Ansel: senti un po' Gretel, avrei un piano....
Gretel: che c'è?
Ansel: e se usassi questi ultimi 10 euro di credito telefonico per collegarmi a internet e trasferire tutti i nostri risparmi dal conto arancio al conto fineco e poi da lì alla filiale del crédit-agricole che c'è nel paesino qui dietro... e se infine gettassi questo maledetto cellulare in acqua come in quel famoso film per poi correre dalla signora della casetta sul mare per pagarle un paio d'anni di affitto anticipato... e se vendessimo l'odiato suv per comprarci una dune-buggy, insomma, Gretel, se invece di prendere il traghetto e tornare in Italia ce ne stessimo qui al sole cosa pensi che succederebbe?
Gretel: tempo due giorni arriverebbero i quattro nonni del piccolo playboy per riportarlo a casa. Piano b?
Ansel: non ce l'ho...
Gretel: lo immaginavo. Allora metti le camper in valigia... la vacanza è finita!
P.S. per tornare dalle ferie servono sempre buoni motivi. Uno - l'avevo detto prima di partire - è questo blog, un altro sono i fiori del vecchio Mino, il nostro gelsomino che essendo all'ombra arriva sempre tardi ma ce la mette tutta, il terzo motivo non lo dico per decenza: qui fuoridalpalazzo c'è gente che legge, meglio essere prudenti. Da domani riprendono le trasmissioni.
12 giugno 2007
Dialoghi da spiaggia
09 giugno 2007
L'agenda difettosa
Era la notte fra l'8 e il 9 giugno del 2006 e in cielo splendeva il sole. Almeno per lo strano equipaggio che a bordo di un camper procedeva verso nord a 75 gradi di latitudine o su di lí. Erano in tre e pur non avendo mai messo piede su una barca avevano preso il vizio di chiamarsi come se fossero i membri di una ciurma, abituati com'erano ad organizzare vacanze in cui c'era da sgobbare dall'alba al tramonto. C'era il capitano e c'era il mozzo che in realtà erano pari in tutto, tranne per un potere, l'unico, che l'alto ufficiale un giorno aveva voluto trattenere per sé: quello di decidere qual'era la strada giusta da imboccare di fronte a un bivio ambiguo. Il mozzo sul punto non aveva protestato, aveva accolto anzi la novità con una sensazione di sollievo.
Alla coppia di viandanti si era unito negli anni un marinaio in erba al quale venne assegnato il grado di mozzo (se son rose fioriranno, si erano detti i due marinai esperti) e venne soprannominato "il mozzo piccolo" per distinguerlo con facilità dal collega anziano durante le manovre.
Era la notte fra l'8 e il 9 giugno 2006 (e in cielo splendeva il sole) quando il capitano, il mozzo grande e il mozzo piccolo procedevano verso nord alla scoperta del circolo polare artico. Il capitano era al volante - con un navigatore satellitare taroccato in una mano e un atlante stradale nell'altra - impegnato nella ricerca di un posto adatto per l'attracco. Il mozzo grande e il giovane collega erano sottocoperta a recuperare le forze per la giornata successiva.
In quella notte assolata il capitano era nervoso. Cercava, inquieto, un luogo che doveva essere superiore per qualità, bellezza e fascino ai tanti già sperimentati in quel lungo viaggio, ogni giorno uno diverso. Lo voleva indimenticabile e tale l'avrebbe trovato. Inutile chiedergli il perché, lo sapeva bene lui qual'era il motivo di una ricerca tanto affannosa da apparire quasi disperata.
Passò mezzanotte, poi l'una, le due quando il capitano, che ancora non aveva trovato nulla all'altezza dei suoi sogni, si chiese: quand'è il momento di fermarsi in una notte senza inizio e senza fine? Il contachilometri girava senza sosta, la lancetta del gasolio toccava ormai la linea rossa quando un cervo dalle corna immense attraversò la strada senza fretta. Il capitano lo vide quand'era ormai vicino e prima ancora di frenare - sapendolo cervo, perché come lui sulle montagne di casa ne aveva visti molti - decise all'unanimità che era una renna. Quindi si attaccò ai freni e mezzo secondo dopo sorrise felice per aver salvato la vita di una renna.
L'ebbrezza durò un attimo appena. Da là dietro la voce del mozzo grande superò il rumore di padelle e posate che sbattevano negli armadietti: ma dove siamo? chiese, seguita dal pianto disperato del mozzo piccolo, svegliato di soprassalto nel bel mezzo di un sogno che prometteva molto bene.
Il capitano, esausto e sconsolato, decise che nonostante il sole giunta era la notte: azionò la freccia destra e si rassegnò a dormire nel peggior posto mai toccato, compreso l'albergo greco dove lui e il mozzo grande avevano riposato tenendo addosso le tute della moto. In quell'estate il mozzo piccolo ancora non era in cantiere (o forse sì).
Parcheggiò il camper ("maledetto camper!") a lato della strada, tirò tutte le tende alla ricerca di un po` di oscurità e si coricò accanto a suoi due mozzi che erano tornati silenziosi. Domani - si disse - sarà una gran giornata.
Si svegliò, come al solito, per il trambusto provocato dai due mozzi e superato il disorientamento di chi si alza ogni mattina in un luogo diverso, gli venne in mente che in quel giorno qualcosa gli era dovuto. Studiò con attenzione il comportamento del mozzo grande che - vista l'occasione - era del tutto anomalo. Poiché il capitano era un ottimista pensò: avrà in serbo qualcosa di speciale. Ma nulla accadde e questo gli fece montare la rabbia. Era quasi ora di levare le tende quando il mozzo grande, incuriosito dall'impegno con cui l'ufficiale armeggiava con il suo telefonino, gli chiese: ma chi ti manda tutti quei messaggi? Risposta: la mia amante che mi augura buon compleanno. Il mozzo grande era un tipo svelto e non si perse d'animo: dev'essere una tipa sveglia, capitano, visto che compi gli anni tra due giorni. La sicurezza del capitano venne meno, tre settimane in giro per la Scandinavia potevano averlo messo in crisi, quasi sperò di essersi sbagliato, sarebbe stato dolce ritrovare la fiducia nel suo mozzo, ma gli bastò un'occhiata alle carte di bordo per trovare conferma di quanto già sapeva: il giorno era quello giusto e il suo equipaggio se n'era dimenticato.
Ne seguì un piccolo processo, con il mozzo che sosteneva di essersi appuntato l'evento su un'agenda difettosa. Ma l'agenda non saltava fuori e il capitano perse la pazienza: bene, dov'è il mio regalo? Quando sarà il momento l'avrai, disse il mozzo che non voleva ammettere l'errore.
Il capitano infilò la porta del camper e si allontanò depresso verso la palude cupa dove si erano accampati. Stava lì pensieroso, seduto su un sasso di granito, quando vide un'ombra traballante allungarsi sull'acqua ferma. Si voltò ed ecco il mozzo piccolo avanzare con i passi incerti dei suoi dodici mesi. In una mano teneva un croissant rinsecchito, nell'altra una candelina anti zanzare mezza consumata. Fece due passi ancora finché, giunto vicino al comandante, imbeccato da chissà chi, disse: papà!
Il capitano ne fu molto commosso. Accese la candelina puzzolente, divise il croissant in parti diseguali e promosse il piccolo sul campo al grado di nostromo. Il mozzo grande invece no, stette punito ancora un paio d'ore, poi basta: c'erano tremila chilometri da percorrere per tornare a casa. Meglio evitare le polemiche.
Ps: buongiorno a tutti, è il capitano che vi parla, siamo in Corsica, località Bocca dell'Oro, a sud di Porto Vecchio, cielo sereno, 28 gradi, mare calmo o poco mosso. Quando leggerete questo messaggio io starò festeggiando il compleanno in riva al mare con il mozzo grande e il piccolo nostromo che nel frattempo ha imparato a dire auguri. Basta sorprese, l'equipaggio è stato istruito a dovere. E per non sbagliare ecco l'annuncio anche sul blog, grazie al fido Aigor incaricato di pubblicare fuoridalpalazzo testi e scarpe sperando che, con le chiavi di casa in mano, non si prenda troppe libertà. Quello che non vi ha detto, Aigor, è che non posso vedere i commenti né rispondere: il mio gestore telefonico e il suo socio francese ne sarebbero felici, il mio conto in banca molto meno.
Alla coppia di viandanti si era unito negli anni un marinaio in erba al quale venne assegnato il grado di mozzo (se son rose fioriranno, si erano detti i due marinai esperti) e venne soprannominato "il mozzo piccolo" per distinguerlo con facilità dal collega anziano durante le manovre.
Era la notte fra l'8 e il 9 giugno 2006 (e in cielo splendeva il sole) quando il capitano, il mozzo grande e il mozzo piccolo procedevano verso nord alla scoperta del circolo polare artico. Il capitano era al volante - con un navigatore satellitare taroccato in una mano e un atlante stradale nell'altra - impegnato nella ricerca di un posto adatto per l'attracco. Il mozzo grande e il giovane collega erano sottocoperta a recuperare le forze per la giornata successiva.
In quella notte assolata il capitano era nervoso. Cercava, inquieto, un luogo che doveva essere superiore per qualità, bellezza e fascino ai tanti già sperimentati in quel lungo viaggio, ogni giorno uno diverso. Lo voleva indimenticabile e tale l'avrebbe trovato. Inutile chiedergli il perché, lo sapeva bene lui qual'era il motivo di una ricerca tanto affannosa da apparire quasi disperata.
Passò mezzanotte, poi l'una, le due quando il capitano, che ancora non aveva trovato nulla all'altezza dei suoi sogni, si chiese: quand'è il momento di fermarsi in una notte senza inizio e senza fine? Il contachilometri girava senza sosta, la lancetta del gasolio toccava ormai la linea rossa quando un cervo dalle corna immense attraversò la strada senza fretta. Il capitano lo vide quand'era ormai vicino e prima ancora di frenare - sapendolo cervo, perché come lui sulle montagne di casa ne aveva visti molti - decise all'unanimità che era una renna. Quindi si attaccò ai freni e mezzo secondo dopo sorrise felice per aver salvato la vita di una renna.
L'ebbrezza durò un attimo appena. Da là dietro la voce del mozzo grande superò il rumore di padelle e posate che sbattevano negli armadietti: ma dove siamo? chiese, seguita dal pianto disperato del mozzo piccolo, svegliato di soprassalto nel bel mezzo di un sogno che prometteva molto bene.
Il capitano, esausto e sconsolato, decise che nonostante il sole giunta era la notte: azionò la freccia destra e si rassegnò a dormire nel peggior posto mai toccato, compreso l'albergo greco dove lui e il mozzo grande avevano riposato tenendo addosso le tute della moto. In quell'estate il mozzo piccolo ancora non era in cantiere (o forse sì).
Parcheggiò il camper ("maledetto camper!") a lato della strada, tirò tutte le tende alla ricerca di un po` di oscurità e si coricò accanto a suoi due mozzi che erano tornati silenziosi. Domani - si disse - sarà una gran giornata.
Si svegliò, come al solito, per il trambusto provocato dai due mozzi e superato il disorientamento di chi si alza ogni mattina in un luogo diverso, gli venne in mente che in quel giorno qualcosa gli era dovuto. Studiò con attenzione il comportamento del mozzo grande che - vista l'occasione - era del tutto anomalo. Poiché il capitano era un ottimista pensò: avrà in serbo qualcosa di speciale. Ma nulla accadde e questo gli fece montare la rabbia. Era quasi ora di levare le tende quando il mozzo grande, incuriosito dall'impegno con cui l'ufficiale armeggiava con il suo telefonino, gli chiese: ma chi ti manda tutti quei messaggi? Risposta: la mia amante che mi augura buon compleanno. Il mozzo grande era un tipo svelto e non si perse d'animo: dev'essere una tipa sveglia, capitano, visto che compi gli anni tra due giorni. La sicurezza del capitano venne meno, tre settimane in giro per la Scandinavia potevano averlo messo in crisi, quasi sperò di essersi sbagliato, sarebbe stato dolce ritrovare la fiducia nel suo mozzo, ma gli bastò un'occhiata alle carte di bordo per trovare conferma di quanto già sapeva: il giorno era quello giusto e il suo equipaggio se n'era dimenticato.
Ne seguì un piccolo processo, con il mozzo che sosteneva di essersi appuntato l'evento su un'agenda difettosa. Ma l'agenda non saltava fuori e il capitano perse la pazienza: bene, dov'è il mio regalo? Quando sarà il momento l'avrai, disse il mozzo che non voleva ammettere l'errore.
Il capitano infilò la porta del camper e si allontanò depresso verso la palude cupa dove si erano accampati. Stava lì pensieroso, seduto su un sasso di granito, quando vide un'ombra traballante allungarsi sull'acqua ferma. Si voltò ed ecco il mozzo piccolo avanzare con i passi incerti dei suoi dodici mesi. In una mano teneva un croissant rinsecchito, nell'altra una candelina anti zanzare mezza consumata. Fece due passi ancora finché, giunto vicino al comandante, imbeccato da chissà chi, disse: papà!
Il capitano ne fu molto commosso. Accese la candelina puzzolente, divise il croissant in parti diseguali e promosse il piccolo sul campo al grado di nostromo. Il mozzo grande invece no, stette punito ancora un paio d'ore, poi basta: c'erano tremila chilometri da percorrere per tornare a casa. Meglio evitare le polemiche.
Ps: buongiorno a tutti, è il capitano che vi parla, siamo in Corsica, località Bocca dell'Oro, a sud di Porto Vecchio, cielo sereno, 28 gradi, mare calmo o poco mosso. Quando leggerete questo messaggio io starò festeggiando il compleanno in riva al mare con il mozzo grande e il piccolo nostromo che nel frattempo ha imparato a dire auguri. Basta sorprese, l'equipaggio è stato istruito a dovere. E per non sbagliare ecco l'annuncio anche sul blog, grazie al fido Aigor incaricato di pubblicare fuoridalpalazzo testi e scarpe sperando che, con le chiavi di casa in mano, non si prenda troppe libertà. Quello che non vi ha detto, Aigor, è che non posso vedere i commenti né rispondere: il mio gestore telefonico e il suo socio francese ne sarebbero felici, il mio conto in banca molto meno.
07 giugno 2007
Colpo di scena!
Buongiorno, sono Aigor, il servo del dottor Anselstein. So che a lui non farebbe piacere questo esproprio del blog da parte mia ma approfitto di una sua distrazione e conto sulla vostra discrezione per sfogarmi. Il dottor Anselstein mi tiene rinchiuso solitamente nella torre del suo palazzo a Trento e mi lascia uscire solo per fotografare le sue scarpe nelle situazioni più assurde. Credevate forse che fosse lui stesso a scattare le foto? Con il rischio di venire additato al pubblico ludibrio dai suoi concittadini? No, usa me! Ormai ho perso ogni dignità. Per tutta Trento io sono un feticista delle camper, le donne mi scansano e i bambini piangono al mio passaggio. Mi ha trascinato anche in vacanza con lui, perchè potessi immortalare le sue aulentissime calzature in riva al mare. Avete visto la foto della macchina? Vi state chiedendo come potesse entrarci una quarta persona lì dentro? È semplice, non ci è entrata: ho viaggiato tutto il tempo sul tettuccio della macchina, travestito da mountain-bike. Non mi ha fatto scendere nemmeno sul traghetto, se non fosse stato per la gentilezza di madame Gretel non avrei avuto neanche da bere. Ah! Madame Gretel! È solo per ammirare il suo dolce viso che resto al servizio di quel pazzo. Il dottore mi ha lasciato solo con il computer a postare questa foto, i suoi piedoni comodamente stesi al sole della Corsica. E pensare che avevo tanto pregato perchè piovesse per tutta la vacanza, invece nulla. Ha tutte le fortune lui! Sta tornando, devo scappare. Quando guarderete le foto ricordatevi di me. Addio!
02 giugno 2007
Chiuso per ferie
gretel: ok!
ansel: secchiello?
gretel: ok!
ansel: paletta?
gretel: ok!
ansel: pinne?
gretel: ok!
ansel: maschera?
gretel: ok!
ansel: piccolo playboy?
gretel: ok!
ansel: e le mie scarpe dove sono finite?
gretel: no, no, no e poi no! le tue scarpe non le porti al mare! come devo dirtelo? sono invernali, capito? in-ver-na-li! vuol dire che si usano d'inverno e poi bisogna metterle via! è ora di cambiarle! basta, sono stufa! le metti tutti i santi giorni senza mai saltare un turno! se ti presenti con quelle il capitano ci butta giù dalla nave! lo vuoi capire o no che puzzano da morire? le ho dovute mettere pure sul tetto! no! non me ne frega un tubo se poi ti succede una cosa "straordinaria" (capirai...!) e non puoi fotografare la scena con le tue scarpe dentro! sei un maniaco! odio quelle scarpe, capito? le odio! non puoi fare la persona normale che usa scarpe normali una volta per tutte?
ansel: se mi dai il nulla osta per le camper carico in macchina quella valigia con le tue 28 paia di scarpe di forma e colori diversi che ti porti sempre dietro...
gretel: affare fatto!
E così anche noi partiamo per le ferie. Questo pomeriggio saremo al parcheggio del supermercato francese Super U e ritireremo le chiavi della nostra casetta sul mare dalle mani della signora Maria Teresa, un'entità astratta conosciuta via email a cui però ho spedito in anticipo euro veri. Turisti fai da te? A noi piace così e non ci siamo mai pentiti.
gretel: no, no, no e poi no! le tue scarpe non le porti al mare! come devo dirtelo? sono invernali, capito? in-ver-na-li! vuol dire che si usano d'inverno e poi bisogna metterle via! è ora di cambiarle! basta, sono stufa! le metti tutti i santi giorni senza mai saltare un turno! se ti presenti con quelle il capitano ci butta giù dalla nave! lo vuoi capire o no che puzzano da morire? le ho dovute mettere pure sul tetto! no! non me ne frega un tubo se poi ti succede una cosa "straordinaria" (capirai...!) e non puoi fotografare la scena con le tue scarpe dentro! sei un maniaco! odio quelle scarpe, capito? le odio! non puoi fare la persona normale che usa scarpe normali una volta per tutte?
ansel: se mi dai il nulla osta per le camper carico in macchina quella valigia con le tue 28 paia di scarpe di forma e colori diversi che ti porti sempre dietro...
gretel: affare fatto!
E così anche noi partiamo per le ferie. Questo pomeriggio saremo al parcheggio del supermercato francese Super U e ritireremo le chiavi della nostra casetta sul mare dalle mani della signora Maria Teresa, un'entità astratta conosciuta via email a cui però ho spedito in anticipo euro veri. Turisti fai da te? A noi piace così e non ci siamo mai pentiti.
Per chi è curioso di sapere in quale zona bazzicherò fuoridalpalazzo fornisco questi numeri, sapendo che c'è tra voi chi saprà utilizzarli (non serve senso dell'orientamento, basta il programma giusto): 41°32'38" NORD, 9°17' 36" EST. Vi ho detto tutto, se qualcuno ha conoscenze nell'esercito potrebbe centrarmi con un missile mentre faccio colazione in veranda.
Le trasmissioni sono sospese almeno per una decina di giorni, salvo qualche fuori programma. Quando sarò lì - al mare - dovrò cercare dei buoni motivi per tornare, come sempre avviene in vacanza. Ai primi tre posti ci sarà anche questo blog e i suoi frequentatori, non solo quelli noti ma anche mister Subaru che di recente s'è appassionato pur restando nell'ombra, la signora Autobrennero che si collega due volte al giorno, la signorina As3246 (o giù di lì) che continua a leggere dal Nord Europa e ogni tanto fa capolino, il signor Demon internet che si connette da Londra anche di notte e i miei lettori americani e tedeschi che non ho mai capito chi siano.
Arrivederci a tutti!
30 maggio 2007
Le ali ai piedi
Sto sognando? E' possibile - mi dico - ma scaccio il dubbio perché nel momento stesso in cui mi pongo la domanda so per certo che son sveglio.
Signori, io so volare! E come volo: supero la funivia e scendo in picchiata verso il fiume dove seguo la corrente finché giunto alla montagna salgo, salgo, salgo. Com'è bella la città laggiù, così piccola che i difetti scompaiono. Ma più dei palazzi mi piacciono le persone e allora trattengo le mani dietro la schiena fin quasi allo stallo - sono Jonathan Livingston - e scendo in picchiata per dare un'occhiata ai piani alti delle case, alle terrazze invisibili sui tetti e per scoprire i segreti dei cortili interni dove - dipinte sui muri - trovo tre mongolfiere.
Ancora quel dubbio: sto sognando? Ma qual è il dormiente che si pone questa domanda? Io son sveglio - ora lo so - e son capace di volare. Ma un grido mi sorprende: VIAAA! E mi ritrovo con il piccolo play-boy, sul letto, che a suo modo urla FUNIVIA! Guardo fuori dalla finestra - deluso perché i miei piedi sono piantati a terra - e vedo una delle due cabine arrivare alla stazione di partenza. Ehi, un momento... che ci fanno le mie scarpe lì sul tetto?
P.S. quello di volare è il mio sogno ricorrente e quando mi capita sono davvero convinto di levitare, ma da qualche tempo il risveglio da terrestre (nel senso di non volatile) è meno frustrante perché corro al computer digito maps.live.com clicco sul bottone bird's eye view e vado a spasso per il mondo a scoprire panorami come questo o questo che certo voi conoscerete.
Dimenticavo, le scarpe sul tetto ce le ha messe Gretel che non le sopporta più...
29 maggio 2007
La fabbrica degli scoiattoli
27 maggio 2007
Pedali e lacrime
Cinque anni dopo il corridore era diventato il Pirata e lo fermarono a Madonna di Campiglio perché non aveva il sangue giusto nelle vene. Un'altra lacrima - di sapore diverso - solcò la guancia dello studente che nel frattempo si era laureato e scrisse la notizia sul giornale. Fu l'ultima, però.
23 maggio 2007
Pulizie di primavera (anche se è estate)
A forza di stare fuoridalpalazzo abbiamo un po' trascurato la manutenzione degli interni. Così ci ritroviamo con il pavimento di legno che ha bisogno di una mano di cera, i vetri delle finestre vanno puliti dentro e fuori (e sono tanti), i tappeti necessitano di una bella ripassata, i divani portano i segni delle scorribande (di buono c'è che quando ho fame affondo una mano tra i cuscini e ci trovo sempre qualche patatina), i paralume sono pieni di ragnatele e quando la sera accendiamo la luce sentiamo uno sfrigolio sinistro: è il ragno che va a fuoco, poveretto. Penso a tutto quello che c'è da fare e mi lascio prendere dallo sconforto: così questo pomeriggio mi sono disteso sul mio divano preferito - quello verde - rimandando a domani quello che potevo fare oggi. Date un'occhiata voi stessi allo stato in cui si trova il mio soggiorno.
P.S. con questo post inauguro la categoria palazzi, dove per motivi di lavoro trascorro parte del mio tempo e a cui appartiene di diritto questo vecchio post. E ora fatevi sotto, trentini, dov'è il divano di cui parlo?
P.S. con questo post inauguro la categoria palazzi, dove per motivi di lavoro trascorro parte del mio tempo e a cui appartiene di diritto questo vecchio post. E ora fatevi sotto, trentini, dov'è il divano di cui parlo?
22 maggio 2007
Consigli di lettura
Girovagando su internet ho trovato questa frase in inglese... 71 million blogs... some of them have to be good. Insomma, tra 71 milioni di blog ce ne deve pur essere qualcuno di buono... io di buoni ne ho trovati molti, ma uno più degli altri. E dopo aver passato un fine settimana lì dentro a cercare qualche post mediocre, qualche caduta di stile, qualche errore (l'invidia è una brutta bestia...) devo assolutamente pubblicare questo indirizzo: nonsolomamma. Bellissimo, anche se per i cultori della blogosphera non sarà certo una novità...!
Invece devo togliermi un sassolino dalla scarpa. C'è un blog dove di tanto in tanto si discute della rivalità fra blogger e giornalisti, sempre che ci sia perché su questo io non sono d'accordo. Comunque ogni tanto ci passo e do un'occhiata, come fanno molte altre persone visto che il blog di mantellini è un blog di grande successo. Ma l'altro giorno, come già in passato, sono rimasto stecchito e ora non resisto: c'era un passaggio in cui si citava l'appellativo che tale Brodo (che poi sarebbe brodo primordiale) avrebbe dedicato a Papa Ratzinger e cioè pastore tedesco. Peccato che questo soprannome venne coniato da "il Manifesto" il giorno che Benedetto XVI divenne Papa. L'autore si è scusato ridacchiando: "forse dovrei cominciare a leggere il Manifesto". Certo gli farebbe bene, ma sarebbe bastato dare un'occhiata ad uno dei tanti giornali italiani che (assieme alle televisioni) riportarono quella famosa copertina. Va bene essere blogger ma le cose - prima di scriverle - bisogna saperle.
Seguirò il consiglio di quel saggio di mio fratello che un giorno se ne venne fuori con questa frase: non ti curar di loro ma guarda e passa. Ma dove l'ho già sentita...?
Invece devo togliermi un sassolino dalla scarpa. C'è un blog dove di tanto in tanto si discute della rivalità fra blogger e giornalisti, sempre che ci sia perché su questo io non sono d'accordo. Comunque ogni tanto ci passo e do un'occhiata, come fanno molte altre persone visto che il blog di mantellini è un blog di grande successo. Ma l'altro giorno, come già in passato, sono rimasto stecchito e ora non resisto: c'era un passaggio in cui si citava l'appellativo che tale Brodo (che poi sarebbe brodo primordiale) avrebbe dedicato a Papa Ratzinger e cioè pastore tedesco. Peccato che questo soprannome venne coniato da "il Manifesto" il giorno che Benedetto XVI divenne Papa. L'autore si è scusato ridacchiando: "forse dovrei cominciare a leggere il Manifesto". Certo gli farebbe bene, ma sarebbe bastato dare un'occhiata ad uno dei tanti giornali italiani che (assieme alle televisioni) riportarono quella famosa copertina. Va bene essere blogger ma le cose - prima di scriverle - bisogna saperle.
Seguirò il consiglio di quel saggio di mio fratello che un giorno se ne venne fuori con questa frase: non ti curar di loro ma guarda e passa. Ma dove l'ho già sentita...?
21 maggio 2007
Una bomba nel cassonetto
Pensavo che lo sguattero, l'operaio della catena di montaggio e il venditore porta a porta fossero - per motivi diversi - brutti lavori, finché ho scoperto che esiste lo 007 dei rifiuti, quell'uomo che controlla ciò che finisce nel cassonetto e in caso di errori o furberie si lancia alla ricerca del colpevole partendo dai pochi e sporchi indizi a sua disposizione.
Fermo lettore, non pensare che io sia un giornalista snob perché scrivo di rifiuti in una redazione del centro storico, seduto dietro una scrivania dove c'è un vaso di fiori profumato: so di che parlo e te ne darò la prova. Di rifiuti sono un esperto perché a casa nostra sono il delegato al trasporto delle borse d'immondizia dal quarto piano in cui viviamo (senza ascensore) fino all'isola ecologica (bel nome per un luogo orrendo) che rovina la piazzetta.
Del sacchetto immateriale che continua a rompersi sulle scale lasciandomi nei guai ho già scritto l'anno scorso: nulla è cambiato, quella pellicola sottile progettata per biodegradarsi in discarica gioca sempre d'anticipo e si fa da parte prima ancora di arrivare al cassonetto. Ormai ci ho fatto l'abitudine e sulle scarpe mi è rimasta una macchia di fondi di caffè. Quello che mi preoccupa sono le borse di plastica piene di materiale indifferenziato, così pesanti che mi lasciano il segno sulle mani mentre - gradino dopo gradino - penso che casa nostra sia un'eccezione alle leggi della fisica, un luogo stregato dove la materia in uscita è di molto superiore a quella che viene introdotta.
Non è solo colpa nostra. Il ciclo produttivo dei rifiuti inizia subito dopo la spesa settimanale: saliamo i quattro piani carichi di mercanzia e cinque minuti dopo tocca a me (il netturbino di famiglia) scendere con uno scatolone pieno di scorie fresche che in gergo tecnico si chiamano "imballaggi", materia compresa nel prezzo (ricordiamocene sempre al momento di pagare) che però finisce nel cassonetto poco dopo l'acquisto. Prima o poi bisognerà decidersi a tagliare fuori dal carrello della spesa chi vende il fumo come se fosse arrosto.
Poi - questa è storia quotidiana - cominciano i dilemmi: la plastica di qua, la carta di là, il vetro di qua e via dicendo, fin qui ci arrivano anche i bambini, ma dove devo mettere il tetra-pack? Risposta: nell'immondizia, pare incredibile ma bisogna buttarlo via. E le cartine dello yogurt? Nel dubbio le metto nel cassonetto blu (plastica e metallo), sperando di far bene mentre con gli oggetti tecnologici - plastica, metallo, cristalli liquidi e sicuramente qualche pila nascosta all'interno - vado nel pallone.
Se fosse solo per questo lo 007 dei rifiuti con me non dovrebbe temere. Ma c'è dell'altro: noi la chiamiamo la "bomba" ed è quel carico speciale che parte dal quarto piano una volta al giorno sigillato in una busta bianca annodata cinque volte. Tengo la bomba in terrazza quindi con un grido avviso gli altri due residenti ("vadoooo!") e mi lancio verso l'isola ecologica. Lì, trattenendo il fiato, deposito le cacche del piccolo di casa che ancora non ha imparato l'uso del vasino né sembra ansioso d'imparare. Mi hanno detto che ne produce - pannolini compresi - una tonnellata l'anno e poiché non ci credevo mi sono messo la maschera antigas e ho pesato la borsa giornaliera: fanno 3 chili e 300 grammi, in un anno parliamo di una tonnellata e 200 chili, il piccolo promette bene, è già sopra la media.
E' per colpa della "bomba" che il lavoro dello 007 è uno dei peggiori al mondo: lo immagino mentre alza il coperchio del cassonetto verde - è lì purtroppo che devo buttare l'ordigno, non ho altre soluzioni - e muore all'istante. Sarà colpa mia. Per salvare la vita del detective penso che potrei passare ai "ciripà" che - per chi non lo sapesse - sono i pannolini lavabili. Morirà la lavatrice.
Fermo lettore, non pensare che io sia un giornalista snob perché scrivo di rifiuti in una redazione del centro storico, seduto dietro una scrivania dove c'è un vaso di fiori profumato: so di che parlo e te ne darò la prova. Di rifiuti sono un esperto perché a casa nostra sono il delegato al trasporto delle borse d'immondizia dal quarto piano in cui viviamo (senza ascensore) fino all'isola ecologica (bel nome per un luogo orrendo) che rovina la piazzetta.
Del sacchetto immateriale che continua a rompersi sulle scale lasciandomi nei guai ho già scritto l'anno scorso: nulla è cambiato, quella pellicola sottile progettata per biodegradarsi in discarica gioca sempre d'anticipo e si fa da parte prima ancora di arrivare al cassonetto. Ormai ci ho fatto l'abitudine e sulle scarpe mi è rimasta una macchia di fondi di caffè. Quello che mi preoccupa sono le borse di plastica piene di materiale indifferenziato, così pesanti che mi lasciano il segno sulle mani mentre - gradino dopo gradino - penso che casa nostra sia un'eccezione alle leggi della fisica, un luogo stregato dove la materia in uscita è di molto superiore a quella che viene introdotta.
Non è solo colpa nostra. Il ciclo produttivo dei rifiuti inizia subito dopo la spesa settimanale: saliamo i quattro piani carichi di mercanzia e cinque minuti dopo tocca a me (il netturbino di famiglia) scendere con uno scatolone pieno di scorie fresche che in gergo tecnico si chiamano "imballaggi", materia compresa nel prezzo (ricordiamocene sempre al momento di pagare) che però finisce nel cassonetto poco dopo l'acquisto. Prima o poi bisognerà decidersi a tagliare fuori dal carrello della spesa chi vende il fumo come se fosse arrosto.
Poi - questa è storia quotidiana - cominciano i dilemmi: la plastica di qua, la carta di là, il vetro di qua e via dicendo, fin qui ci arrivano anche i bambini, ma dove devo mettere il tetra-pack? Risposta: nell'immondizia, pare incredibile ma bisogna buttarlo via. E le cartine dello yogurt? Nel dubbio le metto nel cassonetto blu (plastica e metallo), sperando di far bene mentre con gli oggetti tecnologici - plastica, metallo, cristalli liquidi e sicuramente qualche pila nascosta all'interno - vado nel pallone.
Se fosse solo per questo lo 007 dei rifiuti con me non dovrebbe temere. Ma c'è dell'altro: noi la chiamiamo la "bomba" ed è quel carico speciale che parte dal quarto piano una volta al giorno sigillato in una busta bianca annodata cinque volte. Tengo la bomba in terrazza quindi con un grido avviso gli altri due residenti ("vadoooo!") e mi lancio verso l'isola ecologica. Lì, trattenendo il fiato, deposito le cacche del piccolo di casa che ancora non ha imparato l'uso del vasino né sembra ansioso d'imparare. Mi hanno detto che ne produce - pannolini compresi - una tonnellata l'anno e poiché non ci credevo mi sono messo la maschera antigas e ho pesato la borsa giornaliera: fanno 3 chili e 300 grammi, in un anno parliamo di una tonnellata e 200 chili, il piccolo promette bene, è già sopra la media.
E' per colpa della "bomba" che il lavoro dello 007 è uno dei peggiori al mondo: lo immagino mentre alza il coperchio del cassonetto verde - è lì purtroppo che devo buttare l'ordigno, non ho altre soluzioni - e muore all'istante. Sarà colpa mia. Per salvare la vita del detective penso che potrei passare ai "ciripà" che - per chi non lo sapesse - sono i pannolini lavabili. Morirà la lavatrice.
18 maggio 2007
La soglia di sopportazione
Accade anche per le tasse: nessuno vuole pagarle ma a parità di prelievo la percentuale di evasione aumenta quando ci si trova di fronte a un'imposta ritenuta ingiusta. Potrei continuare a lungo ma ho deciso di giocarmi la notizia. Ora so - caro lettore - qual è la soglia di sopportazione dei pedoni e dei tassati e la rivelo in anteprima qui fuoridalpalazzo: il tempo d'attesa massimo sopportato dai pedoni al semaforo è di un secondo, mentre la somma giudicata accettabile dal contribuente italiano, per qualsiasi tassa, è di un euro. Non son cose banali.
17 maggio 2007
Via il dente via il dolore
ansel: mmmmmm...
dentista: eh sì... è parecchio che non ci vediamo... guardiamo un po' che c'è qui... ahi ahi ahi!
ansel: mmmmm?
dentista: ahi ahi ahi!
ansel: mmmmm???
dentista: fa male qui?
ansel: nnn...
dentista: qui?
ansel: nnn...
dentista: e qui?
ansel: MMM!
dentista: cominciamo subito!
ansel: ?
dentista: palla metallica! (bzzz)
ansel: ...
dentista: doppio cono! (bzzz)
ansel: ...
dentista: punta diamantata! (bzzz)
ansel: ...
dentista: alabarda spaziale!
ansel: m?
dentista: scherzetto! giusto per alleviare la tensione...
ansel: m! m! m!
dentista: ora sentirai un po' di male...
ansel: MMMMMMMMMMMMMMMMMM!
dentista: eh, l'avevo detto io...
ansel: @###! !##@!
dentista: apri bene!
ansel: mmmmmm!
dentista: apri grande!
ansel: mmmmmmmmmmm!
dentista: apri forte!
ansel: MMMMMMMM!!!
dentista: bene, due milligrammi...
ansel: ...
dentista: ecco ci siamo quasi...com'è la saliva?
ansel: sput sput sput!
dentista: ora asciughiamo un po'... (glu glu glu)
ansel: mmm...
dentista: ecco fatto, mi raccomando passare SEMPRE il filo... lo passi il filo vero?
ansel: m!
dentista: palle. lo vedo benissimo che non lo passi... e i denti li lavi sempre vero?
ansel: m!
dentista: forse si forse no... guarda quanta placca (grat, grat, grat)
ansel: ...
dentista: mi raccomando, poca cioccolata...
ansel: oca oca...
dentista: ecco qui, fino a stasera niente the, caffè, cose colorate... se ti fa male chiamami subito, d'accordo?
ansel: sci...
14 maggio 2007
La guerra delle fresie
Fresie profumate, aveva garantito l'ambulante napoletano che me le ha vendute, come se quelle degli altri fiorai fossero maleodoranti. Ma comunque è stato onesto: son profumate. E' stato onesto anche nel prezzo: tre euro a mazzo che moltiplicati per due fanno sei. Quando gli ho allungato una banconota da dieci ero sicuro che non avrebbe avuto il resto e avrei dovuto acquistare il terzo mazzo. E invece no, mi ha restituito cinque euro facendomi lo sconto. Dico la verità: lui, con il suo baracchino, mi ha fatto sentire un verme.
Comunque queste fresie sono un esperimento per verificare una voce che da mesi circola qui in città e cioè quella che i fiori degli ambulanti napoletani - quelli con l'Ape carico di rose e tulipani all'angolo della via - quando li porti a casa muoiono stecchiti. Anzi, secondo questa leggenda sarebbero già morti lì sul carrettino ma per qualche sortilegio partenopeo restano ritti sul gambo finché qualcuno se li porta a casa (o li regala) per poi scoppiare esausti e finire nella pattumiera.
Palle. Ora posso dirlo, sono storie messe in giro da qualcuno a cui gli ambulanti (abusivi) danno fastidio. Se avete bisogno di uno di loro - perché siete squattrinati, le fiorerie sono già chiuse o semplicemente vi piace fare acquisti sul marciapiede - non scomodatevi a cercarlo: fate una telefonata ai vigili urbani e in due minuti (un po' sorpresi per la richiesta) vi segnaleranno in tempo reale la posizione dell'abusivo più vicino, fornita gentilmente dalla fioreria del quartiere che due volte al giorno chiama le forze dell'ordine sperando di far fuori l'improvvisa concorrenza.
Quella dei fiori è una guerra di cui le fresie gialle che ho qui davanti sono l'oggetto inconsapevole. Le hanno caricate su un camion in Campania e hanno viaggiato una notte per arrivare al casello autostradale dove c'era il fioraio con l'Ape (e tanti come lui). Poi sono finite vicino all'ospedale (per due ore), all'angolo dell'università (per due ore) e alla rotonda di San Giuseppe dove finalmente io le ho comprate. Erano le 18 di mercoledì: ancora un paio d'ore e sarebbero andate al fresco in una cella frigorifera di Gardolo, a riprendersi dal caldo prima di un'altra giornata sulle strade. E se nessuno le comprava? Basta, arrivava il camion un'altra volta con le fresie nuove.
Sembra una storia romantica, ma purtroppo non lo è. Nessuno s'illuda che quel napoletano allegro (nonostante dorma sull'Ape e torni a casa una volta al mese) si tenga i sei euro delle fresie. Li consegna a uno che sta sopra e che chiamano "il padrone". Sempre meglio che stare a Napoli a girare i pollici. Quando acquistate le fresie finanziate il capo, non il fioraio all'angolo. L'importante è saperlo. Accade lo stesso per i pakistani che portano le rose al ristorante (senza insistere perché sono uomini di classe) e gettano nel panico gli uomini: è meglio acquistarle rischiando di passare per un pappamolla che non sa dire "no" oppure è meglio rifiutarle correndo il rischio di essere considerato un tirchio? E ancora: bisogna tirare sul prezzo o pagare sull'unghia? La risposta giusta è diversa per ognuno, spesso sono le donne a toglierci dall'imbarazzo. Io mi gioco le ultime righe per svelare un segreto utile a chi vive in città: in un'aiuola di Piedicastello - dimenticata dal Comune e dalla parrocchia lì vicina - cresce un cespuglio gigantesco di lavanda. Non è di nessuno: né dei fiorai professionisti, né dei napoletani, né dei pakistani. Basta saltare la ringhiera e coglierla quand'è il momento giusto. Ormai manca poco, io lo so, ci passo davanti ogni mattina. Cari colleghi uomini, non crediate di rendervi ridicoli (o taccagni) cogliendo fiori dal campo: le donne ne vanno pazze.
11 maggio 2007
Anteprima
Il fresco vecchia maniera
In due minuti mi ha fatto vedere dove avremmo tracciato le canalette per i tubi del gas freon, la derivazione della corrente elettrica e tutto quanto. Le magnifiche sorti e progressive se non fosse che il condizionatore d'aria l'hanno inventato cent'anni fa e - conti alla mano - produce molto più caldo di quanto non riesca a fare freddo, solo in posti diversi, inefficiente come le macchine umane sanno essere. Alla fine ho osato chiederglielo: ma quell'affare sul tetto, così vicino alla velux del vicino, butta fuori caldo? Caldissimo, signor ansel, ma di questo lei non si dovrà più preoccupare perché con il condizionatore ultimo modello se ne starà al fresco, tappato in casa senza più chiedere niente a nessuno: chi se ne importa di chi se ne sta fuori, eh eh eh! E poi ha aggiunto la cosa più sbagliata: caro signore, con il caldo che fa non sono più tempi di stare fuori dal palazzo! Replica: arrivederci e grazie. L'ho salutato dicendogli che gli avrei fatto sapere (non sembrava deluso, quel giorno aveva altri sette appuntamenti) e mi sono precipitato in soffitta a tirare fuori il vecchio ventilatore cromato che quando lo accendo mi manca solo il sigaro per illudermi d'essere a Cuba (dove non sono mai stato). Anche per quest'estate si fa il fresco alla vecchia maniera, l'anno prossimo si vedrà.
Intanto mi consolo pensando che un condizionatore Daikin FTXG-E ~ RXG-E montaggio compreso mi sarebbe costato la bellezza di 2.100 euro iva compresa; trascorrere l'agosto in città andando in giro con il maglione, come nel 2006, e incontrare l'omino del condizionatore invece non ha prezzo.
E chi si appassiona al tema può dare un'occhiata a quello che avevo scritto sul giornale l'anno scorso.
05 maggio 2007
Cause di forza maggiore
26 aprile 2007
Il braccio della legge
P.S. una bella galleria della manifestazione è quella di Fabrizio Gravantes.
25 aprile 2007
Quand'ero famoso
Si è discusso in questo blog se io sia un giornalista famoso e se abbia il diritto di tirarmela - come le star - evitando di rispondere ai commenti e alle email che mi arrivano a migliaia ogni mattina (sic!). Ebbene, sciolgo ogni riserva e confesso: sono famoso, anzi famosissimo, oseri dire celebre, il mio volto è noto al grande pubblico al punto che non posso passeggiare per la strada senza che qualcuno mi riconosca e mi fermi per chiedermi "scusi, ma lei non è il giudice delle veline?".
Accadeva nel 2002 quando Antonio Ricci arrivò ad Andalo per una puntata del programma Veline e il mio giornale mandò me sul palco a votare le ragazze di Striscia la Notizia. Scelta azzeccata, la mia, anche perché tutti gli altri colleghi interpellati in anticipo avevano detto "no grazie". Restavo solo io. Così mi ritrovai sul palco assieme all'amico S., spedito dall'altro giornale all'ultimo momento. Strana coppia - io e S. - cronisti collaudati nelle aule di giustizia e sui luoghi del delitto ma pesci fuor d'acqua su un set televisivo circondati da modelle, tanto che Ricci, quando ci vide, puntò dritto verso di noi e disse due cose: "Primo copritevi quelle camicie che il bianco in televisione spara, secondo vedete di non fare gli stronzi benpensanti di sinistra mettendovi a votare le racchie perché a Striscia la Notizia abbiamo bisogno di due fighe". Sarà stata la collanina etnica di S. (che all'epoca non aveva ancora l'orecchino) o i miei occhialini da intellettuale (che sono sempre quelli da dieci anni) ma Ricci di due come noi (scesi da una Fiat Uno bianca e scassata) non si fidava. E faceva bene. Fu al terzo o quarto giro di veline - chi se lo ricorda più - che sul palco arrivò una mora pazzesca e il pubblico andò in delirio. Ma io e S. siamo tipi difficili: lui in fatto di donne è un perfezionista e a me più che le more piacciono le bionde. Comunque, quand'arrivò il momento di votare Ricci - che già sorrideva sornione dietro le quinte perché finalmente aveva trovato la ragazza giusta - diventò bianco in volto e poi furioso: signore e signori avevamo fatto fuori Giorgia Palmas. Se poi l'autunno successivo, nonostante la nostra stroncatura, l'avete vista a Striscia la Notizia è perché si sono inventati un meccanismo di ripescaggio per rimediare ai disastri provocati da giudici inflessibili come noi.
Quello che non mi aspettavo era la fama regalata dal passaggio televisivo: la barista mi chiese per settimane com'erano le veline viste dal vicino, arrivarono messaggi da amici che non sentivo da anni, gli operai che all'epoca mi ristrutturavano la casa (e mi trattavano con disprezzo perché non ero in grado di piantare un chiodo) dimostrarono grande considerazione per il giudice televisivo. Insomma fui famoso, molto più di quanto possa sperare di diventarlo un onesto cittadino che si rimbocca le maniche per una vita: potere della televisione dove però quelli che stroncano donne come Giorgia Palmas non hanno vita lunga. Per fortuna.
Accadeva nel 2002 quando Antonio Ricci arrivò ad Andalo per una puntata del programma Veline e il mio giornale mandò me sul palco a votare le ragazze di Striscia la Notizia. Scelta azzeccata, la mia, anche perché tutti gli altri colleghi interpellati in anticipo avevano detto "no grazie". Restavo solo io. Così mi ritrovai sul palco assieme all'amico S., spedito dall'altro giornale all'ultimo momento. Strana coppia - io e S. - cronisti collaudati nelle aule di giustizia e sui luoghi del delitto ma pesci fuor d'acqua su un set televisivo circondati da modelle, tanto che Ricci, quando ci vide, puntò dritto verso di noi e disse due cose: "Primo copritevi quelle camicie che il bianco in televisione spara, secondo vedete di non fare gli stronzi benpensanti di sinistra mettendovi a votare le racchie perché a Striscia la Notizia abbiamo bisogno di due fighe". Sarà stata la collanina etnica di S. (che all'epoca non aveva ancora l'orecchino) o i miei occhialini da intellettuale (che sono sempre quelli da dieci anni) ma Ricci di due come noi (scesi da una Fiat Uno bianca e scassata) non si fidava. E faceva bene. Fu al terzo o quarto giro di veline - chi se lo ricorda più - che sul palco arrivò una mora pazzesca e il pubblico andò in delirio. Ma io e S. siamo tipi difficili: lui in fatto di donne è un perfezionista e a me più che le more piacciono le bionde. Comunque, quand'arrivò il momento di votare Ricci - che già sorrideva sornione dietro le quinte perché finalmente aveva trovato la ragazza giusta - diventò bianco in volto e poi furioso: signore e signori avevamo fatto fuori Giorgia Palmas. Se poi l'autunno successivo, nonostante la nostra stroncatura, l'avete vista a Striscia la Notizia è perché si sono inventati un meccanismo di ripescaggio per rimediare ai disastri provocati da giudici inflessibili come noi.
Quello che non mi aspettavo era la fama regalata dal passaggio televisivo: la barista mi chiese per settimane com'erano le veline viste dal vicino, arrivarono messaggi da amici che non sentivo da anni, gli operai che all'epoca mi ristrutturavano la casa (e mi trattavano con disprezzo perché non ero in grado di piantare un chiodo) dimostrarono grande considerazione per il giudice televisivo. Insomma fui famoso, molto più di quanto possa sperare di diventarlo un onesto cittadino che si rimbocca le maniche per una vita: potere della televisione dove però quelli che stroncano donne come Giorgia Palmas non hanno vita lunga. Per fortuna.
23 aprile 2007
Il processo all'autonomia trentina
Dell'autonomia speciale del Trentino s'è detto tanto e scritto molto, ma c'è un aspetto del problema su cui sono un vero esperto poiché - per motivi personali - batto più volte alla settimana la strada di confine con il Veneto: vorrei quindi raccontare l'autonomia vista dall'uomo della strada e quel senso di sconfitta che prova un trentino quando incalzato dai veneti, nel caso specifico i bellunesi, deve giustificare i privilegi di cui gode durante un processo settimanale che si celebra la domenica di fronte a un piatto di polenta.
Storia lunga, quella dei privilegi contestati, che comincia quando i cugini veneti per imparare a nuotare si gettavano nelle pozze del torrente o chiedevano a prestito le piscinette a qualche raro albergatore mentre in Trentino era stata inaugurata una piscina niente meno che a Revò (1.200 abitanti).
E poi le scuole, con gli studenti veneti che ascoltavano increduli le storie di scuolabus speciali mentre loro si organizzavano in gruppi di passeggeri per andare a scuola in taxi (esatto: taxi). Quindi, una volta in aula, i ragazzi trentini delle elementari e delle medie trovavano una pila di libri di testo pronti per l'uso. Gratis. Parola ben più diffusa da questa parte del confine.
A volte sono le piccole cose che li fanno più arrabbiare, i veneti, come le immagini televisive che riprendono pareti dolomitiche e piste innevate e la solita scritta in sovrimpressione: Trentino. Vaglielo a spiegare che in Veneto c'è una sola sede Rai per quattro milioni e mezzo di abitanti (a Venezia) mentre Trento e Bolzano ne hanno una a testa e in totale non arrivano a un milione di cittadini. Impossibile trovare una scusa per giustificare la pubblicità del turismo Trentino che spunta ovunque mentre per il Veneto (almeno quello di montagna) non c'è nulla: avete mai visto in giro una pubblicità di Cortina?
Certo ci sono dei disagi a cui i trentini vanno incontro, questioni burocratiche con cui devono fare i conti almeno una volta nella vita e due parole che ricorrono molto spesso a differenza che altrove: graduatoria e contributi. Mai dimenticare di mettersi in lista per il mutuo provinciale prima ancora di finire le scuole, quando il reddito è pari a zero. Per ogni progetto verificare se è previsto il relativo contributo (quasi sicuramente è così e se non lo trovate guardate meglio). Se fate parte di un'associazione ricordatevi che la Regione (prima ancora della Provincia) sarà lieta di ascoltare i vostri bisogni economici e provvedere di conseguenza. Se parlate cimbro o ladino fatene un vanto: sarete ricompensati. Avete pubblicato un libro in queste lingue e non trovate lettori? Sarà più venduto di qualunque altra opera di pari valore: comprerà tutte le copie l'ente pubblico. Mettete i pannelli solari sul tetto: paga la Provincia. Idem per l'auto da trasformare a metano e addirittura per i corsi di formazione. Di questo non ho certezza, ma durante uno di quei pranzi oltre confine qualcuno ha giustificato con i contributi anche la quantità di fiori sui balconi degli alberghi. Quante cose bisogna sapere per essere buoni trentini.
Un giorno - parliamo ormai di un paio d'anni fa - su quella strada di confine sono comparse le bandiere come se non si capisse già bene la differenza tra il «qui» e il «là». E' stato un grave errore, un atto da gradassi, uno schiaffo, una provocazione, perché da quando vedono l'aquila della Provincia anche sui passi dolomitici i veneti di Belluno non riescono più a dimenticare tutte le differenze a cui sono stati abituati fin da bambini.
Mettetevi nei loro panni: l'Italia è lunga e loro - per una manciata di chilometri - sono tagliati fuori dal bengodi. Inoltre per me quelle bandiere - di cui ho già scritto sul giornale - sono state un gravo danno personale. Un motivo in più per guastarmi la polenta domenicale durante il processo dei privilegi in cui - lo confesso - ho quasi terminato gli argomenti difensivi. Ogni suggerimento è bene accetto.
Storia lunga, quella dei privilegi contestati, che comincia quando i cugini veneti per imparare a nuotare si gettavano nelle pozze del torrente o chiedevano a prestito le piscinette a qualche raro albergatore mentre in Trentino era stata inaugurata una piscina niente meno che a Revò (1.200 abitanti).
E poi le scuole, con gli studenti veneti che ascoltavano increduli le storie di scuolabus speciali mentre loro si organizzavano in gruppi di passeggeri per andare a scuola in taxi (esatto: taxi). Quindi, una volta in aula, i ragazzi trentini delle elementari e delle medie trovavano una pila di libri di testo pronti per l'uso. Gratis. Parola ben più diffusa da questa parte del confine.
A volte sono le piccole cose che li fanno più arrabbiare, i veneti, come le immagini televisive che riprendono pareti dolomitiche e piste innevate e la solita scritta in sovrimpressione: Trentino. Vaglielo a spiegare che in Veneto c'è una sola sede Rai per quattro milioni e mezzo di abitanti (a Venezia) mentre Trento e Bolzano ne hanno una a testa e in totale non arrivano a un milione di cittadini. Impossibile trovare una scusa per giustificare la pubblicità del turismo Trentino che spunta ovunque mentre per il Veneto (almeno quello di montagna) non c'è nulla: avete mai visto in giro una pubblicità di Cortina?
Certo ci sono dei disagi a cui i trentini vanno incontro, questioni burocratiche con cui devono fare i conti almeno una volta nella vita e due parole che ricorrono molto spesso a differenza che altrove: graduatoria e contributi. Mai dimenticare di mettersi in lista per il mutuo provinciale prima ancora di finire le scuole, quando il reddito è pari a zero. Per ogni progetto verificare se è previsto il relativo contributo (quasi sicuramente è così e se non lo trovate guardate meglio). Se fate parte di un'associazione ricordatevi che la Regione (prima ancora della Provincia) sarà lieta di ascoltare i vostri bisogni economici e provvedere di conseguenza. Se parlate cimbro o ladino fatene un vanto: sarete ricompensati. Avete pubblicato un libro in queste lingue e non trovate lettori? Sarà più venduto di qualunque altra opera di pari valore: comprerà tutte le copie l'ente pubblico. Mettete i pannelli solari sul tetto: paga la Provincia. Idem per l'auto da trasformare a metano e addirittura per i corsi di formazione. Di questo non ho certezza, ma durante uno di quei pranzi oltre confine qualcuno ha giustificato con i contributi anche la quantità di fiori sui balconi degli alberghi. Quante cose bisogna sapere per essere buoni trentini.
Un giorno - parliamo ormai di un paio d'anni fa - su quella strada di confine sono comparse le bandiere come se non si capisse già bene la differenza tra il «qui» e il «là». E' stato un grave errore, un atto da gradassi, uno schiaffo, una provocazione, perché da quando vedono l'aquila della Provincia anche sui passi dolomitici i veneti di Belluno non riescono più a dimenticare tutte le differenze a cui sono stati abituati fin da bambini.
Mettetevi nei loro panni: l'Italia è lunga e loro - per una manciata di chilometri - sono tagliati fuori dal bengodi. Inoltre per me quelle bandiere - di cui ho già scritto sul giornale - sono state un gravo danno personale. Un motivo in più per guastarmi la polenta domenicale durante il processo dei privilegi in cui - lo confesso - ho quasi terminato gli argomenti difensivi. Ogni suggerimento è bene accetto.
20 aprile 2007
Due gocce d'acqua
Nei commenti al post senso di colpa si è parlato di fratelli e di come i maggiori si sentano responsabili dei minori e poi - per deformazione professionale - del mondo intero. E' giunto quindi il momento di presentare qui fuoridalpalazzo mio fratello, ossia the brother, quell'essere a me tanto uguale che in giro per la strada ci scambiavano l'un per l'altro, almeno finché non si è fatto crescere i capelli.
Mettiamola così: avere un fratello, se non altro, è meglio che non averlo. Se non ci credete chiedetelo ai figli unici. Vuol dire avere una persona con cui guardare in silenzio un film per un'ora e mezzo e poi dire involontariamente la stessa frase durante la stessa scena. Significa avere uno a cui chiedere che cosa accadde esattamente in quel giorno d'infanzia che vi è tornato in mente (lui c'era e se lo ricorderà), uno con cui dividere per due il peso delle giornate cupe familiari.
Per me avere un fratello è di gran lunga meglio che avere una sorella. Non chiedetemi perché, parlo di cose che non so ma temo che non sarei mai riuscito a convincere una ragazza ad entrare all'obitorio e sdraiarsi sul tavolo di metallo delle autopsie per scattare una fotografia mentre la viviseziono. Sarebbe stato difficile anche persuadere la sorella che non ho mai avuto a salire sulla vecchia Ducati del nonno - da noi rimessa in sesto - per correre a cento all'ora a fari spenti con gli scoppi del motore che squarciavano la notte. C'è poco gusto, infine, nel pestare a sangue una femminuccia.
Dei due lui è quello che gira il mondo mentre io sto fermo, così almeno gli resta un posto dove tornare: a ognuno il suo ruolo. Di tanto in tanto - essendo io il maggiore - mi viene quell'inquietudine di dover andare a prenderlo chissà dove, ma finora non è mai accaduto.
Mio fratello è figlio unico, dico talvolta citando Rino Gaetano (e se qualcuno mi spiega per bene cosa vuol dire questa frase che mi affascina gliene sarò grato a lungo) eppure siamo così uniti che le mie morose di lui erano gelose (le sue però non mi risulta).
Basta chiacchiere, in questo post manca la fotografia e allora a grande richiesta ecco a voi un ritratto di noi fratelli, ansel e the brother, insomma due gocce d'acqua: giudicate voi.
Mettiamola così: avere un fratello, se non altro, è meglio che non averlo. Se non ci credete chiedetelo ai figli unici. Vuol dire avere una persona con cui guardare in silenzio un film per un'ora e mezzo e poi dire involontariamente la stessa frase durante la stessa scena. Significa avere uno a cui chiedere che cosa accadde esattamente in quel giorno d'infanzia che vi è tornato in mente (lui c'era e se lo ricorderà), uno con cui dividere per due il peso delle giornate cupe familiari.
Per me avere un fratello è di gran lunga meglio che avere una sorella. Non chiedetemi perché, parlo di cose che non so ma temo che non sarei mai riuscito a convincere una ragazza ad entrare all'obitorio e sdraiarsi sul tavolo di metallo delle autopsie per scattare una fotografia mentre la viviseziono. Sarebbe stato difficile anche persuadere la sorella che non ho mai avuto a salire sulla vecchia Ducati del nonno - da noi rimessa in sesto - per correre a cento all'ora a fari spenti con gli scoppi del motore che squarciavano la notte. C'è poco gusto, infine, nel pestare a sangue una femminuccia.
Dei due lui è quello che gira il mondo mentre io sto fermo, così almeno gli resta un posto dove tornare: a ognuno il suo ruolo. Di tanto in tanto - essendo io il maggiore - mi viene quell'inquietudine di dover andare a prenderlo chissà dove, ma finora non è mai accaduto.
Mio fratello è figlio unico, dico talvolta citando Rino Gaetano (e se qualcuno mi spiega per bene cosa vuol dire questa frase che mi affascina gliene sarò grato a lungo) eppure siamo così uniti che le mie morose di lui erano gelose (le sue però non mi risulta).
Basta chiacchiere, in questo post manca la fotografia e allora a grande richiesta ecco a voi un ritratto di noi fratelli, ansel e the brother, insomma due gocce d'acqua: giudicate voi.
19 aprile 2007
Trova il collegamento
P.S.: chi vuole sapere qualcosa in più su piazza Dante a Trento può dare un'occhiata a questo video (è richiesta una minima competenza di dialetto trentino...)
16 aprile 2007
L'amore sotto chiave
Strano modo, la serratura, per proteggere un sentimento, come se fosse l'ultima spiaggia prima di vederlo scappare via, con il metallo promosso a cassaforte dell'amore nel ruolo che dovrebbe essere della fiducia. Ma la sicurezza di un lucchetto sembra piacere a molte coppie, fra cui Francy e Fabry (comunque i primi in città) sono solo gli ultimi arrivati.
L'usanza di lucchettare i ponti nasce da una razza ormai estinta che con le coppiette non c'entrava nulla, cioè i militari di leva (volgarmente i najoni) che per protestare contro le catene del servizio militare – pare preistoria, ma fino all'altro ieri era obbligatorio – attaccavano un lucchetto e lo toglievano solo l'ultimo giorno prima di tornare a casa. A Merano – giusto per non andare troppo lontano – le ringhiere del Passirio sono ricoperte di metallo. Poi i lucchetti hanno preso tutt'altro significato e per trovarne altri basta andare a Firenze sul ponte Vecchio e infine a Roma, sul ponte Milvio, dove un lampione è stato ricoperto da quintali di ferro tanto che proprio l'altro giorno si è schiantato al suolo, segno che nemmeno l'amore può resistere quando è soffocato da tanta attenzione. Il titolare della ferramenta all'angolo – quello che è diventato ricco – sorrideva sotto i baffi. Tutta colpa di Federico Moccia, lo scrittore che ha diffuso il culto dell'amore sotto chiave tra i giovanissimi, quello del libro Tre metri sopra il cielo (abbreviazione 3msc, cioè la scritta che potete leggere sul muro di fronte al collegio Arcivescovile) e che ha ammesso in televisione il suo peccato originale: il primo lucchetto sul ponte Milvio l'ha attaccato lui perché il suo libro sembrasse più vero. E via tutti i lettori al seguito.
Fabry e Francy – i due trentini con il cuoricino sul lucchetto e la chiave in fondo al fiume – si inseriscono nell'eterna tradizione di dichiarare agli altri il proprio amore, documentata anche da Flavio Faganello che ha girato il Trentino alla ricerca di alberi su cui gli innamorati avevano inciso le proprie iniziali. Di scritte del genere sono piene le panchine più appartate dei parchi, i bagni dei licei, le ringhiere di legno che si affacciano sui panorami più belli. Ma con il lucchetto si vuol dire qualcosa in più: nessuno ci porterà via quello che abbiamo. Né più mai. Quasi mi ero convinto anch'io, camminando sul ponte di San Lorenzo verso Piedicastello, finché giunto in piazzetta ho guardato il posto vuoto dove fino all'altro giorno c'era la mia bici. Ora io sono un tipo sbadato, ma la bici l'avevo lasciata proprio lì, di questo ne ero certo, anche perché a terra era rimasta la catena che la legava al palo: spezzata in due. Occhio ragazzi, voi che credete di poter mettere sotto chiave le cose che veramente valgono: anche se li chiudete col lucchetto i vostri sogni – se non ci state attenti – ve li portano via lo stesso.
12 aprile 2007
Trentino Venezia Giulia
11 aprile 2007
04 aprile 2007
Jurka: non venitemi a trovare
Da quando ho ospitato qui fuoridalpalazzo un intervento dell'orsa Jurka dopo che era andata a sciare a Campiglio, siamo rimasti in contatto. Così mi ha fatto sapere cosa pensa degli ultimi avvenimenti.
Jurka: sta succedendo quello che più temevo: vogliono chiudermi in un recinto. Mettetevi nei miei panni: ho appena compiuto nove anni e me ne restano altri venti da vivere al chiuso, forse venticinque, insomma un'eternità, in un posto che per le mie abitudini nel giro di pochi giorni diventerà una gabbia insopportabile. So che volevano uccidermi e forse sarebbe stato meglio. Con il radiocollare che mi hanno appeso al collo sanno dove sono in ogni momento, potevano venire a prendermi e farla finita subito. Bum. Chi mi vuole bene e mi ha seguito per mesi da una valle all'altra, sparandomi contro i proiettili di gomma per spaventarmi e tenermi alla larga dai paesi e dalla malghe, sa che il posto giusto per me non è dietro uno steccato.
Ho visto il vostro presidente alla televisione e mi ha colpito quando ha detto che io non sono "compatibile" con la comunità. Siamo d'accordo: anche noi animali pensiamo molto spesso che voi umani non siete compatibili con la natura, ma lasciamo correre perché siete voi stessi - volontariamente - a rinchiudervi in quei brutti recinti a cui date il nome di città. Ma anche da lì riuscite a fare danni, non vi illudete. Quel presidente ha assicurato che avrò salva la vita: grazie tante, ma io so che di me gli importa poco, per lui sono un problema che ha ereditato dal suo predecessore, però non può rimangiarsi quello che disse l'anno scorso quando in Germania uccisero senza tanti complimenti il mio povero figlio Bruno, il piccolo JJ1, quel lazzarone la cui unica colpa è stata mettere in pratica quello che io gli avevo insegnato. Salvano me per salvare la faccia e il progetto orso. Va bene, mi sacrificherò per tutti.
La mia storia è quella dell'orso. Fino a cent'anni fa eravamo migliaia sulle Alpi poi è cominciata la persecuzione: ci avete fatto la guerra finché nel gruppo di Brenta sono rimasti tre o quattro orsi, quasi invisibili perché hanno capito che dagli uomini era meglio girare al largo. Ci sono ancora in giro quelle foto in bianco e nero in cui si vedono i cacciatori con i baffi a punta e il fucile in mano mentre mostrano orgogliosi la pelle dell'orso morto. Poi siamo arrivati noi - dalla Slovenia - perché si è capito che l'orso all'ombra delle Dolomiti era cosa buona. Ma io ho rovinato la festa: mi piace trovare la pappa pronta, me l'avete insegnato voi, ora non so più rinunciarvi.
Il mio recinto è quasi pronto, che tristezza. Non dico che siamo tornati indietro di un secolo - perché sarebbe una grande falsità - ma non riesco a togliermi dalla mente l'orrendo pensiero di quella buca di cemento che a Sardagna, fino a pochi anni fa, ospitava un paio d'orsi. Oppure la gabbia tremenda in cui vivevano i miei poveri colleghi nel parco di Gocciadoro, quelli che passavano la giornata ciondolando la testa mentre i bambini lanciavano il cibo dalle sbarre. Terribile vero? Eppure queste cose le avete fatte voi. E poi vi stupite se gli orsi prigionieri non mettono al mondo i cuccioli oppure li abbandonano per non vederli crescere al chiuso com'è successo al piccolo Knut dello zoo di Berlino. Ho saputo anche che ci sono due colleghi in uno zoo thailandese che non ne vogliono sapere di riprodursi. Li chiamo colleghi anche se sono Panda perché sempre di orsi si tratta. Ebbene, per convincerli ad accoppiarsi hanno preso il maschio e gli mostrano i film porno dove si vedono gli orsi liberi che fanno l'amore nella foresta. Diciamo le cose come stanno: è una tortura. Non provate a fare la stessa cosa con me quando sarò nel recinto perché diventerò cattiva come non mi avete visto mai. Al progetto orso ho dato molto: prima due cuccioli (e uno me l'hanno ucciso i tedeschi), poi altri tre che in tutto fanno cinque. Non è poco, pensateci voi umani che già dopo il primo cucciolo vi fermate esausti. Direi che può bastare.
E ora approfitto di questo blog - che già ospitò le mie parole nel gennaio scorso, dopo la passeggiata sulle piste da sci di Campiglio - per lanciare due messaggi che tanto mi stanno a cuore. Il primo riguarda me: per favore, signori uomini, quando sarò nel recinto non venite a trovarmi, lasciatemi in pace, non voglio vedere le vostre facce divertite mentre vi godete lo spettacolo di un'orsa sconfitta e umiliata. Tutte le volte che ci siamo incontrati nel bosco o fra le baite vi siete spaventati a morte ed è successo un putiferio: siate coerenti, tenetevi alla larga anche in futuro. Il secondo appello, molto più importante, riguarda i miei cuccioli: nei giorni che mi rimangono cercherò di convincerli a stare alla larga dagli uomini (ora l'ho capito: siete più pericolosi di noi orsi), ma temo che non ci riuscirò perché li ho allevati un po' troppo allegramente. Ora sono grandi e possono cavarsela da soli. Ve li affido. Solo una cosa vi raccomando: se un giorno qualcuno dei miei piccoli mangerà una gallina pensateci due volte prima di metterlo sotto processo. Contro i polli non ho nulla ma in circolazione ce ne sono milioni. Noi orsi, invece - animali fieri, bruni e bianchi, le cui sorti appassionano il mondo intero - siamo rimasti in pochi.
02 aprile 2007
Ore contate per l'orsa Jurka
31 marzo 2007
Lezione 21 di Baricco
Baricco mi piace - anche se dei suoi libri, una volta terminati, non mi resta quasi niente - per quel godimento istantaneo che mi procura durante la lettura. Dev'essere il ritmo, quel ritmo irresistibile che coinvolge il lettore e lo porta con sé. A volte esagera, il pifferaio Baricco, e tra le righe emerge (ahimé) l'artificio che ti ipnotizza e una volta palesato perde il suo potere. Ma poiché io leggo Baricco per godere (e non per criticarlo, di quelli ce n'è una grande folla) faccio finta di non aver scoperto i suoi trucchi e mi lascio riprendere nel vortice che mi trascina ogni volta in un diverso universo surreale. A chi non lo capisce non resta che la critica e per fortuna ogni tanto c'è chi attacca Baricco in modo divertente.
Della musica ho detto, quindi forse vi interesserà sapere che Baricco sta girando un film musicale e quella nave arenata che vedete qui sopra sui monti del Trentino, per l'esattezza sui versanti del Primiero, è la sua scenografia. Ah, dimenticavo: quella bianca non è neve, bensì ovatta, ma l'inganno è quasi perfetto e per i motivi di cui sopra fa lo stesso.
Il film si intitolerà Lezione 21 ed è il racconto fantastico di una lezione musicale, l'ultima, la ventunesima appunto, in cui un giovane studente scopre la storia della Nona Sinfonia di Beethoven. Sarà pronto entro la fine dell'anno e lo presenteranno al festival di Cannes. Quel giorno di febbraio che Baricco venne a Trento per il ciak inaugurale quelli della Provincia autonoma lo obbligarono a raccontare qualcosa del suo film e lui - nonostante le sponsorizzazioni - disse ben poco. Io ero lì a sentirlo, assieme a qualche ragazzina che gli chiedeva l'autografo, e a scoprire la sua antipatia pazzesca che non mi impedirà comunque di tenere i suoi libri nel bagno biblioteca dove di tanto in tanto me li godo. Già che c'ero ho girato un breve video con il telefonino cellulare e ve lo allego qui sotto. Se non capite nulla rassegnatevi: nemmeno i suoi collaboratori. Lo confessa lo stesso Barico che il film - dice - ce l'ha tutto in mente. Ora si tratta di metterlo su pellicola.
28 marzo 2007
Stagioni
25 marzo 2007
Sconfitto dal ciarpame
Basta. Con i prezzi degli immobili alle stelle non mi posso più permettere di tenere la soffitta piena di robaccia. E' una questione di principio. Così l'altro giorno sono entrato carponi in quel sottotetto ormai inagibile e mi sono fatto largo tra gli strati sedimentari di ciarpame in cui - come un geologo - posso leggere la mia vita attraverso ere successive.
La scatola del computer l'ho solo spostata in soggiorno perché non si sa mai, in fondo è ancora in garanzia e poi uno scatolone così ben fatto serve sempre. Tolto di mezzo quel cartone ho avuto accesso a una montagna di cartacce e la mia determinazione si è scontrata con il dubbio: i bolli auto degli anni Novanta è meglio tenerli perché non si sa mai che venga qualcuno a chiederli, idem per quelli della moto anche se l'ho venduta ma voglio star tranquillo. E poi il grande pacco di carta gialla della vecchia cassa rurale, di quando non c'era internet e ogni mese mi mandavano decine di fogli per avvisarmi che avevo il conto in rosso. In quelle file di numeri - che poi erano le mie povere entrate subito vanificate dagli acquisti - mi sono perso una mezz'ora mentre da là fuori continuavano a chiamarmi. Nessuno mi deve disturbare mentre faccio i conti col passato, così gli estratti conto li ho tenuti: meglio essere prudenti.
Nello scatolone successivo ho trovato un reperto degli anni Ottanta: audiocassette. Erano gli anni in cui c'erano quegli enormi registratori con la doppia cassetta, il primo strumento dal prezzo abbordabile che liberò il pirata che c'è in noi. Decine e decine di nastri, qualcuno aggrovigliato, con il contenuto scritto a penna sulla custodia di plastica nera. Mi ero messo in mente di trasformarli tutti in compact disc poi me ne sono dimenticato e ora sono anni che non li ascolto. Come potrei, visto che non ho più il registratore? Ma le cassette non si toccano perché io so cosa c'è dentro.
Con un colpo di reni ho superato il pacco dei libri di testo e dei quaderni di terza elementare in cui mi esercitavo - già allora - a scrivere cose come questa. Ho resistito alla tentazione di gettare la collezione di Topolino (ecco dov'erano finiti) e ho capito di essere giunto in fondo al sottotetto quando - impolverato e con le ossa rosse per lo sforzo di star lì piegato in due - mi sono scontrato contro tre scatole di cartone grosso e logoro. Ho levato due o tre giri di nastro adesivo che mi si è sbriciolato tra le dita e ho sollevato un lembo di carta che mi è rimasto in mano: lì dentro, signore e signori, c'erano le piastrelle del bagno, tesoro inestimabile che mi consentirà di rimediare quando mi ritroverò con la parete rabberciata per una perdita nei tubi. Impossibile buttarle, sono un tipo previdente.
Stavo riemergendo nel presente quando mi sono reso conto che le soffitte sono sempre ingombre di robaccia e la mia non fa eccezione. Ci penserà qualcun altro a far piazza pulita. Si trattava solo di uscire con dignità dalla situazione in cui mi ero cacciato dopo una giornata spesa lì dentro con grandi aspettative degli altri familiari sullo spazio ritrovato. Così ho preso quattro carte - le prime che mi sono capitate a tiro - e ho annunciato trionfale: vado in discarica!
Laggiù, fuori dal palazzo, ho sollevato il coperchio giallo del cassonetto per la carta e mi è venuto un colpo: c'erano varie annate di fumetti tra Dylan Dog, Tex, Zagor e Martin Mystere. Un delitto rimasto senza autore. Per rimediare mi sono tuffato in pancia nel bidone e ho resuscitato quei tesori. Poi - senza che nessuno mi vedesse - li ho portati su nel sottotetto in quel piccolo posto liberato. Mi sono sbattuto le mani per togliere la polvere e mi son detto: per oggi può bastare.
La scatola del computer l'ho solo spostata in soggiorno perché non si sa mai, in fondo è ancora in garanzia e poi uno scatolone così ben fatto serve sempre. Tolto di mezzo quel cartone ho avuto accesso a una montagna di cartacce e la mia determinazione si è scontrata con il dubbio: i bolli auto degli anni Novanta è meglio tenerli perché non si sa mai che venga qualcuno a chiederli, idem per quelli della moto anche se l'ho venduta ma voglio star tranquillo. E poi il grande pacco di carta gialla della vecchia cassa rurale, di quando non c'era internet e ogni mese mi mandavano decine di fogli per avvisarmi che avevo il conto in rosso. In quelle file di numeri - che poi erano le mie povere entrate subito vanificate dagli acquisti - mi sono perso una mezz'ora mentre da là fuori continuavano a chiamarmi. Nessuno mi deve disturbare mentre faccio i conti col passato, così gli estratti conto li ho tenuti: meglio essere prudenti.
Nello scatolone successivo ho trovato un reperto degli anni Ottanta: audiocassette. Erano gli anni in cui c'erano quegli enormi registratori con la doppia cassetta, il primo strumento dal prezzo abbordabile che liberò il pirata che c'è in noi. Decine e decine di nastri, qualcuno aggrovigliato, con il contenuto scritto a penna sulla custodia di plastica nera. Mi ero messo in mente di trasformarli tutti in compact disc poi me ne sono dimenticato e ora sono anni che non li ascolto. Come potrei, visto che non ho più il registratore? Ma le cassette non si toccano perché io so cosa c'è dentro.
Con un colpo di reni ho superato il pacco dei libri di testo e dei quaderni di terza elementare in cui mi esercitavo - già allora - a scrivere cose come questa. Ho resistito alla tentazione di gettare la collezione di Topolino (ecco dov'erano finiti) e ho capito di essere giunto in fondo al sottotetto quando - impolverato e con le ossa rosse per lo sforzo di star lì piegato in due - mi sono scontrato contro tre scatole di cartone grosso e logoro. Ho levato due o tre giri di nastro adesivo che mi si è sbriciolato tra le dita e ho sollevato un lembo di carta che mi è rimasto in mano: lì dentro, signore e signori, c'erano le piastrelle del bagno, tesoro inestimabile che mi consentirà di rimediare quando mi ritroverò con la parete rabberciata per una perdita nei tubi. Impossibile buttarle, sono un tipo previdente.
Stavo riemergendo nel presente quando mi sono reso conto che le soffitte sono sempre ingombre di robaccia e la mia non fa eccezione. Ci penserà qualcun altro a far piazza pulita. Si trattava solo di uscire con dignità dalla situazione in cui mi ero cacciato dopo una giornata spesa lì dentro con grandi aspettative degli altri familiari sullo spazio ritrovato. Così ho preso quattro carte - le prime che mi sono capitate a tiro - e ho annunciato trionfale: vado in discarica!
Laggiù, fuori dal palazzo, ho sollevato il coperchio giallo del cassonetto per la carta e mi è venuto un colpo: c'erano varie annate di fumetti tra Dylan Dog, Tex, Zagor e Martin Mystere. Un delitto rimasto senza autore. Per rimediare mi sono tuffato in pancia nel bidone e ho resuscitato quei tesori. Poi - senza che nessuno mi vedesse - li ho portati su nel sottotetto in quel piccolo posto liberato. Mi sono sbattuto le mani per togliere la polvere e mi son detto: per oggi può bastare.
23 marzo 2007
Clic!
Ansel: buon giorno
Voce femminile: parlo con il signor andrea?
Ansel: sì, mi chiamo ansel
Voce femminile: qui c'è scritto andrea
Ansel: eccomi qui...
Voce femminile: dove?
Ansel: dall'altra parte del filo
Voce femminile: ah, bene... (legge il foglio che ha scritto di fronte) le interesserebbe, signor andrea, continuare a telefonare come sta facendo ora ma senza pagare il canone telecom?
Ansel: certo che mi interesserebbe ma finora ho rinunciato a farlo per problemi tecnici
Voce femminile: perché, signor andrea?
Ansel: perché vede, io uso un sistema precompilato di concezione neurale per la diffusione dei pacchetti internet basato su un'evoluzione del protocollo tcp/ip messa a punto da un collega scienziato sovietico con tecnologia wireless all'interno della mia abitazione...
Voce femminile: ...
Ansel: e quindi lei capisce che il lavoro altamente specializzato che si renderebbe necessario per implementare il mio sistema con un router di terza categoria che mi verrà fornito dalla sua società (probabilmente non configurabile con i parametri di cui ho bisogno) sarebbe sicuramente superiore al beneficio che avrei risparmiando il canone telecom per pagarlo a voi sotto altra forma, ad esempio come pachetto tutto compreso di minuti di telefonate che sicuramente non utilizzerei mai, non so se mi sono spiegato...
Voce femminile: PERFETTAMENTE, signor ansel (passa alla seconda parte del foglio che ha di fronte)però le potrà certamente interessare l'offerta di telefonate urbane e interurbane illimitate a soli 9,90 euro mensili, vero?
Ansel: ma come lei certamente vedrà dalle bollette che pago alla sua società il mio traffico mensile è già notevolmente inferiore a 9,90 euro mensili, in pratica sono un vostro cliente per modo di dire visto che tutto il mio traffico telefonico viene trasformato in pacchetti tcp/ip e viaggia sulla rete telematica, con un ritardo nella risposta appena percepibile e comunque con un fastidio compensato dal risparmio, senza che per questo mi sia addebitato alcun costo... insomma le poche telefonate che faccio sono gratis o comprese nel bonus di mezz'ora che la sua società e molte altre come la sua mi offrono ogni mese pur di tenermi agganciato come "cliente"...
Voce femminile: clic!
Ma non ero io quello che doveva mettere giù il telefono?
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