20 gennaio 2009

C'ero anch'io

È davvero un mondo nuovo. Non solo sta giurando il primo presidente di colore degli Stati Uniti d'America, ma lo possiamo seguire in diretta su un piccolo computer, senza fili, mentre tagliamo le arance per farci la spremuta, leggendo a lato dello schermo i commenti degli spettatori per poi spedire con il telefonino questo post celebrativo che ci permetterà di dire: c'ero anch'io.

Miliardi o bilioni?

banconote zimbabwe trilione di dollariBisognerà aggiornare un post di qualche tempo fa sul paese dei miliardari poveri in canna a cui tenevo molto e - chissà perché - è rimasto senza commenti. L'aggiornamento è necessario perché nello Zimbabwe, paese dall'inflazione incalcolabile, hanno appena coniato nuove banconote da un trilione o più di dollari.
Un trilione. Proprio l'altro giorno io e la collega M. ci chiedevamo in redazione quanto fosse grande un trilione perché si trattava di misurare i metri cubi di gas russo che passano attraverso l'Ucraina. Abbiamo così scoperto che sui grandi numeri l'Italia e il mondo anglosassone prendono le distanze. Andando di mille in mille noi abbiamo il milione, il miliardo, il bilione, il biliardo, il trilione, il triliardo, il quadrilione e il quadriliardo (che poi è un bilione di miliardi, cioè mille miliardi di miliardi o più semplicemente un miliardo di bilioni grazie alla proprietà associativa della moltiplicazione, almeno spero...)
Gli inglesi invece usano una scala più corta con il bilione (e non il miliardo), seguito dal trilione e dal quadrilione. Ecco perché loro chiamano "billionaire" il nostro miliardario.
A un matematico naturalmente queste parole - così musicali - farebbero orrore. E gli farebbe orrore soprattutto l'ambiguità tra il bilione italiano e il billion inglese, due parole così simili eppure mille volte diverse. Egli - il matematico - si limiterebbe a chiamare questi numeri come potenze del 10, dove un miliardo (one billion) sarebbe 10 elevato alla 9.
Non so perché ma qualcosa mi dice che anche questo post, scritto in un grigio pomeriggio passato in casa ad accudire il piccolo play boy febbricitante, resterà senza commenti. Sarà comunque utile all'improbabile turista in partenza per lo Zimbabwe, che potrà usare la scala dei bilioni (quella inglese) per calcolare il resto della spesa.

Giovani Bastardi

Visto che si parlava di giovani talenti trentini come non citare The bastard sons of Dioniso, che hanno già più di cento video VERI su YouTube? Ieri sera in redazione li abbiamo guardati alla televisione. Commento finale? Questi spaccano.

Ho solamente due amici

facebookHo due amici solamente. Uno è il mio collega P. e l’altro, a dire il vero, è mio fratello. Messi a confronto con i 2 mila amici di Dellai o con i 400 del consigliere provinciale Bruno Dorigatti possono sembrare poca cosa ma io non mi lamento. Se uno mi chiede quanti amici ho rispondo senza esitazioni: il mio collega P. e mio fratello. Pochi ma buoni. Se fanno la stessa domanda a Dellai lo sfido a snocciolare, uno dopo l’altro, i nomi e i cognomi dei suoi 2 mila (si fa per dire) amici. Parlo di Facebook, naturalmente.
Tutto cominciò più o meno un mese fa quando mi prese la curiosità di andare a vedere questo luogo dove si incontrano milioni di italiani e - immagino, senza poter dare un numero preciso - decine di migliaia di trentini. Avevo da poco compilato il modulo di iscrizione che già mi compariva la faccia spiritata del mio collega N. che chiedeva la mia amicizia portando in dote una compagnia di oltre mille affezionati tra cui - sorpresa - anche alcuni pezzi grossi. Mi parve eccessivo, come primo passo, quello di affiliarmi a un gruppo tanto numeroso e così decisi di prendere tempo. Scelta di cui non mi sono mai pentito anche perché dieci secondi dopo arrivò la seconda richiesta di amicizia, tanto che mi sorpresi di quanti fossero i conoscenti collegati in rete in quel momento, come se se stessero aspettando proprio me.
No grazie, per non correre il rischio di scontentare qualcuno non divento amico di nessuno, tranne che del mio amico P. (essere su Facebook solo come un cane mi pareva brutto) e di mio fratello, così posso guardare le foto che scatta quando va in giro per le Ande peruviane. A volte sono tentato di accettare le richieste di amicizia che mi arrivano da persone di cui non ricordavo nemmeno l’esistenza (ma appena riviste in foto mi sono tornate in mente come se fosse ieri) solo che ho sempre desistito perché, curioso come sono, passerei il mio tempo a seguire sul video le vite degli altri senza più occuparmi della mia e di quella di chi mi sta accanto: dicono che sia come la droga, meglio non cadere in tentazione. Comunque se mi cercate sono lì al mio posto, con la mia foto e la data di nascita, anche per evitare che un impostore prenda il mio posto e si faccia amici in vece mia, fingendosi me stesso, sparandole più grosse delle mie, come è successo al docente del Da Vinci che ha denunciato il caso alla polizia postale.
Se volete diventare miei amici la risposta è uguale per tutti: no grazie, senza offesa, amici come prima. Vale anche per te, Bruno Dorigatti: grazie dell’invito ma non sarò uno dei 400 di cui non ricordi il nome. Dicono gli entusiasti di Facebook che con questa mia prudenza mi perdo la grande opportunità di ritrovare in un colpo solo i compagni del liceo, guardarli in volto, vedere come sono invecchiati e sapere che fine hanno fatto.
Ma io so che c’è un motivo se c’è in giro gente che non vedo da vent’anni, cioè da quel torrido mattino di giugno in cui è stato violato un patto. Stavamo lì, zitti e sudati, sui banchi allineati nel corridoio del liceo Da Vinci, con il compito di matematica davanti, cercando di descrivere sul grafico cartesiano la curva di “e alla x”. A un certo punto uno di noi, come d’accordo, chiese il permesso di andare al bagno, per la soddisfazione mia e del mio amico D. che tirando un sospiro di sollievo pensammo: Dio sia lodato, è fatta. Poi fu il nostro turno di andare nel secondo bagno a destra e cercare un foglio dietro una piastrella sconnessa. Ma il foglio non c’era. E non c’era nemmeno nel primo, nel terzo, nel quarto e nel quinto ed ultimo bagno a destra di quel piano. Che cos’era “e alla x” l’abbiamo dovuto imparare all’università: non c’è scampo, di questi tempi, per chi non vuole imparare la matematica (sappiatelo studenti).
Quel signore che ha sempre sostenuto di aver depositato il foglietto nel luogo pattuito non l’abbiamo voluto più vedere. Certo, pensandoci bene, ritrovarlo in rete dopo vent’anni e farci la pace su Facebook sarebbe un gran finale: potrei farmi il terzo amico, proprio lui, l’infame.

18 gennaio 2009

Il meccanico, che paura

meccanico con le scarpe camperLeggo sul giornale che si vendono sempre meno auto (effetto della crisi) ma i meccanici lavorano come mai era accaduto negli ultimi anni per mantenere in sesto le auto vecchie, quelle che fino a qualche tempo fa affidavamo ai commercianti slavi perché le portassero all'Est.
Bisognerà pur parlare, quindi, di questi meccanici, cioè gli uomini con la tuta sporca di grasso a cui affidiamo tremanti la nostra auto, senza osare chiedere un preventivo, sperando che mettendo le mani nel motore non trovino guai peggiori di quelli che noi possiamo immaginare.
Premessa: sono uno di quegli automobilisti che quando l'auto non parte si rimboccano le maniche con far professionale, aprono il cofano di slancio, toccano qua e là a casaccio, provano ancora a mettere in moto (pregando che per qualche motivo sconosciuto la seconda volta parta) e infine, con le mani sporche d'olio, chiamano il meccanico. Ma nonostante non sia un intenditore so per certo che la "parcella" del meccanico (la chiamo così perché l'associo a quella del dentista) è minore quando ci si rivolge all'officina dietro l'angolo, piuttosto che alla grande azienda. Non lo dico io (che pure lo penso), lo dice l'Aci che al caso ha dedicato un'inchiesta sul proprio giornalino.
Avere un meccanico di fiducia è una grande fortuna. Uno a cui portare l'auto, certi che saprà mettere le mani dove serve (e solo lì). Uno che non ci metterà di fronte al fatto compiuto, mostrandoci i pezzi di ricambio già cambiati dopo che aveva trovato nel motore nuove e imprevedibili disgrazie. Per trovare uno così bisogna affidarsi al passaparola. Quindi ci recheremo presso quest'officina di quartiere, con l'insegna Magneti Marelli all'esterno (oppure Fiamm) e saremo presi dal dubbio: saprà quest'uomo prendersi cura della nostra auto, così piena di fili, spie e circuiti? Sarà capace di individuare il guasto in un mondo dove le diagnosi non si fanno più accostando l'orecchio al motore ma leggendo i dati sullo schermo di un computer? Colti dal dubbio avremo quasi la tentazione di tornare indietro per affidarci alla concessionaria, così grande, così rassicurante, dove i meccanici hanno la tuta pulita come il camice di un dottore. E invece no, entriamo in quell'antro scuro chiamato officina e scopriamo che il computer c'è anche lì (c'è dappertutto ormai) e il meccanico lo usa per controllare la centralina. C'è sempre un problema di centralina.
Lì dentro - in quell'officina - voi siete al gradino più basso della scala sociale. In cima c'è lui, il titolare, che esercita il suo potere comportandosi come se voi non foste mai entrati. Parliamo di gente che ha cose ben più importanti a cui pensare. Voi, umilmente, attenderete osservando le chiavi inglesi allineate sulla parete finché qualcuno non vi farà un cenno burbero avvisandovi che è giunta l'ora di parlare. Anzi, di confessare: che diavolo avete combinato alla vostra auto per ridurla in quello stato? Allora voi vuoterete il sacco, racconterete che cosa vi è successo, di tutti i rumori che vi pare di sentire (ma forse è solo un'impressione) e che naturalmente appena accenderete il motore non sentirete più. L'imperatore meccanico vi guarderà scettico (non capite un tubo voi di motori, figurarsi di centraline) e senza farvi domande (perché sprecare tempo con degli incompetenti?) vi dirà di lasciare lì la vettura che penserà a tutto lui. Lasciate pure le chiavi nel cruscotto e toglietevi dai piedi. Avrà capito? Chissà.
Tornerete dopo due giorni e vi diranno che è tutto a posto, che hanno cambiato questo e quello facendovi vedere la parcella, ma voi non ascoltate: siete già lì che spiate l'ultima riga in fondo al foglio, alla rovescia, per sapere quanto vi costerà tutto questo. Vedete un numero e vi sentite quasi sollevati: pensavate peggio. Ma la segretaria del meccanico (che poi spesso è la moglie) vi chiede una cifra superiore. Mancava l'iva. Sulla parete c'è quel cartello minaccioso con la scritta "diritto di ritenzione". Pagate con lo stesso spirito con cui si paga il dottore: purché ci sia la salute, purché l'auto parta la mattina.

17 gennaio 2009

Un best seller da 40 copie


C'era questo ragazzo che raccontava sui giornali (ahimé anche sul mio...) le fortune del suo libro in cima alle classifiche di vendita. E c'erano queste lettere pubblicate sui giornali (ahimé anche sul mio...) che elogiavano quell'opera dall'alto contenuto innovativo, firmate però con nomi che non risultano né su internet né sull'elenco del telefono. Così sono corso in libreria per comprare la mia copia del romanzo. Ma di Rotte Mutande, questo il titolo, non avevano sentito mai parlare. E nelle classifiche di vendita, lassù vicino a Giordano, Carofiglio e Camilleri il nome di Pierluigi Tamanini, questo l'autore, non l'avevano visto mai.
Poteva finire qui, due articoli sul giornale e poche lettere. Ma la categoria cialtrona dei giornalisti - in questo caso ben rappresentata dalla concorrenza - si è voluta spingere oltre pubblicando in prima pagina ampi servizi sul successo fulminante di quest'autore travolgente. Eccolo lì, Tamanini, a raccontare di come la gente lo ferma e lo abbraccia per la strada. Allora ho preso il telefono per quella chiamata che doveva essere fatta molto prima. Ho telefonato a Pierluigi "Gigio" Tamanini e gli ho detto: qualcosa non mi torna, nessuno ti conosce, hai pubblicato un libro pagando l'editore di tasca tua, ne hanno stampate 150 copie appena, mi dici quante ne hai vendute veramente? La risposta è giunta sconcertante: quaranta, mi ha detto, con la stessa voce con cui parlava di scalate vertiginose alle classifiche di vendita. Quaranta. E' solo per decenza che non pubblico su internet il file con la registrazione.
Dice il direttore de l'Adige - commentando cinque o sei di quelle lettere sospette, pubblicate sul suo giornale una dietro l'altra come se nulla fosse - dice che un successo così travolgente (?) è la prova che il Trentino sta cambiando. Ma due prime pagine dedicate a un best seller da 40 copie sono la prova che l'unica cosa "mutanda" è il modo di fare giornalismo.

P.S. Non ho ancora la mia copia di Mutande Rotte (ops... Rotte Mutande). Pierluigi Tamanini (in questa foto) assicura che da due anni gira su internet una versione word del libro ma io non l'ho trovata. E lui, nonostante le mie richieste, non me l'ha voluta procurare. Detto del triste modo in cui questo libro è stato auto-promosso, bisognerà pur dire che c'è scritto sopra. E come è stato scritto. Lo voglio fare, dopo averlo letto, sperando che ne valga la pena e senza pregiudizio: non è forse vero che anche qualche grande della letteratura ha cominciato con un romanzo pubblicato a pagamento? Quindi tanti auguri. E se mi scoprirò a leggere un bel libro sarò pronto a rimangiarmi tutto il veleno speso in questo post per la rabbia di leggere fregnacce sugli amati giornali.

Ecco un link dedicato a tutti quelli che sognano di scrivere un best seller.

Aggiornamento: ecco un altro link dove (a pagina 27 del pdf, articolo di Simonetta Fiori) si parla di case editrici a pagamento.

13 gennaio 2009

Lacci nuovi per andare in tivù

lacci nuovi per le camperBisognava andare a Roma, ospiti di Rai Uno, per discutere di un omicidio avvenuto in Trentino. Così, poiché noi della redazione siamo tipi di sostanza, abbiamo iniziato a litigare sul colore della camicia che bisogna mettersi quando si va in televisione (mai bianca, ma Gianni Riotta fa eccezione), della cravatta che si può anche evitare (anche perché io non ce l'ho), dei capelli (i miei) che avrebbero bisogno almeno di una sfoltita e altre amenità del genere. Io - confuso dai consigli delle colleghe C. e M. - ho preso l'aereo pagato dalla Rai, sono salito sull'auto con autista pagata dalla Rai, ho mangiato nel ristorante pagato dalla Rai, ho dormito nell'hotel pagato dalla Rai, sono andato nello studio della Rai e ho parlato per cinque o sei minuti, cercando di fare del mio meglio, con il sospetto di non valere tutte queste spese. Per l'occasione ho indossato i soliti pantaloni, la solita camicia, il solito maglione ma almeno, per fare bella figura, ho messo i lacci nuovi alle camper. Ormai siamo al terzo paio (di lacci). Li vedete nella foto.
Qui sotto ecco il video del servizio sull'omicidio di Luigi Del Percio a Grigno (Trentino), all'interno del programma Sabato e Domenica dell'11 gennaio, condotto da Franco Di Mare. (grazie Luca per la registrazione)


05 gennaio 2009

Anno nuovo. Casa nuova?

mansarda piedicastelloE così - dovendo allargarci - abbiamo messo in vendita la casa. L'annuncio finirà sui giornalini immobiliari, ma l'abbiamo pubblicato anche su ebay casa e tutti i dettagli sono su questo blog: piedicastello.blogspot.com. Volete farci un favore? Fate girare la voce e l'indirizzo.

Il razzismo di Paolini

marco paoliniCapita che Marco Paolini, l'attore, parlando da un palco di Padova a milioni di persone (sulle frequenze di La7) dica che in una stazione ferroviaria del Trentino hanno lasciato giù dal treno un passeggero perché era di colore. L'ha visto con i suoi occhi, Paolini, quel passeggero nero con la bicicletta in mano, nera anch'essa, che si doveva rassegnare di fronte al capotreno razzista che gli faceva "no, no" con il dito e lo lasciava a terra anche se aveva il biglietto.
Era il 12 ottobre. Peccato che sia una bufala. E la cosa più incredibile non è che su un treno non facciano salire i neri (che infatti è falso) ma che Paolini lo racconti a suoi spettatori senza nemmeno avere verificato l'accaduto col passeggero, con il capotreno o con le ferrovie. Se l'avesse fatto - come hanno fatto i giornalisti dopo la sua sparata in televisione - avrebbe scoperto che il macchinista ha detto "no, no" a quel passeggero perché a bordo non c'era più posto per le biciclette (bianche o nere che siano) e che lo stesso rifiuto l'aveva opposto alle stazioni precedenti a tutti gli altri (bianchi) che volevano salire con la propria due ruote.
E se il vero razzista fosse Marco Paolini, l'unico che vedendo un nero lasciato a terra in Trentino pensa che questo è avvenuto perché è un passeggero di colore? Bisogna avere un pregiudizio in testa per vedere il colore della pelle e non la bicicletta. Paolini, il bravo attore, vuole fare il giornalista. Ma gli succede come a Beppe Grillo, il comico, quando racconta le magie delle palle che in lavatrice puliscono i panni senza detersivo: fa ridere.

Qui trovate una breve cronaca della vicenda.

P.S. nella foto il dvd "Vajont 9 ottobre 1963". Grande spettacolo, ma dopo aver avuto prova delle "sparate" di Paolini guardarlo farà tutto un altro effetto.

21 dicembre 2008

L'appello a Babbo Natale

scarpe camper sotto l'alberoCaro Babbo Natale, come il bambino povero che fiuta l’aria e chiede un paio di guanti e un berretto, rinunciando al trenino elettrico perché sa che sarebbe un desiderio vano, cercherò con questa lettera di moderare le richieste. Solo cose utili. Anzi, voglio andare sul sicuro: chiederò solo doni necessari, beni che vorrei dare per scontati (e non trovare sotto l’albero) ma visti gli eventi mi sorge qualche dubbio.
Caro Babbo Natale, so che non è affar tuo ma mi piacerebbe molto avere un treno veloce che andando a Roma fermi a Trento, come già avevamo fino a qualche giorno fa, perché alle comodità si fa fatica a rinunciare. Soprattutto a quelle indispensabili. Chiederei quindi che se questo treno dovesse portare alla stazione mia moglie, qualunque donna di famiglia, o anche un’amica o una semplice conoscente io non sia obbligato a passare a prenderla di persona solo perché ha paura di attraversare a piedi piazza Dante.
A nome di un imprenditore che conosco vorrei chiederti di far sì che quando partecipa alle gare d’appalto non si ritrovi sempre come concorrente un rivale che passa ogni giorno nell’ufficio dell’assessore e lo chiama più volte al giorno per discutere del più e del meno, comprese le attività culturali della moglie (del politico) a cui partecipa staccando assegni di tanto in tanto. Sono cose ovvie, lo so, ma preferisco metterti di mezzo per non avere sorprese.
Caro Babbo Natale, quando vedo passare il camion delle immondizie mi piacerebbe storcere il naso solo per il cattivo odore, senza dovermi preoccupare perché a bordo potrebbero esserci (come c’erano in Valsugana) sostanze cancerogene da nascondere nei campi dietro casa. Se ricevo l’avviso di una lettera raccomandata mi piacerebbe andare a ritirarla all’ufficio postale all’orario indicato sul biglietto giallo, senza il rischio di trovare l’ufficio chiuso per “motivi tecnici” con la mia lettera urgente all’interno come mi è accaduto l’altro giorno, in via Scopoli, quando ho scoperto che non c’erano dipendenti a sufficienza per tenere aperto lo sportello.
Mi piacerebbe inoltre, Babbo Natale, poter acquistare una casa come quella in cui sono cresciuto ormai trent’anni fa senza dover fare un mutuo di trent’anni che finirei di pagare solo grazie alla liquidazione, proprio quella che una volta si lasciava ai figli.
Sarebbe bello telefonare per una visita medica - senza urgenza perché non siamo in pericolo di morte - e sentirsi dare appuntamento prima di un anno. Ma se questo proprio non è possibile, caro Babbo Natale, potresti intervenire per evitare che (a pagamento) la stessa signorina, improvvisamente più gentile, ci proponga una visita per il giorno successivo, all’ora che vogliamo.
Sugli autobus non ti chiedo nulla, se non che la gente ci salga sopra. E nemmeno sui parcheggi, se non che gli automobilisti, proprietari di tre auto per famiglia, imparino a considerarli merce rara e non un diritto. Passo quindi alla politica chiedendoti un’altra cosa ovvia, ma che ti confesso un po’ mi inquieta: in vista delle elezioni comunali previste in primavera vorrei tanto che - fissato un giorno - si andasse a votare proprio in quello, senza rinvii, senza che una domenica si voti per metà candidati e la domenica successiva per l’altra metà.
Caro Babbo Natale, so che soddisferai queste mie ragionevoli richieste, come accogli le richieste del bambino povero che con i guanti e il berretto potrà star caldo senza il rischio di ammalarsi. Se tutto andrà bene l’anno prossimo potrei osare di più, chiedendoti un piccolo lusso. Mi piacerebbe davvero molto che i candidati eletti nelle aule della politica, i candidati che anch’io ho eletto, non subissero quella strana trasformazione che li porta ad essere litigiosi cacciatori di poltrone, con la bilancia in mano per misurare quanto spetta ad uno e quanto all’altro. Falli restare come volevano apparire prima del voto, fa’ che rispondano al telefono al primo squillo come facevano in campagna elettorale, fa’ che pensino loro al treno, all’ufficio postale, alle discariche inquinate, ai prezzi della casa, alla visita medica ed agli appalti senza che ci sia bisogno di scrivere una lettera a te, Babbo Natale.

15 dicembre 2008

Dis-innevamento artificiale

trattore sgombra neve in piazza duomo a trentoMi metto nei panni dei pochi trentini e turisti che ieri passeggiavano tra i banchi della fiera e mi chiedo: ma dov'è finita tutta la neve caduta nei giorni scorsi? Se non sapessi già la risposta, sarebbe un bel mistero: si arriva in città osservando il paesaggio bianco dai finestrini dell'auto, si cerca parcheggio tra i mucchi di neve, si raggiunge il centro storico camminando sui marciapiedi ancora sporchi e ci si ritrova nella zona a traffico limitato a passeggiare in un altro mondo, dove sembra che la neve non sia caduta mai. In realtà la neve c'era, ma l'hanno portata via di peso. Tutta? Tutta.
Prima di proseguire un avvertimento ai lettori: i giornalisti – e chi scrive non fa eccezione – quando si parla di neve diventano faziosi. Se il Comune non spala i marciapiedi intingiamo la penna nel veleno e attacchiamo l'amministrazione. Se invece si mettono d'impegno per pulire l'intero centro storico come se fosse il salotto di casa, ci tocca scaricare la faziosità in direzione contraria, gridando allo scandalo perché ci hanno portato via la neve sotto il naso. Parrebbe un compito difficile quello di attaccare l'amministrazione per un lavoro ben fatto, ma la polemica parte spontanea dopo aver trascorso la notte a seguire dal vivo le grandi pulizie.
Hanno lavorato coperti dal buio. Non certo per farla franca (a rubarci la neve con cui avremmo voluto giocare) ma perché decine di trattori agricoli, ruspe giganti e camion da cava avrebbero dato troppo nell'occhio verso mezzogiorno. A mezzanotte invece abbiamo seguito uno di quei bestioni portare via la neve da via Vannetti, unirsi a un trattorino con rimorchio proveniente da piazzetta d'Arogno e gettare l'odiato carico nelle rive dell'Adigetto. Nulla di nuovo. Da decenni la neve che ingombra la città finisce in via Sanseverino, ma era la neve che impediva la circolazione degli autobus, la sosta delle auto e i movimenti dei pedoni. Mai prima di quest'autunno ci siamo tolti il lusso di asportare la neve con la scopa e la paletta, fin dietro le fontane e sotto le panchine, con precisione scientifica per cancellare le tracce della grande nevicata.
Ma quest'autunno 2008 è uno di quegli anni di svolta, come l'estate bollente del 2003: succedono cose che non avevamo visto mai. O che forse avevamo dimenticato. Hanno portato via la neve per fare posto alle bancarelle della fiera. Ho visto il centro della città pulito, con le periferie imbiancate, e mi sono venute in mente per contrasto le piste da sci bianche con i boschi puliti attorno: se quello dello sci è l'innevamento artificiale, quello che abbiamo visto a Trento è il disinnevamento artificiale, costoso procedimento per consentire ai cittadini di tirare dritto per la loro strada anche se il tempo meteorologico si mette di traverso. Non c'è la neve quando è ora di sciare? La facciamo. C'è troppa neve quando è il giorno della fiera? La facciamo sparire, anche se ne è scesa mezzo metro. Ma il risultato – come spesso accade in questi casi – ci delude: volti tristi quegli degli sciatori che scendono sul nastro bianco in mezzo agli abeti verdi, volti tristi ieri quelli alla fiera fredda e umida, davanti e dietro i banchi. E dire che lo spettacolo dei disinnevatori in azione nel cuore della notte era davvero insuperabile. A modo suo coraggioso, come tutte le lotte impari: provate voi a fare sparire la neve da una città in poche ore. Ce l'hanno fatta. Bisognerebbe forse applaudirli? In realtà c'è mancato poco che mi scappasse davvero il battimano per quel palista (si dice così?) che alle due di notte ha rastrellato tre metri cubi di neve attorno a un alberello, senza nemmeno sfiorarlo, per caricarli nel cassone di un camion senza farne cadere nemmeno un cristallo. Bravi operai, bravi camionisti. Ma la città disinnevata nel modo che abbiamo visto è un fatto innaturale. Se nevica rinunceremo alla fiera (abbiamo visto che la gente è stata a casa ugualmente) e costruiremo un pupazzo in piazza Duomo. A mettersi contro il meteo si sbaglia sempre: ci ha già presi in giro tutti quando – dopo la lessata dell'agosto 2003 – siamo corsi a comprare il condizionatore, per ritrovarci le estati successive bagnati e con il maglione. E' per questo che in questo dicembre storico ho resistito alla tentazione di comprarmi la pala da neve nuova.

05 dicembre 2008

La velocità di una città

mc donald's milanoLa velocità di una città si misura (anche) visitando il suo Mc Donald's. Ad esempio quei dilettanti del Mc Donald's di Trento non potrebbero resistere nemmeno un'ora dietro le casse del Mc Donald's di Milano, proprio di fronte alla stazione. L'altro giorno - ore 13 e 11 - c'era una coda di dieci persone che arrivava fino alla porta d'ingresso. Una coda tale - pensavo - che avrei dovuto cercare un altro locale. Ma mentre formulavo questo pensiero la coda si era già ridotta ad otto unità, divenute subito sette (e poi sei) nel tempo che impiegai a contare le persone che avevo di fronte. Tutto merito di Yashawini, un nome che pare una sequenza casuale di lettere e invece stava scritto sulla targhetta appuntata al petto di una ragazza tutta nervi e - più in là - sul tabellone mensile del miglior dipendente di Mc Donald's. Mentre leggevo una seconda volta quel nome la coda di Yashawini si riduceva a cinque persone: stava lottando per ripetere a dicembre la vittoria aziendale di novembre e io mi preparai mentalmente l'ordinazione, ripetendola più volte, per non far perdere tempo prezioso a lei e agli altri clienti in attesa.
Sono un cliente professionista e quando toccò a me ordinai "un numero quattro, con la Coca Cola". Semplice, veloce, efficace. Ma lei mi guardò spazientita chiedendo chiarimenti: normale o maxi? Normale, risposi, mordendomi la lingua perché morivo dalla fame. Patate vertigo o normali? Incalzò Yashawini che cominciava ad essere nervosa. Vertigo, replicai, senza sapere che cos'erano. Con salsa o senza salza? Senza, balbettai, sperando di accelerare. Cinque euro e settanta disse lei, bruciando sul tempo il registratore di cassa e voltandomi la schiena per prendere un panino, un cartone di patatine, un bicchiere di Coca Cola e alcuni tovaglioli che subito si materializzarono sul vassoio. Cinque euro e settanta, sibilò una seconda volta, come se stesse parlando (lei, Yashawini) a uno straniero. Fossi stato a Trento, giunto a questo punto, avrei "rubato" una della mie patatine dal vassoio appoggiato lì sul banco, quindi - con gesto rilassato - avrei portato la mano al portafoglio per saldare il conto. Ma ero a Milano e il portafogli nella tasca posteriore dei pantaloni non c'era più. Colpa mia che, temendo di essere borseggiato, l'avevo infilato nella tasca interna della giacca, dove non lo metto mai. Sarebbe finita lì se nel portafogli ci fossero stati i soldi, invece c'era solo il bancomat perché sentendomi prudente volevo "star leggero". Lo porsi tremando a un'incredula Yashawini che strisciò subito la tessera nella fessura del Pos. Doveva essere il terminale più veloce del mondo perché in tre secondi appena sputò fuori la ricevuta, eppure la fila dietro di me rumoreggiò: avevamo perso il ritmo, Milano parve fermarsi e Yashawini (o come cazzo si chiamava) per colpa mia avrebbe dovuto rinunciare al titolo natalizio di miglior dipendente di Mc Donald's.
La velocità di una città si misura (anche) dai clienti di Mc Donald's e io temo di non essere abbastanza veloce per Milano.

03 dicembre 2008

E' un mondo fai da te

Sono sul treno per Milano senza biglietto in tasca, ovvero "ticket less": quando arriverà il controllore gli dirò un codice di sei cifre acquistato ieri su internet e spero che basti così. Arriverò in stazione alle 13 e 05, salirò sulla metropolitana e andrò a ritirare l'auto "nuova" che ho trovato usata cercandola per un mese su Autoscout.it. Me la vende un commerciante d'auto indiano, tale Anand detto Giuseppe, che tra tutti quelli che ho conosciuto in questo mese (e sono tanti) è quello che parla e scrive meglio l'italiano. Gli farò vedere la ricevuta del bonifico on line, il contrassegno provvisorio della nuova assicurazione on line (pagata il 57 per cento in meno di quella tradizionale) e me ne andrò con la mia Nissan, guidato verso casa dal navigatore satellitare.
Non sono uno sprovveduto: ho fatto le mie verifiche mettendo il numero di targa nella banca dati del Pra su internet, così al costo di 5 euro mi sono tranquillizzato.
La vecchia Land Rover è ormai acqua passata, venduta a un demolitore vicentino che dopo aver visto via email le foto del rottame ha fatto un'offerta da non perdere ed venuto in Trentino con il carro attrezzi per portarsi via l'auto. Ci siamo incontrati al parcheggio del casello autostradale di Trento centro e prima di staccarmi l'assegno si è fotocopiato la mia carta d'identità con il fax che aveva montato sul cruscotto. Povero Freelander, soprannominato "macchina nera" da noi della famiglia per distinguerlo da quella bianca: diventerà pezzi di ricambio, gli stessi che compreremo come nuovi dal "meccanico di fiducia" (un applauso per l'ossimoro).
Per fermare l'attimo scatterò la fotografia che correda questo post, quindi dovrò premere il tasto verde del telefonino e il messaggio finirà dritto sul blog. Per definire tutto questo non ho parole migliori di quelle del mio amico P. (lo trovate su facebook digitando Petermaier) che qualche giorno fa se ne uscì con questa frase: collega, è un mondo fai da te!

01 dicembre 2008

Il ciclista irriducibile

Dedicato a tutti quelli convinti che d'inverno la bicicletta vada lasciata in garage.

La bella addormentata

Martedì mattina alle otto e trenta ero sul palco del teatro di Mezzolombardo a parlare di scuola, voto in condotta e tagli alla ricerca con tre professori e i ragazzi dell'istituto superiore Martino Martini. Davanti a me - lo giuro - una ragazza dormiva seduta in prima fila. Sarebbe stata carina se non avesse avuto la testa riversa all'indietro sullo schienale e la bocca semi aperta, in quella posa tipica di chi ronfa beatamente.
Con un colpo di gomito ho indicato la bella addormentata al professore che avevo accanto ma non ha battuto ciglio. Anzi me ne ha fatto notare un altro che dormiva un po' più in là. Ho pensato: poveri prof, innocenti o correi che siano, devono essersi abituati a questi ragazzi così stanchi e annoiati. Ma subito mi è venuto in mente un episodio di almeno quindici anni fa quando in una grande casa di Dimaro, affittata per l'occasione, venne Nando Dalla Chiesa a parlare di politica, invitato dalla Rete. Arrivò nel pomeriggio da Milano e prese posto in una sala affollata di ragazzi che avevano trascorso la nottata a far baldoria.
Ce n'era uno in prima fila che aveva fatto inutilmente le ore piccole, senza vantare grandi conquiste, e stava lì davanti non per diligenza ma perché i posti dietro, più coperti, glieli avevano soffiati tutti gli altri.
Solo, davanti a Nando Dalla Chiesa che parlava di legalità e politica pulita, quel giovanotto lottava disperatamente per non dormirgli in faccia, mordendosi le labbra fino a farle sanguinare, cambiando posizione di frequente, cercando di tenere dritto il capo che gli ricadeva di continuo avanti, indietro, a destra e a sinistra. Alla fine, fingendo vigliaccamente di concentrarsi al massimo, si arrese al sonno e decise di chiudere gli occhi un secondo (uno soltanto!), appena il tempo di riprendere le energie e arrivare salvo al termine della lezione. Chissà quanto durò. Terrorizzato riaprì gli occhi con un sussulto, risollevando il mento che si era appoggiato sul petto. Poteva essere stato il sonno di un minuto oppure di un'ora, chi lo sa, ma si svegliò giusto in tempo per vedere Nando Dalla Chiesa che, parlando, lo fissava sorridendo sotto i baffi (che all'epoca portava).
Essendo io quel tale addormentato non ho mai smesso di chiedermi se Nando Dalla Chiesa si fosse accorto del discepolo dormiente e - in quel caso - che cosa ne pensasse. Insomma, che effetto fa parlare a un pubblico che sonnecchia? Ora, dopo quel giorno a Mezzolombardo, lo so. Non è la rabbia di chi si alza (per una volta) alle sette del mattino e confida di trovare un po' di attenzione (la merce più preziosa in un'epoca di grandi distrazioni). Non è nemmeno l'umiliazione di parlare al vento, poiché so benissimo che noi grandi (nel senso di adulti) amiamo parlarci addosso solo per dimostrare quante cose sappiamo (e spesso tutti presi a straparlare diamo prova di quante cose NON sappiamo).
No, di fronte alla bella addormentata ho provato incredulità, perché resto convinto che per i giovani d'oggi - tra lavoro precario, blocchi del turn over, tagli alla scuola, crisi economica - non ci sia da dormire sonni tranquilli. Ma, confesso, di fronte a quella ragazza di 17 anni - che sono pur sempre venti (!) meno dei miei - ho provato anche un po' di invidia perché sonnecchiava beata, senza sensi di colpa, più di quanto mi riuscì di fare allora. Chissà che in tempi cupi non abbia ragione lei.
POST SCRIPTUM riservato agli studenti dell'istituto Martino Martini che quel giorno erano presenti in sala e ai loro professori, compreso quello con cui ho litigato (privatamente) perché sosteneva, senza prove, che noi giornalisti siamo faziosi e lo facciamo apposta. Mi scuso se di voi tutti ne ho citata una soltanto ma - come ci siamo detti quel mattino, ricordate? - l'informazione ha le sue regole e di 600 ragazzi svegli e battaglieri fa notizia solo quella che dorme.

25 novembre 2008

La buona notizia

C'è voluto quasi un mese per elaborare il fatto e sbatterlo qui sopra, ma alla fine ecco qui la nostra macchina fotografata lunedì 27 ottobre, dieci metri sotto la strada del passo San Pellegrino alle 7 e 30 del mattino, dopo aver abbattuto un paio di faggi ed essersi fermata contro un grosso abete. Come dice mio padre: attenti al ghiaccio sulle strade...
Ma poiché siamo gente a cui piace vedere il bicchiere mezzo pieno, ecco a voi la BUONA NOTIZIA: sono tutti salvi (di più, senza un graffio!) i quattro passeggeri che viaggiavano a bordo del veicolo, cioè ansel, gretel, il piccolo play boy e un quarto passeggero che non risulta nel verbale dei carabinieri, ma vi assicuro che era presente, soprannominato per il momento "fratellino" (anche se potrebbe essere pure una "sorellina") che avremo il piacere di presentare il 29 maggio del 2009 (se sarà puntuale).

04 novembre 2008

Ciclisti urbani



Erano mesi che volevo incollare qui sopra questo video dall'effetto ipnotico (almeno per me) soprattutto a causa della musica (almeno questo ho deciso dopo lunga riflessione). Ora ne ho l'occasione, con questo pezzo, qui sotto, che ho scritto sul giornale di domenica.

C’era nelle edicole trentine, ieri mattina, questo titolo di giornale dall’effetto agghiacciante, almeno sulle persone predisposte, che prometteva: «Arrivano i parcheggi per le bici». E fin qui tutto bene, a patto di ritenere che questa sia una necessità. Ma la mazzata arrivava al momento di leggere il sottotitolo: «Ecco i prezzi». Come scusa? I prezzi. Oppure le tariffe, come recitava un altro giornale raccontando la decisione della giunta comunale.
Detta così sembra la cronaca di una delibera allucinante che porterà i ciclisti urbani a scendere dal sellino e cercare in tasca la moneta da infilare nel parchimetro. Per fortuna andrà diversamente: pagheranno quelli che vogliono lasciare in sosta la bici alla stazione ferroviaria, chiusa in un recinto sorvegliato dalle telecamere, al riparo dalla pioggia e soprattutto dai ladri. Pagheranno poco: 50 euro l’anno, oppure 7 euro al mese, oppure 2 euro al giorno (e quest’ultima tariffa in realtà mi pare un furto). Oppure non pagherà nulla il ciclista che avrà in tasca anche l’abbonamento del trasporto pubblico. Ma per la prima volta nella storia passerà il principio che è possibile chiedere a un pedalatore di tirare fuori i soldi. Parlo da ciclista urbano per necessità e passione: sono convinto che sia giusto il contrario.
Non solo il Comune dovrebbe costruire i parcheggi e affidarceli gratuitamente (telecamere comprese) ma dovrebbe anzi pagarci. Insomma, meritiamo un premio Qualcosa di più rispetto agli omaggi sorteggiati l’estate scorsa tra i dipendenti pubblici che andavano al lavoro pedalando.
Finora abbiamo pensato che il nostro premio fosse la libertà impagabile di sfrecciare per la città misurando il tempo in manciate di minuti. Noi siamo quelli che da piazza Duomo all’ospedale Santa Chiara ci mettiamo cinque minuti e non dobbiamo cercare il parcheggio. Noi siamo quelli che da Cristo Re al centro storico ci mettiamo sei, sette minuti. Noi siamo quelli che una volta, alla vista del vigile urbano, dovevano smontare al volo in via Belenzani perché c’era il senso unico. E invece ora pedaliamo avanti e indietro grazie a un cartello che ce lo consente: grande vittoria, continuiamo pure ad allargarci.
Noi pensavamo che il nostro premio fosse questo: tempo, libertà e in fondo anche denaro perché il mio contachilometri (lo uso anche in città) in un anno segna più di 3 mila chilometri, pedalati tutti in centro, distanza che tradotta in benzina vale almeno 300 euro. Certo se mi rubassero la bicicletta mentre scrivo questo articolo, fatto purtroppo da non escludere, andrei solo in pareggio.
Ma ora che la giunta comunale ha studiato per noi le nuove tariffe, vorremmo replicare (parlo per tutta la categoria) mettendo in conto qualcosa a nostra volta. Non siamo mica in Giappone, dove ci sono parcheggi multipiano dedicati alle due ruote, oppure a Londra, dove i ciclisti sono raddoppiati da quando hanno previsto il pedaggio per l’ingresso in centro storico. Qui - cari assessori - siamo a Trento città dove le mamme danarose fanno la fila in via Verdi ogni pomeriggio con il gippone (zona a traffico limitato a quanto mi risulta) per andare a prendere i bambini che vanno a scuola dalle suore. E noi ciclisti respiriamo quei gas di scarico. Pedaliamo a chiappe strette in via Sanseverino per evitare che i camion ci facciano finire nell’Adigetto (per fortuna ora c’è il muro). Saliamo in sella anche con la pioggia, non perché siamo dei duri, ma perché rinchiuderci nell’auto ci renderebbe troppo tristi, e speriamo che le auto non ci facciano la doccia alla prima pozzanghera. Facciamo lo slalom tra gli alberi in quelle che il Comune chiama piste ciclabili e che in realtà sono solo strisce rosse disegnate sull’asfalto. Quando ci rubano la bici compriamo Bazar e ne cerchiamo un’altra usata con cui gettarci con incoscienza nelle rotatorie a doppia corsia che hanno invaso la città. Fosse per noi il maxi parcheggio di via Sanseverino potrebbe essere un parco con laghetto invece di una distesa di lamiere colorate. E corso Tre novembre sarebbe un viale alberato dove andare a passeggiare come i nostri bisnonni ai primi del Novecento. Non chiediamo (quasi) niente a nessuno, felici di muoverci in libertà, ma non fateci mai pagare il pedaggio per lasciare la bici al sicuro dai ladri. Caro assessore comunale, perché non costruisce il bicipark (e molte più ciclabili) con i soldi presi agli automobilisti? La giurisprudenza europea ha stabilito già da tempo un principio sacrosanto, riferito a vicende molto più rilevanti ma che vale anche per le piccole cose: «Chi inquina paga». Sarebbe assurdo trovare il modo di far pagare chi invece non inquina.

20 ottobre 2008

Parole al vento

parole al ventoSo già di arrivare ultimo, ma ho scoperto questo sito - wordle - che prende un testo e restituisce un'immagine con le parole più utilizzate in evidenza. Così ho preso un lungo testo di fuoridalpalazzo (in pratica gli story-post, quelli più numerosi) e l'ho inserito nel programma. Il risultato lo vedete. Bello! Peccato che a vedere le parole messe in fila in questo modo, parliamo di 270 mila caratteri, in pratica un libro, pare che non abbia mai raccontato nulla!

P.S. clicca sull'immagine per vederla ingrandita.

17 ottobre 2008

Candidati presidenti

intervista doppia Lorenzo Dellai Sergio DivinaChi legge da Trento e provincia potrà trovare interessante quest'intervista doppia ai due candidati favoriti per la presidenza della Provincia autonoma di Trento: Lorenzo Dellai (centrosinistra, presidente uscente) e Sergio Divina (centrodestra).

05 ottobre 2008

Dentro il tunnel


Per chi fosse interessato a sapere qualcosa in più sulla strada del Doss Trento, di cui parlavo in questo post, l'appuntamento è giovedì 9 ottobre alle 17 nelle gallerie sotto il Doss Trento (tunnel bianco). Ci saremo io e Filippo Degasperi a presentare il libro "La strada degli alpini", ma ci sarà soprattutto Franco Martignoni (uno che c'era, uno degli ultimi) a raccontare la storia di cui fu protagonista con l'aiuto delle fotografie dell'epoca. Grazie a chi vorrà partecipare!

Sudati risparmi

Diciamo la verità: ci hanno raccontato un sacco di panzane. A cominciare da quella sui titoli argentini, quando sembrava che fosse l'investimento più sicuro perché, caro il mio risparmiatore, ha mai visto uno stato intero finire gambe all'aria? Come è andata lo sappiamo. Poi c'è stata quella sulle obbligazioni Cirio e Parmalat, investimenti sicuri perché dietro ci sono le aziende, vacche, latte, pomodori, mica titoli virtuali come quelli della rete. E se non è convinto - caro il mio risparmiatore - guardi un po' questo rapporto: parliamo di aziende AA+, più sicuro di così c'è solo il materasso, parola di grandi esperti che di mestiere leggono i bilanci e sono in grado di distinguere tra le imprese solide e quelle da evitare. Come è andata lo sappiamo.
Infine la panzana sui tassi d'interesse a cui - controvoglia - ho creduto anch'io perché aprire un mutuo a tasso fisso sembrava una cosa da sfigati. Parliamo di cinque, sei anni fa. Nemmeno pronunciarla in banca quella parola, tasso fisso, perché i bancari si voltavano per squadrare lo zoticone che non capisce niente di finanza. Inutile spiegare che il 5 per cento sicuro per dieci anni suonava come un buon affare. Era il periodo in cui il denaro sembrava gratis, bastava avere fiducia e sarebbe andata ancora meglio: firmi qui, tasso variabile e - caro il mio risparmiatore - si assicuri le magnifiche sorti (e progressive) che l'economia ci riserverà nel prossimo futuro. Abbiamo visto, ancora una volta, come è andata e in fondo c'è poco da stupirsi: la strada consigliata dalle banche è quella che si è rivelata più vantaggiosa... per le banche.
Così quando nei giorni scorsi abbiamo visto la nostra banca (la nostra grande e orgogliosa banca col palazzo di mattoni in centro storico! mica quella del cugino americano!) perdere in due mattine un valore di decine di miliardi di euro, ammetto che ci siamo un po' agitati. E leggendo i giornali la mattina ci è cresciuta dentro l'indicibile domanda. Allora siamo andati in quella via del centro per vedere se il palazzo era ancora al suo posto. C'era. C' erano anche gli operai che stavano lavorando - diceva il cartello - per rendere la filiale più confortevole e funzionale. Almeno loro avevano fiducia, proprio come i dipendenti della Lehman Brothers il giorno prima di lasciare l'ufficio con la scatola di cartone fra le mani. Pareva tutto tranquillo, ma poiché l'indicibile domanda si faceva prepotente, ho preso il telefono e ho chiamato un numero verde (che altro dovevo fare?) per chiedere informazioni sulla sorte dei miei quattrini: scusi signorina, che ne sarebbe dei miei (sudati) risparmi investiti in pronti contro termine, l'investimento (parole vostre) più sicuro, se il vostro istituto di credito, insomma la vostra banca, che al momento mi pare un po' in difficoltà, dovesse, diciamo così, giusto per essere chiari, perdoni la schiettezza, FALLIRE? Signore, mi ha risposto, non dica mai più quella parola, nemmeno per scherzo, che poi qualcuno ci crede davvero. Non ha sentito il nostro amministratore delegato alla televisione quando ha detto che siamo liquidi e solidi?
Liquidi e solidi, ha detto proprio così la signorina, che ossimoro fantastico: andatelo a spiegare a uno che, invece della finanza, al liceo ha studiato fisica e matematica. Messa alle strette la signorina ha confessato che i miei pronti contro termine, nel caso di impossibile fallimento (ha pronunciato sottovoce l'oscena parola) li avrei persi per sempre. Ma non dovevo pensare al peggio perché non basta una tempesta finanziaria a mettere in difficoltà un gruppo così grande e poi a difendere le banche italiane, in caso di guai, ci pensa Berlusconi, l'ha scritto anche il giornale. Signorina, riporti tutti i miei soldi sul conto corrente, ho ordinato in preda all'ansia, consapevole che in questo modo avrei perso qualche punto d'interesse. Ma cosa sono gli spiccioli di fronte alla catastrofe? Poi ho chiuso la comunicazione e - poiché io sono un mago della finanza - ho controllato sul telefonino il titolo della mia grande banca che come per miracolo recuperava almeno la metà del valore perso il giorno prima, con un'altalena incredibile, misurabile ancora una volta in decine di miliardi. Per certe cose bisogna esserci tagliati.

26 settembre 2008

Lavori usuranti

redazioneCapita, di tanto in tanto, che arrivi qualche ragazzo con la luce negli occhi a chiedermi come si fa a diventare giornalista. Capita anche che io cerchi di fargli cambiare idea, come fece con me (invano) un ex direttore di giornale qualche anno fa. Ma ora ho un'arma in più: farò vedere agli aspiranti giornalisti la mia scrivania fotografata alle ore 00.15, poco dopo la chiusura in tipografia di un inserto speciale dedicato alle elezioni provinciali. Questo è quello che capita a chi voleva fare il giornalista.

P.S. clicca sul casino se vuoi vederlo da vicino.

23 settembre 2008

La stangata dei navigatori

schermata tim
Poi dicono che la diffusione internet non decolla, nemmeno con l'uso dei cellulari che tutti teniamo in tasca. Non ne dubito. Anzi racconto una vicenda che può servire a capire perché prima di collegarsi alla rete con il telefonino è meglio pensarci due volte.
I fatti. Poiché ho sviluppato un certo grado di dipendenza dalla rete (ormai guardo le ultime notizie di repubblica.it anche quando sono seduto sulla tazza del bagno) ho subito attivato l'offerta MAXXI ALICE WEEK CRM che con 1 euro appena mi avrebbe consentito di navigare in rete per 30 giorni fino a un tetto massimo di traffico di 200 mb (che per la navigazione con il telefonino sono più che sufficienti).
Non sono uno sprovveduto: prima di navigare in libertà ho chiesto informazioni sulle condizioni dell'offerta a un paio di operatori del 119 (di uno solo non mi fidavo) che mi hanno confermato che gli unici due vincoli erano i 200 mb e il punto di accesso a internet che doveva essere necessariamente wap.tim.it. Detto fatto: ho addirittura cancellato dalle configurazioni del telefonino l'altro punto d'accesso (ibox.tim.it) in modo da evitare costosi "dispiaceri", già sperimentati di persona in passato, e ho cominciato a navigare.
Immaginate la sorpresa quando mi sono trovato il credito sotto zero, due giorni dopo aver ricaricato 30 euro. Ho telefonato subito al 119 per chiedere spiegazioni e tre giorni dopo è arrivata la soluzione del mistero da parte di un operatore tecnico di Tim Padova (che mi ha trovato preparato). Ecco i passaggi principali della conversazione.

tim Padova: buongiorno
ansel: buongiorno
tim Padova: abbiamo scoperto il motivo degli addebiti che lei ci ha contestato
ansel: dica pure
tim Padova: lei ha spedito delle email con il suo cellulare
ansel: naturalmente. e quindi?
tim Padova: non poteva. l'offerta prevede solo la navigazione sul web
ansel: non mi risulta. due vostri operatori mi hanno detto che l'importante era usare il punto d'accesso wap.tim.it e sul vostro sito internet si parla genericamente di "traffico dati" fino ad un limite di 200 mb. i messaggi email sono traffico dati?
tim Padova: direi di sì signore...
ansel: è stato superato il limite di 200 mb?
tim Padova: direi di no signore...
ansel: e quindi perché mi è stato addebitato il traffico?
tim Padova: non lo so signore. assumo altre informazioni e la richiamo...
ansel: prego

tim Padova: signore, fermo restando che lei non potrà più spedire email all'interno della nostra offerta, l'azienda le vuole venire incontro rimborsandole 15 euro da consumare entro 30 giorni.
ansel: stia tranquillo, non ci penso nemmeno a spedire piccole fotografie via email a 12 euro l'una (anche se a leggere le condizioni ne avrei pieno diritto, GRATIS)... per quanto riguarda il risarcimento sta scherzando? io ho perso circa 30 euro, ho dovuto ricaricare (mio malgrado) il telefonino e ora lei me ne propone 15 per di più a scadenza?
tim Padova: assumo altre informazioni e la richiamo, signore
ansel: prego

Finale: la trattativa si è conclusa con una ricarica di 30 euro e tante scuse. Ma sul sito della compagnia telefonica l'offerta continua ad essere pubblicizzata in modo ingannevole e migliaia di clienti Tim continuano a navigare con l'incubo di superare il traffico assegnato (qualunque sia la loro offerta) e di ritrovarsi centinaia o addirittura migliaia di euro addebitati: nessun messaggio, nessun avviso, per rendersi conto di quello che sta succedendo bisogna attendere la stangata. L'operatore dice che ci stanno lavorando, ma in realtà gli "errori" dei navigatori fanno comodo alla società. E quando non ci sono errori - come nel mio caso - ci pensano loro a metterci lo zampino.

P.S. e ora attendiamo che Google (o qualche altro blog) contribuisca a diffondere la voce.

19 settembre 2008

Falliti e contenti

dipendenti alitalia felici e fallitiGuardo incredulo le immagini dall'aeroporto di Fiumicino dove i dipendenti Alitalia esultano per il fallimento delle trattative per il salvataggio della compagnia: "Meglio falliti che in mano a 'sti banditi" urlano felici.
E' bello quando le trattative sul lavoro si concludono in maniera positiva.

08 settembre 2008

L'ortografia della maggioranza

Mi sono letto questo articolo di Federico Rampini e mi è venuto in mente che Google ha modificato anche il modo in cui decidiamo di scrivere una parola. C'era una volta il dizionario (o l'enciclopedia), oggi si fa molto prima con il motore di ricerca: si scrive Irak o Iraq? Tailandia o Thailandia? Ciliege o ciliegie? Province o provincie? Decide la maggioranza, nel dubbio scegliamo la strada della massa: giusta o sbagliata ci sono meno possibilità di fare brutta figura. Per fortuna Google ci avvisa ancora che se digitiamo "provincie" forse (ma forse) volevamo dire "province", ma intanto "un pneumatico" batte "uno pneumatico" 97.000 a 8.380, è l'evoluzione della lingua, si rassegnino i puristi.

30 agosto 2008

Oh, oh cavallo...

roberto vecchioni a fuciadeRoberto Vecchioni in concerto a Fuciade (passo San Pellegrino, 1.980 metri di quota, fra Trentino e Veneto) di fronte a 5 mila spettatori. Clicca sulla foto per ingrandirla.

27 agosto 2008

La città d'alta quota

rifugio dolomitico affollatoAlle 10 del mattino il parcheggio del rifugio dolomitico - si fa per dire, rifugio, visto che ci si arriva in auto - è identico al parcheggio cittadino, cioè pieno zeppo. L’unica differenza è che in città c’è chi rischia la multa lasciando l’auto in doppia fila mentre in montagna - a ferragosto - si può sempre sconfinare nei pascoli, come fanno quelli con il fuoristrada, felici - finalmente - di dare un senso alla loro autovettura. C’è un’altra differenza - volendo essere precisi - tra il parcheggio del rifugio dolomitico e quello cittadino ed è il valore delle auto in sosta che in montagna - a ferragosto - è così sfacciatamente alto che i titoli dei giornali sulla crisi pare si riferiscano a un altro paese. Dal parcheggio del rifugio dolomitico al rifugio dolomitico ci sono tre minuti a piedi lungo un sentiero di terra battuta e sassi, con mucche ai lati che fanno molto montagna. Sentiero battuto da due categorie di persone: quelli che credono di essere in montagna e quelli che vorrebbero molto essere in montagna ma per motivi vari si ritrovano, soffrendo, in queste città d’alta quota che si formano pochi giorni all’anno. Nelle città d’alta quota la gente parla di argomenti cittadini, perché quando si va in vacanza per tre giorni (e non due settimane o un mese) non si può chiedere al cervello di staccare la spina per poi riprendere il ritmo con fatica. Dirò così quello che ho origliato - mio malgrado, colpa del volume troppo alto - in una di queste città d’alta quota in cui mi sono ritrovato. Gli uomini parlano nell’ordine di lavoro, trasporti e soldi. Le donne parlano nell’ordine di figli, vacanze (non quelle che stanno facendo, quelle che hanno già fatto o faranno) e soldi. Soldi che - qualunque sia l’auto lasciata in sosta nel parcheggio - sono sempre troppo pochi. Così nella città d’alta quota si impara qual è la strada e l’ora migliore per arrivare lassù azzeccando una partenza e un ritorno intelligenti, dove fare benzina per risparmiare qualche centesimo, dove bisogna fermarsi per mangiare un panino, quale sia la tariffa migliore per telefonare o mandare messaggi, quanto siano stronzi i capi (o i dipendenti, dipende da chi parla), quale sia la migliore scuola di musica nella città di bassa quota e quale sia l’istruttore di tennis più capace. Delle vacanze in montagna - magari per consigliarsi a vicenda un sentiero da percorrere oppure un valle da esplorare - non si parla, tanto per le nuove scoperte non ci sarebbe il tempo. Si dibatte invece a lungo sulle tariffe del residence o dell’albergo, tema su cui ognuno è segretamente convinto di aver trovato un’occasione migliore del vicino. L’altro giorno, più o meno a metà pomeriggio, è successo qualcosa nella città d’alta quota di cui ero un triste cittadino. Forse coordinati da un tam tam di cellulari - Telecom Italia Mobile conosce i suoi polli e fa arrivare fin sotto le vette le onde 3g - o alla meno peggio Edge - che servono per connettersi a internet con i telefonini - gli abitanti si sono riuniti davanti all’unico televisore del rifugio (si fa per dire rifugio, c’è anche la tivù) per vedere la finale olimpica della staffetta 4x100 metri piani. Una gara di trentasette secondi appena, tra le più brevi di tutti i giochi olimpici, talmente veloce che per capire veramente com’è andata, con tutti quei passaggi di testimone a fare confusione sullo schermo, bisogna rivederla due o tre volte al rallentatore, l’ideale per gente che mangia al fast food e si gode vacanze mordi e fuggi. Così una piccola folla di commissari tecnici mancati si è goduta, a 2 mila metri di quota, l’incredibile gara di un giamaicano che ha corso in scioltezza la sua frazione con meno tensione di quanta ne avessero i suoi spettatori nel rifugio dolomitico. Da quel momento in poi lassù si è parlato solo di Usain Bolt, dei suoi record mondiali e dei suoi sponsor milionari. Tutti parlavano di lui, tranne i bambini più piccoli (quelli cresciuti erano già corrotti), gli unici che lì fuori si erano accorti che le mucche attorno al sentiero erano vere e con un po’ di attenzione si poteva persino toccar loro la coda.

26 agosto 2008

Duecento alberi

malga ValparolaGuarda attentamente l'immagine qui sopra e dimmi cosa vedi. Vedi una malga d'alta quota, magari un po' troppo affollata per via del periodo ferragostano, chiusa tra le rocce e i pascoli della Valparola che - per chi non conosce la zona - è in Alta Val Badia? Oppure vedi 200 alberi squadrati, tagliati in assi o ridotti a sapienti incastri per realizzare porte e finestre?
Risposta esatta in entrambi i casi perché per costruire un edificio come questo servono centinaia di alberi, 200 per l'esattezza secondo uno studio di Danilo Marco e Claudine Remacle pubblicato su un vecchio numero estivo della rivista l'Alpe dedicato alle case di montagna
Duecento alberi. Un numero che fa impressione, soprattutto perché parliamo di larici con il tronco di 35 centimetri di diametro e alti fino a venti metri. Immaginateli nel bosco, uno accanto all'altro: verdi l'estate, gialli l'autunno. E guardateli ora come sono diventati, dopo due o trecento anni di "cottura" al sole o all'aria aperta in questa foto oppure in questa.
Duecento alberi per fare una casa. Se non ci credete basta salire a San Cassiano, prendere la strada per Malga Valparola, camminare per 30 minuti appena, avvicinarsi al vecchio edificio e contarli, toccandoli con mano. Ma non preoccupatevi per il bosco, ne sono rimasti molti.
Capire di cosa sono fatte le cose antiche è facile, molto più difficile (ma non per questo meno interessante) è capire cosa c'è dentro quelle moderne.

04 agosto 2008

Il grande scoop

i gemelli di Brad Pitt e Angelina JolieSignore e signori, che emozione: ecco a voi in esclusiva la prima foto dei gemelli di Brad Pitt e Angelina Jolie. Dopo che le guardie del corpo della coppia (e lo stesso Brad Pitt) hanno custodito per settimane la privacy dei due bambini, chiusi nella villa in Francia, ecco qui GRATIS la fotografia esclusiva: quanta attesa, ma ne valeva la pena.

P.S. non riesco a credere che le foto esclusive siano state pagate 9 milioni di euro, ognuno dichiara ciò che vuole, io - ad esempio - per scrivere un post esclusivo ogni dieci giorni su fuoridalpalazzo! guadagno 50 mila euro al mese.

31 luglio 2008

L'istinto del cacciatore

il cervo di Bolzano prima di essere abbattutoEccolo qui il pericoloso cervo, pochi istanti prima di essere abbattuto per motivi di sicurezza nel parcheggio sotterraneo dove si era rifugiato, dopo la sua corsa per le vie del centro di Bolzano.
Questa, scattata dai vigili del fuoco volontari di Bolzano, è una foto importante: guarda il cervo, ancora vivo, dritto negli occhi. Lo senti, irrefrenabile, l'istinto di premere il grilletto per uccidere un animale indifeso? Ora sai se nelle tue vene scorre il sangue del cacciatore oppure no.