
Arriverà il 19 gennaio nei nostri cinema un film americano candidato all'Oscar dal titolo in realtà un po' moscio, almeno in italiano:
La Scomoda Verità (dall'inglese
An Inconvenient Truth).
Me lo sono guardato ieri sera in dvd e ho "scoperto" un sacco di cose che già sappiamo sulla terra che si riscalda e sui ghiacci che si sciolgono. Ma se negli Stati Uniti questo film, che poi è un bel documentario basato sulle conferenze dell'ex vice presidente Al Gore, ha suscitato tanto clamore significa che sul riscaldamento della terra loro, i più grandi inquinatori del pianeta, ne sanno poco o niente. E questo è molto più inquietante del termometro in salita.
Potrebbe essere che Al Gore stia solo preparandosi il lancio alle prossime elezioni presidenziali come si capisce da alcune battute sulla classe politica che, come certi tipi di energia, sarebbe rinnovabile, ma io gli credo (a lui e ai suoi allarmi) per una serie di motivi.
Primo: ho visto con i miei occhi una
mosca volare in giro per la casa poco prima di Natale. E mi è sembrato un fatto strano. Quella stessa mosca l'ho rivista nel documentario dove spiegano che anche noi delle zone montane saremo invasi dagli insetti.
Secondo: sono arrivati al mio giornale alcuni lettori con le foto delle impronte lasciate dall'orso sulla neve del Monte Bondone, in pieno inverno. L'orso - che non guarda dvd ambientalisti e non legge i giornali - in questo periodo dovrebbe essere in letargo. Se non dorme nella tana, attività piacevole, significa solo una cosa: ha un caldo boia. Le foto delle orme lasciate dall'orso sono
qui,
qui e
qui.
Terzo: Al Gore nel suo film presenta fatti e immagini da tutto il mondo, ma ci infila anche due fotografie del ghiacciaio
dell'Adamello. Quando un ex vice presidente americano - assieme all'uragano Katrina che devastò New Orleans - mi mostra due foto di casa mia il suo potere persuasivo aumenta.
Quarto: un giorno di quell'agosto 2003 sono uscito di casa e sono stato investito da una vampata di caldo spaventoso. Ricordo che pensai: "ci siamo, qui sta succedendo qualcosa di grosso". Era così. E chi non crede ai termometri crederà alle centrali elettriche che saltavano per la richiesta enorme di energia per alimentare i condizionatori d'aria (dei cui
"segreti" ho già scritto l'estate scorsa).
Quinto: c'era una volta un'isola nel cuore del pacifico e ora non c'è più. Ma i suoi abitanti erano troppo pochi per attirare l'attenzione: hanno fatto le valigie quando l'acqua ha riempito le capanne ed è finita lì. Per documentarsi sulle isole Carteret si può cominciare da
qui.
Il sesto motivo è solo un'impressione, prendetela così: Al Gore parla a noi (e agli americani) guardandoci dallo schermo con la camicia slacciata e senza la cravatta. Lo so, una cosa del genere si fa con il via libera di un consulente dell'immagine per fare colpo su certi spettatori un po' pivelli, ma io ci sono cascato: quell'uomo mi ha convinto.
In questo documentario Al Gore spiega anche qualche contromisura che ognuno di noi può prendere per fare calare la febbre alla terra che abitiamo. Ne parleremo più avanti, ma per il momento ho una certezza: se l'ex vice presidente americano passasse per caso a Trento, proprio lui che invita a spegnere la lucetta rossa della televisione dopo l'uso, la facoltà di
giurisprudenza illuminata a giorno non gli piacerebbe. Anche se l'ha disegnata Mario Botta.
Sulla copertina del dvd e nei titoli di coda c'è scritto di diffondere il film dopo averlo visto. Certo se avessero evitato di proteggere il disco con un sistema anti copia la diffusione sarebbe stata un po' semplificata, comunque all'uomo senza cravatta (come me) io ho deciso di obbedire e
il 19 gennaio spedirò il mio dvd americano al primo lettore che commenterà il post del giorno su fuoridalpalazzo. Lo faccio perché mi ha colpito quella domanda che chiude il film: sei pronto a cambiare la tua vita? Che poi è quello che dicevamo l'altro ieri prima di brindare a
Capodanno.
Al Gore va un po' aiutato: ha perso le elezioni americane per un pugno di voti in Florida e - raccontano le cronache - quando va in giro per il mondo, città per città, a spiegare la teoria del riscaldamento globale è così sfortunato che quando esce dalla sala si mette a nevicare. Uno così, se permettete, mi è simpatico. Se fossi un critico cinematografico da quattro soldi concluderei la mia recensione con il classico
da non perdere.
P.S.:
www.climatecrisis.net