22 marzo 2007
I miei 400 litri quotidiani
19 marzo 2007
La mia festa
18 marzo 2007
Ho fatto una cosa giusta
Poi l'epoca del boicottaggio (che nel caso delle barrette o dell'ovetto coincideva con l'epoca della rinuncia) ha lasciato spazio alla proposta ed è nato il movimento di chi vuol fare la cosa giusta.
Fare la cosa giusta non è semplice in un mondo dove le azioni quotidiane sono in massima parte... sbagliate. Tanto sbagliate che cominciamo a comprenderne gli effetti quando in gennaio apriamo la finestra la mattina e sentiamo gli uccellini cantare su un albero in fiore. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare e così ecco qui un decalogo di buone azioni che ha trovato spazio un po' a fatica anche sul mio giornale facendosi largo tra le cronache di tanti gesti errati.
Primo: preferisci i prodotti locali, così eviterai che sull'autostrada corrano camion per portare in Italia il latte tedesco e in Germania l'acqua italiana (e sull'acqua ci sarebbero molte altre cose da dire).
Secondo: la schiuma del detersivo che gira nella lavatrice è sinonimo di pulito ma quando finisce nei fiumi è un terribile inquinante. Usane poco e soprattutto di tipo biodegradabile.
Terzo: quando puoi (e spesso puoi, basta metterci un po' d'impegno) usa la bici o vai a piedi invece di muoverti con l'auto.
Quarto: ripara quello che non funziona più invece di cambiarlo. E quando riparare è impossibile è perché l'hanno fatto apposta i produttori, ricordalo quando fai il prossimo acquisto.
Quinto: con i pannelli solari sul tetto l'acqua calda è un regalo del sole, servitene a piene mani.
Sesto: acquista prodotti con pochi imballaggi e smaltiscili con la raccolta differenziata.
Settimo: non lasciare gli elettrodomestici in stand by con la lucetta rossa accesa. Sprechi energia. E se la lucetta del tuo dvd non si può spegnere ritorna al punto 4, secondo comma.
Ottavo: usa le scale invece dell'ascensore a beneficio del tuo fisico e dell'ambiente. Regola semplice ma poco applicata, almeno a giudicare dallo stato di abbandono delle scale che portano in cima a certi palazzi (da cui sarebbe meglio stare fuori).
Nono: fatti spiegare cos'è il commercio equo e solidale e provalo per scoprire (forse) che il gusto di quelle barrette al latte non è poi così unico come ti era sembrato.
Decimo: quando viaggi fai attenzione alle conseguenze. Traduzione libera di quest'ultimo articolo: se alloggi nell'albergo di una grande catena internazionale, in un paese in via di sviluppo, dai un'occhiata a come viene trattato chi ti mette a posto la camera o - meglio - chi lava i tuoi asciugamani nella gigantesca lavanderia dall'altra parte della città.
Questo decalogo non è di chi scrive ma degli attivisti di trentino arcobaleno che per insegnare a fare la cosa giusta hanno lanciato un corso e hanno aperto al pubblico uno sportello (www.trentinoarcobaleno.it).
Loro queste cose le predicano - in gruppi più o meno ristretti - da almeno una quindicina d'anni ma fino a qualche tempo fa venivano guardati come tipi bizzarri che non guidano l'automobile e si mettono in gruppo per andare a fare la spesa in campagna (invece che per andare in pizzeria). Ora qualcosa sta cambiando. Forse. Per quanto mi riguarda mi sembrava che fosse una cosa giusta - per quanto piccola e banale - scrivere questo post.
E tu, caro lettore di questo blog, se hai cose giuste da segnalare aggiungile pure qui sotto nei commenti: saremo tutti interessati a leggerle.
13 marzo 2007
Mi hanno fotografato nudo!
Via il dente via il dolore: sono anch'io vittima dei paparazzi. Mi hanno fotografato nudo e pretendevano dei soldi per evitare la pubblicazione dell'immagine sulle riviste scandalistiche. Ora io non sono esattamente una star, ma qualcosa valgo: 50 mila euro. Mica pochi: le foto di Barbara Berlusconi le hanno valutate 20 mila euro, quelle della Hunziker 30 mila. Sono soddisfazioni. Il problema è che io i soldi non ce li avevo. Ho provato a trattare, siamo scesi a 40 mila ma non ci siamo trovati d'accordo e quindi la mia foto potrebbe uscire presto sulla peggior stampa. Ho pensato di dirtelo prima, affezionato lettore di questo blog, per evitarti la spiacevole sorpresa di trovare anche il mio nome (e la mia foto) tra le vittime della gang di fotografi indagati dalla procura di Potenza.
Non so proprio come abbiano fatto: maledetti. Sono un tipo accorto, sto sempre attento a non scoprirmi e sono rari i casi - anche in famiglia - in cui mi si intravvedono le parti intime. Anche in questa foto - ad essere sinceri - si vede poco, ma è quanto basta a rovinarmi la carriera. Comunque la stampa della peggior specie se non puoi controllarla è meglio anticiparla. Ecco quindi - in esclusiva mondiale - la mia foto senza veli rubata in un momento di estrema intimità.
Non so proprio come abbiano fatto: maledetti. Sono un tipo accorto, sto sempre attento a non scoprirmi e sono rari i casi - anche in famiglia - in cui mi si intravvedono le parti intime. Anche in questa foto - ad essere sinceri - si vede poco, ma è quanto basta a rovinarmi la carriera. Comunque la stampa della peggior specie se non puoi controllarla è meglio anticiparla. Ecco quindi - in esclusiva mondiale - la mia foto senza veli rubata in un momento di estrema intimità.
12 marzo 2007
Il gesso autografato
Dicevo delle firme. In quegli anni mi capitò di avere un gesso al braccio. In realtà era poca cosa: un giro di bende rigide che mi arrivava fino al gomito, ma comunque - agli occhi di un ragazzino di dieci anni - faceva la sua bella figura. Così quelle quattro bende ingessate si riempirono presto di qualche dedica, alcuni disegni e una miriade di autografi colorati. Mi pareva che avere un gesso senza firme fosse una lacuna di cui vergognarsi, ma lo stesso tenni un posto libero bene in vista per l'unica firma di cui in realtà m'importava. Era quella di una mia compagna di classe per cui avevo sempre avuto un debole e quel gesso - ne ero certo - sarebbe stato la scusa che mi era sempre mancata per avvicinarla e dirle qualcosa, una qualunque. Vennero tutti tranne lei e quello spazio che avevo tenuto in serbo così caparbiamente (firma dove vuoi, ma qui no!) restò vuoto finché fui guarito perché io non trovai mai il coraggio di avvicinarla e lei fece lo stesso. Così quando il dottore mi chiese se volevo tenere per ricordo quel gesso autografato gli dissi con espressione cupa che lo poteva gettare via, perché fra tante firme non c'era quella che volevo. Mi guardò stupito ed eseguì senza discutere. Seppi più avanti che quella firma (e forse anche una dedica) la mia compagna avrebbe tanto voluto farmela, ma ormai era troppo tardi. E per la stessa timidezza sul mio album dei ricordi (una specie di libretto che all'epoca andava di moda su cui raccogliere i disegni e le dediche dei compagni) quello di quella bambina è l'unico che manca.
Questo pensavo ieri sera osservando la gamba ingessata del mio amico Boa mentre la fotografavo con la mia Camper accanto in segno di solidarietà (una di quelle foto piuttosto complicate - anche se a vederla non si direbbe - che il mio psichiatra mi ha proibito, ma è lo stesso).
Caro Boa, so che oggi mi leggi, ti ricordi l'altra estate quando scendevamo di corsa saltando tra i sassi del Ciampac e io ti ho detto: ma non è che a venir giù in questo modo ci spacchiamo le gambe? Arrivammo a valle sani e salvi e l'infortunio te lo sei procurato in città dove sembra sempre di essere al sicuro. E questa è una cosa che mi dà da pensare.
P.S. la firma te la faccio nei commenti.
08 marzo 2007
Tradito da un mazzo di mimose
Caro giornalista e blogger, le scrivo per esprimerle tutto il disappunto per quanto mi è accaduto oggi a mezzogiorno quando - per la prima volta nella vita - sono tornato a casa con un mazzetto di mimose. Deve sapere, caro ansel, che io sono uno di quegli uomini seri e un po' distratti che bada più alla sostanza che all'apparenza. Così ho sempre guardato con sospetto quelle feste comandante in cui gli uomini tornano a casa con i fiori, i cioccolatini o a grande richiesta anche un gioiello lavando la coscienza per il resto dell'anno vissuto all'insegna della disattenzione se non dell'egoismo. Non nego che questa mia scelta mi abbia procurato negli anni non pochi grattacapi, perché ho capito che l'essere un sabotatore convinto della festa della donna non garantisce comunque l'esenzione dal rendere omaggio a quella che mi ritrovo in casa.
Sarà che gli anni mi hanno reso più sensibile, sarà che oggi ero di buonuomore, sarà che poco distante dal luogo in cui lavoro c'era un fioraio ambulante che mi è parso un segno del destino, saranno tutte queste cose assieme ma oggi ho preso il mio mazzetto e l'ho portato a casa. Dico mazzetto ma in realtà era una bella pianta, più grande - mi sono reso conto - di quelle acquistate dai colleghi uomini che incontravo per la strada: una bella mimosa, non ho badato a spese. Già pregustavo il momento in cui sarei entrato in casa porgendo i fiori alla mia donna: che sorpresa, che colpo di scena, l'avrei stupita, le avrei strappato un bacio e forse anche di più nella breve pausa pranzo che mi è concessa prima di tornare dietro la scrivania. Ah che soddisfazione essere un uomo galante, uno che rispetta le feste, si ricorda degli anniversari, insomma uno di quelli a posto che piace alle donne. Volavo coi pensieri ben più in alto del mio mazzo di mimose quando sono entrato in casa in punta di piedi, l'ho sorpresa in cucina e l'ho stretta da dietro portandole il mazzo davanti agli occhi: tadaaaa! Risposta: ah.
Quando si tratta di sensazioni e sentimenti, devo ammetterlo, non sono un tipo sveglio. Ma che qualcosa fosse andato storto l'ho capito pure io. Ha cominciato a interrogarmi sul perché le avessi portato quel mazzo di fiori (ma non era la festa della donna?), accusandomi di essere un falso, un porco e un traditore perché di certo avevo qualcosa sulla coscienza di cui dovevo farmi perdonare. Ha preso le mimose - la prova della mia colpevolezza - e le ha messe sul tavolo in un vaso perché potessi ben vederle e mi decidessi a confessare. Insomma, caro ansel, ha fatto più danni un mazzo di fiori regalato di quei venti o ventuno (ora mi sfugge quanti anni sono che stiamo assieme) che mi ero sempre rifiutato di acquistare. Che spiegazione dà, stimato blogger, di quanto mi è accaduto?
07 marzo 2007
La mia svolta artistica
Lo ammetto: non ho mai avuto una grande sensibilità per la pittura. Sono cresciuto convinto che quel dipinto con il bambino imbronciato e la lacrima che gli scendeva sulla guancia fosse un pezzo unico, appeso (chissà da chi) nella mia stanza. Poi ho scoperto che lo stesso quadro abbelliva (sic!) le case di parenti, amici e semplici conoscenti e ho capito che l'arte vera era un'altra cosa. Ma questa consapevolezza nuova non mi ha impedito di ripetere l'errore e così sulle pareti mie e di Gretel ci sono opere di Depero e manifesti di Lenhart che all'occhio attento (e purtroppo anche all'occhio spento) si rivelano per quello che sono: copie.
Ora qualcosa è cambiato e il mio collega P., l'amico che mi ha regalato l'unico quadro autentico di cui potevo finora fare sfoggio, sarà di me orgoglioso. E' successo che ho incontrato un artista (un vero artista) capace di suscitarmi un'emozione. Osservo le sue opere e sento una certa corda dentro di me vibrare. Il messaggio che mi trasmettono quei dipinti mi suona familiare e mi colpisce dritto al cuore: che genio! Un giovane pittore, ma dovrei dire giovanissimo, che mi ha saputo conquistare.
Signori, guardate che tratto, che intensità, che equilibrio nell'uso del colore e delle forme, che padronanza dello spazio, che originalità nell'uso di tecniche e materiali nuovi! Questa non è una promessa, questa è realtà. Non dovrei dirlo in giro, ma delle sue opere ho fatto incetta perché - incredibile - non mi risulta che siano quotate sul mercato. Le ho portate a casa per nulla e attendo che i prezzi di questi dipinti salgano alle stelle come son certo accadrà presto. Ma ho tutto il tempo di aspettare.
Nel frattempo se vi trovate a passare in centro e siete vicini alla mia redazione salite pure a salutarmi e potrete ammirare, dietro la mia scrivania, la prima mostra personale che ho organizzato di questo grande artista, ovvero il mio piccolo playboy. E se pensate che io sia uno dei tanti idioti che tengono in ufficio i disegni orrendi del figliolo non me ne frega niente. Le cose cambiano: fino all'altro giorno avrei detto lo stesso.
P.S.: per chi non sa chi è Franz Lenhart e che ci fa il suo nome in questo post sull'arte, consiglio di rivedersi questo vecchio post dedicato all'orso trentino dove c'è il manifesto che - assieme al coniglio bellunese e alla donna valdostana - rallegra il mio soggiorno. Se poi i manifesti pubblicitari degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta vadano considerati arte non lo so, ma a noi tre (ci metto anche il genio della pittura che ogni mattina si esercita all'asilo nido) piacciono moltissimo.
P.S.: per chi non sa chi è Franz Lenhart e che ci fa il suo nome in questo post sull'arte, consiglio di rivedersi questo vecchio post dedicato all'orso trentino dove c'è il manifesto che - assieme al coniglio bellunese e alla donna valdostana - rallegra il mio soggiorno. Se poi i manifesti pubblicitari degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta vadano considerati arte non lo so, ma a noi tre (ci metto anche il genio della pittura che ogni mattina si esercita all'asilo nido) piacciono moltissimo.
05 marzo 2007
Nessuno tocchi l'imputato
Tutto era iniziato nel dicembre 2003. Nel gennaio del 2004 sono venuti a casa per sequestrarmi il telefonino (un vecchio Nokia 7110 considerato il corpo del reato) e oggi finalmente il processo. Ora la procura dovrà ripartire dall'inizio: chiudere di nuovo l'inchiesta, fissare la data dell'udienza preliminare, poi la data del processo, quindi (se va male) ci sarà il processo d'appello e infine (se va malissimo) il processo in cassazione. Ma non preoccupatevi: se non sarò assolto prima (e andrà così, ve l'assicuro) mi salverò per la prescrizione o (nel caso peggiore) per l'indulto che rende impossibile la condanna. Il processo però bisogna farlo lo stesso. La vita è bella per chi - come me - è imputato in tribunale. Un po' meno per le vittime dei reati. Se il tema vi appassiona leggetevi il mio vecchio post sull'ingiusto processo.
28 febbraio 2007
Terapia d'urto
Quelle scarpe. Un vecchio paio di Camper (ops, ho detto il nome) da cui non si separa nemmeno per un attimo confidando che - presto o tardi - assisterà al grande evento e sarà immortalato con quelle calzature addosso. Nel frattempo l'hanno visto a carnevale mentre si fotografava i piedi su un selciato cosparso di coriandoli, l'hanno sorpreso con le scarpe mentre era a letto malato e nel soggiorno di casa impegnato a fotografarsi durante uno scatto da centometrista. Solo una volta si è separato dalle Camper (ops, l'ho detto ancora) ma fu solo per cederle a un suo compagno di bisboccia.
La situazione non è più sostenibile.
Sono il suo medico e su mia precisa prescrizione - in accordo con gretel e in nome del piccolo playboy - l'ho convinto ad appendere le scarpe al chiodo: le userà per esplorare la realtà fuori dal palazzo una volta alla settimana, forse due, non di più.
Ora è di là, scalzo. Dice cose senza senso che forse a voi - popolo dei blog - suggeriscono qualcosa: shinystat, technorati, blogroll, post, feed, hits, permanent link e target blank (la sua vera ossessione).
Serve una terapia d'urto.
In questi tre mesi di blog ha navigato in rete molto più a lungo della figlia di Bill Gates e ha visto cose che noi gente normale non possiamo nemmeno immaginare come - ad esempio - questo blog. Ha ammirato tramonti d'alta quota pensando che meritavano un bel post, ha trascorso il giorno di Natale controllando le statistiche d'accesso al suo sito, il Capodanno prendendo appunti per i post futuri e si è commosso per un commento che, secondo lui, ha colpito nel segno. Conosco quel commento ma il segreto professionale mi impedisce di rivelare quale sia. Comunque, se vi interessa il mio parere, non c'è nulla di speciale: un dialogo tra matti. Ma quel giorno, questo è certo, il mio paziente era felice.
I libri sulla lavatrice del suo bagno biblioteca si stanno accumulando. I film tornano in videoteca senza che nessuno li abbia visti. I preferiti del suo browser sono inutilizzati ormai da settimane e l'orizzonte di scrittura del mio paziente si è ridotto a venti righe: quanto basta a farci un post (ormai sono un addetto ai lavori pure io). Ma a lui non basta un post qualunque. No, nella sua follia ansel vuole un post memorabile, almeno un gran post se non il post definitivo: il post perfetto. Attende il momento giusto come il tenente Drogo attese l'arrivo del nemico tra i bastioni della Fortezza Bastiani (esatto: il Deserto dei Tartari è il suo libro preferito).
Temo per la sua incolumità dal giorno in cui si è fotografato le scarpe in cima alla torre civica di Trento. Vi ha fatto credere che dentro le Camper, in quell'istante, c'erano anche i suoi piedi? Palle! Le stava tenendo in mano, ma se aveste visto le foto del backstage con il mio paziente a piedi scalzi a cinquanta metri d'altezza converreste con me che non c'è nulla da scherzare.
Ora si è messo in testa che le macchine possono andare anche ad olio. Ho detto olio, non gasolio: quello che serve per friggere le patatine. Ha fatto anche un video. Finora sono riuscito a bloccare il post sull'argomento, ma non garantisco sul futuro: temo che riuscirà ad aggirare la mia sorveglianza.
E ora mantengo la promessa che gli ho fatto poco fa. Per i lettori giunti in fondo a questo lungo post, quelli che potrebbero non accontentarsi di un post settimanale, ecco un centinaio di pagine da leggere. Insomma, ecco a voi un libro. Mi ha pregato di dirvi che non si tratta di un libro nel cassetto, perché non è quello il posto dei libri, ma di un racconto che sarebbe già stato pubblicato se non fosse che l'autore (ansel) è paralizzato dal terrore di ritrovarlo in vendita a metà prezzo su una bancarella fuoridalpalazzo: capito la follia? Ma ci stiamo lavorando.
26 febbraio 2007
Previsione errata. Purtroppo
Ti perdono perché nel frattempo altre previsioni sbagliate ci hanno divertito: un telefilm di quegli anni (Spazio 1999) prevedeva la colonizzazione della Luna e tu stesso (come hai potuto?) hai raffigurato l'uomo del 2000 con una tuta e un casco spaziale. Siamo nel 2007, collega, ma tute di quel tipo le indossiamo al massimo a carnevale, le auto non volano e (purtroppo) vanno ancora a benzina (quasi tutte, almeno).
Come autore di previsioni azzardate sei comunque in buona compagnia: nel 1995 l'inventore dello standard di rete Ethernet aveva previsto l'esplosione di internet (nel senso di deflagrazione!) e negli anni Venti - l'epoca del film muto - il fondatore della Warner Bros si chiese chi mai potesse essere interessato a sentir parlare gli attori. Infine negli anni Settanta un futuro giornalista e blogger aveva previsto per sé stesso un futuro di musicista o pilota d'auto da rally (l'uno non escludeva l'altro) ed è finito a scrivere fuoridalpalazzo.
25 febbraio 2007
Corri, corri: ma dove vai?
Fermiamoci un attimo a riflettere (la giornata della lentezza serve anche a questo). Se di una persona dico che è un tipo "veloce" significa che è sveglio, perspicace, rapido svelto o quantomeno scaltro. Dargli del "lento" invece è un'offesa che lascia immaginare un tipo pigro, forse sovrappeso o addirittura poco dotato dal punto di vista intellettuale, insomma uno che nella corsa della vita rischia di rimanere indietro. Fatto imperdonabile nella società dei celeri.
Ecco perché la Giornata della lentezza - l'iniziativa di un'associazione di Pavia che si può approfondire sul sito internet www.vivereconlentezza.it - è di quelle che lasciano un po' spiazzati e trova breccia solo perché a forza di essere veloci ci ritroviamo troppo spesso col fiatone.
Seguiamo quindi i consigli di chi punta a rallentare nella speranza che la corsa sia più piacevole. La giornata lenta inizia piano ma presto, perché ci sia tempo abbastanza per fare con calma tutte le cose di cui c'è bisogno. Dopo aver fatto colazione - il modo più lento di iniziare la mattina - uscite di casa e preparatevi al traffico o alle code al supermercato: non arrabbiatevi se qualcuno vi fa perdere tempo (nel giorno della lentezza vi stanno facendo un favore) ma usate la sosta forzata per programmare (lentamente) i vostri impegni.
Procedete senza fretta, ma se avete in tasca un telefono cellulare (e ce l'avete) sappiate che non riuscirete a frenare più di tanto perché il mondo che vi corre attorno (e di cui fate parte) non rinuncerà a cercarvi e richiamarvi all'ordine per tenere alto il ritmo. Per lo meno - vi consigliano i cultori della lentezza - evitate di fare due cose allo stesso tempo, come telefonare e scrivere al computer. E poi non complicatevi la vita: non iscrivete i figli a scuola di musica dall'altra parte della città per di più all'ora di punta; imparate a dire a "no" agli impegni che non riuscirete a rispettare; non correte a fare la spesa al centro commerciale fuori città per risparmiare pochi euro se il negozio sotto casa è ben fornito; rinunciate alla gita domenicale quando sapete già che al rientro passerete tre ore incolonnati in autostrada; quando organizzate le vacanze prevedete un paio di giorni per rilassarvi prima e dopo il viaggio; non abbiate paura di mantenere nella vostra agenda dei sani momenti di vuoto; se potete, prendete il tempo di fare una passeggiata lasciando l'automobile parcheggiata in garage; se non riuscite a vedere un programma alla televisione evitate di videoregistrarlo perché vi procurereste lo stress di doverlo guardare in seguito; una sera prendete un foglio e scrivete una lettera vera (di carta) al posto di un'email regalando al destinatario l'emozione di una cosa d'altri tempi.
Ma se fischiettare felici nel traffico paralizzato, passeggiare tranquilli mentre il bimbo vi attende all'asilo entro cinque minuti, sopportare mezz'ora di coda per pagare una bolletta allo sportello della posta e magari farvi un sonnellino pomeridiano (una vera rarità) sono lussi che non potete permettervi (e chi può?) continuate pure a correre: il vero problema, cari cultori della lentezza, non è quello di rallentare ma di capire dove si sta andando.
23 febbraio 2007
Un popolo dai gusti difficili
22 febbraio 2007
Un paese di coglioni
Ma prima bisognava vincere. Non erano più, per me, gli anni dei volantini infilati nelle bussole delle lettere e sotto i tergicristalli delle macchine così ho fatto una cosa nuova: ho preso un numero di conto corrente bancario, ho digitato una piccola cifra sul sito internet della mia banca on-line e ho premuto invio. Che coglione.
Poi sono andato a votare e - da vero coglione - ho fotografato il mio voto scrivendoci anche un pezzo perché pensavo fosse un'occasione storica: un voto da immortalare.
Infine ho esultato. In ritardo e senza grande convinzione (perché con un pugno di schede di vantaggio non c'era da gridare vittoria) ma ho esultato assieme a pochi amici e sono andato a letto sognando il paese che verrà. Che coglione.
In questi nove mesi ci ho creduto - nonostante tutto - perché invece degli operai contro il governo abbiamo visto scendere in piazza i commercialisti: fatto inedito che mi aveva fatto ben sperare. Che coglione.
E ieri - alle tre del pomeriggio - mi sono sentito come dieci anni fa. Ho alzato gli occhi verso la televisione e (come allora) ho visto un uomo con i baffi che, ho avuto l'impressione, sorrideva.
Ho lasciato che un uomo con i tacchi alti, i capelli finti e una moglie che lo sputtana scrivendo lettere ai giornali desse a me del coglione. Quello che non sopporto, ora, è che un pugno di integerrimi politici di sinistra, gente che in nome delle idee si scrolla la responsabilità di dosso, uomini che dissertano di affari esteri rischiando di consegnare quelli interni a Berlusconi, non sopporto che due come loro facciano di me e di 20 milioni di italiani - ora ufficialmente - un paese di coglioni.
P.S. cari amici che avevate previsto la nascita e la breve fine del governo Prodi fatevi sotto: è il vostro momento.
21 febbraio 2007
La prossima funivia
20 febbraio 2007
Augh!
19 febbraio 2007
A.A.A. vendo causa motivi familiari
P.S. golf, moto, calcio, cinema, sci, montagna, bicicletta, lettura e cene con gli amici... le rinunce sono tante e si affrontano volentieri ma alla persona che ieri mi ha chiesto scandalizzata se veramente esistono genitori che mettono al mondo figli per poi sperare solo che dormano il più possibile voglio rispondere in modo univoco e con un tono che non ammette repliche: esistono. E hanno tutta la mia comprensione.
16 febbraio 2007
Mali di stagione
15 febbraio 2007
Il bagno biblioteca
La qualità dell'opera è importante perché in quell'istante - oltre alla lettura - avrai altri pensieri. Nel mio bagno biblioteca la lavatrice è un'ottima scrivania, all'occorrenza anche per il computer portatile, e lì sopra, se ti capiterà di essere mio ospite, avrai a tua disposizione una raccolta di racconti di Dino Buzzati (Sessanta Racconti) che trovo siano della lunghezza giusta. Ti consiglio Sette piani, l'odissea di un malato dai piani alti a quelli più bassi (e tristi) di un prestigioso ospedale d'altri tempi: potrai calcolare, scendendo un piano alla volta verso l'inferno, quanto tempo ti rimane e saltare all'occorenza qualche riga.
Se sei un tipo veloce ecco per te Marcovaldo di Italo Calvino. Novelle brevi - una per ogni stagione - per bisogni più che urgenti: linguaggio semplice per non impegnarti troppo ma, se ti lasci trasportare dalla metafora, grande contenuto, alla scoperta delle avventure di un uomo buono nella città tentacolare.
Se invece sei un tipo lento prendi tutto il tempo che ti serve e avventurati in un libro che certo avrai letto ma - se ti ha fatto vibrare le corde giuste, fatto non scontato - ti piacerà rileggere: La versione di Barney. Lasciati guidare dalle sottolineature della mia copia e, dove i tratti di matita si fanno più frequenti e decisi, troverai il passaggio in cui Barney Panofsky ordina una zuppa di granchio (che gli fa schifo) pur di impressionare la spettacolare Miriam (io me l'immagino così, con il suo vestito di chiffon azzurro) nella prestigiosa Prince Arthur Room di Toronto che cominciava a girare (virtualmente) per i troppi bicchieri di champagne: cazzo, cazzo, cazzo, tanto per citare l'autore alla lettera. E se tutto questo ti sembra ridicolo (giusto per rendere omaggio al ricco pubblicitario francese Frédéric Beigbeder, autore di L'amore dura tre anni, titolo che egli spera con tutto il cuore di smentire per vivere finché morte non lo separi dall'amata Alice) ebbene se tutto questo ti sembra ridicolo, caro lettore di questo blog, vai al diavolo! Sappi solo che nel mio bagno non ti ritroverai mai costretto a leggere - per la disperazione - le istruzioni di un detersivo o di un prodotto anti calcare.
13 febbraio 2007
San Valentino
San Valentino? Roba da smidollati. E se ti raccontano che nell'anno 200 Valentino da Interamna - santo patrono dei venditori pakistani che battono i ristoranti - riconciliò due giovani regalando loro una rosa da tenere in mano per non dividersi mai più, non farti ingannare: è solo una leggenda, non basta un fiore per riunire due che litigano. Però un post lo voglio fare, quindi beccati questo video da me prodotto e una poesia di uno scrittore morto giovane che mi ha suggerito Eus. Pfui!
P.S. e ora vediamo chi indovina più film...
Non vorrei crepare
prima d'aver consumato la sua bocca con la mia bocca
il suo corpo con le mie mani
il resto con i miei occhi
non dico altro
bisogna restare umili...
Boris Vian
P.S. e ora vediamo chi indovina più film...
12 febbraio 2007
Dialoghi domestici
gretel: ...sono quattordici anni (oggi) che mi stressi, i tuoi post li so prima ancora che tu li scriva, leggo il blog solo per la curiosità di vedere se c'è ancora qualcuno, qui su internet, che riesce a sopportarti...
11 febbraio 2007
Spegnere la lucetta non basta
Ci hanno detto di tenere il coperchio sulla pentola dell'acqua che bolle e di regolare la fiamma del gas in modo che non sporga da là sotto e l'abbiamo fatto volentieri, anzi già lo facevamo perché la bolletta del gas la paghiamo noi e non ci va di buttare via i soldi, nemmeno quelli del riscaldamento. Così quando ci hanno detto di abbassare un po' il termostato abbiamo ubbidito volentieri, mentre negli uffici i termosifoni vanno a tutto spiano. Ma ognuno è padrone in casa propria.
Ci hanno detto di usare meno l'auto e ognuno fa quello che può: c'è chi va in bicicletta (e respira gas e polveri prodotte dagli altri) e c'è chi ha iniziato a prendere l'autobus. Ma la motivazione vera - nessuno s'illuda - non è l'inquinamento, ma il parcheggio che non si trova se non a pagamento. Quando invece ci hanno detto di premere piano sull'acceleratore hanno sfondato una porta aperta: da quando la benzina ha superato l'euro a fare le corse è rimasto solo qualche giovanotto il sabato sera.
Ci hanno detto di fare la doccia e non il bagno, così consumiamo molta meno acqua calda. E noi l'abbiamo fatto, anche perché non c'era scelta: la vita è frenetica chi trova il tempo di concedersi un bel bagno nella vasca piena di schiuma?
Ci hanno detto di acquistare auto poco inquinanti o - ancora meglio - alimentate a gas metano e chi poteva ha subito eseguito, anche perché con gli euro 0 e gli euro 1 non si può più circolare. E chi non ha i soldi? Nelle città severe come Trento prende la multa, nelle altre fa lo stesso.
Ci hanno detto di spegnere la lucetta rossa della televisione, del videoregistratore e dell'impianto stereo perché - sorpresa! - per tenere accese tutte le lucette rosse d'Italia serve una centrale termoelettrica. E qui è stato più difficile perché abbiamo scoperto che ci sono apparecchi che hanno la lucetta accesa obbligatoria e allora ci chiediamo: ma chi li ha progettati?
Ci hanno detto di comprare i prodotti locali, se possibile, così ci sono meno camion sull'autostrada per portare in giro gli alimenti. E noi l'abbiamo fatto, perché in fondo il latte delle nostre mucche ci sembra anche più buono.
Il primo febbraio ci hanno detto di spegnere la luce per cinque minuti almeno: io e il mio collega P. l'abbiamo fatto e siamo rimasti in redazione al buio ad osservare su internet la Tour Eiffel e il Colosseo che scomparivano. Abbiamo detto: oh! ma poi abbiamo guardato fuori dal palazzo e tutte le finestre (tranne la nostra) erano rimaste accese. Non ci siamo persi d'animo: il 16 febbraio ci riproviamo, sperando di avere compagnia.
Ci hanno detto di costruire le case nuove con gli isolanti migliori: fatto. Di acquistare elettrodomestici che consumano meno : fatto. Di non lasciare le luci accese quando usciamo da una stanza: fatto.
Poi è arrivato un signore ad un convegno sul cambiamento del clima e - presentandosi come uno che dice pane al pane e vino al vino - ha dichiarato: «Ognuno deve fare tutto ciò che può per diminuire i gas serra, causa del riscaldamento della terra». E noi - orgogliosi, con la coscienza a posto - lo ascoltavamo felici mentre aggiungeva: «Ma se la Cina e l'India continueranno a svilupparsi seguendo l'esempio di noi paesi industrializzati non ci sarà nulla da fare». Allora, sconfortati, siamo usciti dalla sala sperando che qualcuno di quei personaggi che nella sua stanza dei bottoni ha un interruttore vero, uno di quelli che spengono città e nazioni intere, si decida finalmente a darci un taglio.
09 febbraio 2007
Le armi della persuasione
ragazza bionda: buongiorno, posso farle qualche domanda?
ansel: no, scusi... vado di fretta... sono un tipo molto occupato!
bionda: ma si tratta di un questionario per un'importante indagine statistica sulla cultura, non le porterò via più di cinque minuti...
ansel: ah be' allora, dica pure.
bionda: le piace la lettura?
ansel: io amo la lettura.
bionda: benissimo. e quanti libri legge in un anno?
ansel (bugiardo): così su due piedi non saprei risponderle... diciamo tra i 50 e i 100 libri...
bionda: wow!
ansel: emm, modestamente me la cavo, mi diletto anche nella scrittura...
bionda: ma è fantastico! e che genere di libri legge?
ansel: di tutto! narrativa soprattutto, ma anche saggi, i classici...
bionda: molto bene, lei è un vero intellettuale.
ansel (guardandole le gambe): grazie cara, dammi pure del tu...
bionda: dove acquista i suoi 100 libri l'anno?
ansel: in genere in libreria, quando riesco a trovare un attimo di tempo...
bionda: guardi questa lista, conosce qualcuna di queste opere?
ansel: ma certo! questa ce l'ho, questa anche, questo l'ho letto (molto bello), questo lo devo acquistare...
bionda: signor ansel, lei è un vero esperto!
ansel: ma non ci davamo del tu?
bionda: ma certo! sono lieta di annunciarle, dottor ansel, che lei ha tutti i requisiti per entrare nel club degli intellettuali e avere quindi diritto ad acquistare le migliori opere letterarie, come quelle della lista, con uno sconto del 30 per cento!
ansel: ummm... e quanto costa?
bionda: è gratis! l'unico impegno è di acquistare 20 opere l'anno, una vera bazzecola per uno come lei da 100 libri l'anno, non è vero?
ansel: eh già... ma a me piace andare in libreria...
bionda (trionfante): una persona occupata come lei? ma signor ansel, pensi al tempo che risparmierà ricevendo comodamente a casa le opere del club degli intellettuali. Prego, metta una firma qui, un'altra qui... una qui per la privacy, una qui per le clausole legali...
P.S. Le armi della persuasione di Robert Cialdini
ansel: no, scusi... vado di fretta... sono un tipo molto occupato!
bionda: ma si tratta di un questionario per un'importante indagine statistica sulla cultura, non le porterò via più di cinque minuti...
ansel: ah be' allora, dica pure.
bionda: le piace la lettura?
ansel: io amo la lettura.
bionda: benissimo. e quanti libri legge in un anno?
ansel (bugiardo): così su due piedi non saprei risponderle... diciamo tra i 50 e i 100 libri...
bionda: wow!
ansel: emm, modestamente me la cavo, mi diletto anche nella scrittura...
bionda: ma è fantastico! e che genere di libri legge?
ansel: di tutto! narrativa soprattutto, ma anche saggi, i classici...
bionda: molto bene, lei è un vero intellettuale.
ansel (guardandole le gambe): grazie cara, dammi pure del tu...
bionda: dove acquista i suoi 100 libri l'anno?
ansel: in genere in libreria, quando riesco a trovare un attimo di tempo...
bionda: guardi questa lista, conosce qualcuna di queste opere?
ansel: ma certo! questa ce l'ho, questa anche, questo l'ho letto (molto bello), questo lo devo acquistare...
bionda: signor ansel, lei è un vero esperto!
ansel: ma non ci davamo del tu?
bionda: ma certo! sono lieta di annunciarle, dottor ansel, che lei ha tutti i requisiti per entrare nel club degli intellettuali e avere quindi diritto ad acquistare le migliori opere letterarie, come quelle della lista, con uno sconto del 30 per cento!
ansel: ummm... e quanto costa?
bionda: è gratis! l'unico impegno è di acquistare 20 opere l'anno, una vera bazzecola per uno come lei da 100 libri l'anno, non è vero?
ansel: eh già... ma a me piace andare in libreria...
bionda (trionfante): una persona occupata come lei? ma signor ansel, pensi al tempo che risparmierà ricevendo comodamente a casa le opere del club degli intellettuali. Prego, metta una firma qui, un'altra qui... una qui per la privacy, una qui per le clausole legali...
P.S. Le armi della persuasione di Robert Cialdini
08 febbraio 2007
Il bagno anni Settanta
Il bagno anni Settanta non lo vuole più nessuno. Con i suoi sanitari color rosa, azzurro, a volte viola, nei casi più estremi addrittura nero dove le gocce di calcare spiccano come la neve su un vulcano. Nel bagno anni Settanta è arrivato il metano ma lo scaldabagno elettrico è rimasto al suo posto, con un filo spelacchiato che penzola sopra la vasca da bagno e viene utilizzato per stendere la biancheria umida. Dalle tubazioni - che possono essere anche anni Cinquanta o anni Sessanta - esce un filo d'acqua di tonalità marrone. Ma il vero esperto per recensire il bagno non osserverà il colore, bensì il rumore che al primo zampillo comincerà a diffondersi ai piani alti e bassi del palazzo: una vibrazione prima sommessa e poi sempre più potente accompagnata da un suono sordo. WUUUOOOOOOOOO. Tutto il quartiere sa quando un inquilino tira l'acqua di un bagno anni Settanta, dove i più previdenti tengono anche una pinza per chiudere il rubinetto generale incastrato in caso di allagamenti.
Al bagno della foto, nella sua categoria, darei volentieri il massimo dei voti: osserva, caro lettore, il rubinetto corroso a destra in basso nella foto; contempla il pavimento scuro ineguagliabile, l'autentico lavabo rosa ormai introvabile. Ma nella votazione mi devo trattenere perchè manca un dettaglio fondamentale: i tappetini pelosi, ritagliati in modo da infilarsi perfettamente sotto il lavandino, il bidè ed il wc. Il pelo - prodotto con materiale sintetico vietato dalle attuali normative - deve rispettare standard precisi, con un lunghezza di dieci centimetri almeno in modo da trattenere batteri, microbi, sostanze organiche in generale e custodirli gelosamente.
Il bagno anni Settanta, caro lettore, fa cagare e in questo assolve diligentemente la sua funzione. Incompreso.
07 febbraio 2007
Sarà per un'altra volta
Ero nell'atrio dell'asilo dove il termometro segna sempre 25 gradi così i piccoli playboy possono giocare anche in maglietta, ma ugualmente ho sentito un brivido di freddo e ho pensato: chiudete quella porta! Ma la porta, ho controllato, era ben chiusa. Conclusa la telefonata ho verificato quel numero molesto pronto a richiamare perché io sono gentile e soprattutto un ottimista: quando squilla il telefono spero sempre che sia una notizia, buona o cattiva non importa, purché riguardi gli altri e si possa scrivere sul giornale. Lo faccio di lavoro.
Basta, stavo per premere il tasto verde del telefono quando un lettore di questo blog - che ora non cito, ma ringrazierò via email - mi ha salvato la vita per la seconda volta, con un messaggio che ha fatto squillare ancora il mio telefonino. La morte può aspettare e io - incosciente - me ne sono presto dimenticato finché, rientrato a casa, mi è tornato in mente quel numero sconosciuto e mi sono detto: ora richiamo. Ma.
Ma prima di telefonare ho deciso di verificare sulle pagine bianche chi fosse il titolare di quel numero che comincia per 090. Così, più curioso che diffidente, ho aperto paginebianche.it e ho visto questo.
Caro lettore di questo blog, io non temo gatti neri, passo sotto le scale senza timore, saluto le suore volentieri e mi tocco le palle solamente quando si mettono di traverso dentro i boxer, però oggi - mi scuserai - non chiamarmi per telefono e non suonare il campanello: non ci sono per nessuno.
06 febbraio 2007
Sono giunto al limite
Lo so, caro lettore di questo blog, sulla gaffe del presidente arrivo tardi ma devo ancora riprendermi dallo choc per la foto di quei calzini bucati diffusa in tutto il mondo. Sai, sono cresciuto con questa raccomandazione quotidiana: cambiati le mutande che se per caso ti succede qualcosa e finisci all'ospedale almeno le hai pulite. Quando all'ospedale ci sono finito veramente le mutande le hanno tagliate con le forbici ed ero troppo confuso per ricordare di che colore erano. Da quel giorno ho sempre giudicato con sufficienza le raccomandazioni delle mamme. Finché ho visto quei calzini: se Paul Wolfowitz avesse avuto una madre italiana questa disavventura non gli sarebbe accaduta. Ma la mamma è un tema troppo importante per gettarlo via così, ci scriverò un altro post.
P.S. qualche giorno fa è passata fuoridalpalazzo Ironica che - nel dare sfoggio di cultura sulla televisione degli anni Settanta, Fonzie e dintorni, ci ha dato (lei!!!) dei vecchi. Ebbene la risposta l'affido direttamente alla blogger più vecchia del mondo (95 anni) che con il suo blog ci insegna che non è mai troppo tardi.
P.S. mi hanno impressionato le fotografie del figlio dell'agente Filippo Raciti che ha partecipato al funerale del padre in divisa. Sul punto - dopo Genova 2001 - non voglio dire nulla, ma vi segnalo uno sbirro (solo di nome) che ha scritto una cosa interessante nel suo blog.
05 febbraio 2007
Un calcio al passato
Prima o poi dovevo farlo. In un mondo dove i metri quadrati delle case costano un occhio della testa non posso permettere al passato di sottrarre spazio al presente. Così sono andato nel sottotetto e l'ho presa, ma prima di gettarla nel cassonetto ho voluto farla suonare un'altra volta, l'ultima: il suono dell'Olivetti Lettera 82 ora è registrato sui server di You Tube. Mi piaceva l'idea di inaugurare così, con un calcio al passato e un filmato affidato ai posteri, i video di fuoridalpalazzo.
Caro lettore di questo blog, il dubbio è legittimo, sputa il rospo: che ci faceva in casa mia una macchina per scrivere? Devi sapere che nell'era digitale - quella in cui con un telefonino puoi girare un video come quello allegato a questo post e in due minuti spedirlo in rete - la prova scritta per diventare giornalista professionista si deve sostenere utilizzando una macchina per scrivere meccanica. Incredibile vero? A me toccò nell'ottobre del 2001 quando sentii la gigantesca sala dell'Hotel Ergife (Roma) vibrare al battito di migliaia di tasti metallici, una musica simile a quella che puoi sentire nel famoso video di Jerry Lewis. Molto pittoresco, ma poco serio: ci sono giovani che non hanno mai visto una macchina per scrivere, scrivono pezzi inappuntabili ma vanno nel pallone quando è ora di sistemare il nastro con l'inchiostro. Con la mia Olivetti presa a prestito sono diventati giornalisti vari colleghi ma non mi renderò più complice di una farsa fuori dal tempo. Di gettarla in un cassonetto, lo so già, non troverò il coraggio: se qualcuno la vuole, a Trento e dintorni, mi scriva in email che gliela regalo, con la consapevolezza, però, che non vale niente. E se un giorno sentirò la nostalgia di quel suono sincopato, colonna sonora di un'epoca da me evitata per un soffio in cui l'attività di una redazione di giornale si misurava in decibel, aprirò il blog e me l'ascolterò contento.
Caro lettore di questo blog, il dubbio è legittimo, sputa il rospo: che ci faceva in casa mia una macchina per scrivere? Devi sapere che nell'era digitale - quella in cui con un telefonino puoi girare un video come quello allegato a questo post e in due minuti spedirlo in rete - la prova scritta per diventare giornalista professionista si deve sostenere utilizzando una macchina per scrivere meccanica. Incredibile vero? A me toccò nell'ottobre del 2001 quando sentii la gigantesca sala dell'Hotel Ergife (Roma) vibrare al battito di migliaia di tasti metallici, una musica simile a quella che puoi sentire nel famoso video di Jerry Lewis. Molto pittoresco, ma poco serio: ci sono giovani che non hanno mai visto una macchina per scrivere, scrivono pezzi inappuntabili ma vanno nel pallone quando è ora di sistemare il nastro con l'inchiostro. Con la mia Olivetti presa a prestito sono diventati giornalisti vari colleghi ma non mi renderò più complice di una farsa fuori dal tempo. Di gettarla in un cassonetto, lo so già, non troverò il coraggio: se qualcuno la vuole, a Trento e dintorni, mi scriva in email che gliela regalo, con la consapevolezza, però, che non vale niente. E se un giorno sentirò la nostalgia di quel suono sincopato, colonna sonora di un'epoca da me evitata per un soffio in cui l'attività di una redazione di giornale si misurava in decibel, aprirò il blog e me l'ascolterò contento.
04 febbraio 2007
Breve storia dello sci
Lo skilift - impianto ormai quasi scomparso - per lo sciatore alle prime armi rappresentava un incubo, soprattutto quelli ad ancora su cui si saliva in coppia. Aggrappati allo skilift i principianti viaggiavano con i muscoli del corpo tesi, temendo strattoni, lastre di ghiaccio, fermate improvvise che li avrebbero fatti cadere e ripetere la coda. I bambini salivano con il papà e nessuno diceva nulla. Le piste le battevano - forse - una volta ogni tre giorni e quando si formavano le gobbe tornavano comode per farci il giro attorno evitando di prendere una velocità eccessiva.
All'inizio degli anni Ottanta quelle code raggiunsero dimensioni epiche tanto che gli impiantisti, fiutando il grande affare, smantellarono gli skilift per costruire le seggiovie, talvolta quadriposto, spesso a sganciamento automatico per viaggiare più veloci, capaci di portare in vetta migliaia di persone all'ora. Non fu la fine delle code perché - come previsto - l'affollamento passò dall'impianto alle piste, che erano rimaste tali e quali.
In quegli anni la pista era un prato, più o meno ripido, privo di alberi, che dalla cima portava a valle. Ma era chiaro che per ospitare migliaia di sciatori all'ora ci voleva altro che un prato: gli alberi vennero tagliati per far spazio a nuove piste, i tracciati vennero allargati per accogliere nuove folle e gli sciatori - quelli che esultavano guardando Tomba alla televisione - comprarono sci più corti e sciancrati per correre di più.
Ma cominciarono anche a farsi male. Gambe rotte e ginocchia storte ce n'erano sempre state ma i nuovi sciatori iniziarono a chiedere i danni in tribunale cercando di far passare il principio che chi paga ha il diritto di tornare a casa sano e salvo. Il dramma fu che i giudici cominciarono a dare ragione ai feriti e in montagna presto spuntarono le reti di protezione rosse, le ruspe che d'estate livellavano i pendii, i materassi legati ai tronchi d'albero, i cartelli con la scritta "rallentare" e i segnali di "stop" agli incroci e all'arrivo delle piste.
Lassù, in quelle città cresciute in alta quota, dov'erano arrivate anche le forze dell'ordine con l'etilometro, gli sciatori si accorsero che si sentiva la mancanza di qualcosa: «Com'era bella la montagna di una volta» si lasciò scappare qualcuno passando alla stazione intermedia di una cabinovia da dodici posti disegnata da Pininfarina. Ci fu chi sentì, fiutò il cambiamento di tendenza e rispose in questo modo: «Dobbiamo dare più natura, più panorami, più ambiente ai nostri sciatori». E nacquero i grandi caroselli sciistici con la possibilità di muoversi da una vallata all'altra senza togliere gli sci. In un consiglio d'amministrazione uno degli impiantisti si lasciò scappare: «E se poi la neve non arriva?». Lo zittirono all'istante: «La fabbricheremo noi».
Così siamo arrivati allo sci moderno, quello che potrei praticare oggi, domenica, tempo meraviglioso, su una delle tante piste dolomitiche. Ma prima di partire devo fare l'inventario: il casco per i bambini? Ce l'ho. Gli sci con le lame ben tirate perché se no sulla neve artificiale sbando? Li ho. Cento euro per pagare tre skipass? Posso tirarli fuori. Una polizza assicurativa con un massimale di cinque milioni di euro perché sulle piste da sci ci sono anche avvocati e notai e se ne tiro sotto uno sono rovinato? Me la fanno gli impiantisti. Quante cose servono oggi per divertirsi sulla neve, quasi quasi resto a casa.
02 febbraio 2007
C'è pensione e pensione
Vittorio Cecchi Gori, Luciano Benetton, Ugo Intini, Susanna Agnelli, Toni Negri, mia nonna, la mia vecchia vicina di casa: cos'hanno in comune queste persone? Sono tutti pensionati. Ma con le dovute differenze: bastano 5 anni di lavoro a un deputato per ritirare la sua pensione non appena avrà compiuto 65 anni. E con due legislature (dieci anni) la pensione arriverà a 60 anni, termine destinato a scendere addirittura a 50 anni per un senatore con tre legislature eletto prima del 2001. Sei tra quelli che guardano con ansia alla terza età? Ti sei fatto un fondo integrativo perché sulla pensione non c'è certezza? Con il sistema contributivo temi di non avere abbastanza denaro per tirare avanti? Leggi quest'inchiesta dell'Espresso per scoprire come gli onorevoli italiani si sono organizzati una vecchiaia dorata scavando una voragine nella contabilità del Parlamento. Alla faccia dei trentenni disperati.
01 febbraio 2007
Giornalisti al buio
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