31 luglio 2007
La nuvola che mi perseguita
Con la mia nuvoletta personale ho iniziato a fare i conti quando durante un viaggio in bicicletta, in Austria, mi ritrovai sotto la neve in pantaloncini corti. Era il 20 luglio. Il giorno dopo fu di scarsa consolazione trovare sui giornali le foto delle mucche sui pascoli innevati, testimonianza di un fatto eccezionale. In Sardegna - protetto da un maglione sventolante - mi scoprii solo su una spiaggia battuta dal Maestrale. In Grecia - dove non piove mai - viaggiai in moto per 400 chilometri sotto la pioggia, con i baristi e i benzinai che mi guardavano increduli e dispiaciuti ad ogni sosta assicurandomi che lì, veramente, non era mai piovuto. Era giugno.
Per non avere sorprese andai in Sicilia in agosto, ma scoprii che avevo esagerato e mi rifugiai in cima all'Etna alla ricerca di un po' di refrigerio. In Svizzera incontrai le condizioni ideali: cielo terso, sole splendente, temperatura 20 gradi, peccato fosse febbraio e avessi gli sci ai piedi. Per contrasto l'anno successivo puntai sulla Norvegia - maggio - dove finanziai l'economia locale acquistando maglioni per tutta la famiglia. Quando riportammo il camper il noleggiatore si stupì perché avevamo esaurito le scorte di gas per il riscaldamento: "Durante le vacanze estive non era mai successo" disse perplesso. Alzai gli occhi al cielo e mi parve di vedere un ghigno della mia nuvola privata. Ma era solo l'ultimo lampo prima della fine delle vacanze. Il giorno dopo c'era il sole e tornai in redazione.
Così quest'anno, nel tentativo di depistare la nuvoletta che da lassù mi segue ovunque, sono andato negli uffici di Meteotrentino e ho chiesto: «Dove sbaglio?». Hanno allargato le braccia e hanno risposto: «Se lo sapessimo avremmo risolto i nostri problemi». Là in fondo, appeso alla parete, c'era un articolo del mio giornale con un albergatore che minacciava di portare in tribunale i meteorologi: "Prevedono il brutto tempo così i turisti scappano e poi invece c'è il sole". Non ha capito, quell'uomo, che il sole splende in montagna solo finché i vacanzieri trattengono le nuvole in città. Ma una sua vittoria l'albergatore l'ha ottenuta perché agli esperti del meteo è arrivata una velata raccomandazione dai piani alti del palazzo: abbiamo capito che il tempo fa ciò che vuole, almeno voi andateci piano.
Così - nel tentativo impossibile di aiutare noi Fantozzi - stanno studiando un modello di previsione a lungo periodo per dire che tempo farà tra un mese. E' da questa primavera che fanno le prove e già stanno riducendo l'obiettivo a due o tre settimane ma il mio consiglio ai previsori meteo è di spararla grossa e a lungo termine: la gente non si ricorderà più la profezia del mese precedente, lo dico per esperienza scrivendo ogni giorno sul giornale.
Nella mia breve chiacchierata in quella sala operativa piena di isobare, isotermiche, venti e depressioni ho imparato le regole base che inducono noi mediterranei ad andare in ferie ad agosto: "E' difficile che ci sia pioggia per più giorni di seguito. Temporali sì, ma lunghe precipitazioni no". Lo pensavo anch'io l'anno scorso, proprio in agosto, ma aspettai due settimane, invano, il giorno giusto per fare una scalata. Essere Fantozzi del meteo è una grande scocciatura, ma in fondo son vacanze non bisogna farsi l'animo cattivo. Pensate se fosse, invece, il vostro lavoro. Così prima di uscire dall'ufficio mi sono tolto la soddisfazione di chiedere al professionista: «Ma oggi (non fra un mese) che tempo farà?». Risposta: «Lo vedi il cielo azzurro? Pare bello e invece nel pomeriggio pioverà, ci sono tutte le condizioni». Me ne sono uscito con una certezza in tasca e non ci ho pensato più. Solo a sera, camminando verso casa sulla strada secca e polverosa, guardando le stelle in cielo, mi sono ricordato della pioggia. Caro lettore, il meteorologo lo faccio io: da ferragosto sono via due settimane, quindi cielo coperto e precipitazioni sparse.
20 luglio 2007
Presto, mi porti alla stazione!
Ma qui su internet ho trovato la mia rivincita perché Google - che sa misurare ciò che davvero conta (ah! ah! ah!) - riconosceva me, prima di Gustavo, come il Selva giornalista. Provare per credere, digitando le parole "Selva" e "giornalista". Tutto questo finché Gustavo non ha avuto la trovata di farsi dare un passaggio in ambulanza per raggiungere in tempo uno studio televisivo. Un vero genio, devo ammetterlo: mi ha superato in un sol balzo nella classifica del motore di ricerca, relegandomi nuovamente nell'oscurità. Però per quel gesto - mi dicevo - Gustavo pagherà, riceverà palate di fango in volto (ah! ah! ah!), dovrà dimettersi e tornare a casa a piedi. Insomma, povero illuso, ero convinto di essermi liberato di Gustavo finché l'altro giorno è successo l'incredibile: "Resto - ha detto il grande Selva - perché la gente me lo chiede e perché il Parlamento orfano del mio voto sarebbe un Parlamento più favorevole a Prodi", omettendo spudoratamente di spiegare che a sostituire Gustavo sarebbe stato, per legge, un altro che la pensa e vota come lui.
Insomma in quest'Italia di impuniti ho deciso che potevo osare anch'io, Andrea Selva. Nella canicola trentina mi sono sentito male, ho portato le mani al petto, ho fatto la faccia dolorante, mi sono allentato la cravatta (che non porto) e con un filo di voce ho detto: chiamate un'ambulanza. Poi sono salito a bordo, mi sono messo comodo sul lettino e con l'autorità tipica di noi Selva ho ordinato all'autista: presto, mi porti alla stazione che mi scappa il treno per Berlino. Un vecchio trucco da giornalista, sono stato geniale anch'io, confido che Google se ne accorgerà (ah! ah! ah!).
19 luglio 2007
Le bollicine fatte in casa
C'è chi lo fa per risparmiare,c'è chi crede nella causa ecologista, c'è chi vuole boicottare le grandi società che si attaccano alle sorgenti di montagna e portano via l'acqua a prezzi irrisori. Io lo farò perché sono stanco di fare lo sherpa sulle scale del palazzo: dirò basta all'acqua minerale.
Non credere, lettore, che non abbia già posto la questione in passato. Più volte - con sei bottiglie di "pet" in una mano e sei nell'altra per un totale di 18 chilogrammi - ho tentato di impormi sugli assetati familiari dicendo che in Trentino - ma in realtà anche in molti altri posti - si può bere tranquillamente l'acqua di rubinetto.
Ho citato i documenti dell'ufficio igiene secondo cui l'acqua della spina è controllata come quella che finisce in bottiglia, ho spiegato che bastano pochi minuti in caraffa per far depositare quel po' di cloro che ci mettono, ho raccontato che famosi sommelier hanno giudicato l'acqua che sgorga dai rubinetti trentini tra le più buone in Italia, ho calcolato che l'acqua del sindaco costa mille volte meno di quella che si compra al supermercato, ho fatto notare (preoccupato) che grandi borse con le bottiglie vuote escono da casa nostra per finire nella campana azzurra dei rifiuti, ho pensato ai camion che attraversano le vallate carichi d'acqua mentre il posto giusto per l'acqua sarebbero i tubi ma sempre mi sono scontrato con un elemento etereo ma dalla forza dirompente che ogni volta mi ha lasciato sconfitto e rassegnato a portare acqua a capo chino: le bollicine. Dopo aver convinto gli assetati familiari che l'acqua di rubinetto era per noi (per tutti) la scelta giusta, dovevo arrendermi impotente all'evidenza: "L'acqua del sindaco non ha le bollicine".
E' stato proprio il sindaco a venirmi in aiuto l'altro giorno, svelandomi un particolare della sua vita che è diventato un titolo di quelli che non passano inosservati: {Io me la gaso in casa}. Intendeva dire l'acqua. Dico la verità: mi sono gasato anch'io. Sapere che a casa del sindaco c'è un marchingegno che fa diventare frizzante l'acqua del rubinetto mi ha acceso le speranze: basta con l'acqua in bottiglia, basta con tutta quella plastica che mi porto in casa e poi giù di nuovo in strada. Signori familiari volete le bollicine? Le avrete.
L'attrezzo che mi gasa si chiama - per l'appunto - "gasatore". Nel negozio di via Calepina non ce l'avevano, in quello di via Suffragio - dove in realtà credevo di andare a colpo sicuro - nemmeno. L'ho trovato su internet e costa un sacco di soldi, anche perché poi bisogna procurarsi le bombolette di anidride carbonica, ma non è una questione di denaro.
Il centro consumatori sul suo sito internet incoraggia noi gasati - sia quelli con l'intento ecologista che quelli stanchi di trasportar bottiglie - ma avverte anche che le bollicine fai da te sono un po' diverse da quelle prodotte in fabbrica. Più grosse, dicono, speriamo solo che vadano bene perché indietro non si torna. Finirò di scrivere il pezzo e poi mi collegherò al sito di quell'azienda tedesca che vende gasatori e non si è ancora preoccupata di farli arrivare nei negozi trentini.
Spero solo che il mio nuovo marchingegno non faccia la fine di tanti altri attrezzi in cui i sognatori ripongono speranze che poi vengono deluse: speriamo che le bollicine fatte in casa siano buone, speriamo che siano almeno simili a quelle vere, speriamo che il mio gasatore nuovo non finisca tra un mese in soffitta, accanto all'odiata pila di bottiglie.
P.S. chi si appassiona al tema può dare un'occhiata qui oppure qui. Chi invece è affascinato dall'idea da gasarsi l'acqua in casa può partire da qui. Attenzione: il mio gasatore nuovo non è ancora arrivato, non conosco nessuno che usa apparecchi del genere (a parte il sindaco che però ha un modello industriale) e quindi non posso sponsorizzare il prodotto...!
P.S. Mentre scrivo la collega M. mi chiama e mi dice che farsi le bollicine in casa è veramente out. In attesa dell'arrivo del gasatore lei ha deciso di rilanciare con il suo nuovo kit fai da te.
08 luglio 2007
Eccesso di privacy
Ma la signorina M. è un tipo tosto: «Signore, io non posso liberarmi da questo sistema di regole di cui faccio parte. Venga qui di persona e le darò la busta». Io tento il tutto per tutto: «Signorina, sento che su di lei le mie parole non hanno alcun effetto: parlo con un disco registrato oppure con una donna in carne ed ossa? Glielo chiedo per l'ultima volta: apra la mia busta e legga che c'è scritto!».
Ma lei per tutta risposta si scusa facendomi capire che nel mio interesse - è della mia privacy che stiamo parlando - non aprirà quella busta chiusa perché nessuno (nemmeno lei) ha il diritto di sapere se un bambino di soli due anni può essere portatore di una malattia infettiva. Solo il medico curante potrebbe superare queste barriere con una telefonata (il padre di un bimbo conta meno del dottore, ma questo si sapeva: la lista di chi ci sta davanti è lunga). Purtroppo la pediatra è in ferie e non risponde al cellulare.
La tentazione di portare ugualmente il piccolo untore all'asilo e scatenare un'epidemia estiva è forte - potrei sempre addossare la responsabilità a M. che protetta dal suo sistema di regole non si sentirebbe nemmeno un po' in colpa - e invece usciamo per andare al laboratorio d'analisi in tutta fretta, ritirare il numerino dal distributore automatico, metterci in coda e ritirare quella famosa busta sigillata pagandola 9,90 euro.
Lì allo sportello, di fronte all'odiata M. (anche se non è un fatto personale), apriamo finalmente la busta e sventoliamo il fogliettino. Momenti di "suspense", rullo di tamburi, musica da grande attesa: signore e signori è negativo, nessuno in quest'affollata sala d'aspetto abbia il timore di prendersi la scarlattina da questo angelico bambino. E grazie a tutti per il rispetto della privacy.
Tutto ciò per dire che quando la riservatezza ci serve veramente ci fanno firmare un pacco di fogli in cui espressamente rinunciamo ad ogni diritto per non bloccare il sistema. Quando invece siamo noi a voler rinunciare alla nostra privacy ("la prego, signorina, apra la mia busta e legga") nessuno ci dà ascolto tranne nel caso in cui ci diciamo pronti ad essere bombardati da messaggi pubblicitari. A proposito: qualche tempo fa scrissi un pezzo sulle nuove norme che avrebbero impedito le telefonate commerciali a chi non le richiedeva espressamente. Arrivano lo stesso, non richieste: dei miei dati fan tutti ciò che vogliono, tu sola, signorina M., hai dimostrato di tenere alla mia privacy. Grazie.
06 luglio 2007
Dialoghi al barbecue
ansel: e così sei un ingegnere, giusto?
ingegnere: giusto.
a.: e di cosa ti occupi esattamente?
i.: hai presente le grandi catene di montaggio?
a.: non tanto ma me le posso immaginare...
i.: ecco.
a.: quindi tu progetti catene di montaggio?
i.: no, sono macchinari molto complessi che comprendono numerose parti in movimento.
a.: e quindi tu ti occupi delle parti in movimento?
i.: no, le parti in movimento sono realizzate con componenti di estrema precisione che vengono prodotti da varie ditte specializzate.
a.: e tu lavori per una di queste ditte specializzate?
i.: sì e no.
a.: ?
i.: nelle parti in movimento ci sono i cuscinetti a sfere.
a.: ti occupi dei cuscinetti a sfere?
i.: no, delle sfere.
a.: quindi produci sfere.
i.: no, per quello non servono ingegneri esperti come me, basta un qualsiasi operaio.
a.: quindi che fai?
i.: le sfere che vengono impiegate nei cuscinetti a sfere di estrema precisione che vengono montati nelle parti in movimento delle grandi catene di montaggio utilizzate dalle più grandi industrie del mondo industrializzato devono essere perfettamente sferiche, questo lo capisci anche tu che non sei un ingegnere giusto?
a.: giusto! le sfere devono essere sferiche... quindi che fai?
i.: io mi occupo della fase di controllo che ci dà la garanzia che ogni singola sfera sia perfettamente sferica con un margine di imperfezione che può essere rilevato solamente con macchinari estremamente evoluti e costosi di cui voi gente normale non immaginate nemmeno l'esistenza e tantomeno la complessità (ma per fortuna ci siamo noi ingegneri), se così non è eliminiamo la sfera difettosa dalla fase produttiva e apriamo con urgenza una procedura d'emergenza per capire cos'è successo.
a.: è mai successo?
i.: mai.
a.: sembra molto interessante...
i.: MOLTO.
a.: vuoi sapere di cosa mi occupo io?
i.: no.
P.S. se l'ingegnere avesse avuto la pazienza di ascoltare prima di abbuffarsi con le MIE salsicce avrebbe saputo che tra le mie occupazioni - non certo la principale, ma una delle mie preferite - c'è anche prendere in giro gli ingegneri.
03 luglio 2007
A chi giova il sonnellino?
29 giugno 2007
La resa dell'orsa Jurka
Se la sua storia vi interessa avevo già scritto un post quando si fece vedere vicino alle piste di Madonna di Campiglio (c'è anche un video amatoriale), poi l'avevo intervistata e avevo raccontato le sue preoccupazioni prima della cattura in questo post in cui raccomandava di non andarla a trovare quando sarebbe stata messa in gabbia.
Nella cittàinvisibile ci sono un paio di foto che documentano la tradizione trentina di tenere gli orsi in gabbia. E infine sul sito internet del mio giornale potete trovare il video della cattura.
27 giugno 2007
Il bancomat che regala soldi!
Il sogno di ogni titolare di tessera bancomat si è avverato ieri fuoridalpalazzo, dove un distributore automatico elargiva banconote da 50 euro a chi ne chiedeva 20: occasione unica per portar via soldi a una banca, roba da chiamare parenti, amici e conoscenti per ripulire lo sportello fino all'esaurimento del massimale (e poi ripartire dopo la mezzanotte). Stavo lì con un collega - il primo che si è ritrovato, incredulo, con 30 euro in più in mano - e non sapevamo cosa fare: alla fine abbiamo preso il telefono e abbiamo chiamato il direttore della banca che ha bloccato lo sportello in tutta fretta. Par di sentirli, i lettori, che strepitano per la grandiosa opportunità gettata al vento. Ma in questo mondo di furbi - a cui appartengono a pieno titolo anche le banche - mantenere pulita la coscienza è una gran soddisfazione: meglio fessi che ladri.
P.S. messaggio per la banca: i 50 euro che si vedono nel video sono nel mio portafoglio. I 50 che avevo prelevato prima pure: venite a prenderli. Fatti due conti con il massimale del mio bancomat potevo portarvi via 600 euro, ma la soddisfazione di fare l'onesto (dopo una vita passata a sentirmi "derubato", rata dopo rata) non ha prezzo.
P.S. messaggio per i lettori più affezionati: peccato solo non aver avuto le scarpe giuste ai piedi...
24 giugno 2007
Dieci anni con il cellulare
Lui fu il primo, io arrivai poco dopo perché non volevo essere da meno e temevo che mi avrebbe fatto concorrenza: tenevamo i nostri cellulari nuovi in tasca ma non chiamavamo mai nessuno perché eravamo squattrinati e sarebbero bastati dieci minuti per esaurire i nostri crediti.
La chiamavano tariffa rossa e mai nome fu più appropriato visto che al costo di 1.900 lire al minuto aveva la capacità di far andare in rosso il conto in banca. Così cominciai a tenere in tasca il mio cellulare muto e quando suonava mi guardavo intorno infastidito senza capire cos'era quel rumore: non c'ero ancora abituato.
Ogni tanto, così per darmi un tono, componevo il numero per conoscere il credito residuo (che era gratuito) oppure chiamavo l'ufficio informazioni (sempre gratis) per chiedere qualcosa, giusto per tenermi in allenamento con il mio cellulare nuovo. Poi arrivarono i messaggini, ma non sapevo a chi mandarli perché non tutti i telefonini - all'epoca - erano in grado di riceverli o spedirli.
Tutto è cambiato. Ormai il cellulare lo tengo sempre in mano - così sono sempre pronto - e lo sento suonare anche quando è muto perché la suoneria mi è entrata nella testa. La vibrazione invece la sento sul sedere. Anche quando l'apparecchio è spento.
In un giorno invio lo stesso numero di messaggi che una volta mi bastava per un mese e ne ricevo il doppio, molti di pubblicità a cui ho dato il via libera per avere in cambio qualche misera notizia. Ogni volta mi agito per niente: al lupo, al lupo, il giorno che riceverò il messaggino che mi cambierà la vita temo che lo cancellerò distrattamente come se fosse l'ennesimo link per scaricare l'ultima suoneria.
Senza fiatare pago bollette così alte che con quei soldi - dieci anni fa - mi sarei comprato il cellulare. Eppure nella mia busta paga non è comparsa la voce telefono, insomma grazie a questo strumento di cui non riesco più a fare a meno mi illudo di essere potente mentre invece sono solo un po' più povero.
Il mio fa anche le fotografie, i video, si collega a internet, trasmette le stazioni radio, mi indica la strada giusta grazie ai satelliti e mi lascia ascoltare la musica mp3. Così quando passa il Giro d'Italia invece di applaudire i corridori tiro fuori il telefono, li riprendo e poi me li riguardo sullo schermo quando torno a casa (perché sotto il sole non si vede). Se il piccolo playboy fa la cacca nel vasino gli chiedo di rifarla perché mi son dimenticato di filmarlo e se mi siedo un attimo sul divano accendo la radio, perché non ho un minuto da perdere.
L'altro giorno sono rimasto senza batteria per mezza giornata e mi sono sentito come se la mia vita fosse rimasta imprigionata in quella scatoletta nera. Quando ho trovato un caricatore adatto ho tirato un sospiro di sollievo e ho recuperato le chiamate perse scoprendo un po' deluso che - tranne una - potevano tranquillamente andar perdute.
Qualcosa non funziona. Non riesco nemmeno più a immaginare come facevo dieci anni fa ad uscire di casa senza il telefonino in mano. Così ho cercato di mettermi in contatto con il mio amico L. che non ha mai ceduto alla tecnologia. L'ho chiamato al telefono fisso ma non c'era, gli ho lasciato un messaggio in segreteria ma non mi ha risposto, l'ho cercato in ufficio ma era appena andato via, l'ho trovato infine a casa quand'era ormai ora di cena e gli ho chiesto trafelato: ma come fai a stare senza il cellulare? Semplice - ha risposto - al posto mio corrono gli altri. Beato lui che se lo può permettere.
19 giugno 2007
Se qualcuno ruba un fiore per te
Un uomo che coglie i fiori merita un applauso, uno che li ruba merita una foto: clic! Poi sono tornato (perché su quel ponte ci passo più volte al giorno) e mi sono goduto lo spettacolo. Ditemi voi, che avreste fatto? Sono entrato attraverso il varco dell'aiuola già aperto dal vecchietto e mi sono servito anch'io.
18 giugno 2007
L'ultimo giorno di scuola
Poiché il liceo Da Vinci è la mia scuola (parlo al presente perché la classe del liceo resta per sempre) mi sono sentito in diritto di entrare e dare un'occhiata in giro. Nonostante la cagnara qualcuno mi ha notato: troppo vecchio (ahimè) per essere uno studente e troppo giovane per essere il padre di un liceale, ma nessuno mi ha fermato mentre passeggiavo su e giù per i corridoi alla ricerca della mia classe.
C'era il professor B., quello che in quinta liceo ci ha portato in gita a Parigi anche se rispetto a noi aveva solo una manciata d'anni in più. Mi è parso tale e quale allora, comprese le studentesse che non hanno smesso di fare la fila per parlare con lui. E c'era la professoressa T. che purtroppo era indaffarata con un genitore, altrimenti forse l'avrei salutata. Chissà se si sarebbe ricordata di me, noi studenti certo non l'abbiamo mai dimenticata. Qualcuno, forse, la sogna ancora: io ho smesso all'università.
Poco è cambiato, tranne forse per i banchi disposti a ferro di cavallo che nella mia sezione non erano permessi. Le lavagne luminose ci sono ancora (niente computer in aula), alle pareti ci sono le mappe geografiche (nell'era in cui su internet ci sono le foto satellitari) ma per fortuna hanno messo i distributori automatici di merendine nei corridoi per evitare agli studenti incauti - quelli che non si sono portati nulla da casa - di morire dalla fame prima della campanella di mezzogiorno.
La mia classe so benissimo dov'è: devo salire le scale, svoltare a destra, poi a sinistra, eccola là. Su un banco che sicuramente non era il mio (perché lo riconoscerei fra mille) c'è una scritta intagliata con una perizia degna di miglior causa: «E' quasi finita». Per me è finita diciassette anni fa quando proprio in quell'aula tentai - sbagliando - di convincere un annoiato commissario d'esame che leggere Pascoli era inutile. Le sbarre alle finestre ci sono ancora: una volta chiudemmo F. tra l'inferriata e i vetri come se fosse un pesce nell'acquario. Fu il professore a liberarlo e la vittima salvò la classe intera evitando di rivelare i nomi dei suoi aguzzini: quel ragazzo aveva un certo stile nel sopportare gli scherzi più crudeli. Non venne più rinchiuso.
In quell'aula già abbandonata al suo destino estivo mi sono guardato un po' attorno finché l'ho visto, appiccicato alla parete, un articolo di giornale insulso e senza firma messo lì forse per ridere. Peccato fosse mio. I ragazzi che l'hanno ritagliato sanno che dico la verità: parla di un piccolo gufo salvato dai vigili del fuoco dopo essere stato investito da un'autovettura sull'Autostrada all'inizio del maggio scorso. Nella mia vecchia classe mi sarebbe piaciuto trovare una mia inchiesta, un bell'articolo di colore, un'intervista oppure quel pezzo di cinque anni fa che resta il mio preferito e invece no: c'è finito il gufetto, guarda un po', tra le risate dei ragazzi. Mi pare di sentirle perché una volta c'ero io lì dentro, in quell'aula di liceo, a ridere e a prendere in giro i grandi.
15 giugno 2007
Il mio piede sinistro
La cartolina anonima
P.S. Caro lettore questo è un quiz-post, guarda la foto, non è stata messa lì a caso...
12 giugno 2007
Dialoghi da spiaggia
Ansel: senti un po' Gretel, avrei un piano....
Gretel: che c'è?
Ansel: e se usassi questi ultimi 10 euro di credito telefonico per collegarmi a internet e trasferire tutti i nostri risparmi dal conto arancio al conto fineco e poi da lì alla filiale del crédit-agricole che c'è nel paesino qui dietro... e se infine gettassi questo maledetto cellulare in acqua come in quel famoso film per poi correre dalla signora della casetta sul mare per pagarle un paio d'anni di affitto anticipato... e se vendessimo l'odiato suv per comprarci una dune-buggy, insomma, Gretel, se invece di prendere il traghetto e tornare in Italia ce ne stessimo qui al sole cosa pensi che succederebbe?
Gretel: tempo due giorni arriverebbero i quattro nonni del piccolo playboy per riportarlo a casa. Piano b?
Ansel: non ce l'ho...
Gretel: lo immaginavo. Allora metti le camper in valigia... la vacanza è finita!
P.S. per tornare dalle ferie servono sempre buoni motivi. Uno - l'avevo detto prima di partire - è questo blog, un altro sono i fiori del vecchio Mino, il nostro gelsomino che essendo all'ombra arriva sempre tardi ma ce la mette tutta, il terzo motivo non lo dico per decenza: qui fuoridalpalazzo c'è gente che legge, meglio essere prudenti. Da domani riprendono le trasmissioni.
09 giugno 2007
L'agenda difettosa
Alla coppia di viandanti si era unito negli anni un marinaio in erba al quale venne assegnato il grado di mozzo (se son rose fioriranno, si erano detti i due marinai esperti) e venne soprannominato "il mozzo piccolo" per distinguerlo con facilità dal collega anziano durante le manovre.
Era la notte fra l'8 e il 9 giugno 2006 (e in cielo splendeva il sole) quando il capitano, il mozzo grande e il mozzo piccolo procedevano verso nord alla scoperta del circolo polare artico. Il capitano era al volante - con un navigatore satellitare taroccato in una mano e un atlante stradale nell'altra - impegnato nella ricerca di un posto adatto per l'attracco. Il mozzo grande e il giovane collega erano sottocoperta a recuperare le forze per la giornata successiva.
In quella notte assolata il capitano era nervoso. Cercava, inquieto, un luogo che doveva essere superiore per qualità, bellezza e fascino ai tanti già sperimentati in quel lungo viaggio, ogni giorno uno diverso. Lo voleva indimenticabile e tale l'avrebbe trovato. Inutile chiedergli il perché, lo sapeva bene lui qual'era il motivo di una ricerca tanto affannosa da apparire quasi disperata.
Passò mezzanotte, poi l'una, le due quando il capitano, che ancora non aveva trovato nulla all'altezza dei suoi sogni, si chiese: quand'è il momento di fermarsi in una notte senza inizio e senza fine? Il contachilometri girava senza sosta, la lancetta del gasolio toccava ormai la linea rossa quando un cervo dalle corna immense attraversò la strada senza fretta. Il capitano lo vide quand'era ormai vicino e prima ancora di frenare - sapendolo cervo, perché come lui sulle montagne di casa ne aveva visti molti - decise all'unanimità che era una renna. Quindi si attaccò ai freni e mezzo secondo dopo sorrise felice per aver salvato la vita di una renna.
L'ebbrezza durò un attimo appena. Da là dietro la voce del mozzo grande superò il rumore di padelle e posate che sbattevano negli armadietti: ma dove siamo? chiese, seguita dal pianto disperato del mozzo piccolo, svegliato di soprassalto nel bel mezzo di un sogno che prometteva molto bene.
Il capitano, esausto e sconsolato, decise che nonostante il sole giunta era la notte: azionò la freccia destra e si rassegnò a dormire nel peggior posto mai toccato, compreso l'albergo greco dove lui e il mozzo grande avevano riposato tenendo addosso le tute della moto. In quell'estate il mozzo piccolo ancora non era in cantiere (o forse sì).
Parcheggiò il camper ("maledetto camper!") a lato della strada, tirò tutte le tende alla ricerca di un po` di oscurità e si coricò accanto a suoi due mozzi che erano tornati silenziosi. Domani - si disse - sarà una gran giornata.
Si svegliò, come al solito, per il trambusto provocato dai due mozzi e superato il disorientamento di chi si alza ogni mattina in un luogo diverso, gli venne in mente che in quel giorno qualcosa gli era dovuto. Studiò con attenzione il comportamento del mozzo grande che - vista l'occasione - era del tutto anomalo. Poiché il capitano era un ottimista pensò: avrà in serbo qualcosa di speciale. Ma nulla accadde e questo gli fece montare la rabbia. Era quasi ora di levare le tende quando il mozzo grande, incuriosito dall'impegno con cui l'ufficiale armeggiava con il suo telefonino, gli chiese: ma chi ti manda tutti quei messaggi? Risposta: la mia amante che mi augura buon compleanno. Il mozzo grande era un tipo svelto e non si perse d'animo: dev'essere una tipa sveglia, capitano, visto che compi gli anni tra due giorni. La sicurezza del capitano venne meno, tre settimane in giro per la Scandinavia potevano averlo messo in crisi, quasi sperò di essersi sbagliato, sarebbe stato dolce ritrovare la fiducia nel suo mozzo, ma gli bastò un'occhiata alle carte di bordo per trovare conferma di quanto già sapeva: il giorno era quello giusto e il suo equipaggio se n'era dimenticato.
Ne seguì un piccolo processo, con il mozzo che sosteneva di essersi appuntato l'evento su un'agenda difettosa. Ma l'agenda non saltava fuori e il capitano perse la pazienza: bene, dov'è il mio regalo? Quando sarà il momento l'avrai, disse il mozzo che non voleva ammettere l'errore.
Il capitano infilò la porta del camper e si allontanò depresso verso la palude cupa dove si erano accampati. Stava lì pensieroso, seduto su un sasso di granito, quando vide un'ombra traballante allungarsi sull'acqua ferma. Si voltò ed ecco il mozzo piccolo avanzare con i passi incerti dei suoi dodici mesi. In una mano teneva un croissant rinsecchito, nell'altra una candelina anti zanzare mezza consumata. Fece due passi ancora finché, giunto vicino al comandante, imbeccato da chissà chi, disse: papà!
Il capitano ne fu molto commosso. Accese la candelina puzzolente, divise il croissant in parti diseguali e promosse il piccolo sul campo al grado di nostromo. Il mozzo grande invece no, stette punito ancora un paio d'ore, poi basta: c'erano tremila chilometri da percorrere per tornare a casa. Meglio evitare le polemiche.
Ps: buongiorno a tutti, è il capitano che vi parla, siamo in Corsica, località Bocca dell'Oro, a sud di Porto Vecchio, cielo sereno, 28 gradi, mare calmo o poco mosso. Quando leggerete questo messaggio io starò festeggiando il compleanno in riva al mare con il mozzo grande e il piccolo nostromo che nel frattempo ha imparato a dire auguri. Basta sorprese, l'equipaggio è stato istruito a dovere. E per non sbagliare ecco l'annuncio anche sul blog, grazie al fido Aigor incaricato di pubblicare fuoridalpalazzo testi e scarpe sperando che, con le chiavi di casa in mano, non si prenda troppe libertà. Quello che non vi ha detto, Aigor, è che non posso vedere i commenti né rispondere: il mio gestore telefonico e il suo socio francese ne sarebbero felici, il mio conto in banca molto meno.
07 giugno 2007
Colpo di scena!
Buongiorno, sono Aigor, il servo del dottor Anselstein. So che a lui non farebbe piacere questo esproprio del blog da parte mia ma approfitto di una sua distrazione e conto sulla vostra discrezione per sfogarmi. Il dottor Anselstein mi tiene rinchiuso solitamente nella torre del suo palazzo a Trento e mi lascia uscire solo per fotografare le sue scarpe nelle situazioni più assurde. Credevate forse che fosse lui stesso a scattare le foto? Con il rischio di venire additato al pubblico ludibrio dai suoi concittadini? No, usa me! Ormai ho perso ogni dignità. Per tutta Trento io sono un feticista delle camper, le donne mi scansano e i bambini piangono al mio passaggio. Mi ha trascinato anche in vacanza con lui, perchè potessi immortalare le sue aulentissime calzature in riva al mare. Avete visto la foto della macchina? Vi state chiedendo come potesse entrarci una quarta persona lì dentro? È semplice, non ci è entrata: ho viaggiato tutto il tempo sul tettuccio della macchina, travestito da mountain-bike. Non mi ha fatto scendere nemmeno sul traghetto, se non fosse stato per la gentilezza di madame Gretel non avrei avuto neanche da bere. Ah! Madame Gretel! È solo per ammirare il suo dolce viso che resto al servizio di quel pazzo. Il dottore mi ha lasciato solo con il computer a postare questa foto, i suoi piedoni comodamente stesi al sole della Corsica. E pensare che avevo tanto pregato perchè piovesse per tutta la vacanza, invece nulla. Ha tutte le fortune lui! Sta tornando, devo scappare. Quando guarderete le foto ricordatevi di me. Addio!
02 giugno 2007
Chiuso per ferie
gretel: ok!
ansel: secchiello?
gretel: ok!
ansel: paletta?
gretel: ok!
ansel: pinne?
gretel: ok!
ansel: maschera?
gretel: ok!
gretel: no, no, no e poi no! le tue scarpe non le porti al mare! come devo dirtelo? sono invernali, capito? in-ver-na-li! vuol dire che si usano d'inverno e poi bisogna metterle via! è ora di cambiarle! basta, sono stufa! le metti tutti i santi giorni senza mai saltare un turno! se ti presenti con quelle il capitano ci butta giù dalla nave! lo vuoi capire o no che puzzano da morire? le ho dovute mettere pure sul tetto! no! non me ne frega un tubo se poi ti succede una cosa "straordinaria" (capirai...!) e non puoi fotografare la scena con le tue scarpe dentro! sei un maniaco! odio quelle scarpe, capito? le odio! non puoi fare la persona normale che usa scarpe normali una volta per tutte?
ansel: se mi dai il nulla osta per le camper carico in macchina quella valigia con le tue 28 paia di scarpe di forma e colori diversi che ti porti sempre dietro...
gretel: affare fatto!
E così anche noi partiamo per le ferie. Questo pomeriggio saremo al parcheggio del supermercato francese Super U e ritireremo le chiavi della nostra casetta sul mare dalle mani della signora Maria Teresa, un'entità astratta conosciuta via email a cui però ho spedito in anticipo euro veri. Turisti fai da te? A noi piace così e non ci siamo mai pentiti.
30 maggio 2007
Le ali ai piedi
Sto sognando? E' possibile - mi dico - ma scaccio il dubbio perché nel momento stesso in cui mi pongo la domanda so per certo che son sveglio.
Signori, io so volare! E come volo: supero la funivia e scendo in picchiata verso il fiume dove seguo la corrente finché giunto alla montagna salgo, salgo, salgo. Com'è bella la città laggiù, così piccola che i difetti scompaiono. Ma più dei palazzi mi piacciono le persone e allora trattengo le mani dietro la schiena fin quasi allo stallo - sono Jonathan Livingston - e scendo in picchiata per dare un'occhiata ai piani alti delle case, alle terrazze invisibili sui tetti e per scoprire i segreti dei cortili interni dove - dipinte sui muri - trovo tre mongolfiere.
Ancora quel dubbio: sto sognando? Ma qual è il dormiente che si pone questa domanda? Io son sveglio - ora lo so - e son capace di volare. Ma un grido mi sorprende: VIAAA! E mi ritrovo con il piccolo play-boy, sul letto, che a suo modo urla FUNIVIA! Guardo fuori dalla finestra - deluso perché i miei piedi sono piantati a terra - e vedo una delle due cabine arrivare alla stazione di partenza. Ehi, un momento... che ci fanno le mie scarpe lì sul tetto?
P.S. quello di volare è il mio sogno ricorrente e quando mi capita sono davvero convinto di levitare, ma da qualche tempo il risveglio da terrestre (nel senso di non volatile) è meno frustrante perché corro al computer digito maps.live.com clicco sul bottone bird's eye view e vado a spasso per il mondo a scoprire panorami come questo o questo che certo voi conoscerete.
Dimenticavo, le scarpe sul tetto ce le ha messe Gretel che non le sopporta più...
29 maggio 2007
La fabbrica degli scoiattoli
27 maggio 2007
Pedali e lacrime
Cinque anni dopo il corridore era diventato il Pirata e lo fermarono a Madonna di Campiglio perché non aveva il sangue giusto nelle vene. Un'altra lacrima - di sapore diverso - solcò la guancia dello studente che nel frattempo si era laureato e scrisse la notizia sul giornale. Fu l'ultima, però.
23 maggio 2007
Pulizie di primavera (anche se è estate)
P.S. con questo post inauguro la categoria palazzi, dove per motivi di lavoro trascorro parte del mio tempo e a cui appartiene di diritto questo vecchio post. E ora fatevi sotto, trentini, dov'è il divano di cui parlo?
22 maggio 2007
Consigli di lettura
Invece devo togliermi un sassolino dalla scarpa. C'è un blog dove di tanto in tanto si discute della rivalità fra blogger e giornalisti, sempre che ci sia perché su questo io non sono d'accordo. Comunque ogni tanto ci passo e do un'occhiata, come fanno molte altre persone visto che il blog di mantellini è un blog di grande successo. Ma l'altro giorno, come già in passato, sono rimasto stecchito e ora non resisto: c'era un passaggio in cui si citava l'appellativo che tale Brodo (che poi sarebbe brodo primordiale) avrebbe dedicato a Papa Ratzinger e cioè pastore tedesco. Peccato che questo soprannome venne coniato da "il Manifesto" il giorno che Benedetto XVI divenne Papa. L'autore si è scusato ridacchiando: "forse dovrei cominciare a leggere il Manifesto". Certo gli farebbe bene, ma sarebbe bastato dare un'occhiata ad uno dei tanti giornali italiani che (assieme alle televisioni) riportarono quella famosa copertina. Va bene essere blogger ma le cose - prima di scriverle - bisogna saperle.
Seguirò il consiglio di quel saggio di mio fratello che un giorno se ne venne fuori con questa frase: non ti curar di loro ma guarda e passa. Ma dove l'ho già sentita...?
21 maggio 2007
Una bomba nel cassonetto
Fermo lettore, non pensare che io sia un giornalista snob perché scrivo di rifiuti in una redazione del centro storico, seduto dietro una scrivania dove c'è un vaso di fiori profumato: so di che parlo e te ne darò la prova. Di rifiuti sono un esperto perché a casa nostra sono il delegato al trasporto delle borse d'immondizia dal quarto piano in cui viviamo (senza ascensore) fino all'isola ecologica (bel nome per un luogo orrendo) che rovina la piazzetta.
Del sacchetto immateriale che continua a rompersi sulle scale lasciandomi nei guai ho già scritto l'anno scorso: nulla è cambiato, quella pellicola sottile progettata per biodegradarsi in discarica gioca sempre d'anticipo e si fa da parte prima ancora di arrivare al cassonetto. Ormai ci ho fatto l'abitudine e sulle scarpe mi è rimasta una macchia di fondi di caffè. Quello che mi preoccupa sono le borse di plastica piene di materiale indifferenziato, così pesanti che mi lasciano il segno sulle mani mentre - gradino dopo gradino - penso che casa nostra sia un'eccezione alle leggi della fisica, un luogo stregato dove la materia in uscita è di molto superiore a quella che viene introdotta.
Non è solo colpa nostra. Il ciclo produttivo dei rifiuti inizia subito dopo la spesa settimanale: saliamo i quattro piani carichi di mercanzia e cinque minuti dopo tocca a me (il netturbino di famiglia) scendere con uno scatolone pieno di scorie fresche che in gergo tecnico si chiamano "imballaggi", materia compresa nel prezzo (ricordiamocene sempre al momento di pagare) che però finisce nel cassonetto poco dopo l'acquisto. Prima o poi bisognerà decidersi a tagliare fuori dal carrello della spesa chi vende il fumo come se fosse arrosto.
Poi - questa è storia quotidiana - cominciano i dilemmi: la plastica di qua, la carta di là, il vetro di qua e via dicendo, fin qui ci arrivano anche i bambini, ma dove devo mettere il tetra-pack? Risposta: nell'immondizia, pare incredibile ma bisogna buttarlo via. E le cartine dello yogurt? Nel dubbio le metto nel cassonetto blu (plastica e metallo), sperando di far bene mentre con gli oggetti tecnologici - plastica, metallo, cristalli liquidi e sicuramente qualche pila nascosta all'interno - vado nel pallone.
Se fosse solo per questo lo 007 dei rifiuti con me non dovrebbe temere. Ma c'è dell'altro: noi la chiamiamo la "bomba" ed è quel carico speciale che parte dal quarto piano una volta al giorno sigillato in una busta bianca annodata cinque volte. Tengo la bomba in terrazza quindi con un grido avviso gli altri due residenti ("vadoooo!") e mi lancio verso l'isola ecologica. Lì, trattenendo il fiato, deposito le cacche del piccolo di casa che ancora non ha imparato l'uso del vasino né sembra ansioso d'imparare. Mi hanno detto che ne produce - pannolini compresi - una tonnellata l'anno e poiché non ci credevo mi sono messo la maschera antigas e ho pesato la borsa giornaliera: fanno 3 chili e 300 grammi, in un anno parliamo di una tonnellata e 200 chili, il piccolo promette bene, è già sopra la media.
E' per colpa della "bomba" che il lavoro dello 007 è uno dei peggiori al mondo: lo immagino mentre alza il coperchio del cassonetto verde - è lì purtroppo che devo buttare l'ordigno, non ho altre soluzioni - e muore all'istante. Sarà colpa mia. Per salvare la vita del detective penso che potrei passare ai "ciripà" che - per chi non lo sapesse - sono i pannolini lavabili. Morirà la lavatrice.
18 maggio 2007
La soglia di sopportazione
Accade anche per le tasse: nessuno vuole pagarle ma a parità di prelievo la percentuale di evasione aumenta quando ci si trova di fronte a un'imposta ritenuta ingiusta. Potrei continuare a lungo ma ho deciso di giocarmi la notizia. Ora so - caro lettore - qual è la soglia di sopportazione dei pedoni e dei tassati e la rivelo in anteprima qui fuoridalpalazzo: il tempo d'attesa massimo sopportato dai pedoni al semaforo è di un secondo, mentre la somma giudicata accettabile dal contribuente italiano, per qualsiasi tassa, è di un euro. Non son cose banali.
17 maggio 2007
Via il dente via il dolore
ansel: mmmmmm...
dentista: eh sì... è parecchio che non ci vediamo... guardiamo un po' che c'è qui... ahi ahi ahi!
ansel: mmmmm?
dentista: ahi ahi ahi!
ansel: mmmmm???
dentista: fa male qui?
ansel: nnn...
dentista: qui?
ansel: nnn...
dentista: e qui?
ansel: MMM!
dentista: cominciamo subito!
ansel: ?
dentista: palla metallica! (bzzz)
ansel: ...
dentista: doppio cono! (bzzz)
ansel: ...
dentista: punta diamantata! (bzzz)
ansel: ...
dentista: alabarda spaziale!
ansel: m?
dentista: scherzetto! giusto per alleviare la tensione...
ansel: m! m! m!
dentista: ora sentirai un po' di male...
ansel: MMMMMMMMMMMMMMMMMM!
dentista: eh, l'avevo detto io...
ansel: @###! !##@!
dentista: apri bene!
ansel: mmmmmm!
dentista: apri grande!
ansel: mmmmmmmmmmm!
dentista: apri forte!
ansel: MMMMMMMM!!!
dentista: bene, due milligrammi...
ansel: ...
dentista: ecco ci siamo quasi...com'è la saliva?
ansel: sput sput sput!
dentista: ora asciughiamo un po'... (glu glu glu)
ansel: mmm...
dentista: ecco fatto, mi raccomando passare SEMPRE il filo... lo passi il filo vero?
ansel: m!
dentista: palle. lo vedo benissimo che non lo passi... e i denti li lavi sempre vero?
ansel: m!
dentista: forse si forse no... guarda quanta placca (grat, grat, grat)
ansel: ...
dentista: mi raccomando, poca cioccolata...
ansel: oca oca...
dentista: ecco qui, fino a stasera niente the, caffè, cose colorate... se ti fa male chiamami subito, d'accordo?
ansel: sci...
14 maggio 2007
La guerra delle fresie
Fresie profumate, aveva garantito l'ambulante napoletano che me le ha vendute, come se quelle degli altri fiorai fossero maleodoranti. Ma comunque è stato onesto: son profumate. E' stato onesto anche nel prezzo: tre euro a mazzo che moltiplicati per due fanno sei. Quando gli ho allungato una banconota da dieci ero sicuro che non avrebbe avuto il resto e avrei dovuto acquistare il terzo mazzo. E invece no, mi ha restituito cinque euro facendomi lo sconto. Dico la verità: lui, con il suo baracchino, mi ha fatto sentire un verme.
Comunque queste fresie sono un esperimento per verificare una voce che da mesi circola qui in città e cioè quella che i fiori degli ambulanti napoletani - quelli con l'Ape carico di rose e tulipani all'angolo della via - quando li porti a casa muoiono stecchiti. Anzi, secondo questa leggenda sarebbero già morti lì sul carrettino ma per qualche sortilegio partenopeo restano ritti sul gambo finché qualcuno se li porta a casa (o li regala) per poi scoppiare esausti e finire nella pattumiera.
Palle. Ora posso dirlo, sono storie messe in giro da qualcuno a cui gli ambulanti (abusivi) danno fastidio. Se avete bisogno di uno di loro - perché siete squattrinati, le fiorerie sono già chiuse o semplicemente vi piace fare acquisti sul marciapiede - non scomodatevi a cercarlo: fate una telefonata ai vigili urbani e in due minuti (un po' sorpresi per la richiesta) vi segnaleranno in tempo reale la posizione dell'abusivo più vicino, fornita gentilmente dalla fioreria del quartiere che due volte al giorno chiama le forze dell'ordine sperando di far fuori l'improvvisa concorrenza.
Quella dei fiori è una guerra di cui le fresie gialle che ho qui davanti sono l'oggetto inconsapevole. Le hanno caricate su un camion in Campania e hanno viaggiato una notte per arrivare al casello autostradale dove c'era il fioraio con l'Ape (e tanti come lui). Poi sono finite vicino all'ospedale (per due ore), all'angolo dell'università (per due ore) e alla rotonda di San Giuseppe dove finalmente io le ho comprate. Erano le 18 di mercoledì: ancora un paio d'ore e sarebbero andate al fresco in una cella frigorifera di Gardolo, a riprendersi dal caldo prima di un'altra giornata sulle strade. E se nessuno le comprava? Basta, arrivava il camion un'altra volta con le fresie nuove.
Sembra una storia romantica, ma purtroppo non lo è. Nessuno s'illuda che quel napoletano allegro (nonostante dorma sull'Ape e torni a casa una volta al mese) si tenga i sei euro delle fresie. Li consegna a uno che sta sopra e che chiamano "il padrone". Sempre meglio che stare a Napoli a girare i pollici. Quando acquistate le fresie finanziate il capo, non il fioraio all'angolo. L'importante è saperlo. Accade lo stesso per i pakistani che portano le rose al ristorante (senza insistere perché sono uomini di classe) e gettano nel panico gli uomini: è meglio acquistarle rischiando di passare per un pappamolla che non sa dire "no" oppure è meglio rifiutarle correndo il rischio di essere considerato un tirchio? E ancora: bisogna tirare sul prezzo o pagare sull'unghia? La risposta giusta è diversa per ognuno, spesso sono le donne a toglierci dall'imbarazzo. Io mi gioco le ultime righe per svelare un segreto utile a chi vive in città: in un'aiuola di Piedicastello - dimenticata dal Comune e dalla parrocchia lì vicina - cresce un cespuglio gigantesco di lavanda. Non è di nessuno: né dei fiorai professionisti, né dei napoletani, né dei pakistani. Basta saltare la ringhiera e coglierla quand'è il momento giusto. Ormai manca poco, io lo so, ci passo davanti ogni mattina. Cari colleghi uomini, non crediate di rendervi ridicoli (o taccagni) cogliendo fiori dal campo: le donne ne vanno pazze.
11 maggio 2007
Anteprima
Il fresco vecchia maniera
In due minuti mi ha fatto vedere dove avremmo tracciato le canalette per i tubi del gas freon, la derivazione della corrente elettrica e tutto quanto. Le magnifiche sorti e progressive se non fosse che il condizionatore d'aria l'hanno inventato cent'anni fa e - conti alla mano - produce molto più caldo di quanto non riesca a fare freddo, solo in posti diversi, inefficiente come le macchine umane sanno essere. Alla fine ho osato chiederglielo: ma quell'affare sul tetto, così vicino alla velux del vicino, butta fuori caldo? Caldissimo, signor ansel, ma di questo lei non si dovrà più preoccupare perché con il condizionatore ultimo modello se ne starà al fresco, tappato in casa senza più chiedere niente a nessuno: chi se ne importa di chi se ne sta fuori, eh eh eh! E poi ha aggiunto la cosa più sbagliata: caro signore, con il caldo che fa non sono più tempi di stare fuori dal palazzo! Replica: arrivederci e grazie. L'ho salutato dicendogli che gli avrei fatto sapere (non sembrava deluso, quel giorno aveva altri sette appuntamenti) e mi sono precipitato in soffitta a tirare fuori il vecchio ventilatore cromato che quando lo accendo mi manca solo il sigaro per illudermi d'essere a Cuba (dove non sono mai stato). Anche per quest'estate si fa il fresco alla vecchia maniera, l'anno prossimo si vedrà.
Intanto mi consolo pensando che un condizionatore Daikin FTXG-E ~ RXG-E montaggio compreso mi sarebbe costato la bellezza di 2.100 euro iva compresa; trascorrere l'agosto in città andando in giro con il maglione, come nel 2006, e incontrare l'omino del condizionatore invece non ha prezzo.
E chi si appassiona al tema può dare un'occhiata a quello che avevo scritto sul giornale l'anno scorso.
05 maggio 2007
Cause di forza maggiore
26 aprile 2007
Il braccio della legge
P.S. una bella galleria della manifestazione è quella di Fabrizio Gravantes.