pure la lezione".
A questa ragazzina, classe 1996, nata quando gli italiani cominciavano a comprare in massa i cellulari (il più scarso, quello che ho acquistato io, costava quasi 600 mila lire), bisogna raccontare come si faceva a mettersi d'accordo con l'amichetta (o con l'amichetto) per fare assieme la strada dalla scuola verso casa: si stava lì, dall'altra parte della strada quando suonava la campana, ad aspettare che quella (o quello) uscisse. Li chiamavamo appuntamenti e bisognava essere precisi - nel luogo e nell'ora - perché se non ci si incontrava non c'era modo di rimediare con una telefonata o un messaggino al volo.
E per comunicare da un banco all'altro della classe non c'erano i messaggini sul telefonino da spedire di nascosto ma i biglietti di carta vera che volevano sopra le teste degli alunni quando la maestra era impegnata, di spalle, a scrivere alla lavagna. Se uno di quei foglietti veniva intercettato c'era il rischio che un'insegnante che non sapeva cos'era la legge sulla privacy (anche perché non c'era) lo leggesse a voce alta creando un trauma psicologico di cui nessun genitore avrebbe chiesto conto.
Cara bambina, tu che con un tasto chiami l'amica o l'amico del cuore, devi sapere che una volta le telefonate si facevano dall'unico telefono di casa, quello grigio col filo, che non potevi portarlo via e chiuderti in camera, appeso al muro del corridoio o appoggiato al mobile dell'ingresso. Facevi il numero (sapendo che i tuoi di là ti stavano ascoltando) e aspettavi che dall'altra parte rispondesse qualcuno: la prima voce che sentivi non era quasi mai quella che volevi.
Non si parlava a lungo perché c'era un telefono per tutti e dopo un po' ti facevano notare - meti zò - che la linea va lasciata libera e il telefono non serve per chiacchierare (incredibile vero?).
Se proprio volevi un po' di privacy - e avevi un po' più dei tuoi dieci anni - raccattavi un paio di monetine in giro per la casa e correvi alle gabine (con la "g") sapendo che se era l'ora sbagliata trovavi la coda, anche in quelle di piazza Cesare Battisti o alla stazione dove ce n'erano dieci in fila e fra i militari con la testa rasata c'era chi si vantava di telefonare gratis infilando nel posto giusto un pezzo di fil di ferro. E ci riuscivano davvero.
Telefonate se ne faceva una, se ti dimenticavi di dire qualcosa te la mettevi via per il giorno dopo e non cascava il mondo. Ora lo sai perché a noi - che non ci siamo ancora abituati - fa un po' impressione vederti col cellulare in mano che in mezzo alla lezione dici: "Pronto?".
A questa ragazzina, classe 1996, nata quando gli italiani cominciavano a comprare in massa i cellulari (il più scarso, quello che ho acquistato io, costava quasi 600 mila lire), bisogna raccontare come si faceva a mettersi d'accordo con l'amichetta (o con l'amichetto) per fare assieme la strada dalla scuola verso casa: si stava lì, dall'altra parte della strada quando suonava la campana, ad aspettare che quella (o quello) uscisse. Li chiamavamo appuntamenti e bisognava essere precisi - nel luogo e nell'ora - perché se non ci si incontrava non c'era modo di rimediare con una telefonata o un messaggino al volo.
E per comunicare da un banco all'altro della classe non c'erano i messaggini sul telefonino da spedire di nascosto ma i biglietti di carta vera che volevano sopra le teste degli alunni quando la maestra era impegnata, di spalle, a scrivere alla lavagna. Se uno di quei foglietti veniva intercettato c'era il rischio che un'insegnante che non sapeva cos'era la legge sulla privacy (anche perché non c'era) lo leggesse a voce alta creando un trauma psicologico di cui nessun genitore avrebbe chiesto conto.
Cara bambina, tu che con un tasto chiami l'amica o l'amico del cuore, devi sapere che una volta le telefonate si facevano dall'unico telefono di casa, quello grigio col filo, che non potevi portarlo via e chiuderti in camera, appeso al muro del corridoio o appoggiato al mobile dell'ingresso. Facevi il numero (sapendo che i tuoi di là ti stavano ascoltando) e aspettavi che dall'altra parte rispondesse qualcuno: la prima voce che sentivi non era quasi mai quella che volevi.
Non si parlava a lungo perché c'era un telefono per tutti e dopo un po' ti facevano notare - meti zò - che la linea va lasciata libera e il telefono non serve per chiacchierare (incredibile vero?).
Se proprio volevi un po' di privacy - e avevi un po' più dei tuoi dieci anni - raccattavi un paio di monetine in giro per la casa e correvi alle gabine (con la "g") sapendo che se era l'ora sbagliata trovavi la coda, anche in quelle di piazza Cesare Battisti o alla stazione dove ce n'erano dieci in fila e fra i militari con la testa rasata c'era chi si vantava di telefonare gratis infilando nel posto giusto un pezzo di fil di ferro. E ci riuscivano davvero.
Telefonate se ne faceva una, se ti dimenticavi di dire qualcosa te la mettevi via per il giorno dopo e non cascava il mondo. Ora lo sai perché a noi - che non ci siamo ancora abituati - fa un po' impressione vederti col cellulare in mano che in mezzo alla lezione dici: "Pronto?".
19 febbraio 2006
Nelle stanze dei bottoni
Per una rubrica che si chiama "Fuori dal palazzo" un'incursione nelle stanze dei Palazzi (quelli con la "p" maiuscola che incutono rispetto, a volte timore) sembrerà strana ma ugualmente andremo lì dentro a farci un giro, con la promessa di mantenere lo spirito di chi da quelle stanze preferisce stare fuori, almeno la domenica.
Questo giro comincia - è ovvio - da piazza Dante, dove il palazzo della Provincia è il più ambizioso e lo fa capire al primo sguardo con i suoi marmi, i pavimenti con il legno a spina di pesce che scricchiola per dimostrare che è roba vera, le sale affrescate, il seminterrato con le pietre a vista, l'ufficio presidenziale di Dellai grande quanto un mini appartamento e quelle crepe sugli stucchi delle porte (nessuno è perfetto) che non hanno retto al primo inverno col riscaldamento accesso. Dall'altra parte della strada c'è il palazzo della Regione dove un giro fra i corridoi non mantiene le promesse della grande architettura esterna: aria di smobilitazione, uffici deserti, sono anni ormai che lì dentro non si decide più nulla.
Al terzo piano di palazzo Geremia, in via Belenzani, si arriva all'ufficio del sindaco calpestando un pavimento di legno d'abete chiaro che se vi cade una moneta resta il segno. Però è bello, si intona con le travi a vista sul soffitto e con le finestre antiche affacciate sui tetti del centro storico. Mentre aspettate Pacher, vi faranno accomodare su uno dei quattro divani fuori del suo ufficio e poi - se è Natale e siete giornalisti - scenderete al piano di sotto per parlare davanti al caminetto acceso.
Un palazzo dove è meglio non andare è quello di giustizia, in Largo Pigarelli, dove le porte dei pubblici ministeri hanno la telecamera per vedere chi c'è fuori. Quella del procuratore è doppia e con l'imbottitura per non far scappare fuori nemmeno un bisbiglio, bei quadri alle pareti (ma sono del Comune), la bandiera d'Italia vicino alla scrivania dove c'è anche uno strano bidone che prende i fogli e li riduce a striscioline: una volta un cronista trovò una carta segreta nel cestino e da allora usano i distruggi-documenti. Ma non sempre.
I corridoi del Commissariato del Governo sembrano più grandi di quanto servirebbe, ma i lampadari delle sale di rappresentanza, i tappeti rossi nei corridoi e gli arredi di prestigio dell'ufficio di De Muro incutono rispetto. Nelle stanze dei carabinieri, in via Barbacovi, c'è la foto del presidente Ciampi ovunque. In quelle degli agenti della questura invece no e mancano molte altre cose: i rinforzi ai pavimenti che vibrano pericolosamente quando ci camminate sopra - ad esempio - ma si fa prima a dire che manca una questura nuova, una dove i fili elettrici corrono sicuri dentro i muri invece di penzolare da un piano all'altro come in una via napoletana.
I più lussuosi fra questi palazzi hanno in comune un vantaggio: il caffè del bar interno costa meno di quello bevuto fuori (dove possono andare tutti) e non si capisce il perché. Ma in tutti i palazzi pubblici c'è una cosa che i loro inquilini a volte si dimenticano. Una cosa che invece le donne delle pulizie hanno ben presente quando la sera tardi (oppure la mattina all'alba) alzano i tappeti per scopare anche là sotto, sollevano le lampade per togliere la polvere dalla scrivania, mettono in ordine le sedie e si chinano sotto i tavoli delle riunioni per pulire i pavimenti. E' allora che vedono quelle etichette con il numero appiccicate su ogni oggetto, nessuno escluso, lo stesso numero che compare nell'elenco affisso in ogni stanza. Voi - visitatori occasionali - a quella lista non farete caso ma c'è sempre, magari dietro una tenda o vicino alla finestra, per ricordare agli inquilini provvisori che quello che c'è là dentro è pubblico e lì deve restare, in attesa del prossimo abitante che - presto o tardi - arriverà dentro il palazzo.
Questo giro comincia - è ovvio - da piazza Dante, dove il palazzo della Provincia è il più ambizioso e lo fa capire al primo sguardo con i suoi marmi, i pavimenti con il legno a spina di pesce che scricchiola per dimostrare che è roba vera, le sale affrescate, il seminterrato con le pietre a vista, l'ufficio presidenziale di Dellai grande quanto un mini appartamento e quelle crepe sugli stucchi delle porte (nessuno è perfetto) che non hanno retto al primo inverno col riscaldamento accesso. Dall'altra parte della strada c'è il palazzo della Regione dove un giro fra i corridoi non mantiene le promesse della grande architettura esterna: aria di smobilitazione, uffici deserti, sono anni ormai che lì dentro non si decide più nulla.
Al terzo piano di palazzo Geremia, in via Belenzani, si arriva all'ufficio del sindaco calpestando un pavimento di legno d'abete chiaro che se vi cade una moneta resta il segno. Però è bello, si intona con le travi a vista sul soffitto e con le finestre antiche affacciate sui tetti del centro storico. Mentre aspettate Pacher, vi faranno accomodare su uno dei quattro divani fuori del suo ufficio e poi - se è Natale e siete giornalisti - scenderete al piano di sotto per parlare davanti al caminetto acceso.
Un palazzo dove è meglio non andare è quello di giustizia, in Largo Pigarelli, dove le porte dei pubblici ministeri hanno la telecamera per vedere chi c'è fuori. Quella del procuratore è doppia e con l'imbottitura per non far scappare fuori nemmeno un bisbiglio, bei quadri alle pareti (ma sono del Comune), la bandiera d'Italia vicino alla scrivania dove c'è anche uno strano bidone che prende i fogli e li riduce a striscioline: una volta un cronista trovò una carta segreta nel cestino e da allora usano i distruggi-documenti. Ma non sempre.
I corridoi del Commissariato del Governo sembrano più grandi di quanto servirebbe, ma i lampadari delle sale di rappresentanza, i tappeti rossi nei corridoi e gli arredi di prestigio dell'ufficio di De Muro incutono rispetto. Nelle stanze dei carabinieri, in via Barbacovi, c'è la foto del presidente Ciampi ovunque. In quelle degli agenti della questura invece no e mancano molte altre cose: i rinforzi ai pavimenti che vibrano pericolosamente quando ci camminate sopra - ad esempio - ma si fa prima a dire che manca una questura nuova, una dove i fili elettrici corrono sicuri dentro i muri invece di penzolare da un piano all'altro come in una via napoletana.
I più lussuosi fra questi palazzi hanno in comune un vantaggio: il caffè del bar interno costa meno di quello bevuto fuori (dove possono andare tutti) e non si capisce il perché. Ma in tutti i palazzi pubblici c'è una cosa che i loro inquilini a volte si dimenticano. Una cosa che invece le donne delle pulizie hanno ben presente quando la sera tardi (oppure la mattina all'alba) alzano i tappeti per scopare anche là sotto, sollevano le lampade per togliere la polvere dalla scrivania, mettono in ordine le sedie e si chinano sotto i tavoli delle riunioni per pulire i pavimenti. E' allora che vedono quelle etichette con il numero appiccicate su ogni oggetto, nessuno escluso, lo stesso numero che compare nell'elenco affisso in ogni stanza. Voi - visitatori occasionali - a quella lista non farete caso ma c'è sempre, magari dietro una tenda o vicino alla finestra, per ricordare agli inquilini provvisori che quello che c'è là dentro è pubblico e lì deve restare, in attesa del prossimo abitante che - presto o tardi - arriverà dentro il palazzo.
12 febbraio 2006
Testimoniare che fatica
L'ultima vittima (venerdì) è stata l'assessore comunale Violetta Plotegher, ma può capitare a tutti, un giorno, di trovare nella cassetta delle lettere una busta verde, con vari timbri e l'aspetto un po' inquietante, che vi ordina di presentarvi in tribunale. Niente paura, non siete sotto accusa, siete semplicemente testimoni di qualcosa, il che, talvolta, può essere anche peggio.
Prendiamo l'assessore Plotegher chiamata a dire tutta la verità senza nascondere nulla di quanto a sua conoscenza (così recita la formula che vi faranno leggere) su quanto accadde il primo febbraio 2005 in via Belenzani, quando i Disobbedienti protestarono con i materassi di fronte al municipio. L'assessore al mattino si è presentata puntuale a palazzo di giustizia per scoprire che il processo (come può capitare) era destinato ad iniziare con forte ritardo. Per lei è stata una giornata lunga e stressante ma in questa sede è meglio tagliar corto: alle cinque della sera, dopo che sono stati sentiti cinque testimoni (cinque poliziotti che hanno passato l'intera giornata in tribunale, come lei), le hanno fatto sapere che poteva tornare a casa, ricordandosi però di presentarsi di nuovo il primo marzo, per la seconda udienza del processo. E attenzione: essere puntuali e soprattutto non mancare senza un buon motivo perché la prima volta ti perdonano, la seconda ti danno la multa, la terza ti vengono a prendere a casa i carabinieri. Con la giustizia non si scherza.
Ecco quindi alcune regole di sopravvivenza da ritagliare e imparare a memoria nel caso in cui vi arrivi quella lettera verdina che vi ordina di presentarvi come testimoni nell'aula di un processo penale.
Uno: portatevi un giornale, perché la giornata può essere molto lunga lì seduti su una panchina di ferro dove l'unico passatempo è quello di leggere una lista di nomi con a fianco tanti numeri (che poi sono i reati).
Due: non cedete alla curiosità e quindi non tentate di entrare nell'aula se stanno celebrando il processo dove siete testimoni; voi non potete, dovete restare ingenui come se non vi avessero mai detto di che si tratta (nemmeno l'avvocato che vi ha citato).
Tre: nelle brevi pause tra un processo e l'altro cercate qualcuno dentro l'aula che vi sembri degno di fiducia e chiedetegli, per favore, quanto manca al vostro turno; dopo tre ore lì fuori senza informazioni a molti saltano i nervi.
Quattro: non fate commenti senza sapere chi è seduto attorno a voi, potrebbe scoppiare una lite con i parenti dell'imputato che sono molto più tesi di voi.
Cinque: se il processo è a Trento e avete bisogno del bagno evitate senza indugio quell'unico gabinetto che vi indicheranno al piano terra vicino all'ingresso, senza specchio e senza la chiave, ma prendete l'ascensore e salite fino all'ultimo piano dove vi aspetta un magnifico bagno mansardato con poster alle pareti (vedere per credere).
Sei: il bar del tribunale offre ottimi panini ma chiude nel primo pomeriggio, se l'ora si fa tarda regolatevi di conseguenza.
Sette: non perdete mai la pazienza, nemmeno quando dopo cinque ore di attesa vi chiederanno solo se confermate quanto avevate scritto nella denuncia per furto (tre anni fa, quando vi avevano rubato l'autoradio) e poi vi diranno che potete andare, grazie mille.
Otto: non prendete appuntamenti per quella giornata, nulla è più importante della vostra testimonianza e se ve ne andate all'improvviso siete nemici della Giustizia.
Nove: non sentitevi vittime del sistema, non pensate di essere su scherzi a parte, non illudetevi di essere protagonisti di una (dis) avventura senza precedenti. C'è gente che sta molto peggio di voi, ad esempio l'imputato oppure quei testimoni che per dire ciò che sanno (senza nascondere nulla di quanto sanno) si sono fatti centinaia di chilometri, hanno perso una giornata di lavoro e riceveranno un rimborso che gli permetterà di pagarsi - forse - il pranzo.
Dieci: quando tutto sarà finito tornate a casa sollevati, contenti di avere fatto il vostro dovere (solo il vostro dovere, nulla di più, non montatevi la testa sentendovi cittadini modello) senza cedere alla tentazione - quando vi capiterà ancora di essere protagonisti di un evento - di voltarvi dall'altra parte e dire: "Io? Io non c'ero, non ho visto nulla, io non so niente, io non c'entro" come sarebbe comprensibile dopo aver provato come ci si sente piccoli e impotenti di fronte all'immensità della macchina che assicura la Giustizia.
Prendiamo l'assessore Plotegher chiamata a dire tutta la verità senza nascondere nulla di quanto a sua conoscenza (così recita la formula che vi faranno leggere) su quanto accadde il primo febbraio 2005 in via Belenzani, quando i Disobbedienti protestarono con i materassi di fronte al municipio. L'assessore al mattino si è presentata puntuale a palazzo di giustizia per scoprire che il processo (come può capitare) era destinato ad iniziare con forte ritardo. Per lei è stata una giornata lunga e stressante ma in questa sede è meglio tagliar corto: alle cinque della sera, dopo che sono stati sentiti cinque testimoni (cinque poliziotti che hanno passato l'intera giornata in tribunale, come lei), le hanno fatto sapere che poteva tornare a casa, ricordandosi però di presentarsi di nuovo il primo marzo, per la seconda udienza del processo. E attenzione: essere puntuali e soprattutto non mancare senza un buon motivo perché la prima volta ti perdonano, la seconda ti danno la multa, la terza ti vengono a prendere a casa i carabinieri. Con la giustizia non si scherza.
Ecco quindi alcune regole di sopravvivenza da ritagliare e imparare a memoria nel caso in cui vi arrivi quella lettera verdina che vi ordina di presentarvi come testimoni nell'aula di un processo penale.
Uno: portatevi un giornale, perché la giornata può essere molto lunga lì seduti su una panchina di ferro dove l'unico passatempo è quello di leggere una lista di nomi con a fianco tanti numeri (che poi sono i reati).
Due: non cedete alla curiosità e quindi non tentate di entrare nell'aula se stanno celebrando il processo dove siete testimoni; voi non potete, dovete restare ingenui come se non vi avessero mai detto di che si tratta (nemmeno l'avvocato che vi ha citato).
Tre: nelle brevi pause tra un processo e l'altro cercate qualcuno dentro l'aula che vi sembri degno di fiducia e chiedetegli, per favore, quanto manca al vostro turno; dopo tre ore lì fuori senza informazioni a molti saltano i nervi.
Quattro: non fate commenti senza sapere chi è seduto attorno a voi, potrebbe scoppiare una lite con i parenti dell'imputato che sono molto più tesi di voi.
Cinque: se il processo è a Trento e avete bisogno del bagno evitate senza indugio quell'unico gabinetto che vi indicheranno al piano terra vicino all'ingresso, senza specchio e senza la chiave, ma prendete l'ascensore e salite fino all'ultimo piano dove vi aspetta un magnifico bagno mansardato con poster alle pareti (vedere per credere).
Sei: il bar del tribunale offre ottimi panini ma chiude nel primo pomeriggio, se l'ora si fa tarda regolatevi di conseguenza.
Sette: non perdete mai la pazienza, nemmeno quando dopo cinque ore di attesa vi chiederanno solo se confermate quanto avevate scritto nella denuncia per furto (tre anni fa, quando vi avevano rubato l'autoradio) e poi vi diranno che potete andare, grazie mille.
Otto: non prendete appuntamenti per quella giornata, nulla è più importante della vostra testimonianza e se ve ne andate all'improvviso siete nemici della Giustizia.
Nove: non sentitevi vittime del sistema, non pensate di essere su scherzi a parte, non illudetevi di essere protagonisti di una (dis) avventura senza precedenti. C'è gente che sta molto peggio di voi, ad esempio l'imputato oppure quei testimoni che per dire ciò che sanno (senza nascondere nulla di quanto sanno) si sono fatti centinaia di chilometri, hanno perso una giornata di lavoro e riceveranno un rimborso che gli permetterà di pagarsi - forse - il pranzo.
Dieci: quando tutto sarà finito tornate a casa sollevati, contenti di avere fatto il vostro dovere (solo il vostro dovere, nulla di più, non montatevi la testa sentendovi cittadini modello) senza cedere alla tentazione - quando vi capiterà ancora di essere protagonisti di un evento - di voltarvi dall'altra parte e dire: "Io? Io non c'ero, non ho visto nulla, io non so niente, io non c'entro" come sarebbe comprensibile dopo aver provato come ci si sente piccoli e impotenti di fronte all'immensità della macchina che assicura la Giustizia.
05 febbraio 2006
L'imbarazzo della sauna
Ci sono cose che è molto meglio fare fuori provincia: i trentini lo sanno e in questo sono veri specialisti. Non pensate subito male, nulla di proibito, tutte cose che si possono scrivere sul giornale come - ad esempio - andare a far la spesa. Quando si tratta di acquisti la parola d'ordine è "Sud", perché il meridione - chissà perché - fa venire in mente prezzi buoni, sconti e grandi assortimenti. Così gli altoatesini scendono in Trentino e prendono d'assalto il Mercatone, l'Obi e i centri commerciali mentre i trentini calano ad Affi, Verona o più giù verso gli outlet dei vestiti e i veneti chissà, forse almeno loro fanno le spese a casa propria.
Quando si tratta di andare a spasso invece la parola d'ordine diventa "Nord", come se salendo lungo la penisola per una gita domenicale (magari sconfinando in Austria) i prati diventassero più verdi, i centri storici più caratteristici, le montagne più belle, gli alberghi più accoglienti, la neve più bianca e le mucche più mucche.
Se parliamo di sanità, infine, la parola d'ordine dei trentini diventa "altrove" tanto che all'azienda sanitaria non sanno più come fare a trattenere i pazienti che si fanno curare le gambe rotte in Alto Adige, l'esame Tac in Veneto e per malattie più gravi si spingono in Lombardia se non addirittura all'estero, senza dimenticare mai di spedire a Trento la parcella da pagare.
Ma c'è un tipo di mobilità - già nota agli amministratori trentini - che nessuno (nessuno, nonostante ci stiano già provando) riuscirà mai a fermare: è quella che porta ogni settimana centinaia di trentini (migliaia?) all'Acquarena di Bressanone oppure alle Terme di Merano, ma anche nelle vasche di Seefeld, poco al di là del confine.
L'assessore comunale Pegoretti vuole tentare anche in città la carta del parco acquatico, a Baselga di Piné sono più avanti e hanno già un progetto pronto per una piscina dell'ultima generazione ma non tengono conto dei veri motivi che spingono i trentini a macinare chilometri solo per farsi un bagno. Non è questione di vasche con le onde, idromassaggi, ampie vetrate, scivoli che vanno bene solo per i bambini, sedie a sdraio rilassanti oppure ristoranti esotici per chiudere la giornata. Il fatto è che per fare la sauna, il bagno turco, un tuffo nella tinozza gelida oppure una seduta di idromassaggio all'aperto mentre fuori nevica, bisogna presentarsi nudi. Il che vuole dire nudi, senza asciugamano sotto o sopra, proprio nudi, senza appello, che se per caso ti porti dietro uno straccetto ti senti fuori posto.
Ebbene in questo (ma non solo) gli altoatesini sono diversi: per loro, almeno quelli che parlano tedesco, è naturale sedersi nella sauna e conversare a bassa voce col vicino, aggirarsi tra le nebbie del centro benessere senza pudore, rilassarsi senza costume in una piscina con vista sulle Alpi. Per i trentini - che degli altoatesini sono i meridionali - naturale lo è molto meno e togliersi l'asciugamano risulta più facile quando lo si fa a cento chilometri da casa, lontano dallo sguardo del collega di lavoro, del vicino di casa o dell'ex compagno di scuola.
Lassù, nei vapori della grande Acquarena brissinese, donne che al lago di Caldonazzo prendono il sole con il costume intero trovano il coraggio di lasciarsi andare ("si fa così, bisogna rispettare le regole del luogo in cui si va...") dopo aver inventato una scusa per separarsi dagli amici un sabato o una domenica. Ci sono compagnie di amici, coppie, famiglie intere che hanno vissuto momenti di crisi perché qualche sventato ha lanciato pubblicamente la proposta: "Andiamo tutti assieme a fare la sauna all'Acquarena?".
Capita così qualche incontro inevitabile, perché cento chilometri non sono poi tanti e lì - tra le nebbie a cento gradi - ci si ritrova a salutare l'avvocato o il presidente, senza sapere se da nudi, magari con gli occhiali roventi e appannati, bisogna stringersi la mano come in ufficio, darsi una pacca sulla spalla oppure basta un cenno cortese per ritenersi soddisfatti, facendo attenzione a non far scappare l'occhio. Gli altoatesini no, a loro viene tutto più naturale, mentre i trentini corrono dalla moglie o dall'amica e dicono: "Sai chi c'è di là? Il dirigente". "Ma dai, veramente?".
Le saune in Trentino ci sono già, basta andare a Ravina (c'è un centro benessere molto attrezzato), oppure a Levico (dove un albergo nuovo di zecca apre le porte anche a chi vuole passare mezza giornata a mollo) ma la realtà è che per togliersi l'asciugamano - come per molte altre cose - i trentini preferiscono correre lontano.
Quando si tratta di andare a spasso invece la parola d'ordine diventa "Nord", come se salendo lungo la penisola per una gita domenicale (magari sconfinando in Austria) i prati diventassero più verdi, i centri storici più caratteristici, le montagne più belle, gli alberghi più accoglienti, la neve più bianca e le mucche più mucche.
Se parliamo di sanità, infine, la parola d'ordine dei trentini diventa "altrove" tanto che all'azienda sanitaria non sanno più come fare a trattenere i pazienti che si fanno curare le gambe rotte in Alto Adige, l'esame Tac in Veneto e per malattie più gravi si spingono in Lombardia se non addirittura all'estero, senza dimenticare mai di spedire a Trento la parcella da pagare.
Ma c'è un tipo di mobilità - già nota agli amministratori trentini - che nessuno (nessuno, nonostante ci stiano già provando) riuscirà mai a fermare: è quella che porta ogni settimana centinaia di trentini (migliaia?) all'Acquarena di Bressanone oppure alle Terme di Merano, ma anche nelle vasche di Seefeld, poco al di là del confine.
L'assessore comunale Pegoretti vuole tentare anche in città la carta del parco acquatico, a Baselga di Piné sono più avanti e hanno già un progetto pronto per una piscina dell'ultima generazione ma non tengono conto dei veri motivi che spingono i trentini a macinare chilometri solo per farsi un bagno. Non è questione di vasche con le onde, idromassaggi, ampie vetrate, scivoli che vanno bene solo per i bambini, sedie a sdraio rilassanti oppure ristoranti esotici per chiudere la giornata. Il fatto è che per fare la sauna, il bagno turco, un tuffo nella tinozza gelida oppure una seduta di idromassaggio all'aperto mentre fuori nevica, bisogna presentarsi nudi. Il che vuole dire nudi, senza asciugamano sotto o sopra, proprio nudi, senza appello, che se per caso ti porti dietro uno straccetto ti senti fuori posto.
Ebbene in questo (ma non solo) gli altoatesini sono diversi: per loro, almeno quelli che parlano tedesco, è naturale sedersi nella sauna e conversare a bassa voce col vicino, aggirarsi tra le nebbie del centro benessere senza pudore, rilassarsi senza costume in una piscina con vista sulle Alpi. Per i trentini - che degli altoatesini sono i meridionali - naturale lo è molto meno e togliersi l'asciugamano risulta più facile quando lo si fa a cento chilometri da casa, lontano dallo sguardo del collega di lavoro, del vicino di casa o dell'ex compagno di scuola.
Lassù, nei vapori della grande Acquarena brissinese, donne che al lago di Caldonazzo prendono il sole con il costume intero trovano il coraggio di lasciarsi andare ("si fa così, bisogna rispettare le regole del luogo in cui si va...") dopo aver inventato una scusa per separarsi dagli amici un sabato o una domenica. Ci sono compagnie di amici, coppie, famiglie intere che hanno vissuto momenti di crisi perché qualche sventato ha lanciato pubblicamente la proposta: "Andiamo tutti assieme a fare la sauna all'Acquarena?".
Capita così qualche incontro inevitabile, perché cento chilometri non sono poi tanti e lì - tra le nebbie a cento gradi - ci si ritrova a salutare l'avvocato o il presidente, senza sapere se da nudi, magari con gli occhiali roventi e appannati, bisogna stringersi la mano come in ufficio, darsi una pacca sulla spalla oppure basta un cenno cortese per ritenersi soddisfatti, facendo attenzione a non far scappare l'occhio. Gli altoatesini no, a loro viene tutto più naturale, mentre i trentini corrono dalla moglie o dall'amica e dicono: "Sai chi c'è di là? Il dirigente". "Ma dai, veramente?".
Le saune in Trentino ci sono già, basta andare a Ravina (c'è un centro benessere molto attrezzato), oppure a Levico (dove un albergo nuovo di zecca apre le porte anche a chi vuole passare mezza giornata a mollo) ma la realtà è che per togliersi l'asciugamano - come per molte altre cose - i trentini preferiscono correre lontano.
29 gennaio 2006
La battaglia del termostato
Cari lettori, corro il rischio di passare per presuntuoso ma non riesco a trattenermi e dico: "Avevo ragione io". Sono anni che sbotto, ogni volta che entro in casa e mi tolgo il giaccone già sudato: "Qui dentro si scoppia, è troppo caldo, siete pazzi, spegnete quella caldaia
maledetta". Ora, finalmente, c'è uno che mi dà corda e mi consegna per decreto l'asso nella manica che mi farà vincere la battaglia del termostato. Quel tale è nientemeno che il ministro che ha ordinato di abbassare di un grado la temperatura negli edifici, preoccupato per gli ucraini che rubano il gas e i russi che chiudono i rubinetti. Io sono pronto, da mercoledì prossimo scatta il ribasso e se qualcuno in casa crede di continuare come prima è avvisato: lo denuncio.
So già cosa pensate ed è bene chiarirci subito: non è questione di soldi. In un anno il nostro contatore segna 600 metri cubi al massimo (se non ci credete vi faccio vedere le bollette) grazie alla stufa a legna, al tetto ben isolato e a quelli di sotto che ci danno dentro come i fuochisti del Titanic. Il fatto è che quei 600 metri cubi mi fanno comunque impressione: son lì sul divano con la bolletta in mano e penso a un edificio largo dieci metri per dieci e alto sei, insomma una casetta a due piani, tutta piena del mio gas. Poi aggiungo i consumi dei vicini di casa e ottengo un palazzo intero stipato di metano, la nostra piazzetta come cisterna avrebbe bisogno del castello del Buonconsiglio, calcolo il fabbisogno di una città e mi immagino un serbatoio grande come il Bondone. Allora mi agito per le sorti del mondo. Qualcosa bisogna pur fare. E io faccio finta di andare in bagno solo per passare fischiettando davanti a quel termostato e allungare la mano per abbassarlo almeno un po'. Poi tiro l'acqua (giusto per essere credibile), esco, controllo con la coda dell'occhio e lui è di nuovo lì, fermo sui venti: "Fa freddo" mi dicono quei due sabotatori, seduti sul divano sotto un piumino spesso un metro, tanto caldo che lì sotto potrebbe sbocciare un oleandro. Sarebbero pronti a riaprire la centrale di Chernobyl pur di crogiolarsi al caldo. La caldaia riparte - con quel clic orrendo e poi, sbanf, la fiammata - e io penso alle caverne immense che restano vuote nel sottosuolo della Siberia mentre noi di Trento bruciamo 2 milioni di metri cubi al giorno. Dalla finestra osservo i camini che sui tetti sbuffano come ciminiere industriali (viviamo in alto e ho imparato a conoscere gli inquilini dai comignoli) chiamo il mio amico ingegnere e mi faccio spiegare che è tutta questione di pressione, che non devo immaginarmi palazzi interi zeppi di gas perché il metano quando è compresso occupa poco spazio e che se i russi non ci boicottano andiamo avanti per decenni, ce n'è più del petrolio. Sarà.
Quando mi avvio verso il centro passo sul ponte di San Lorenzo e sento il solito puzzo di gas vicino a un raccordo - qualcuno la vuole chiudere quella falla? - alzo gli occhi verso un palazzo di sette piani e al terzo vedo le finestre socchiuse: c'è una vittima del riscaldamento centrale che muore dal caldo. Entro nel supermercato e quando la porta scorrevole si apre un soffio tropicale mi investe dall'alto. Caldo, caldo, caldo: ma che c'entrano i venti gradi con l'inverno? In questa crociata verso la sostenibilità del fresco avevo - prima ancora del ministro - un alleato. Uno che ha montato un termostato pieno di bottoni, tanto complicato che senza le istruzioni (che lui tiene sotto chiave) è impossibile metterci mano. Ma è stato sconfitto dagli ospiti (soprattutto le donne, diciamolo) che invitati a cena si mettevano in camicia e si strusciavano contro i termosifoni. Tiepidi.
Grazie ministro. Per merito suo vinceremo per legge la battaglia domestica dei termostati. Quella del risparmio e della sostenibilità ambientale invece no perché - c'è da scommetterci - nulla (certo non una norma dello Stato di cui gli italiani si fanno beffe) potrà indurre la maggioranza dei cittadini a combattere il freddo semplicemente indossando un maglione. E già penso all'estate quando negli uffici ci sarà chi sentendosi potente, girerà la manopola del condizionatore fino ai 18 - più freddo che in inverno - e adagiandosi sullo schienale con un bel sorriso soddisfatto dirà: "Ah, che bel fresco".
maledetta". Ora, finalmente, c'è uno che mi dà corda e mi consegna per decreto l'asso nella manica che mi farà vincere la battaglia del termostato. Quel tale è nientemeno che il ministro che ha ordinato di abbassare di un grado la temperatura negli edifici, preoccupato per gli ucraini che rubano il gas e i russi che chiudono i rubinetti. Io sono pronto, da mercoledì prossimo scatta il ribasso e se qualcuno in casa crede di continuare come prima è avvisato: lo denuncio.
So già cosa pensate ed è bene chiarirci subito: non è questione di soldi. In un anno il nostro contatore segna 600 metri cubi al massimo (se non ci credete vi faccio vedere le bollette) grazie alla stufa a legna, al tetto ben isolato e a quelli di sotto che ci danno dentro come i fuochisti del Titanic. Il fatto è che quei 600 metri cubi mi fanno comunque impressione: son lì sul divano con la bolletta in mano e penso a un edificio largo dieci metri per dieci e alto sei, insomma una casetta a due piani, tutta piena del mio gas. Poi aggiungo i consumi dei vicini di casa e ottengo un palazzo intero stipato di metano, la nostra piazzetta come cisterna avrebbe bisogno del castello del Buonconsiglio, calcolo il fabbisogno di una città e mi immagino un serbatoio grande come il Bondone. Allora mi agito per le sorti del mondo. Qualcosa bisogna pur fare. E io faccio finta di andare in bagno solo per passare fischiettando davanti a quel termostato e allungare la mano per abbassarlo almeno un po'. Poi tiro l'acqua (giusto per essere credibile), esco, controllo con la coda dell'occhio e lui è di nuovo lì, fermo sui venti: "Fa freddo" mi dicono quei due sabotatori, seduti sul divano sotto un piumino spesso un metro, tanto caldo che lì sotto potrebbe sbocciare un oleandro. Sarebbero pronti a riaprire la centrale di Chernobyl pur di crogiolarsi al caldo. La caldaia riparte - con quel clic orrendo e poi, sbanf, la fiammata - e io penso alle caverne immense che restano vuote nel sottosuolo della Siberia mentre noi di Trento bruciamo 2 milioni di metri cubi al giorno. Dalla finestra osservo i camini che sui tetti sbuffano come ciminiere industriali (viviamo in alto e ho imparato a conoscere gli inquilini dai comignoli) chiamo il mio amico ingegnere e mi faccio spiegare che è tutta questione di pressione, che non devo immaginarmi palazzi interi zeppi di gas perché il metano quando è compresso occupa poco spazio e che se i russi non ci boicottano andiamo avanti per decenni, ce n'è più del petrolio. Sarà.
Quando mi avvio verso il centro passo sul ponte di San Lorenzo e sento il solito puzzo di gas vicino a un raccordo - qualcuno la vuole chiudere quella falla? - alzo gli occhi verso un palazzo di sette piani e al terzo vedo le finestre socchiuse: c'è una vittima del riscaldamento centrale che muore dal caldo. Entro nel supermercato e quando la porta scorrevole si apre un soffio tropicale mi investe dall'alto. Caldo, caldo, caldo: ma che c'entrano i venti gradi con l'inverno? In questa crociata verso la sostenibilità del fresco avevo - prima ancora del ministro - un alleato. Uno che ha montato un termostato pieno di bottoni, tanto complicato che senza le istruzioni (che lui tiene sotto chiave) è impossibile metterci mano. Ma è stato sconfitto dagli ospiti (soprattutto le donne, diciamolo) che invitati a cena si mettevano in camicia e si strusciavano contro i termosifoni. Tiepidi.
Grazie ministro. Per merito suo vinceremo per legge la battaglia domestica dei termostati. Quella del risparmio e della sostenibilità ambientale invece no perché - c'è da scommetterci - nulla (certo non una norma dello Stato di cui gli italiani si fanno beffe) potrà indurre la maggioranza dei cittadini a combattere il freddo semplicemente indossando un maglione. E già penso all'estate quando negli uffici ci sarà chi sentendosi potente, girerà la manopola del condizionatore fino ai 18 - più freddo che in inverno - e adagiandosi sullo schienale con un bel sorriso soddisfatto dirà: "Ah, che bel fresco".
22 gennaio 2006
Quelle spese indigeste
Attenzione a quell'uomo: appena lo farete entrare in casa dovrete pagargli 40 euro o forse più. Pensateci bene, quindi, quando aprirete la porta, magari offrendogli un caffè per essere gentili, perché quando se ne andrà, comunque sia finita, voi avrete 40 euro in meno e lui altrettanti in più: ve la siete voluta. Tutto comincia quando la vostra lavastoviglie - mettiamo marca X - si blocca all'improvviso con i piatti ancora sporchi. Allora decidete di fare le cose per bene, aprite le pagine gialle cercando il centro assistenza della X, chiamate e fissate un appuntamento con la signorina che non ritiene necessario avvisarvi di quei 40 euro. Poi arriva il ragazzo con il furgoncino, entra in casa, apre lo sportello della lavastoviglie X, svita una manopola, solleva un coperchio di plastica infila un dito in quei meandri e dice: "Ahi Ahi Ahi". Come scusi? "Ahi Ahi Ahi". Può tradurre per favore? "Qui si è bloccato il motore". E quindi? "Bisogna cambiarlo, guarda caso ne ho uno giù nel furgone". A questo punto voi siete spiazzati: non vi ricordate più quanto costava la vostra lavastoviglie acquistata dieci anni fa, non avete la minima idea di quanto costi un modello nuovo, i 200 euro che quel ragazzo di poche parole vi chiede per la riparazione vi suggeriscono una pausa di riflessione durante la quale laverete le scodelle a mano come un tempo, mormorate che volete pensarci su un po' ma lui vi incalza: "Come vuole, intanto fanno quaranta euro". Soldi che non vi saranno restituiti nemmeno se accettate la riparazione, in quel caso vi faranno un piccolo sconto. Nessuno pensa che il ragazzo con il furgone (e soprattutto l'azienda che lo manda in giro per le case) venga a domicilio gratis, ma uno si immagina un conto di 10, 20 euro al massimo, mentre quei 40 euro (77.450 lire) fanno un po' impressione.
Fanno impressione anche i cinquanta euro che vi chiede l'uomo delle caldaie quando viene a farvi l'ispezione periodica mettendovi quel timbro previsto dalla legge. Entra in casa con la borsa a tracolla, vi segue fino alla caldaietta a gas, attacca un paio di tubicini, legge una fila di numeri sul suo strumento, risponde al cellulare e prende un appuntamento con la sua ragazza, compila un modulo e infine vi presenta il conto. Quando se ne va dice orgoglioso: "Queste caldaie sono perfette, non c'è mai bisogno di farci niente". Niente. Quindi la rata annuale di cinquanta euro la dovete pagare per nulla: saperlo è una gran soddisfazione.
Un altro esempio è la revisione dell'auto o della moto: siete dei fanatici del vostro mezzo meccanico, lo portate in officina ogni 15 mila chilometri, se sentite un rumorino correte dal meccanico ma comunque ogni due anni dovete sottoporvi alla revisione: dieci minuti e quaranta euro.
Ma queste sono briciole, piccoli esempi di soldi che non vorreste spendere ma non potete farne a meno, incidenti minimi nel bilancio familiare, nulla a confronto con quel campione assoluto delle spese incomprensibili (ingiustificate, irragionevoli) che è il notaio. Sì, quel signore che non vedrete mai (forse per un secondo appena mentre firma) sempre coperto dall'esercito di segretarie e impiegati di cui si avvale. Un giorno - dovendo acquistare un posto auto in un cortile - ho osato pronunciare quella parola proibita in uno studio notarile: preventivo. La signorina (carina) ha sollevato il viso dalla scrivania e mi ha guardato come si guarda un cafone che vuole pagare il conto con due galline in una mano e un mazzo di verdure nell'altra. "Sì, voglio un preventivo" ho confermato, sentendomi un rompiscatole. Ma signore - mi ha spiegato - non è certo in base ai soldi che si sceglie un notaio, quel che conta è la fiducia. Certo - ho replicato - ma io ho tanta fiducia nei notai, in tutti i notai, che per me uno vale l'altro e non avendone visto in faccia mai nessuno (vedo solo le segretarie che mi dicono di firmare qui e lì, poi arriva lui, cerco il suo sguardo fiducioso ma quello è già sparito) sceglierò quello che mi farà pagare meno. "Come vuole signore" ha detto. E ha scritto su un foglietto una cifra che - fra tasse e onorari - era impronunciabile. Quella stessa cifra, poco più o poco meno, l'hanno scritta sui foglietti (nessuno voleva pronunciarla?) le segretarie di quei pochi studi notarili che hanno accettato, storcendo il naso, di farmi un preventivo. Era una buona parte del prezzo di quel posto macchina che è sempre libero sotto casa mia: lo vedo dalla finestra, c'è ancora il cartello rosso con la scritta "vendesi", ormai un po' sbiadita.
Fanno impressione anche i cinquanta euro che vi chiede l'uomo delle caldaie quando viene a farvi l'ispezione periodica mettendovi quel timbro previsto dalla legge. Entra in casa con la borsa a tracolla, vi segue fino alla caldaietta a gas, attacca un paio di tubicini, legge una fila di numeri sul suo strumento, risponde al cellulare e prende un appuntamento con la sua ragazza, compila un modulo e infine vi presenta il conto. Quando se ne va dice orgoglioso: "Queste caldaie sono perfette, non c'è mai bisogno di farci niente". Niente. Quindi la rata annuale di cinquanta euro la dovete pagare per nulla: saperlo è una gran soddisfazione.
Un altro esempio è la revisione dell'auto o della moto: siete dei fanatici del vostro mezzo meccanico, lo portate in officina ogni 15 mila chilometri, se sentite un rumorino correte dal meccanico ma comunque ogni due anni dovete sottoporvi alla revisione: dieci minuti e quaranta euro.
Ma queste sono briciole, piccoli esempi di soldi che non vorreste spendere ma non potete farne a meno, incidenti minimi nel bilancio familiare, nulla a confronto con quel campione assoluto delle spese incomprensibili (ingiustificate, irragionevoli) che è il notaio. Sì, quel signore che non vedrete mai (forse per un secondo appena mentre firma) sempre coperto dall'esercito di segretarie e impiegati di cui si avvale. Un giorno - dovendo acquistare un posto auto in un cortile - ho osato pronunciare quella parola proibita in uno studio notarile: preventivo. La signorina (carina) ha sollevato il viso dalla scrivania e mi ha guardato come si guarda un cafone che vuole pagare il conto con due galline in una mano e un mazzo di verdure nell'altra. "Sì, voglio un preventivo" ho confermato, sentendomi un rompiscatole. Ma signore - mi ha spiegato - non è certo in base ai soldi che si sceglie un notaio, quel che conta è la fiducia. Certo - ho replicato - ma io ho tanta fiducia nei notai, in tutti i notai, che per me uno vale l'altro e non avendone visto in faccia mai nessuno (vedo solo le segretarie che mi dicono di firmare qui e lì, poi arriva lui, cerco il suo sguardo fiducioso ma quello è già sparito) sceglierò quello che mi farà pagare meno. "Come vuole signore" ha detto. E ha scritto su un foglietto una cifra che - fra tasse e onorari - era impronunciabile. Quella stessa cifra, poco più o poco meno, l'hanno scritta sui foglietti (nessuno voleva pronunciarla?) le segretarie di quei pochi studi notarili che hanno accettato, storcendo il naso, di farmi un preventivo. Era una buona parte del prezzo di quel posto macchina che è sempre libero sotto casa mia: lo vedo dalla finestra, c'è ancora il cartello rosso con la scritta "vendesi", ormai un po' sbiadita.
15 gennaio 2006
La badante ci ha stregati
Quella donna giunta dall'Est ci ha stregati. E' successo l'anno scorso quando Oxana - questo il nome di questa signora di mezz'età - venne a stare da noi per accudire la nonna anziana. Da quel giorno sono cambiate molte cose. All'inizio erano piccoli dettagli come quei cioccolatini dalla scritta incomprensibile (e dal sapore indefinito) che sono comparsi all'improvviso nella scatola delle caramelle. Poi sono spuntati dei centrini sulla tavola, strani soprammobili e la domenica delle torte a cinque piani che basta una fetta per chiudere lo stomaco.
Un po' di tensione c'è stata, invece, per quella sua abitudine di informarsi sull'Italia e sul mondo guardando il tg di Emilio Fede: "E' l'unico che spiega bene le cose" ha detto lei con uno sguardo ammirato per quel "bell'uomo". E anche a questo abbiamo dovuto fare l'abitudine, come a quelle parole in russo che la nonna ha imparato a pronunciare tagliandoci fuori dal mondo privato che ha creato assieme alla badante.
Chissà cosa si dicono, di certo c'è che la nonna sembra divertirsi come non avveniva più da tempo e questo basta a farci sopportare quella tremenda insalata russa che due volte in settimana ci viene propinata a pranzo e cena. Su questo - lo ammetto - ho commesso io un errore: "Buona" dissi, cercando di essere cortese. Da allora il mio piatto è quello più pieno e la pianta vicino al tavolo - poveretta - comincia a deperire.
Oxana è una donna dai mille segreti che tiene custoditi nella sua camera e confida al telefono - sempre in quella lingua incomprensibile, ma sarà veramente russo? - quando una volta alla settimana chiama casa e ne resta sempre un po' turbata.
Nel tentativo di capire cosa c'è dietro i suoi occhi - tristi anche quando sorride - l'ho pedinata la domenica mattina, quando esce sempre silenziosa senza dire dove va. Camminando raso ai muri come chi si muove in una città nemica - lei davanti io qualche decina di metri indietro - siamo arrivati in un piazzale lungo l'Adige dove c'erano altre donne come lei che facevano la coda davanti a un furgone dalla targa straniera: consegnavano un pacco all'autista e ne ricevevano un altro in cambio. Ho scoperto che i punti dove arrivano quei furgoni sono due, in due parcheggi diversi a seconda della zona di provenienza. Per la spedizione si paga un tanto al chilo e la consegna è assicurata: lettere, piccoli regali, un po' di cibo, giocattoli ma non soldi.
Il pacco di Oxana, una scatola di cartone marrone legata con lo spago, l'ho tenuto bene a mente perché, ne ero sicuro, conteneva un suo segreto. Forse una di quelle magie che mi avevano stupito il mese prima quando da giorni avevo un dolorino al collo che non passava più. Mi alzavo la mattina credevo di essere finalmente libero e - zac - eccolo lì che mi bloccava, tenendomi la testa un po' di lato. Andò avanti a lungo, non c'era medicina che contava, finché la "strega" mossa a compassione mi ordinò di sedermi sullo sgabello e prendendomi da dietro fece un gesto veloce rimettendomi a posto con un crack. Guarito.
Un giorno saltò fuori che doveva fare rientro a casa e successe il finimondo: capimmo che senza di lei non si poteva più stare. Di altre badanti la nonna non ne voleva sapere: "Solo con l'Oxana - disse - mi sento in casa mia". In quella casa, si badi, dove vive da novant'anni. Non era questione di soldi - disse la badante, facendo comunque capire che di questo si poteva pure parlare - ma di un'emergenza da risolvere. Non disse una sillaba in più, anche perché sarebbe stato difficile spiegare l'emergenza con quelle venti parole in italiano che conosce, aprendo quel vocabolario scassato che si porta sempre dietro. Andò e tornò (quando ormai non ci speravamo più) facendoci tirare un sospiro di sollievo perché la nostra vita comoda non era più in pericolo.
Inutile nasconderlo, quella donna ci ha reso la vita molto più facile, si può dire che ci ha stregati perché di lei non possiamo più fare a meno.
Ma un giorno che se n'era andata con le amiche - tutte assieme a pregare in una chiesa improvvisata e semi clandestina - decisi di aprire quel pacco di cartone per scoprire il suo segreto.
Bastò sollevare un attimo il coperchio per vedere quelle foto con tante facce come la sua: carnagioni chiare, capelli biondo cenere, occhi azzurri, tutti vestiti a festa e sorridenti, qualche lettera e un ciuffo di capelli. Il segreto di quegli occhi tristi era lì, chiuso in una scatola di cartone sotto il letto.
Un po' di tensione c'è stata, invece, per quella sua abitudine di informarsi sull'Italia e sul mondo guardando il tg di Emilio Fede: "E' l'unico che spiega bene le cose" ha detto lei con uno sguardo ammirato per quel "bell'uomo". E anche a questo abbiamo dovuto fare l'abitudine, come a quelle parole in russo che la nonna ha imparato a pronunciare tagliandoci fuori dal mondo privato che ha creato assieme alla badante.
Chissà cosa si dicono, di certo c'è che la nonna sembra divertirsi come non avveniva più da tempo e questo basta a farci sopportare quella tremenda insalata russa che due volte in settimana ci viene propinata a pranzo e cena. Su questo - lo ammetto - ho commesso io un errore: "Buona" dissi, cercando di essere cortese. Da allora il mio piatto è quello più pieno e la pianta vicino al tavolo - poveretta - comincia a deperire.
Oxana è una donna dai mille segreti che tiene custoditi nella sua camera e confida al telefono - sempre in quella lingua incomprensibile, ma sarà veramente russo? - quando una volta alla settimana chiama casa e ne resta sempre un po' turbata.
Nel tentativo di capire cosa c'è dietro i suoi occhi - tristi anche quando sorride - l'ho pedinata la domenica mattina, quando esce sempre silenziosa senza dire dove va. Camminando raso ai muri come chi si muove in una città nemica - lei davanti io qualche decina di metri indietro - siamo arrivati in un piazzale lungo l'Adige dove c'erano altre donne come lei che facevano la coda davanti a un furgone dalla targa straniera: consegnavano un pacco all'autista e ne ricevevano un altro in cambio. Ho scoperto che i punti dove arrivano quei furgoni sono due, in due parcheggi diversi a seconda della zona di provenienza. Per la spedizione si paga un tanto al chilo e la consegna è assicurata: lettere, piccoli regali, un po' di cibo, giocattoli ma non soldi.
Il pacco di Oxana, una scatola di cartone marrone legata con lo spago, l'ho tenuto bene a mente perché, ne ero sicuro, conteneva un suo segreto. Forse una di quelle magie che mi avevano stupito il mese prima quando da giorni avevo un dolorino al collo che non passava più. Mi alzavo la mattina credevo di essere finalmente libero e - zac - eccolo lì che mi bloccava, tenendomi la testa un po' di lato. Andò avanti a lungo, non c'era medicina che contava, finché la "strega" mossa a compassione mi ordinò di sedermi sullo sgabello e prendendomi da dietro fece un gesto veloce rimettendomi a posto con un crack. Guarito.
Un giorno saltò fuori che doveva fare rientro a casa e successe il finimondo: capimmo che senza di lei non si poteva più stare. Di altre badanti la nonna non ne voleva sapere: "Solo con l'Oxana - disse - mi sento in casa mia". In quella casa, si badi, dove vive da novant'anni. Non era questione di soldi - disse la badante, facendo comunque capire che di questo si poteva pure parlare - ma di un'emergenza da risolvere. Non disse una sillaba in più, anche perché sarebbe stato difficile spiegare l'emergenza con quelle venti parole in italiano che conosce, aprendo quel vocabolario scassato che si porta sempre dietro. Andò e tornò (quando ormai non ci speravamo più) facendoci tirare un sospiro di sollievo perché la nostra vita comoda non era più in pericolo.
Inutile nasconderlo, quella donna ci ha reso la vita molto più facile, si può dire che ci ha stregati perché di lei non possiamo più fare a meno.
Ma un giorno che se n'era andata con le amiche - tutte assieme a pregare in una chiesa improvvisata e semi clandestina - decisi di aprire quel pacco di cartone per scoprire il suo segreto.
Bastò sollevare un attimo il coperchio per vedere quelle foto con tante facce come la sua: carnagioni chiare, capelli biondo cenere, occhi azzurri, tutti vestiti a festa e sorridenti, qualche lettera e un ciuffo di capelli. Il segreto di quegli occhi tristi era lì, chiuso in una scatola di cartone sotto il letto.
08 gennaio 2006
Elogio della lentezza
Per motivi che mi sfuggono - ma che per opportunismo condivido in pieno - esiste una linea di autotrasporti che ogni mattina collega Falcade (Belluno) con Trento arrampicandosi sui ripidi tornanti di passo San Pellegrino. Di quella linea, cinque o sei volte l'anno, sono l'unico cliente: mi presento alle otto di mattina nella piazza di Falcade e salgo a bordo con Giuseppe, l'autista di quel pulmino da venti posti di una ditta privata che in realtà viaggia su quella tratta per conto della Trentino Trasporti.
Spesso ci siamo solo io e lui, a volte una ragazza col borsone che mi pare una studentessa, oppure una donna che nella stagione turistica sale a metà del passo e si ferma poco dopo, di fronte all'albergo in cui lavora.
Un pulmino che valica le Dolomiti semivuoto, giorno dopo giorno, suona strano quasi quanto l'accento romano dell'uomo che lo guida: "Dottò, sono di Viterbo - spiega Giuseppe - guido quassù da nove anni e non mi fermo nemmeno quando vengono giù due metri di neve. L'unica volta che sono tornato indietro c'era la strada chiusa per il pericolo valanghe".
Dopo venti minuti ecco le bandiere di Dellai, il pulmino supera il confine fra le due province (il vecchio confine di Stato) e l'autista si scatena: "Dottò, questo bisogna che lo scrive: lo vede che le strade di montagna le tengono meglio a Belluno che in Trentino?". E indica la striscia d'asfalto che all'improvviso diventa più bianca per la neve.
Quel viaggio è la riscoperta della lentezza: in tre quarti d'ora arrivo a Moena, poi salgo sulla coincidenza che mi porterà nel capoluogo e mi metto comodo tra anziane signore con le borse sul sedile, uomini dal naso rosso (a cui forse hanno tolto la patente) e ragazzi con le cuffiette che urlano sulle orecchie.
Chiudo gli occhi sognando viaggi aerei da un continente all'altro, traversate oceaniche, lunge trasferte autostradali poi uno spiffero gelido mi risveglia e sono alla stazione di Predazzo. Riprendo sonno immaginando corse su ferrovie ad alta velocità, vagoni ristoranti e salette d'aeroporto dove i piedi affondano nella moquette, poi uno scossone mi sorprende e scopro di essere a Tesero.
Osservando laggiù in basso, come un miraggio, la veloce strada di fondovalle riscopro i centri storici di Cavalese e Castello di Fiemme poi a Egna mi illudo che l'autista imbocchi l'autostrada ma lui senza pietà punta il volante verso la statale: c'è da passare nel centro di San Michele dove - lo so già - non sale e scende mai nessuno.
So di non avere scampo e mi rassegno sul mio sedile di corriera come un bambino imprigionato sull'auto del papà: arriveremo a Trento alle 10 e 48, come sempre, quando dalla corriera assieme a me scenderà solo qualche ragazzo che va all'università. Dalla partenza a Falcade, con Giuseppe, sono passate quasi tre ore: con la macchina ci si mette un'ora e mezza, stringo in mano il biglietto da 7 euro e 15 (mica uno scherzo) ma ringrazio comunque che questa linea resista sugli orari dell'azienda dei trasporti.
Chi ha letto fin qui merita una spiegazione: che ci faccio alle otto di mattina sulla corrierina che parte da Falcade? Schiavo dell'auto - e pendolare per diletto e famiglia fra Trento e Belluno - mi ritrovo qualche volta a sbagliare i calcoli fra un viaggio da solo e uno in compagnia e a ritrovarmi con entrambe le vetture di famiglia sotto casa oppure - orrore - nessuna E' allora che mi presento con la mia valigia all'appuntamento con Giuseppe e salgo sul pulmino per un tuffo di tre ore nel mondo dei sogni e della lentezza finché - puntuale alle 10 e 48 con lo stomaco un po' sottosopra - la città mi riassorbirà con la sua velocità.
Spesso ci siamo solo io e lui, a volte una ragazza col borsone che mi pare una studentessa, oppure una donna che nella stagione turistica sale a metà del passo e si ferma poco dopo, di fronte all'albergo in cui lavora.
Un pulmino che valica le Dolomiti semivuoto, giorno dopo giorno, suona strano quasi quanto l'accento romano dell'uomo che lo guida: "Dottò, sono di Viterbo - spiega Giuseppe - guido quassù da nove anni e non mi fermo nemmeno quando vengono giù due metri di neve. L'unica volta che sono tornato indietro c'era la strada chiusa per il pericolo valanghe".
Dopo venti minuti ecco le bandiere di Dellai, il pulmino supera il confine fra le due province (il vecchio confine di Stato) e l'autista si scatena: "Dottò, questo bisogna che lo scrive: lo vede che le strade di montagna le tengono meglio a Belluno che in Trentino?". E indica la striscia d'asfalto che all'improvviso diventa più bianca per la neve.
Quel viaggio è la riscoperta della lentezza: in tre quarti d'ora arrivo a Moena, poi salgo sulla coincidenza che mi porterà nel capoluogo e mi metto comodo tra anziane signore con le borse sul sedile, uomini dal naso rosso (a cui forse hanno tolto la patente) e ragazzi con le cuffiette che urlano sulle orecchie.
Chiudo gli occhi sognando viaggi aerei da un continente all'altro, traversate oceaniche, lunge trasferte autostradali poi uno spiffero gelido mi risveglia e sono alla stazione di Predazzo. Riprendo sonno immaginando corse su ferrovie ad alta velocità, vagoni ristoranti e salette d'aeroporto dove i piedi affondano nella moquette, poi uno scossone mi sorprende e scopro di essere a Tesero.
Osservando laggiù in basso, come un miraggio, la veloce strada di fondovalle riscopro i centri storici di Cavalese e Castello di Fiemme poi a Egna mi illudo che l'autista imbocchi l'autostrada ma lui senza pietà punta il volante verso la statale: c'è da passare nel centro di San Michele dove - lo so già - non sale e scende mai nessuno.
So di non avere scampo e mi rassegno sul mio sedile di corriera come un bambino imprigionato sull'auto del papà: arriveremo a Trento alle 10 e 48, come sempre, quando dalla corriera assieme a me scenderà solo qualche ragazzo che va all'università. Dalla partenza a Falcade, con Giuseppe, sono passate quasi tre ore: con la macchina ci si mette un'ora e mezza, stringo in mano il biglietto da 7 euro e 15 (mica uno scherzo) ma ringrazio comunque che questa linea resista sugli orari dell'azienda dei trasporti.
Chi ha letto fin qui merita una spiegazione: che ci faccio alle otto di mattina sulla corrierina che parte da Falcade? Schiavo dell'auto - e pendolare per diletto e famiglia fra Trento e Belluno - mi ritrovo qualche volta a sbagliare i calcoli fra un viaggio da solo e uno in compagnia e a ritrovarmi con entrambe le vetture di famiglia sotto casa oppure - orrore - nessuna E' allora che mi presento con la mia valigia all'appuntamento con Giuseppe e salgo sul pulmino per un tuffo di tre ore nel mondo dei sogni e della lentezza finché - puntuale alle 10 e 48 con lo stomaco un po' sottosopra - la città mi riassorbirà con la sua velocità.
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