06 novembre 2007

L'inceneritore domestico

scarpe camper sulla legnaHo un inceneritore in casa e nemmeno lo sapevo. L'ho scoperto l'altro giorno guardando il telegiornale regionale quando, con un occhio al cielo nuvoloso e l'altro al termometro in picchiata già mi preparavo a “stizar”, cioè ad attizzare il fuoco anche se il termine italiano non rende l'idea delle sensazioni che stanno dietro il semplice gesto di accendere la stufa. Sullo schermo c'era un assessore della provincia di Bolzano che spiegava come le stufe a legna siano tra le principali fonti di polveri sottili, di non bruciare cartacce o altri rifiuti perché producono – orrore! – diossina, di andarci piano con la legna verde e di chiamare lo spazzacamino per tenere in ordine la canna fumaria.
Dico la verità: ho avuto una reazione di protesta. Già ci hanno tolto il piacere di friggere nel burro perché i grassi animali ci tappano le arterie, già ci hanno levato la soddisfazione di ubriacarci con la grappa distillata in cantina perché l'alcol domestico è velenoso, se ci spengono anche la stufa o il caminetto che ci resta? In anticipo sui tempi ne avevano già parlato – proprio sulle pagine del Trentino – Mauro Marcantoni e Mauro Colaone: il primo lanciando l'allarme contro le “fornelle” che affumicano i paesi di montagna, il secondo prendendo le difese del riscaldamento a legna moderno e quindi pulito. Mentre alimento l'inceneritore che ho installato qui in soggiorno chiarirò da che parte sto. Questo pezzo di faggio che ora infilerò nella mia stufa danese (e tutti i suoi fratelli che si seccano in terrazza) per l'ambiente ha già fatto molto quando era un albero, assorbendo l'anidride carbonica presente in atmosfera. Ora brucerà, liberando in cielo molecole di Co2, ma non farà altro che pareggiare il conto: non date la colpa a lui se aumentano i gas serra. Inoltre finché ci sarà qualcuno che andrà a tagliare faggi e abeti nei boschi trentini (che sono la metà del territorio provinciale) state sicuri che la montagna resterà, come si dice, coltivata. E le polveri? Legna molto secca, stufe moderne, una certa dose di esperienza per limitare il fumo al momento fatidico dell'accensione, camini efficienti, nel caso di grossi impianti metteteci pure un filtro, aiuteranno a ridurre il fenomeno. Ma sono ben altri i motivi per cui dedico alla mia stufa il pezzo domenicale. Chi si scalda a legna – come il macchinista che gettava palate di carbone nella locomotiva a vapore – ha un'idea piuttosto precisa di quanto costi l'energia. Chi tra di noi sa cosa sono esattamente mille metri cubi di gas metano? Chi sa da dove vengono? Quando leggo il contatore immagino vagamente un'enorme caverna sotto le steppe della Russia e un tubo lunghissimo che arriva fino a casa mia con il rubinetto distante, purtroppo, migliaia di chilometri (anche se facciamo finta che i padroni siamo noi). La legna invece no: ci metto tre giorni ad impilarla d'autunno, la guardo mentre si contorce sotto il sole, la porto in casa quand'è secca, la infilo un pezzo alla volta nella stufa e poi me ne sto lì a guardare la fabbrica del calore mentre lavora a pieno regime liberando un buon profumo. So che ci sono dei filmati in cui si vede un fuoco che arde nel caminetto. Non mi risulta che ne abbiano prodotti, invece, con la fiammella blu del metano come protagonista: un motivo ci sarà. Nei giorni più freddi di gennaio salgo le scale due o tre volte al giorno con il cestone in mano e guardo – preoccupato – la pila che scende a vista d'occhio. Allora invece di girare distrattamente la manopola del termostato ci infiliamo un maglione e chi ha più freddo si fa sotto la stufa, quasi l'abbraccia: tra le sue forme tonde e un termosifone spigoloso non ho dubbi.
Ma quel telegiornale non l'ho guardato invano: delle emissioni del mio inceneritore mi voglio far carico quindi sono salito al piano superiore e da una finestrella aperta sul tetto ho dato un'occhiata ai camini. Bisogna essere onesti: quello del gas era come nuovo, quello della stufa nero come il carbone. Allora ho telefonato in Comune per chiedere i numeri degli spazzacamini, me ne hanno dati una decina e li ho chiamati tutti: la maggior parte aveva cambiato mestiere, gli unici due rimasti avevano un buco libero a novembre e un altro a dicembre. Domani andrò all'Obi a comprare uno spazzolone telescopico, quindi mi infilerò l'imbrago da montagna e farò da me. Male che vada avrò una disavventura da raccontare una delle prossime domeniche.

P.S. nel frattempo mi sono cimentato come spazzacamino... e qui potete vedere il RISULTATO.

28 ottobre 2007

Il computer di Coelho

Il mondo è diventato la mia casa
e il mio computer è la sua porta
attraverso cui le parole scorrono
come i fili che uso per tessere i miei libri.
E' dove le email nutrono il mio blog
come il fiume nutre il mare,
dove le fotografie possono immortalare un attimo.
Il mio computer è un mulino
dove posso interagire
oppure controllare i risultati del calcio
E' la mia finestra verso il mondo...



Non credevo che avrei mai messo fuoridalpalazzo una pubblicità. E invece eccola qui. L'ho vista poco fa alla televisione e l'ho voluta pubblicare subito sul blog perché il computer di Paulo Coelho è proprio come il mio computer. Anche se il mio non è un Hp.

P.S.: ci sono spot pubblicitari che superano di gran lunga i programmi che interrompono. Questo - a mio parere - è uno di quelli.

27 ottobre 2007

Un'ora sola (io) vorrei...

ora legaleC'erano anni in cui l'annuncio di riportare le lancette un'ora indietro evocava notti prolungate (possibilmente tempestose) da godere a letto preferibilmente consapevoli, nel dormiveglia mattutino, del caldo regalo guadagnato in primavera quando quell'ora andò sacrificata.
Di quell'ora ognuno fa ciò che vuole: i bimbi ignari non se n'accorgeranno, i ragazzini apriranno gli occhi di buon mattino e si gireranno (per una volta) dall'altra parte soddisfatti, gli innamorati godranno un'ora d'amore che sembrerà (ahimé) un minuto, i viventi della notte faranno l'alba attraversando in un baleno la notte più lunga dell'anno mentre i macchinisti del treno, fermi sul binario morto di una piccola stazione, priva di bar e servizi igienici, malediranno la sorte che fa cadere sempre il loro nome in quel turno maledetto che prevede sessanta minuti d'attesa prima che venga l'ora di (ri)partire.
Si potrebbe giocare - in una notte come questa - ad inventare la macchina del tempo, togliendo le pile all'orologio per vivere un'ora che in realtà non è mai esistita, magari per trascorrerla al telefono con una persona lontana per ascoltare insieme vecchie canzoni. E invece no: andremo a letto all'ora solita e senza accorgerci che il tempo si è fermato ci sveglieremo all'alba (anzi, un'ora prima) quando il piccolo demonio, che ancora degli orologi non ha capito l'utilità, guarderà dalla finestra e deciderà (come dargli torto?) che giunta è l'ora di giocare perché sono le cinque del mattino (altro che dormire!).
Giochi, sesso, carezze chiacchiere o sane dormite: qualunque uso si faccia di quest'ora regalata, tutti possiamo riflettere sulla possibilità artificiosa - ma reale - di fermare il tempo che fugge implacabile tenendo ferme le lancette con un dito, seduti sulla poltrona più comoda che c'è in soggiorno.
Come quella vecchia di montagna (che poi era mia nonna) abituata a vivere in una stanza dove l'unico cambiamento giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese era l'inclinazione del sole che attraverso le tende misurava tempo e stagioni. Un pomeriggio di novembre - noi soli - ascoltavamo alla televisione notizie di stragi, attentati, crisi economiche e politiche. Lei si alzò dalla sedia, fece due passi malfermi e con un mezzo sorriso tolse la corrente elettrica all'apparecchio: "Spengo la televisione - disse - guardo dalla finestra e so che nulla è mai accaduto".

21 ottobre 2007

L'invidia della busta paga

Busta paga, oggetto del mistero che cambia di mese in mese in base a una mole di parametri, tanto che è molto difficile trovarne una uguale all'altra e fare confronti. Ma tutte hanno in comune la proprietà di lasciare insoddisfatti i proprietari, secondo una legge non scritta (ma pienamente dimostrata) che mi enunciò una volta un avvocato da quattro soldi che avrebbe avuto maggior fortuna come psicologo: "I soldi, caro mio, danno assuefazione. Che tu prenda dieci, cento o mille è a quel livello che fisserai il livello minimo di sopravvivenza, anche il giorno successivo al tuo ultimo aumento. E se ti capiterà, un giorno, di fare un salto indietro ti sentirai, insopportabilmente, un poveraccio".
Ci pensavo l'altro giorno sfogliando le pagine di un settimanale che ha dedicato la copertina ai salari degli italiani. In questa corsa al rialzo, che non ammette scivoloni, ci sono i poveri veri che giustamente si lamentano perché con 900 euro al mese non riescono a pagare l'affitto di 600 euro e saldare il conto al supermarket. Ma si lamenta l'impiegato da 1.300 euro al mese che si è dovuto comprare a rate l'ultimo modello di telefonino, non sorride il funzionario da 2.000 euro che senza lo stipendio della moglie (part-time) non ce la farebbe e bisogna comprendere, infine, il medico disperato perché un mutuo da 2 mila euro per la sua villa in collina è cosa che gli toglie il sonno anche se ogni mese l'azienda sanitaria gliene versa più del doppio.
La busta paga è relativa. Così l'amministratore di una società pubblico-privata che ogni tanto mi offre un caffè (so quanto guadagna e non faccio nemmeno il gesto di tirare fuori il portafogli) dovrebbe essere soddisfatto dei 100 mila euro che si aggiungono ogni anno al suo stipendio di professionista. E invece si angoscia perché in giro per l'Italia quelli come lui - tutti a capo di società in perdita - prendono almeno il dieci, venti per cento in più: "Ma ti par giusto?".
Chi vi scrive è sottopagato (ovvio!) e raccoglie di tanto in tanto le confidenze di un padre di famiglia che ha il conto in banca in rosso per pagare al figlio l'affitto in una grande città e le rate dell'università privata: "E' l'unico modo al giorno d'oggi per assicurare a un giovane il futuro". E chi non ha i soldi per mantenere i figli nemmeno alle professionali? Fatti loro.
Ci fu un periodo - un paio d'anni fa - in cui ero molto corteggiato perché sul mio computer custodivo (legalmente) un file enorme con i redditi di tutti i trentini. I guadagni dei ricconi finirono sul giornale, ma ai trentini - stupiti, un po' ammirati, forse scandalizzati di fronte ai redditi da capogiro - interessavano in realtà i guadagni del vicino di casa, di sua moglie o del vecchio compagno di scuola che non erano entrati nell'hit parade. Per questo amici e conoscenti mi telefonavano, con fare un po' carbonaro, e mi chiedevano: "Guarda un po' quanto guadagna il Roberto T....". Fu in quel periodo che maturai un corollario da abbinare alla legge dell'insoddisfazione sulla busta paga: "L'importante è guadagnare un po' di più di chi ti sta vicino".
Avevo iniziato con l'avvocaticchio (così lo chiamano i colleghi, ma io non sono d'accordo) che teorizzava l'assuefazione del denaro e voglio concludere con lui e il metodo che adottò per non restarne schiavo: stabilì che avrebbe lasciato ad altri di lavorare il sabato, la domenica e la sera dopo le sette perché il tempo così guadagnato era una cosa che con i soldi non avrebbe potuto mai comprare. Lo incontrate talvolta a spasso per la città, è quello con la borsa un po' lisa ma - almeno lui - non si lamenta.

15 ottobre 2007

Emergenze domestiche

Altro che Icef, frane dolomitiche, studenti ubriachi e sacerdoti gay. Ci sono momenti nella vita in cui tutto passa in secondo piano per affrontare un'emergenza vera, che pretende attenzione ed energie per essere superata senza danno: abbiamo un topo in casa. L'abbiamo scoperto l'altro giorno quando prendendo un sacchetto di pasta dalla soffitta che usiamo come dispensa ci siamo accorti che era un po' troppo leggero e che sul fondo c'era un buchetto rosicchiato con perizia. Ognuno ha il topo che si merita: il nostro è un topo buongustaio perché si è mangiato due pacchi di De Cecco ignorando la Barilla. Ma questi suoi gusti raffinati non basteranno a farlo salvo. Così dopo un rapido consulto (erano anni che tra amici non si discuteva su un tema con tanta passione e diversità di opinioni) sono corso in quel negozio di via Rosmini (dove già mi ero rivolto quando avevo problemi di formiche) per confessare tutta la mia angoscia: «Aiuto! Ho un topo in casa!». Tranquillo - mi ha risposto il giovanotto che stava dietro il banco - sapesse quanti ne arrivano qui agitati come lei. E mi ha guidato vicino a uno scaffale dove c'era tutto quello di cui avevo bisogno. Da un rapido esame degli escrementi (senza bisogno di inviare campioni al Ris di Parma per il test del Dna) abbiamo stabilito che il mio topo è un topolino di campagna e va quindi avvelenato, visto che la mia è una casa di città. Ma prima di passare all'azione mi sono voluto togliere un dubbio: «Scusa tanto, ma come ci è arrivato un topolino in una soffitta al quarto piano per di più senz'ascensore?». Signore mio - è stata la risposta - non c'è nulla di cui stupirsi, lo sa che c'è gente che ha visto i topi arrampicarsi su muri verticali come se fossero lucertole? Quando si tratta di caccia - l'ho capito perfino io - il confine con la leggenda si fa sempre più sottile.
Chi crede che avvelenare un topo sia un compito facile farà bene a leggere oltre. Primo: non bisogna toccare le esche con le dita altrimenti il topo - che ha il cervello piccolo ma non è stupido - diffiderà e continuerà a mangiare la pasta. Secondo, bisogna stare attenti che nessun altro in casa - animali domestici o bambini - faccia la fine che vogliamo fare al topo. Risolti questi due problemi ho piazzato due esche ai lati opposti della soffitta e me ne sono andato a letto. Verso le tre di notte - colto da un presentimento - sono corso in soffitta per scoprire che il veleno era scomparso. Ovvio - si dirà - c'era il topo. Ma le sparizioni fanno comunque un po' impressione. Sono tornato a letto pensando: ora morirà. E senza riuscire a prendere sonno immaginavo quel topo colto da inspiegabili (per lui) emorragie interne cadere stecchito tra le tegole del tetto cercando all'aperto un impossibile sollievo alla sensazione di soffocamento provocata dal veleno. E poi - dicono le istruzioni - finirà mummificato: potenza della chimica, povero topino.
Il giorno successivo mi sono alzato e giusto per scrupolo ho piazzato un'altra esca e un'altra ancora. A mezzogiorno ho verificato che cosa stava accadendo lì dentro (sempre per scrupolo) e ho scoperto - orrore - che erano sparite un'altra volta. Altra esca: sparita. Altra esca: sparita. Così, in preda all'ansia, sono corso al negozio e senza mezzi termini mi sono lamentato: «Il mio topo mi sta prendendo per il culo, prende il veleno ma non muore». Dopo un breve consulto (durante il quale il topino di campagna è diventato un ratto, vista la facilità con cui trasporta i sacchettini velenosi) abbiamo capito qual era il problema: dopo essersi abbuffato di pasta al grano duro quel topo maledetto sta facendo scorte per l'inverno. Porta il veleno nella tana e credendolo una leccornia lo tiene da parte perché è un tipo previdente. Quindi morirà - forse - durante il cenone di Natale. Per il momento me lo tengo e penso con rimpianto a tutte le volte che ho scacciato il gatto dei vicini che veniva a fare la pipì sul gelsomino della mia terrazza e - stanco di essere preso a male parole - non si è fatto più vedere. Un gatto in casa, credetemi, non serve solo a fare le fusa. Ma queste sono saggezze che abbiamo ormai dimenticato.

11 ottobre 2007

Predicatori inaffidabili

Dubita di chi predicando bene razzola male: motto ingenuo ma veritiero. Così dovremmo dubitare del Comune che invita le mamme a usare i pannolini lavabili (rispettosi dell'ambiente e soprattutto dei cassonetti dei rifiuti) ma lascia che negli asili comunali si accumulino tonnellate di Pampers usa e getta. Nessuna madre si scandalizzerà per questo, conoscendo bene il fenomeno pannolini che non è opportuno, per ragioni di eleganza, affrontare in questo pezzo. Ma è solo l'ultimo esempio di una lunga serie di inviti destinati a cadere nel vuoto.
Ci dicono che per il bene del pianeta non dobbiamo usare l'auto (meglio il treno) e poi costruiscono gallerie e strade a quattro corsie che portano fiumi di veicoli in città mortificando i binari ferroviari. E come se non bastasse - credendo di fare un favore ai residenti - i consiglieri d'amministrazione dell'Autobrennero annunciano sconti ai pendolari che usano l'auto ogni giorno per andare al lavoro. Chi va in treno o in autobus, invece, paghi tranquillo.
Ci dicono di usare i parcheggi di attestamento ai margini della città e poi - quando il servizio navetta comincia a funzionare - ci fanno pagare il prezzo del biglietto. Prezzo simbolico - hanno spiegato, ed è vero - ma chi intasa la città viaggiando sulla sua vettura lo può fare gratis e a piacimento con la speranza di trovare un posto auto visto che stiamo scavando il sottosuolo in varie zone per trovare spazio alle vetture.
Ci dicono di privilegiare i prodotti trentini e poi scopriamo (anzi l'hanno scoperto i cavatori della valle di Cembra con le lacrime agli occhi) che per rifare l'ingresso di uno dei suoi palazzi più importanti la Provincia autonoma di Trento - regno del porfido - ha usato porfido cinese.
Ci dicono di abbassare di un grado o due il termostato e se abbiamo freddo di metterci il maglione. Ma quando siamo andati a controllare la temperatura negli uffici - termometro alla mano - abbiamo scoperto che ai dipendenti pubblici piace il clima tropicale. Anche a gennaio.
Ci dicono che l'acqua del sindaco è buona, anzi ottima, meglio delle acque minerali in bottiglia, ma quando la chiediamo al ristorante ci squadrano come se fossimo dei pezzenti. Su questo la Provincia ha varato una campagna informativa ma quando politici, professori, oratori e via dicendo si ritrovano a convegno sul tavolo hanno sempre una fila di bottiglie d'acqua industriale. A differenza del porfido, quella almeno è trentina.
Ci dicono che stanno studiando il modo di far conciliare famiglia e carriera a chi lavora negli uffici. Peccato che quando le madri fortunate lasciano la scrivania e corrono all'asilo aziendale a prendere il bambino entri in azione una donna molto meno fortunata a svuotare il cestino, una che lavora metà di giorno e metà di notte, che ha un contratto fino a Natale (ma non prende i soldi da quest'estate).
Ci insegnano che è meglio fare vacanze sostenibili - magari in bicicletta - mentre i politici volano in gruppo a studiare le abitudini degli indiani. La sera tutti a dormire nell'albergo occidentale, uguale a quello che c'è a Parigi, Londra e New York.
Ci dicono di spegnere la lucetta della televisione perché messi tutti assieme quei pallini rossi fanno girare le turbine delle centrali elettriche. Ma quando passiamo in via Rosmini in piena notte restiamo abbagliati dai fari della facoltà di Giurisprudenza che illuminano a giorno il palazzo di Mario Botta.
Ci dicono di salire le scale a piedi: fa bene a noi e fa bene anche all'ambiente. Ma quando ci facciamo indicare le scale di un grande palazzo l'usciere perplesso punta il dito verso una porticina d'acciaio grigia (con la scritta "emergenza") che nasconde una serie di rampe deserte e impolverate dove una donna sola avrebbe paura ad avventurarsi.
Ci dicono tante cose, c'è chi le ha chiamate "cose giuste" e ormai sono di gran moda. Mi sono venute in mente l'altro ieri quando mi è arrivata una lettera per annunciare il ritorno della fiera dedicata a queste azioni: ci sarà la folla tra il 2 e il 4 novembre nei padiglioni di Trento Fiere per la rassegna "Fai la cosa giusta". Sarebbe bello se tra la gente che con grande entusiasmo razzola bene ci fosse anche qualche politico di ritorno da un volo transcontinentale.

30 settembre 2007

Il nonno di Heidi

Può capitare che due genitori fuori moda e fuori dal tempo facciano vedere Heidi al loro figliolo, invece di Nemo o Winnie the Pooh, perché quel cartone animato d'altri tempi non l'hanno mai dimenticato.
Può capitare che un bambino di due anni, a forza di guardare Heidi, immagini un mondo fantastico dove i monti sorridono, le caprette fanno ciao e d'inverno si va a scuola con la slitta.
Può capitare che in un sabato d'autunno i due genitori fuori moda carichino in auto il piccolo pastore promettendogli una giornata memorabile perché andranno in montagna a vedere Heidi, Peter, il nonno di Heidi, le mucche e le caprette che scendono a valle dopo un'estate trascorsa in cima ai monti.
Può capitare infine che il piccolo, di fronte a tale promessa, si addormenti felice sognando i campanacci delle mucche e si risvegli ai margini di un prato di montagna, in mezzo a una piccola folla di turisti, mentre giunge da lontano (ma sempre più vicino) l'inconfondibile "din-don" che annuncia l'arrivo di una mandria. Ed è lì - mentre le mucche sfilano chiassose agghindate a festa con i fiori colorati appesi attorno al collo - che un grido acuto attira l'attenzione del pubblico che smette, ma solo per un attimo, di pigiare i pulsanti delle macchine fotografiche: "Nonno Heidiiiiii!". I turisti ridono (c'è ancora qualcuno che crede alle favole) e si chiedono chi possa essere quel nonno invocato a pieni polmoni da un bambino di città.
La sfilata continua. Ci sono le vacche bianche del passo San Pellegrino che ondeggiano come ballerine di cabaret con una gigantesca stella alpina appesa sopra il capo. Ecco le mucche della provincia autonoma di Trento con lo stemma dell'aquila agganciato in mezzo agli occhi, quelle di Agordo con enormi campanacci che risuonano potenti nella piana di Falcade. Ma il piccolo cittadino non si arrende (è troppo giovane, ancora non sa cosa sia lo scherno) e richiama l'attenzione su un vecchio che là in fondo (perché nessuno l'ha notato?) accompagna le sue bestie bilanciando il peso sugli scarponi da montagna stretti nei lacci rossi: "Nonno Heidiiiiiiii!". I turisti lagunari, giunti in quota la mattina e decisi a tornare a casa prima che cominci il campionato, si danno di gomito: Heidi, chi se la ricorda più? Ma lui no, il vecchio dell'Alpe, prende sul serio quel richiamo, affida le bestie al suo giovane pastore e si avvicina alla folla con quegli scarponi dalla suola grossa, la camicia pesante a scacchi e il cappello di lana cotta verde, proprio quello che fa storcere il naso alle cameriere del bar giù in paese quando si presenta a bere un bicchiere. Ma oggi no, questo è il suo giorno e il vecchio con quella sua barba bianca (è proprio lui!) si fa largo tra la gente per vedere chi lo chiama. Ed è in quel preciso istante che da là sotto, in mezzo a tutte quelle gambe, parte il terzo richiamo ancora più disperato: "Nonno Heidiiiiiii". Allora lui, il vecchio dell'Alpe, proprio quello che in città raccontava le storie di montagna dipinto sullo schermo del computer, solleva quel bambino biondo come se fosse un agnellino e se lo prende in braccio: "Ciao - gli dice - vuoi salire sulle mucche?". Il piccolo è dubbioso, non dice più nulla, fa di no con la testa, troppe emozioni, bisogna pur tenersi qualcosa per la prossima volta, studia il nonno di Heidi come se lo vedesse per la prima volta, lo guarda fisso negli occhi rugosi, è questione di un attimo, appena il tempo di scattare QUESTA FOTO.

16 settembre 2007

Il piccolo demonio

Ogni albergo, ristorante, bar o pizzeria che si rispetti ha la coppia con figli che fa passare la voglia di avere figli alle coppie che figli ancora non ne hanno. La settimana scorsa all'hotel Hohe Gaisl noi eravamo quella coppia.
Quello che è andato in scena è uno spettacolo già visto di cui conosco il copione in ogni sua variante. Sua maestà il piccolo playboy - l'attore protagonista di questa commedia di cui è autore, regista, sceneggiatore e soprattutto tecnico del suono - si è presentato sul palco dell'albergo altoatesino indossando il suo costume preferito, quei pantaloni di cuoio tirolesi che gli sono valsi subito le simpatie del numeroso pubblico tedesco. Capelli biondi, occhi azzurri, guance rosse è stato accolto da complimenti e sorrisi compiacenti, con quella strana luce che ho imparato a leggere negli occhi delle donne e che su per giù vuol dire nostalgia (se sono troppo vecchie), insofferenza (se sono troppo giovani) o grandi aspettative (se hanno l'età giusta).
Per farla breve il grande show è iniziato all'ora di cena quando il piccolo è salito in piedi sulla sedia con una fetta di speck in mano per farla ammirare a tutti prima di non mangiarla. Oh che bel bambino, si è lasciata scappare una che avrebbe avuto l'età giusta ma era lì con il marito sbagliato, ignara di quello che stava per accadere.
Noi invece sapevamo, e attenti ad evitare guai peggiori (tipo che tirasse l'acqua alla cameriera, colpevole di avergli portato un bicchiere con i manici a lui che ormai è grande e vuole bere a canna) l'abbiamo lasciato libero di scorazzare dalla sala da pranzo all'angolo dei giochi al grido di Heidi, Peter, nonno, caprette, beee, muuuu e din don fa la campana.
Senza trovare complici nei figli dei tedeschi, il piccolo playboy ha continuato lo show snobbando il cibo (mangiare: che gran perdita di tempo) e quel bicchierone di latte che una cameriera premurosa gli aveva portato nel tentativo disperato di calmarlo, probabilmente dopo averci messo una dose di valium di propria iniziativa.
All'improvviso, durante una delle sue incursioni fra i tavoli più appartati, il piccolo demonio è riuscito nella sua specialità: inciampare nelle fughe fra una piastrella e l'altra cadendo a testa in giù, tenendo le manine dietro la schiena per non rovinare l'eleganza del suo volo. Ho sentito il toc della fronte che batteva contro la pietra e ho iniziato il conto alla rovescia per capire quando sarebbe arrivato lo strillo, puntuale come un tuono dopo il fulmine. Ci avrà messo tre o quattro secondi, roba da grandi occasioni, ma infine è arrivato: un acuto lancinante che ha riempito le volte della sala gotica abituate a chiacchiere sommesse.
Un signore dall'aspetto distinto mi ha preceduto nel soccorso rassicurandomi: tranquillo, sono un medico. Ma io l'ho zittito al volo: tranquillo sarà lei, io sono il padre. E ho buttato lì la mia diagnosi: tutta scena, lo conosco, non ha niente. Il piccolo ha sentito gli occhi su di sé e si è giocato le sue ultime carte in un esaltante gran finale: ha chiamato nonna una signora che ci è rimasta molto male (facendo sbellicare dalle risate i suoi amici), ha tirato giù una tovaglia con i piatti che c'erano sopra nel tentativo (fallito) di non cadere un'altra volta e infine si è esibito nella colonna sonora dei tre porcellini cantandola a "miao miao" come solo lui sa fare. La cena è finita quando la proprietaria di un giovane labrador ha lasciato la sala con il marito sotto braccio e lo sguardo di chi pensa: caro, per fortuna noi abbiamo un cane.
Noi invece ci siamo raccolti il figlioletto e ce lo siamo portati in camera dove è crollato esausto. E' stato lì che nel cuore della notte, quando nell'albergo si sentiva solo il ronzio della caldaia e qualche scarico d'acqua lontano, quando anche il titolare aveva spento la luce e in cucina regnava il silenzio più assoluto, è stato in quel momento che un grido ha squarciato l'oscurità totale dei duemila metri di quota, più forte della sirena anti incendio di quell'edificio costruito interamente in legno. Era lui, in piedi sul letto, il volto contratto e i pugni stretti che urlava a pieni polmoni: laaaaatte!

11 settembre 2007

I volti di mille bambini

C'è un posto in città dove ci sono le foto di quasi mille bimbi appese alle pareti. Chi apre la porta incontra una cornice in vetro con una ventina di piccoli che sorridono all'obiettivo. Lungo il corridoio eccone un'altra, un'altra e un'altra ancora, ciascuna piena di fotografie felici. Chi ha la pazienza di entrare in una stanzetta separata scopre dieci nuovi quadri con duecento piccole fotografie di bimbi sorridenti che guardano il visitatore, alcune con il nome e la data scritti sopra. Quel posto è il reparto di ginecologia dell'ospedale Santa Chiara ma questa storia rende meglio se lo si chiama - come una volta - il reparto di maternità.
Cominciò una madre, vent'anni fa, a portare alle ostetriche una foto di suo figlio per ringraziarle di averla aiutata a mettere al mondo il bimbo. Saranno stati gli anni Ottanta, nessuno lì dentro se lo ricorda più, ma quella foto ne ha chiamate tante altre e l'altro giorno mi sono tolto lo sfizio di contarle: sono quasi mille. E altre ancora attendono in un cassetto di essere appese.
Per l'infanzia sono tempi cupi. Le foto di bambini evocano notizie di abusi, denunce, sequestri di computer e arresti. Può capitare addirittura che un padre debba chiedere il permesso per filmare il proprio bimbo all'asilo o a scuola mentre gioca con i compagni, non sia mai che gli altri genitori non siano d'accordo. Ma lì dentro no: nel reparto di maternità dell'ospedale Santa Chiara i bimbi sorridono sereni e non c'è privacy che impedisca di osservare - ammirati - i bimbi altrui.
Sono soprattutto gli uomini a guardare quelle foto e i motivi sono due. Primo: le donne lì dentro hanno molto altro da fare che stare sul corridoio a passeggiare avanti e indietro. Secondo: gli uomini scoprono solo all'ultimo momento che al mondo esistono anche i bambini, quando ormai è ora di occuparsene. Così devono recuperare il tempo perduto e con l'occhio attento dello scienziato scoprono da quelle foto come sarà la loro vita.
Ci sono i bimbi più piccoli sdraiati sul fasciatoio con lo sguardo perso nel vuoto, quelli più grandi fotografati al mare con la paletta e il secchiello, ci sono i fratelli maggiori con lo sguardo smarrito e preoccupato che tengono stretti gli ultimi arrivati (perché così gli hanno detto di fare), ci sono le foto di Natale con i bambini sotto l'albero (alcuni vestiti da babbo natale, poveretti) e c'è una foto che fa tirare un sospiro di sollievo a tutti gli altri genitori che ingannano l'attesa davanti a quella galleria: è quella in cui ci sono cinque bimbi identici, seduti l'uno accanto all'altro su un divano in cui da quando sono nati non c'è più posto per nessuno.
In quelle foto si legge una realtà trentina fatta di gite in montagna e compleanni festeggiati in giardino. Nelle immagini degli ultimi anni c'è anche qualche bambino colorato, con la madre che ha voluto partecipare all'usanza collettiva come per dire: eccoci qui. E a tutti quelli che pensano che sia il mondo esterno (e non i geni) a fare di una persona ciò che è, consiglio di guardare negli occhi quei bambini che a pochi mesi d'età, senz'aver visto il mondo, hanno già una storia da raccontare. La mia foto lì dentro non c'è (perché sono nato altrove e comunque all'epoca non c'era quest'abitudine) ma non mi dispiacerebbe che ci fosse per raccontare assieme a tutte le altre immagini la storia della nostra città.
Quella galleria di mille foto al terzo piano dell'ospedale Santa Chiara mi aveva già colpito a tempo debito, quando fu il mio turno di presentarmi - padre trafelato - in quel reparto. Sono tornato lì dentro l'altro giorno. Provenivo da un reparto in cui si muore, dov'ero andato per motivi di lavoro, e volevo tirarmi su il morale con una visita nel posto in cui si nasce: funziona.
Nessuno ha avuto niente da ridire quando mi sono messo a contare le foto senza riuscire a trattenere, di fronte a qualche immagine, una risata. Confesso che ho barato: non sono ancora mille, per fare cifra tonda ne mancano almeno un centinaio. Così sono uscito di là determinato a portare al più presto alle ostetriche una delle nostre foto di famiglia, per contribuire a far crescere in città quella gigantesca galleria dove la privacy non esiste e i bimbi ridono felici.

04 settembre 2007

Ecco come farla franca

scarpe camper sul luogo del delittoConosco un investigatore che per deformazione professionale immagina sempre che farebbe se fosse coinvolto - come assassino - in un caso di omicidio. Il caso Cogne era il suo preferito, ma con i gialli estivi che si sono ripetuti in questi giorni - ragazze morte, coppie torturate e infine uccise, corpi trovati nel bosco dentro un sacco - ha avuto un bel da fare a ricostruire scene del delitto, alibi e moventi. E io mi sono prestato volentieri a fare la sua spalla, così, se mai mi capiterà di essere nei guai, saprò come venirne fuori. Per dire la verità lavora in un ufficio e le indagini le conosce - quindi - dai giornali, ma ha molto tempo per ragionare sulle tecniche investigative tanto che ha elaborato un manuale che qui riporto ad uso di chi ha (o prima o poi avrà) la coscienza sporca. E per chi obietta che in questo modo si aiutano i colpevoli a farla franca dico quello che mi dice sempre lui, l'inquirente: «Tra noi e loro è una sfida, dobbiamo prenderli ma non possiamo negargli il diritto sacrosanto di fuggire».
E allora ecco i punti deboli su cui cadono gli assassini. Al primo posto c'è il telefono cellulare che può essere utile a molti scopi. Da quell'apparecchio si capisce con chi avete parlato (quando e per quanto tempo), a chi avete spedito i vostri messaggi, dove siete stati e dove siete in questo momento (sempre che il telefono sia acceso) con un'approssimazione di poche centinaia di metri: se siete dispersi e sperate che qualcuno vi ritrovi un telefono acceso in tasca può tornare molto comodo, ma se siete in fuga liberatevi subito dell'apparecchio senza illudervi che basti cambiare scheda.
Vengono poi le telecamere. Le rapine in banca in questo caso non c'entrano: guardatevi le spalle mentre lasciate la scena del delitto e passate sotto il raggio d'azione della piccola telecamera di un negozio, oppure mentre imboccate l'autostrada sicuri che nessuno vi osservi: una volta - proprio qui in Trentino - hanno arrestato un giovane che aveva appena ucciso la fidanzata a Brescia e l'aveva trasportata nella piana Rotaliana. Gli hanno chiesto: «Dov'eri?». «A casa» ha detto lui, ma è diventato pallido quando gli hanno mostrato il video di una telecamera in autostrada che riprendeva la sua Volvo in viaggio verso nord.
Facciamo finta che su di voi abbiano forti sospetti, tanto che vi hanno già arrestati e portati in caserma per interrogarvi, ma guarda caso vi trattano con i guanti di velluto tanto da mettervi tranquilli in una stanza a parlare con grande discrezione con il vostro complice (hanno beccato pure lui). Tanta gentilezza vi sorprende? Osservazione giusta: probabilmente quel locale è pieno di microfoni, fossi in voi starei zitto senza provare a comunicare a gesti perché da qualche parte hanno nascosto anche una telecamera. Se sequestrano il vostro computer siete nei guai: se siete tipi tecnologici lì dentro troveranno l'intera vostra vita, compresa quella che credevate di avere cancellato gettandola nel cestino.
Denaro. Per un fuggiasco prelevare soldi con il bancomat o con la carta di credito equivale a dire: «Sono qui, venite a prendermi» tanto vale tentare una rapina in banca, anche perché la vostra tessera sicuramente l'avranno già bloccata.
Attenzione infine ai parenti: è tenendo d'occhio i familiari che gli investigatori contano - prima o poi - di acciuffare un latitante. Così arrestarono Peter Paul Rainer - l'altoatesino condannato per omicidio - quando i genitori andarono a trovarlo per le feste nel suo rifugio di Vienna. L'altro famoso latitante altoatesino - Max Leitner, soprannominato il re delle evasioni - non commise lo stesso errore, ma rimase vittima della voglia di casa del suo compagno di fuga meridionale che dall'Africa telefonò in Sicilia per gli auguri di Natale. Presi.
L'ultima cosa che mi insegna sempre il mio amico piedipiatti è che se dopo 48 ore dalla scoperta del delitto non vi hanno ancora incastrato siete salvi: le probabilità scendono quasi a zero. Dice così - e sospira - perché lui è uno che dava la caccia ai criminali ai vecchi tempi, quando il Dna era roba da medici e non da poliziotti, e un po' rimpiange i tempi in cui invece delle tecnologie si usava il fiuto.

02 settembre 2007

I conquistatori del Piz Boè

ingorgo in alta quotaSe ti piace la folla, se non ti danno fastidio l'odore di sudore e gli schiamazzi, se il rumore dei motori a fondovalle per te è una musica, se consideri il tempo passato in coda un'occasione per riposarti, allora sali ai 3.152 metri del Piz Boè in una domenica d'agosto: troverai tremila persone (per la maggior parte arrivate con la vicina funivia del Sass Pordoi) che hanno avuto la stessa, fantastica, idea. Poi incolonnati sul sentiero che ti riporterà a valle, dove avrai lasciato l'auto nell'immenso parcheggio del passo Pordoi e torna a casa soddisfatto per aver vissuto un'esperienza forte: la montagna usa e getta, quella che le agenzie turistiche propongono a chi non ha tempo per una settimana sulle Dolomiti ma deve concentrare in sette giorni Venezia, Riva del Garda, Innsbruck, il Mart di Rovereto e se la stagione è quella giusta - tappa d'obbligo - i mercatini di Natale. Se invece tutto questo ti rende un po' triste, sali lassù di lunedì, magari anche in funivia (che in fondo è una gran comodità) e bevendo un the caldo sulla terrazza della Capanna Fassa scoprirai un'altra montagna.

P.S. le foto dell'escursione sulla montagna usa e getta sono state pubblicate nella galleria del mio giornale a questo indirizzo: ingorgo a 3 mila metri di quota

30 agosto 2007

Il bagno dolomitico

wc d'alta quotaEra da un po' che non trovavo un bagno degno di una recensione, ma l'altro giorno ai 3.152 metri del Piz Boè (Dolomiti), non ho saputo resistere. Ho seguito il cartello vicino al rifugio con la scritta "wc", sono sceso lungo un ripido sentiero e sono entrato in un bagno cinque stelle, almeno per essere in cima a un monte: una finestra affacciata a valle con un panorama fantastico, ambiente arieggiato (perché alla finestra non ci sono vetri), grande pulizia senza nemmeno tirare l'acqua (lo scarico si affaccia direttamente sul burrone), nessun cattivo odore. Peccato non ci fosse la carta igienica ma chi fa caso a queste sottigliezze a tremila metri di quota? Il bagno dolomitico, con i suoi ancoraggi alla roccia per impedire che il vento se lo porti via e il laghetto azzurro a valle, mi ha conquistato. Ma poiché ho una predilezione per i bagni biblioteca, ho sofferto un po' per la mancanza di libri o giornali per ingannare il tempo lì dentro. Così al lettore escursionista consiglio una lettura che mi pare adeguata alla situazione da mettere nello zaino e tirare fuori al momento giusto: La morte sospesa.

Per chi fosse - giustamente - curioso: l'interno del bagno e la finestra panoramica.

26 agosto 2007

La coda comunista

E' in giornate come questa, dette dell'esodo, che il signor Luigi G. si alza di buon mattino, con l'umore ai massimi livelli, si infila la tuta da lavoro e sale con la moglie sull'auto che lo porterà al suo distributore di benzina: lui alle pompe del carburante, lei dietro il bancone del mini-bar, quello che per l'automobilista è l'inferno per loro è il paradiso. Poiché il signor Luigi G., avendo il distributore poco distante dalla casa in cui trascorro le vacanze, è anche amico mio, ecco a voi in esclusiva il suo pensiero sulle code e sui rientri dalle ferie, materia in cui vista l'esperienza è un grande intenditore: “Prima di tutto – spiega – guardo al portafoglio e so che per coprire la stessa distanza un'auto in coda consuma più di un'auto in corsa, quindi alla pista libera preferisco la colonna ma ho smesso da anni di sentirmi in colpa: chi è causa del suo mal pianga sé stesso e chi si mette in viaggio il pomeriggio di domenica per rientrare al lavoro il lunedì sa a cosa va incontro. Di buono c'è che le code sono democratiche, anzi comuniste: quando comincia a formarsi la colonna d'auto c'è qualche disperato che rischia tutto per guadagnare qualche posizione ma poi si ritrovano tutti fermi lì, uno dietro l'altro, quelli con l'utilitaria carica di nonni e nipoti e quelli che viaggiano in due sull'ammiraglia, anche se mi è sempre rimasto il dubbio che i ricchi veri stiano fuori da questi giri. Poiché vendo benzina (e non posti letto) per me vanno bene anche i camperisti che hanno il serbatoio grande ma presto o tardi passano da me. Poi ci sono i motociclisti: esposti alla pioggia e alle cadute quando c'è la coda mettono la freccia e si prendono la rivincita, tutti tranne i tedeschi che – non li ho mai capiti – restano in fila come se fossero sull'auto. C'è la coda dell'esodo e quella della domenica che si forma la mattina e compare puntuale quand'è sera. Una volta – lo confesso – riempivo un serbatoio dopo l'altro ma un po' ci restavo male: poveri turisti, pensavo, quanti sacrifici devono fare per respirare un po' d'aria buona. Ma anno dopo anno mi sono accorto che a stare in coda sono sempre gli stessi, rassegnati, come se la colonna fosse il male minore. Uno di Milano un giorno mi ha spiegato che queste code dolomitiche sono cose da dilettanti, quasi una vacanza rispetto alle colonne da professionisti che sopporta ogni giorno in tangenziale. Quello di Mestre – lì vicino – faceva di sì con la testa. Dico la verità li capisco poco: fanno il conto al minuto del tempo che trascorrono in ufficio ma dimenticano di calcolare le ore che passano chiusi in auto. Ma i turisti del ferragosto alle code hanno fatto l'abitudine: stanno in coda durante la salita della ferrata (ma è gente di mondo, attaccati al cordino colgono l'occasione per chiacchierare di fondi, azioni e obbligazioni), giunti al rifugio si mettono in coda per la grappa e quand'è ora di tornare, poiché sono stanchi, si mettono in fila per scendere a valle in funivia.
Da un paio d'anni a questa parte sembrava fosse arrivata la rivoluzione: i professionisti della coda tengono in auto il navigatore satellitare che dovrebbe insegnare qual è la strada giusta, quella più corta, quella più veloce e – udite, udite – qual è il percorso alternativo in caso di ingorgo oppure di incidente: so di gente con il camper gigante che si è trovata intrappolata nella strettoia tra due fienili di montagna credendo di aver trovato la scorciatoia giusta”.
Mi pare di vederlo, Luigi G., mentre riempie di benzina le auto dell'esodo con la moglie dietro il banco a macinare caffè. E mi pare di vederlo domani, quando la montagna sarà semi-deserta, il cielo sereno (perché anche il tempo ci prende gusto a sbeffeggiare le masse) intento a girare il cartello di metallo all'ingresso del suo piccolo distributore (lui ha ancora quei vecchi cartelli rumorosi e mezzi arrugginiti) finché si vedrà la scritta chiuso. “Perché – questa è la sua teoria – passo la domenica a servire i turisti ma il vero signore sono io quando il lunedì mattina, passata l'invasione dei vacanzieri, mi prendo il lusso di mettermi di riposo”.

22 agosto 2007

Palloni gonfiati

Scrivo da una località di montagna per avvisare i lettori di una minaccia che quest'anno, più che mai, rischia di rovinare la vacanza a chi sogna il silenzio, la natura e le tradizioni delle Dolomiti. Scriverò dei parchi giochi, ma non di quegli innocui giardini con lo scivolo, l'altalena e la buca della sabbia a cui abbiamo fatto l'abitudine. No, qui si tratta di immense navi dei pirati e di giganteschi scivoli gonfiabili, alti come una casetta di due piani, che spiccano nel verde dei prati con i loro colori rosa, giallo e blu. Nel paese in cui abitiamo ce n'è uno che esibisce all'ingresso la seguente referenza: “Il più grande parco giochi gonfiabili delle Dolomiti”. Niente meno.
All'inizio ci sembrò una gran fortuna, quella di avere una tale attrazione dietro casa, dove parcheggiare il piccolo e passare un pomeriggio in libertà al prezzo popolare di quattro euro e cinquanta. Ci siamo cascati come polli: quei giganteschi palloni, forse studiati da psicologi dell'età evolutiva per fare colpo sui piccoli turisti, sono diventati il nostro incubo e la parola “giochi” è la colonna sonora della nostra vacanza, urlata con tonalità e intensità diverse a seconda del momento. Giorno dopo giorno guardo con odio l'improvvisato Mangiafuoco all'ingresso del suo baraccone. Forse dovrei chiamarlo pifferaio per l'abilità con cui incanta i suoi giovanissimi clienti e in realtà anche qualche madre: mi chiedo se ha fatto un corso per essere così efficace nel conquistare gli ospiti che varcano la sua soglia e – da quell'istante – fanno di tutto per tornarci. Sono arrivato a sospettare che sia tutta colpa delle caramelle – drogate? - che tiene in un cestino nella casetta in cui stacca i biglietti mattina, mezzogiorno, pomeriggio, sera e notte perché il più grande parco giochi delle Dolomiti non chiude mai e per evitare capricci disperati siamo giunti a cambiare il nostro percorso abituale, prolungando la strada di un paio di chilometri, per arrivare a casa dal retro senza passare di fronte al paese dei balocchi.
Basta, mi son detto, siamo qui per goderci le montagne e non quattro palloni gonfiati: domani si sale in quota. Detto fatto: attraversando un paesino dopo l'altro al grido di “giochi! giochi! giochi!” perché non c'è ormai più località turistica degna di questo nome priva del gigantesco scivolo gonfiabile, siamo giunti ai piedi di un pascolo. “Giù dall'auto – ho ordinato alla mia truppa – si va a a scoprire da dove viene il latte che beviamo la mattina”. C'erano le mucche, le capre, qualche gallina e un paio di maiali ma ugualmente dallo zaino porta-bimbo che tenevo sulle spalle ho udito un urlo lancinante: “Giochi!”. C'erano veramente – dietro il rifugio – un castello delle fate e una casetta di Biancaneve tenuti in piedi da un motorino ronzante che pompava aria a tutto spiano.
“Più su, più su, dobbiamo andare più su” ho ordinato disperato, incamminandomi lungo un sentiero che ricordavo a malapena ma – non avevo dubbi – ci avrebbe portato sulle montagne vere lasciando a valle l'incubo dei giochi.
Un'ora di cammino in salita, a lato di un minuscolo ruscello, tra le tracce di qualche invisibile capriolo (a Ferragosto soffrono la folla e vanno in vacanza pure loro), ci ha portati in cima ad un versante. Ancora pochi passi e saremmo stati lassù, a tu per tu con le pareti pallide di roccia con i segni neri lasciati dalla pioggia e i ghiaioni frantumati l'inverno dai ghiacci. Avrei voluto dire: “Signore e signori, ecco a voi le Dolomiti” invece per prudenza mi sono trattenuto, subito preceduto da mio figlio che dalle mie spalle, in posizione dominante, ha avvistato l'oggetto del desiderio e stanco di caprette e stelle alpine ha cacciato l'urlo più soddisfatto che mai sia risuonato in quelle valli amplificato dall'eco delle rocce: “Giochiiiii!”.
Quando si perde è saggio ammettere la sconfitta: sono qui a 2.000 metri che digito questo articolo sul telefonino, seduto su una panca assieme ad altri padri orgogliosi – saliti in quota in seggiovia - che fotografano e riprendono i loro bambini mentre saltano felici nella pancia di un'enorme Civetta di plastica viola che nasconde alla vista la Civetta vera, fatta di roccia bianca. Che i bambini siano felici non mi sorprende, quel che mi preoccupa è che lo siano i loro padri.

12 agosto 2007

C'era una volta l'autostop

autostop con le scarpe camperC'era una volta l'autostop, l'attività di chi alza il pollice a lato della strada per chiedere un passaggio. Ci sono tre motivi per fare l'autostop: necessità, voglia d'avventura o sensibilità ambientalista. Poiché un'auto ce l'ho e le avventure un po' mi spaventano è sempre stato per evitare di muovere invano una vettura che mi sono trovato sul marciapiede, con il pollice fuori, sfidando le frecciate di familiari e amici che consideravano il gesto poco dignitoso.
A salire sulle auto altrui si imparano tante cose. Avevo sedici anni quando scoprii che c'è gente che va in giro apposta per dare passaggi ai ragazzini. E non è questione di altruismo. Ne avevo venti quando - sul sedile posteriore di una Mercedes, con un grosso pastore maremmano che mi annusava le parti intime, tale Max - mi resi conto che per i proprietari di cani contano più i quattrozampe dei bipedi che chiedono un passaggio. Ne avrò avuti ventidue quando imparai, in anticipo sui tempi, che l'olfatto dei genitori di un bambino di due anni si disattiva per consentire il viaggio anche quando il piccolo ha il pannolino pieno. Il mio invece funzionava benissimo. A ventitré anni, all'interno di un grosso fuoristrada, mi stupii di come il silenzio di una coppia sposata possa diventare, chilometro dopo chilometro, più violento di una sfuriata.
Ma il passaggio che mai dimenticherò lo chiesi - e ottenni - quando ormai avevo trent'anni. Ero a Pergine, sulla statale della Valsugana, vicino all'officina di un mago dei motori a cui avevo affidato la mia motocicletta. Stavo lì con il casco in mano e il pollice destro fuori (già da qualche decina di minuti a dire la verità) quando sentii in lontananza il rombo di un motore. Mantenni il dito esposto, quasi per distrazione, mentre il pilota scalava le marce e il frastuono in avvicinamento diminuiva: era una moto da corsa.
«Dio mio fa che non si fermi» pensai. Si fermò. Dagli occhi spiritati che mi guardavano sotto la visiera scura del casco intesi che il centauro era un ragazzo: «Dove vai?» mi chiese. Volevo dire Berlino e invece mi venne fuori Trento. «Metti il casco e salta su» mi ordinò, indicandomi uno spoiler in plastica rossa che copriva quel quadratino che una volta era la sella. Inutile discutere: siamo o non siamo motociclisti? Mi arrampicai lì dietro e mi aggrappai in qualche modo al serbatoio: non entro nei dettagli, chi ha moto come quella conosce la sofferenza (nel mio caso anche l'imbarazzo) a cui è sottoposto il passeggero. Per farla breve - e fu breve veramente - partimmo a razzo verso il capoluogo. Voleva insegnarmi come si guidano le moto. Arrivati alla galleria dei Crozi mi sentii salvo perché una corsia era chiusa e le macchine viaggiavano lente in colonna. Niente da fare, Valentino Rossi fece sbandare il bolide sulla destra e infilò l'area del cantiere come farebbe l'autista di un autobus nella sua corsia preferenziale. Due minuti dopo eravamo alle porte della città. Indicai una piazzola distante cinque chilometri da casa mia: «Fermo qui, sono arrivato». Lo guardai partire impennando, con una consapevolezza nuova: il vero autostoppista è quello che sa quand'è il momento di ritirare il pollice.
Con gli anni i tempi d'attesa sul marciapiede si sono allungati: c'è qualcosa di sospetto in un uomo maturo fermo a lato della strada. Così invece di chiedere passaggi ho cominciato a darli. Le occasioni sono poche, perché gli autostoppisti sono diventati una rarità (colpa del benessere ma anche di certi film e leggende che non aiutano ad avere fiducia nel prossimo) ma io comunque seleziono: carico a bordo quelli che penso mi possano raccontare qualcosa che non so, per lo più ragazze perché - sono convinto - chiacchierano di più. Così l'altro giorno mi sono fermato nel piazzale dove c'era una giovane con lo zaino: «Sali pure» le ho detto. Doveva tornare a casa, in un paese dieci chilometri più avanti. Mi chiedevo di cosa avremmo potuto parlare in dieci minuti di strada quando sentii un brusio intermittente alla mia destra, proveniente dalle cuffiette che si era infilata nelle orecchie.
C'era una volta l'autostop.

08 agosto 2007

Aut min ric

Signore e signori questa non è pubblicità, questa non è nemmeno informazione, questa è arte: provate - se ci riuscite - a recitare trenta parole nel giro di tre secondi e capirete la bravura dello speaker che per anni ci ha avvisato che i farmaci pubblicizzati alla radio o alla televisione potevano essere nocivi per la salute. Parlo al passato perché quei messaggi superveloci non li ascolteremo più. Questa soluzione all'italiana, in pratica uno sberleffo delle potenti case farmaceutiche allo Stato che pretendeva un'informazione corretta per i cittadini, l'abbiamo sentita per anni alla televisione e alla radio, dove il tempo si misura in euro al secondo e il messaggio obbligatorio per legge veniva compresso al limite della comprensibilità. Chiedetemi la pubblicità di un farmaco e non vi saprò rispondere, ma le speedy avvertenze mi hanno sempre fatto impazzire, come le note scritte in piccolo nelle pubblicità dei mutui bancari: comicità pura. Ebbene, le speedy avvertenze non le sentiremo più, proibite da un decreto legge che vorrebbe tutelare i cittadini. Protesto: così ci tolgono un pezzo della colonna sonora dei nostri tempi, compreso quell'aut.min.ric. che ho voluto mettere nel titolo. Non sono riuscito a trovare una registrazione di quelle trenta parole compresse in tre secondi, così le incollo qui sotto perché - mi sono accorto - fanno un certo effetto anche da scritte. Caro lettore di questo blog, al momento di assumere un farmaco ricorda: prima dell'uso leggere attentamente le avvertenze può avere effetti collaterali non somministrare ai bambini sotto i dodici anni in caso di problemi consultare il medico.
Oh yes!

06 agosto 2007

Cadono vipere dal cielo

Sono le nove del mattino, praticamente l’alba, quando mi chiama al telefono una vecchia fonte per regalarmi lo scoop del secolo. Stai attento, mi dice, perché questa che sto per raccontarti è una bomba, giocatela bene e ricordati di me. In tre minuti mi spiega che nei giorni scorsi in un supermercato di Predazzo una madre che faceva la spesa ha perso di vista il figlio, ma essendo una tipa svelta ha fatto bloccare le uscite del negozio prima che i rapitori potessero portare via il bambino. Il finale già lo sapevo: pochi minuti dopo la donna ha trovato il figlio nel bagno del supermercato, con i capelli tinti, assieme a due nomadi che gli stavano cambiando i vestiti. Proprio come era successo sei mesi fa a Pergine, l’anno scorso a Rovereto e chissà quante altre volte tanto che quando gli ho raccontato del mio scoop mancato il collega P. mi ha risposto: «Ma sei sicuro che sia una bufala? Verificala bene perché è successa la stessa cosa all’amica di una mia amica spagnola e la notizia era finita su tutti i giornali».
I giornali spagnoli non li leggo, ma conosco le leggende metropolitane. Come quella andata in scena l’altro giorno in Sicilia della zingara che avvolge i bambini nella sua grande gonna e li porta via come se nulla fosse. Vittima dei pregiudizi della gente una rumena che chiedeva l’elemosina sulla spiaggia è finita in carcere senza nemmeno sapere perché. L’ha liberata il giudice, dopo una notte in cella, quando l’ha guardata e ha visto che la sottana che indossava non aveva stoffa a sufficienza per imprigionare uno di quei bambini che in spiaggia non stanno fermi un attimo. Né tantomeno zitti. Chissà se i bagnanti che l’accusavano le hanno almeno chiesto scusa.
Leggende. Erano gli anni del motorino, c’era da poco l’obbligo del casco e noi ragazzini per dimostrare che eravamo esperti raccontavamo di quel tale che era caduto con la moto e si era alzato illeso: stava lì in piedi sull’asfalto a togliere la polvere dal giubbotto quando gli venne la malaugurata idea di togliersi il casco. Appena levato l’elmetto il cranio gli si aprì in due, giusto a metà, e cadde sulla strada come un’anguria rotta. La storia la sapevamo a memoria ma ogni volta ci scappava un grido di stupore. Il mio amico L. giurava che era vera perché quel tale era un amico di suo fratello.
Altre leggende. Il cow-boy che faceva la pubblicità alle Marlboro è morto di cancro ai polmoni (il collega G. dice che è vera); nel lago di Cei c’è un luccio grande come un pescecane che nessuno è mai riuscito a prendere e ormai dovrebbe avere su per giù cent’anni; se andate in America Latina e vi vogliono vendere un cagnolino diffidate perché probabilmente è un topo; se invece provano a rifilarvi un tronchetto della felicità occhio ai ragni della morte che sono nascosti tra le foglie; a New York state alla larga dalle fogne perché ci sono i coccodrilli, ma non c’è da stupirsi perché ne hanno visto uno anche nel Garda. E se dopo una serata in discoteca la ragazza che avete rimorchiato vi chiede di portarla al cimitero non contrariatela (e soprattutto evitate di baciarla) perché è il fantasma di una giovane morta un sabato sera di dieci anni prima.
Alle leggende ci ho fatto l’abitudine - non ho più paura di ritrovarmi in un fosso mezzo nudo, con una cicatrice sulla schiena dove una volta c’era un rene - ma sono riuscito ancora a emozionarmi l’altro giorno quando un lettore infuriato ha preso il telefono e ha chiamato il giornale: «Scusi lei è un giornalista d’assalto?». Faccio del mio meglio, gli ho risposto. «Bene, allora scriva che è ora di finirla Nei boschi dietro casa mia è pieno di vipere, tutta colpa di quei maledetti Verdi». Perché? gli ho chiesto incuriosito. «Roba da non credere. Le mettono in un sacco e quando è pieno salgono sull’elicottero e le lanciano sulle montagne dove i rettili si erano estinti». Sarebbe stato lo scoop dell’estate, se solo fosse vero.

31 luglio 2007

La nuvola che mi perseguita

Dicono i meteorologi tedeschi che la nuvoletta di Fantozzi esiste perché - statistiche alla mano - piove di più durante il finesettimana, quando in giro è pieno di impiegati, mentre il lunedì, quand'è ora di rientrare in ufficio, torna il sole. Io lo sapevo già.
Con la mia nuvoletta personale ho iniziato a fare i conti quando durante un viaggio in bicicletta, in Austria, mi ritrovai sotto la neve in pantaloncini corti. Era il 20 luglio. Il giorno dopo fu di scarsa consolazione trovare sui giornali le foto delle mucche sui pascoli innevati, testimonianza di un fatto eccezionale. In Sardegna - protetto da un maglione sventolante - mi scoprii solo su una spiaggia battuta dal Maestrale. In Grecia - dove non piove mai - viaggiai in moto per 400 chilometri sotto la pioggia, con i baristi e i benzinai che mi guardavano increduli e dispiaciuti ad ogni sosta assicurandomi che lì, veramente, non era mai piovuto. Era giugno.
Per non avere sorprese andai in Sicilia in agosto, ma scoprii che avevo esagerato e mi rifugiai in cima all'Etna alla ricerca di un po' di refrigerio. In Svizzera incontrai le condizioni ideali: cielo terso, sole splendente, temperatura 20 gradi, peccato fosse febbraio e avessi gli sci ai piedi. Per contrasto l'anno successivo puntai sulla Norvegia - maggio - dove finanziai l'economia locale acquistando maglioni per tutta la famiglia. Quando riportammo il camper il noleggiatore si stupì perché avevamo esaurito le scorte di gas per il riscaldamento: "Durante le vacanze estive non era mai successo" disse perplesso. Alzai gli occhi al cielo e mi parve di vedere un ghigno della mia nuvola privata. Ma era solo l'ultimo lampo prima della fine delle vacanze. Il giorno dopo c'era il sole e tornai in redazione.
Così quest'anno, nel tentativo di depistare la nuvoletta che da lassù mi segue ovunque, sono andato negli uffici di Meteotrentino e ho chiesto: «Dove sbaglio?». Hanno allargato le braccia e hanno risposto: «Se lo sapessimo avremmo risolto i nostri problemi». Là in fondo, appeso alla parete, c'era un articolo del mio giornale con un albergatore che minacciava di portare in tribunale i meteorologi: "Prevedono il brutto tempo così i turisti scappano e poi invece c'è il sole". Non ha capito, quell'uomo, che il sole splende in montagna solo finché i vacanzieri trattengono le nuvole in città. Ma una sua vittoria l'albergatore l'ha ottenuta perché agli esperti del meteo è arrivata una velata raccomandazione dai piani alti del palazzo: abbiamo capito che il tempo fa ciò che vuole, almeno voi andateci piano.
Così - nel tentativo impossibile di aiutare noi Fantozzi - stanno studiando un modello di previsione a lungo periodo per dire che tempo farà tra un mese. E' da questa primavera che fanno le prove e già stanno riducendo l'obiettivo a due o tre settimane ma il mio consiglio ai previsori meteo è di spararla grossa e a lungo termine: la gente non si ricorderà più la profezia del mese precedente, lo dico per esperienza scrivendo ogni giorno sul giornale.
Nella mia breve chiacchierata in quella sala operativa piena di isobare, isotermiche, venti e depressioni ho imparato le regole base che inducono noi mediterranei ad andare in ferie ad agosto: "E' difficile che ci sia pioggia per più giorni di seguito. Temporali sì, ma lunghe precipitazioni no". Lo pensavo anch'io l'anno scorso, proprio in agosto, ma aspettai due settimane, invano, il giorno giusto per fare una scalata. Essere Fantozzi del meteo è una grande scocciatura, ma in fondo son vacanze non bisogna farsi l'animo cattivo. Pensate se fosse, invece, il vostro lavoro. Così prima di uscire dall'ufficio mi sono tolto la soddisfazione di chiedere al professionista: «Ma oggi (non fra un mese) che tempo farà?». Risposta: «Lo vedi il cielo azzurro? Pare bello e invece nel pomeriggio pioverà, ci sono tutte le condizioni». Me ne sono uscito con una certezza in tasca e non ci ho pensato più. Solo a sera, camminando verso casa sulla strada secca e polverosa, guardando le stelle in cielo, mi sono ricordato della pioggia. Caro lettore, il meteorologo lo faccio io: da ferragosto sono via due settimane, quindi cielo coperto e precipitazioni sparse.

20 luglio 2007

Presto, mi porti alla stazione!

Selva nel taxi ambulanza con le scarpe camperE' una vita che quel Selva mi perseguita, fin da piccolo quando alle scuole elementari la maestra faceva l'appello nominale - per cognome, perché erano altri tempi - e diceva: Selva? Presente. E i compagni in coro: Gustavo! (ah! ah! ah!). Poi sono cresciuto e ho deciso di fare il giornalista, così può capitare che mi presenti alla gente in questo modo: buongiorno, sono Selva, giornalista... Risposta: Gustavo? (ah! ah! ah!). Per un certo periodo ero diventato anch'io Gustavo, così per ridere, tra colleghi, prima di essere soprannominato Ezio (per motivi che non sto qui a spiegare, ma presto o tardi lo farò). Insomma son cresciuto all'ombra di Gustavo e con il tempo ho fatto l'abitudine al curioso di turno che mi chiedeva: siete parenti? (ah! ah! ah!).
Ma qui su internet ho trovato la mia rivincita perché Google - che sa misurare ciò che davvero conta (ah! ah! ah!) - riconosceva me, prima di Gustavo, come il Selva giornalista. Provare per credere, digitando le parole "Selva" e "giornalista". Tutto questo finché Gustavo non ha avuto la trovata di farsi dare un passaggio in ambulanza per raggiungere in tempo uno studio televisivo. Un vero genio, devo ammetterlo: mi ha superato in un sol balzo nella classifica del motore di ricerca, relegandomi nuovamente nell'oscurità. Però per quel gesto - mi dicevo - Gustavo pagherà, riceverà palate di fango in volto (ah! ah! ah!), dovrà dimettersi e tornare a casa a piedi. Insomma, povero illuso, ero convinto di essermi liberato di Gustavo finché l'altro giorno è successo l'incredibile: "Resto - ha detto il grande Selva - perché la gente me lo chiede e perché il Parlamento orfano del mio voto sarebbe un Parlamento più favorevole a Prodi", omettendo spudoratamente di spiegare che a sostituire Gustavo sarebbe stato, per legge, un altro che la pensa e vota come lui.
Insomma in quest'Italia di impuniti ho deciso che potevo osare anch'io, Andrea Selva. Nella canicola trentina mi sono sentito male, ho portato le mani al petto, ho fatto la faccia dolorante, mi sono allentato la cravatta (che non porto) e con un filo di voce ho detto: chiamate un'ambulanza. Poi sono salito a bordo, mi sono messo comodo sul lettino e con l'autorità tipica di noi Selva ho ordinato all'autista: presto, mi porti alla stazione che mi scappa il treno per Berlino. Un vecchio trucco da giornalista, sono stato geniale anch'io, confido che Google se ne accorgerà (ah! ah! ah!).

19 luglio 2007

Le bollicine fatte in casa

bollicine fai da teUn litro al giorno d'inverno, l'estate sono due, quando vengono a cena gli amici cinque o sei: alla fine dell'anno fanno settecento litri d'acqua minerale, pari a settecento chilogrammi che devo trasportare a braccia salendo le scale dal marciapiede al quarto piano perché il facchino di casa sono io. Le possibilità sono due: o tagliamo l'acqua, quella maledetta acqua in bottiglia le cui scorte ci ingombrano la soffitta, oppure mettiamo l'ascensore. Buona la prima, anche perché la seconda oltre che costosa è impraticabile.
C'è chi lo fa per risparmiare,c'è chi crede nella causa ecologista, c'è chi vuole boicottare le grandi società che si attaccano alle sorgenti di montagna e portano via l'acqua a prezzi irrisori. Io lo farò perché sono stanco di fare lo sherpa sulle scale del palazzo: dirò basta all'acqua minerale.
Non credere, lettore, che non abbia già posto la questione in passato. Più volte - con sei bottiglie di "pet" in una mano e sei nell'altra per un totale di 18 chilogrammi - ho tentato di impormi sugli assetati familiari dicendo che in Trentino - ma in realtà anche in molti altri posti - si può bere tranquillamente l'acqua di rubinetto.
Ho citato i documenti dell'ufficio igiene secondo cui l'acqua della spina è controllata come quella che finisce in bottiglia, ho spiegato che bastano pochi minuti in caraffa per far depositare quel po' di cloro che ci mettono, ho raccontato che famosi sommelier hanno giudicato l'acqua che sgorga dai rubinetti trentini tra le più buone in Italia, ho calcolato che l'acqua del sindaco costa mille volte meno di quella che si compra al supermercato, ho fatto notare (preoccupato) che grandi borse con le bottiglie vuote escono da casa nostra per finire nella campana azzurra dei rifiuti, ho pensato ai camion che attraversano le vallate carichi d'acqua mentre il posto giusto per l'acqua sarebbero i tubi ma sempre mi sono scontrato con un elemento etereo ma dalla forza dirompente che ogni volta mi ha lasciato sconfitto e rassegnato a portare acqua a capo chino: le bollicine. Dopo aver convinto gli assetati familiari che l'acqua di rubinetto era per noi (per tutti) la scelta giusta, dovevo arrendermi impotente all'evidenza: "L'acqua del sindaco non ha le bollicine".
E' stato proprio il sindaco a venirmi in aiuto l'altro giorno, svelandomi un particolare della sua vita che è diventato un titolo di quelli che non passano inosservati: {Io me la gaso in casa}. Intendeva dire l'acqua. Dico la verità: mi sono gasato anch'io. Sapere che a casa del sindaco c'è un marchingegno che fa diventare frizzante l'acqua del rubinetto mi ha acceso le speranze: basta con l'acqua in bottiglia, basta con tutta quella plastica che mi porto in casa e poi giù di nuovo in strada. Signori familiari volete le bollicine? Le avrete.
L'attrezzo che mi gasa si chiama - per l'appunto - "gasatore". Nel negozio di via Calepina non ce l'avevano, in quello di via Suffragio - dove in realtà credevo di andare a colpo sicuro - nemmeno. L'ho trovato su internet e costa un sacco di soldi, anche perché poi bisogna procurarsi le bombolette di anidride carbonica, ma non è una questione di denaro.
Il centro consumatori sul suo sito internet incoraggia noi gasati - sia quelli con l'intento ecologista che quelli stanchi di trasportar bottiglie - ma avverte anche che le bollicine fai da te sono un po' diverse da quelle prodotte in fabbrica. Più grosse, dicono, speriamo solo che vadano bene perché indietro non si torna. Finirò di scrivere il pezzo e poi mi collegherò al sito di quell'azienda tedesca che vende gasatori e non si è ancora preoccupata di farli arrivare nei negozi trentini.
Spero solo che il mio nuovo marchingegno non faccia la fine di tanti altri attrezzi in cui i sognatori ripongono speranze che poi vengono deluse: speriamo che le bollicine fatte in casa siano buone, speriamo che siano almeno simili a quelle vere, speriamo che il mio gasatore nuovo non finisca tra un mese in soffitta, accanto all'odiata pila di bottiglie.


P.S. chi si appassiona al tema può dare un'occhiata qui oppure qui. Chi invece è affascinato dall'idea da gasarsi l'acqua in casa può partire da qui. Attenzione: il mio gasatore nuovo non è ancora arrivato, non conosco nessuno che usa apparecchi del genere (a parte il sindaco che però ha un modello industriale) e quindi non posso sponsorizzare il prodotto...!

P.S. Mentre scrivo la collega M. mi chiama e mi dice che farsi le bollicine in casa è veramente out. In attesa dell'arrivo del gasatore lei ha deciso di rilanciare con il suo nuovo kit fai da te.

08 luglio 2007

Eccesso di privacy

Immagina una busta con il tuo nome scritto sopra e un'informazione importante chiusa dentro. Immagina una signorina gentile vestita con un camice bianco che stringe in mano quella busta e potrebbe agevolmente aprirla, leggere il contenuto e comunicarlo a te che al telefono la stai supplicando, magari distante decine o centinaia di chilometri: «La prego signorina M., io sono il signor ansel, titolare di quella busta, la supplico la apra e mi dica cosa c'è scritto dentro, poi verrò a pagare il ticket fino all'ultimo centesimo, glielo giuro. In base a quello che c'è scritto su quel foglietto mi dovrò organizzare la giornata e quindi, per favore, sia gentile, apra quel pezzo di carta e legga. Se vuole essere sicura che io sia veramente io (le giuro che lo sono, a volte sono confuso, ma mai fino a questo punto) le posso dichiarare la mia data di nascita e l'indirizzo. So recitare a memoria il codice fiscale, le potrei dare il mio numero di casa (che compare anche sull'elenco telefonico) così lei mi potrà chiamare per fare la verifica. Insomma, signorina, la prego in ginocchio anche se ora non mi vede, ignori questo sistema di norme assurdamente rigide che ci tiene prigionieri e faccia uno strappo alla regola per me che quando tutto questo sarà finito l'aspetterò fuori dal laboratorio, le offrirò il caffè e le sarò grato a lungo. Apra la busta e mi dica, finalmente, se mio figlio è positivo oppure no alla scarlattina, perché venire lì nel suo laboratorio, nella città caotica, senza nessuno che nel frattempo abbia la possibilità di badare al piccolo sarebbe un bel problema».
Ma la signorina M. è un tipo tosto: «Signore, io non posso liberarmi da questo sistema di regole di cui faccio parte. Venga qui di persona e le darò la busta». Io tento il tutto per tutto: «Signorina, sento che su di lei le mie parole non hanno alcun effetto: parlo con un disco registrato oppure con una donna in carne ed ossa? Glielo chiedo per l'ultima volta: apra la mia busta e legga che c'è scritto!».
Ma lei per tutta risposta si scusa facendomi capire che nel mio interesse - è della mia privacy che stiamo parlando - non aprirà quella busta chiusa perché nessuno (nemmeno lei) ha il diritto di sapere se un bambino di soli due anni può essere portatore di una malattia infettiva. Solo il medico curante potrebbe superare queste barriere con una telefonata (il padre di un bimbo conta meno del dottore, ma questo si sapeva: la lista di chi ci sta davanti è lunga). Purtroppo la pediatra è in ferie e non risponde al cellulare.
La tentazione di portare ugualmente il piccolo untore all'asilo e scatenare un'epidemia estiva è forte - potrei sempre addossare la responsabilità a M. che protetta dal suo sistema di regole non si sentirebbe nemmeno un po' in colpa - e invece usciamo per andare al laboratorio d'analisi in tutta fretta, ritirare il numerino dal distributore automatico, metterci in coda e ritirare quella famosa busta sigillata pagandola 9,90 euro.
Lì allo sportello, di fronte all'odiata M. (anche se non è un fatto personale), apriamo finalmente la busta e sventoliamo il fogliettino. Momenti di "suspense", rullo di tamburi, musica da grande attesa: signore e signori è negativo, nessuno in quest'affollata sala d'aspetto abbia il timore di prendersi la scarlattina da questo angelico bambino. E grazie a tutti per il rispetto della privacy.
Tutto ciò per dire che quando la riservatezza ci serve veramente ci fanno firmare un pacco di fogli in cui espressamente rinunciamo ad ogni diritto per non bloccare il sistema. Quando invece siamo noi a voler rinunciare alla nostra privacy ("la prego, signorina, apra la mia busta e legga") nessuno ci dà ascolto tranne nel caso in cui ci diciamo pronti ad essere bombardati da messaggi pubblicitari. A proposito: qualche tempo fa scrissi un pezzo sulle nuove norme che avrebbero impedito le telefonate commerciali a chi non le richiedeva espressamente. Arrivano lo stesso, non richieste: dei miei dati fan tutti ciò che vogliono, tu sola, signorina M., hai dimostrato di tenere alla mia privacy. Grazie.

06 luglio 2007

Dialoghi al barbecue

ansel (con le scarpe camper) e l'ingegnere al barbecue
ansel: e così sei un ingegnere, giusto?
ingegnere: giusto.
a.: e di cosa ti occupi esattamente?
i.: hai presente le grandi catene di montaggio?
a.: non tanto ma me le posso immaginare...
i.: ecco.
a.: quindi tu progetti catene di montaggio?
i.: no, sono macchinari molto complessi che comprendono numerose parti in movimento.
a.: e quindi tu ti occupi delle parti in movimento?
i.: no, le parti in movimento sono realizzate con componenti di estrema precisione che vengono prodotti da varie ditte specializzate.
a.: e tu lavori per una di queste ditte specializzate?
i.: sì e no.
a.: ?
i.: nelle parti in movimento ci sono i cuscinetti a sfere.
a.: ti occupi dei cuscinetti a sfere?
i.: no, delle sfere.
a.: quindi produci sfere.
i.: no, per quello non servono ingegneri esperti come me, basta un qualsiasi operaio.
a.: quindi che fai?
i.: le sfere che vengono impiegate nei cuscinetti a sfere di estrema precisione che vengono montati nelle parti in movimento delle grandi catene di montaggio utilizzate dalle più grandi industrie del mondo industrializzato devono essere perfettamente sferiche, questo lo capisci anche tu che non sei un ingegnere giusto?
a.: giusto! le sfere devono essere sferiche... quindi che fai?
i.: io mi occupo della fase di controllo che ci dà la garanzia che ogni singola sfera sia perfettamente sferica con un margine di imperfezione che può essere rilevato solamente con macchinari estremamente evoluti e costosi di cui voi gente normale non immaginate nemmeno l'esistenza e tantomeno la complessità (ma per fortuna ci siamo noi ingegneri), se così non è eliminiamo la sfera difettosa dalla fase produttiva e apriamo con urgenza una procedura d'emergenza per capire cos'è successo.
a.: è mai successo?
i.: mai.
a.: sembra molto interessante...
i.: MOLTO.
a.: vuoi sapere di cosa mi occupo io?
i.: no.

P.S. se l'ingegnere avesse avuto la pazienza di ascoltare prima di abbuffarsi con le MIE salsicce avrebbe saputo che tra le mie occupazioni - non certo la principale, ma una delle mie preferite - c'è anche prendere in giro gli ingegneri.

03 luglio 2007

A chi giova il sonnellino?

Leggo il titolo in prima pagina su la Repubblica di ieri: Uno studio americano, il riposo del pomeriggio fa male ai bambini e completo la frase automaticamente, quasi sovrappensiero, senza alcun bisogno di interpellare scienziati, psicologi o ricercatori: ...però fa molto bene ai loro genitori...

29 giugno 2007

La resa dell'orsa Jurka

l'orsa Jurka subito dopo la catturaL'hanno presa. Ieri sera alle 21 vicino alla valle di Tovel hanno colpito l'orsa Jurka con una cartuccia soporifera e poi l'hanno portata nel recinto del santuario di San Romedio. Jurka ora pesa 130 chili, ma avrà modo di mettere su peso nei prossimi vent'anni che trascorrerà rinchiusa con pranzo e cena gentilmente offerti dalla Provincia autonoma di Trento: non dovrà più rubare galline. Ecco alcune foto della cattura e della sua zampa: foto1, foto2, foto3.
Se la sua storia vi interessa avevo già scritto un post quando si fece vedere vicino alle piste di Madonna di Campiglio (c'è anche un video amatoriale), poi l'avevo intervistata e avevo raccontato le sue preoccupazioni prima della cattura in questo post in cui raccomandava di non andarla a trovare quando sarebbe stata messa in gabbia.
Nella cittàinvisibile ci sono un paio di foto che documentano la tradizione trentina di tenere gli orsi in gabbia. E infine sul sito internet del mio giornale potete trovare il video della cattura.

27 giugno 2007

Il bancomat che regala soldi!


Il sogno di ogni titolare di tessera bancomat si è avverato ieri fuoridalpalazzo, dove un distributore automatico elargiva banconote da 50 euro a chi ne chiedeva 20: occasione unica per portar via soldi a una banca, roba da chiamare parenti, amici e conoscenti per ripulire lo sportello fino all'esaurimento del massimale (e poi ripartire dopo la mezzanotte). Stavo lì con un collega - il primo che si è ritrovato, incredulo, con 30 euro in più in mano - e non sapevamo cosa fare: alla fine abbiamo preso il telefono e abbiamo chiamato il direttore della banca che ha bloccato lo sportello in tutta fretta. Par di sentirli, i lettori, che strepitano per la grandiosa opportunità gettata al vento. Ma in questo mondo di furbi - a cui appartengono a pieno titolo anche le banche - mantenere pulita la coscienza è una gran soddisfazione: meglio fessi che ladri.

P.S. messaggio per la banca: i 50 euro che si vedono nel video sono nel mio portafoglio. I 50 che avevo prelevato prima pure: venite a prenderli. Fatti due conti con il massimale del mio bancomat potevo portarvi via 600 euro, ma la soddisfazione di fare l'onesto (dopo una vita passata a sentirmi "derubato", rata dopo rata) non ha prezzo.

P.S. messaggio per i lettori più affezionati: peccato solo non aver avuto le scarpe giuste ai piedi...

24 giugno 2007

Dieci anni con il cellulare

Sono passati dieci anni esatti da quando ho comprato il primo cellulare ma mi sembra un secolo, anzi di più: un'eternità. Ricordo benissimo come andò quell'anno: c'eravamo io e un mio collega che volevamo fare i giornalisti così comprammo entrambi un telefonino, un modello semplice che però costava ugualmente molto caro, pensando che in quel modo avremmo avuto più notizie.
Lui fu il primo, io arrivai poco dopo perché non volevo essere da meno e temevo che mi avrebbe fatto concorrenza: tenevamo i nostri cellulari nuovi in tasca ma non chiamavamo mai nessuno perché eravamo squattrinati e sarebbero bastati dieci minuti per esaurire i nostri crediti.
La chiamavano tariffa rossa e mai nome fu più appropriato visto che al costo di 1.900 lire al minuto aveva la capacità di far andare in rosso il conto in banca. Così cominciai a tenere in tasca il mio cellulare muto e quando suonava mi guardavo intorno infastidito senza capire cos'era quel rumore: non c'ero ancora abituato.
Ogni tanto, così per darmi un tono, componevo il numero per conoscere il credito residuo (che era gratuito) oppure chiamavo l'ufficio informazioni (sempre gratis) per chiedere qualcosa, giusto per tenermi in allenamento con il mio cellulare nuovo. Poi arrivarono i messaggini, ma non sapevo a chi mandarli perché non tutti i telefonini - all'epoca - erano in grado di riceverli o spedirli.
Tutto è cambiato. Ormai il cellulare lo tengo sempre in mano - così sono sempre pronto - e lo sento suonare anche quando è muto perché la suoneria mi è entrata nella testa. La vibrazione invece la sento sul sedere. Anche quando l'apparecchio è spento.
In un giorno invio lo stesso numero di messaggi che una volta mi bastava per un mese e ne ricevo il doppio, molti di pubblicità a cui ho dato il via libera per avere in cambio qualche misera notizia. Ogni volta mi agito per niente: al lupo, al lupo, il giorno che riceverò il messaggino che mi cambierà la vita temo che lo cancellerò distrattamente come se fosse l'ennesimo link per scaricare l'ultima suoneria.
Senza fiatare pago bollette così alte che con quei soldi - dieci anni fa - mi sarei comprato il cellulare. Eppure nella mia busta paga non è comparsa la voce telefono, insomma grazie a questo strumento di cui non riesco più a fare a meno mi illudo di essere potente mentre invece sono solo un po' più povero.
Il mio fa anche le fotografie, i video, si collega a internet, trasmette le stazioni radio, mi indica la strada giusta grazie ai satelliti e mi lascia ascoltare la musica mp3. Così quando passa il Giro d'Italia invece di applaudire i corridori tiro fuori il telefono, li riprendo e poi me li riguardo sullo schermo quando torno a casa (perché sotto il sole non si vede). Se il piccolo playboy fa la cacca nel vasino gli chiedo di rifarla perché mi son dimenticato di filmarlo e se mi siedo un attimo sul divano accendo la radio, perché non ho un minuto da perdere.
L'altro giorno sono rimasto senza batteria per mezza giornata e mi sono sentito come se la mia vita fosse rimasta imprigionata in quella scatoletta nera. Quando ho trovato un caricatore adatto ho tirato un sospiro di sollievo e ho recuperato le chiamate perse scoprendo un po' deluso che - tranne una - potevano tranquillamente andar perdute.
Qualcosa non funziona. Non riesco nemmeno più a immaginare come facevo dieci anni fa ad uscire di casa senza il telefonino in mano. Così ho cercato di mettermi in contatto con il mio amico L. che non ha mai ceduto alla tecnologia. L'ho chiamato al telefono fisso ma non c'era, gli ho lasciato un messaggio in segreteria ma non mi ha risposto, l'ho cercato in ufficio ma era appena andato via, l'ho trovato infine a casa quand'era ormai ora di cena e gli ho chiesto trafelato: ma come fai a stare senza il cellulare? Semplice - ha risposto - al posto mio corrono gli altri. Beato lui che se lo può permettere.

19 giugno 2007

Se qualcuno ruba un fiore per te

furto di lavandaNella vita ognuno ha le sue soddisfazioni. La mia di oggi è che ho scoperto di essere un giornalista con un certo seguito(!). Ricordate che in un pezzo del mese scorso intitolato La guerra delle fresie svelavo la posizione di un gigantesco cespuglio di lavanda dove ci si poteva servire a piacimento? Bene, è giunto il momento giusto. Passavo proprio di lì questa mattina pedalando attraverso la città invisibile e mentre mi preparavo a oltrepassare il ponte ho visto "un mio lettore" che seguiva il mio consiglio.
Un uomo che coglie i fiori merita un applauso, uno che li ruba merita una foto: clic! Poi sono tornato (perché su quel ponte ci passo più volte al giorno) e mi sono goduto lo spettacolo. Ditemi voi, che avreste fatto? Sono entrato attraverso il varco dell'aiuola già aperto dal vecchietto e mi sono servito anch'io.

18 giugno 2007

L'ultimo giorno di scuola

Mi dispiace per Michele che non ce l'ha fatta, ma ieri mattina al liceo scientifico Leonardo da Vinci c'è stata una gran festa con i voti appesi alle pareti e la ressa di studenti (e genitori) che prendevano appunti sotto i grandi tabelloni. Tutto come ai vecchi tempi, tranne per un dettaglio: a quelli come Michele che dovranno ripetere l'anno scolastico è stata risparmiata l'onta del voto insufficiente scritto in rosso; accanto ai loro nomi c'era solo una riga bianca e in fondo la scritta "non ammesso". Lui lo sa, Michele, cosa c'è al posto di quel bianco perché l'hanno già avvertito con una lettera inviata a casa: una delicatezza che non si usava quando - ai miei tempi - il compagno A. apprese sotto quel tabellone di essere stato bocciato (questa era la parola) e non parlò più per due settimane lui che, figlio di una professoressa, era sicuro che ce l'avrebbe fatta.
Poiché il liceo Da Vinci è la mia scuola (parlo al presente perché la classe del liceo resta per sempre) mi sono sentito in diritto di entrare e dare un'occhiata in giro. Nonostante la cagnara qualcuno mi ha notato: troppo vecchio (ahimè) per essere uno studente e troppo giovane per essere il padre di un liceale, ma nessuno mi ha fermato mentre passeggiavo su e giù per i corridoi alla ricerca della mia classe.
C'era il professor B., quello che in quinta liceo ci ha portato in gita a Parigi anche se rispetto a noi aveva solo una manciata d'anni in più. Mi è parso tale e quale allora, comprese le studentesse che non hanno smesso di fare la fila per parlare con lui. E c'era la professoressa T. che purtroppo era indaffarata con un genitore, altrimenti forse l'avrei salutata. Chissà se si sarebbe ricordata di me, noi studenti certo non l'abbiamo mai dimenticata. Qualcuno, forse, la sogna ancora: io ho smesso all'università.
Poco è cambiato, tranne forse per i banchi disposti a ferro di cavallo che nella mia sezione non erano permessi. Le lavagne luminose ci sono ancora (niente computer in aula), alle pareti ci sono le mappe geografiche (nell'era in cui su internet ci sono le foto satellitari) ma per fortuna hanno messo i distributori automatici di merendine nei corridoi per evitare agli studenti incauti - quelli che non si sono portati nulla da casa - di morire dalla fame prima della campanella di mezzogiorno.
La mia classe so benissimo dov'è: devo salire le scale, svoltare a destra, poi a sinistra, eccola là. Su un banco che sicuramente non era il mio (perché lo riconoscerei fra mille) c'è una scritta intagliata con una perizia degna di miglior causa: «E' quasi finita». Per me è finita diciassette anni fa quando proprio in quell'aula tentai - sbagliando - di convincere un annoiato commissario d'esame che leggere Pascoli era inutile. Le sbarre alle finestre ci sono ancora: una volta chiudemmo F. tra l'inferriata e i vetri come se fosse un pesce nell'acquario. Fu il professore a liberarlo e la vittima salvò la classe intera evitando di rivelare i nomi dei suoi aguzzini: quel ragazzo aveva un certo stile nel sopportare gli scherzi più crudeli. Non venne più rinchiuso.
In quell'aula già abbandonata al suo destino estivo mi sono guardato un po' attorno finché l'ho visto, appiccicato alla parete, un articolo di giornale insulso e senza firma messo lì forse per ridere. Peccato fosse mio. I ragazzi che l'hanno ritagliato sanno che dico la verità: parla di un piccolo gufo salvato dai vigili del fuoco dopo essere stato investito da un'autovettura sull'Autostrada all'inizio del maggio scorso. Nella mia vecchia classe mi sarebbe piaciuto trovare una mia inchiesta, un bell'articolo di colore, un'intervista oppure quel pezzo di cinque anni fa che resta il mio preferito e invece no: c'è finito il gufetto, guarda un po', tra le risate dei ragazzi. Mi pare di sentirle perché una volta c'ero io lì dentro, in quell'aula di liceo, a ridere e a prendere in giro i grandi.

15 giugno 2007

Il mio piede sinistro

il piede sinistro sul tetto con le scarpe camperSignore e signori ecco a voi il mio piede destro che ha deciso di seguire un'altra strada. Da questa mattina - qualcuno di voi se n'è già accorto - sul sito internet del mio giornale è aperto il blog La città invisibile. Vi do un buon motivo per andare a visitarlo: lì dentro c'è la mia foto, altro che scarpe, e il manifesto che spiega dove andremo a parare io e chi mi vorrà seguire. Per commentare su La città invisibile- a differenza di fuoridalpalazzo - bisogna essere registrati: chi farà questo sforzo, gratis, mi farà felice. Ma se tra voi c'è chi guarda le due scarpe lì sul tetto e già sente nostalgia per quella più scura, ebbene sappia che fuoridalpalazzo.it resterà il mio piede sinistro almeno finché - come promesso a suo tempo - la suola delle camper sarà completamente consumata.

La cartolina anonima

bolletteTre bollette, una fattura da pagare, Sky che vuole fare di me un suo abbonato, una convocazione per l'assemblea di un quartiere che non è mai stato il mio (mi arrivano per posta: non so come farli smettere) e infine il conto mensile dell'asilo nido di cui indico la cifra esatta e spiegherò perché: 426,15 euro. Caro Mauro, se mi stai leggendo, proprio tu che ti stai preoccupando in anticipo di come pagare l'università ai gemelli... il vero problema non è pagare l'ateneo, ma l'asilo. Chiusa parentesi, queste sono le soddisfazioni che si trovano al rientro dalle ferie. La prossima volta mi spedirò una cartolina anonima da trovare nella casella postale al mio rientro: qualcosa bisogna pur fare per tirarsi su il morale. Le mie scarpe e l'auto nera - noi la chiamiamo così - hanno sparso gli ultimi frammenti di sabbia tirrenica contaminando il nero asfalto cittadino, ora non più: siamo stati all'autolavaggio.

P.S. Caro lettore questo è un quiz-post, guarda la foto, non è stata messa lì a caso...