Eravamo in una stanza della redazione con un gruppo di alunni delle elementari che volevano vedere come si fa il giornale quand'è squillato un cellulare. Le maestre hanno guardato il giornalista ma il mio era spento e la suoneria, potevano capirlo, troppo infantile. Quindi è sceso il silenzio, si è scoperto che la musica arrivava da uno zainetto appoggiato a terra e da due file indietro si è fatta largo a spinte una bambina: "E' il mio E' il mio". Le due maestre, fuori dai gangheri, hanno iniziato a urlare: "Spegnilo, spegnilo Non rispondere Spegnilo subito". Ma lei incurante dell'enormità del gesto ha aperto lo zaino, afferrato quel cellulare a forma di conchiglia che non la smetteva di strillare, l'ha portato all'orecchio con mossa esperta e ha detto: "Pronto?". Attimi di tensione, pubblico in attesa, tutti gli sguardi rivolti verso di lei compresi quelli delle maestre sconfitte, nell'aria un misto di curiosità e ansia per ciò che presto avremmo scoperto, negli occhi dei compagni c'era anche un po' di invidia poi finalmente è arrivata la risposta: "No, oggi no, siamo in gita, ci sentiamo dopo". Quindi ha chiuso l'apparecchio, l'ha infilato in tasca ed è tornata dov'era con la faccia composta di chi dice: "Prego, non fate caso a me, continuiamo pure la lezione".
A questa ragazzina, classe 1996, nata quando gli italiani cominciavano a comprare in massa i cellulari (il più scarso, quello che ho acquistato io, costava quasi 600 mila lire), bisogna raccontare come si faceva a mettersi d'accordo con l'amichetta (o con l'amichetto) per fare assieme la strada dalla scuola verso casa: si stava lì, dall'altra parte della strada quando suonava la campana, ad aspettare che quella (o quello) uscisse. Li chiamavamo appuntamenti e bisognava essere precisi - nel luogo e nell'ora - perché se non ci si incontrava non c'era modo di rimediare con una telefonata o un messaggino al volo.
E per comunicare da un banco all'altro della classe non c'erano i messaggini sul telefonino da spedire di nascosto ma i biglietti di carta vera che volevano sopra le teste degli alunni quando la maestra era impegnata, di spalle, a scrivere alla lavagna. Se uno di quei foglietti veniva intercettato c'era il rischio che un'insegnante che non sapeva cos'era la legge sulla privacy (anche perché non c'era) lo leggesse a voce alta creando un trauma psicologico di cui nessun genitore avrebbe chiesto conto.
Cara bambina, tu che con un tasto chiami l'amica o l'amico del cuore, devi sapere che una volta le telefonate si facevano dall'unico telefono di casa, quello grigio col filo, che non potevi portarlo via e chiuderti in camera, appeso al muro del corridoio o appoggiato al mobile dell'ingresso. Facevi il numero (sapendo che i tuoi di là ti stavano ascoltando) e aspettavi che dall'altra parte rispondesse qualcuno: la prima voce che sentivi non era quasi mai quella che volevi.
Non si parlava a lungo perché c'era un telefono per tutti e dopo un po' ti facevano notare - meti zò - che la linea va lasciata libera e il telefono non serve per chiacchierare (incredibile vero?).
Se proprio volevi un po' di privacy - e avevi un po' più dei tuoi dieci anni - raccattavi un paio di monetine in giro per la casa e correvi alle gabine (con la "g") sapendo che se era l'ora sbagliata trovavi la coda, anche in quelle di piazza Cesare Battisti o alla stazione dove ce n'erano dieci in fila e fra i militari con la testa rasata c'era chi si vantava di telefonare gratis infilando nel posto giusto un pezzo di fil di ferro. E ci riuscivano davvero.
Telefonate se ne faceva una, se ti dimenticavi di dire qualcosa te la mettevi via per il giorno dopo e non cascava il mondo. Ora lo sai perché a noi - che non ci siamo ancora abituati - fa un po' impressione vederti col cellulare in mano che in mezzo alla lezione dici: "Pronto?".
26 febbraio 2006
19 febbraio 2006
Nelle stanze dei bottoni
Per una rubrica che si chiama "Fuori dal palazzo" un'incursione nelle stanze dei Palazzi (quelli con la "p" maiuscola che incutono rispetto, a volte timore) sembrerà strana ma ugualmente andremo lì dentro a farci un giro, con la promessa di mantenere lo spirito di chi da quelle stanze preferisce stare fuori, almeno la domenica.
Questo giro comincia - è ovvio - da piazza Dante, dove il palazzo della Provincia è il più ambizioso e lo fa capire al primo sguardo con i suoi marmi, i pavimenti con il legno a spina di pesce che scricchiola per dimostrare che è roba vera, le sale affrescate, il seminterrato con le pietre a vista, l'ufficio presidenziale di Dellai grande quanto un mini appartamento e quelle crepe sugli stucchi delle porte (nessuno è perfetto) che non hanno retto al primo inverno col riscaldamento accesso. Dall'altra parte della strada c'è il palazzo della Regione dove un giro fra i corridoi non mantiene le promesse della grande architettura esterna: aria di smobilitazione, uffici deserti, sono anni ormai che lì dentro non si decide più nulla.
Al terzo piano di palazzo Geremia, in via Belenzani, si arriva all'ufficio del sindaco calpestando un pavimento di legno d'abete chiaro che se vi cade una moneta resta il segno. Però è bello, si intona con le travi a vista sul soffitto e con le finestre antiche affacciate sui tetti del centro storico. Mentre aspettate Pacher, vi faranno accomodare su uno dei quattro divani fuori del suo ufficio e poi - se è Natale e siete giornalisti - scenderete al piano di sotto per parlare davanti al caminetto acceso.
Un palazzo dove è meglio non andare è quello di giustizia, in Largo Pigarelli, dove le porte dei pubblici ministeri hanno la telecamera per vedere chi c'è fuori. Quella del procuratore è doppia e con l'imbottitura per non far scappare fuori nemmeno un bisbiglio, bei quadri alle pareti (ma sono del Comune), la bandiera d'Italia vicino alla scrivania dove c'è anche uno strano bidone che prende i fogli e li riduce a striscioline: una volta un cronista trovò una carta segreta nel cestino e da allora usano i distruggi-documenti. Ma non sempre.
I corridoi del Commissariato del Governo sembrano più grandi di quanto servirebbe, ma i lampadari delle sale di rappresentanza, i tappeti rossi nei corridoi e gli arredi di prestigio dell'ufficio di De Muro incutono rispetto. Nelle stanze dei carabinieri, in via Barbacovi, c'è la foto del presidente Ciampi ovunque. In quelle degli agenti della questura invece no e mancano molte altre cose: i rinforzi ai pavimenti che vibrano pericolosamente quando ci camminate sopra - ad esempio - ma si fa prima a dire che manca una questura nuova, una dove i fili elettrici corrono sicuri dentro i muri invece di penzolare da un piano all'altro come in una via napoletana.
I più lussuosi fra questi palazzi hanno in comune un vantaggio: il caffè del bar interno costa meno di quello bevuto fuori (dove possono andare tutti) e non si capisce il perché. Ma in tutti i palazzi pubblici c'è una cosa che i loro inquilini a volte si dimenticano. Una cosa che invece le donne delle pulizie hanno ben presente quando la sera tardi (oppure la mattina all'alba) alzano i tappeti per scopare anche là sotto, sollevano le lampade per togliere la polvere dalla scrivania, mettono in ordine le sedie e si chinano sotto i tavoli delle riunioni per pulire i pavimenti. E' allora che vedono quelle etichette con il numero appiccicate su ogni oggetto, nessuno escluso, lo stesso numero che compare nell'elenco affisso in ogni stanza. Voi - visitatori occasionali - a quella lista non farete caso ma c'è sempre, magari dietro una tenda o vicino alla finestra, per ricordare agli inquilini provvisori che quello che c'è là dentro è pubblico e lì deve restare, in attesa del prossimo abitante che - presto o tardi - arriverà dentro il palazzo.
Questo giro comincia - è ovvio - da piazza Dante, dove il palazzo della Provincia è il più ambizioso e lo fa capire al primo sguardo con i suoi marmi, i pavimenti con il legno a spina di pesce che scricchiola per dimostrare che è roba vera, le sale affrescate, il seminterrato con le pietre a vista, l'ufficio presidenziale di Dellai grande quanto un mini appartamento e quelle crepe sugli stucchi delle porte (nessuno è perfetto) che non hanno retto al primo inverno col riscaldamento accesso. Dall'altra parte della strada c'è il palazzo della Regione dove un giro fra i corridoi non mantiene le promesse della grande architettura esterna: aria di smobilitazione, uffici deserti, sono anni ormai che lì dentro non si decide più nulla.
Al terzo piano di palazzo Geremia, in via Belenzani, si arriva all'ufficio del sindaco calpestando un pavimento di legno d'abete chiaro che se vi cade una moneta resta il segno. Però è bello, si intona con le travi a vista sul soffitto e con le finestre antiche affacciate sui tetti del centro storico. Mentre aspettate Pacher, vi faranno accomodare su uno dei quattro divani fuori del suo ufficio e poi - se è Natale e siete giornalisti - scenderete al piano di sotto per parlare davanti al caminetto acceso.
Un palazzo dove è meglio non andare è quello di giustizia, in Largo Pigarelli, dove le porte dei pubblici ministeri hanno la telecamera per vedere chi c'è fuori. Quella del procuratore è doppia e con l'imbottitura per non far scappare fuori nemmeno un bisbiglio, bei quadri alle pareti (ma sono del Comune), la bandiera d'Italia vicino alla scrivania dove c'è anche uno strano bidone che prende i fogli e li riduce a striscioline: una volta un cronista trovò una carta segreta nel cestino e da allora usano i distruggi-documenti. Ma non sempre.
I corridoi del Commissariato del Governo sembrano più grandi di quanto servirebbe, ma i lampadari delle sale di rappresentanza, i tappeti rossi nei corridoi e gli arredi di prestigio dell'ufficio di De Muro incutono rispetto. Nelle stanze dei carabinieri, in via Barbacovi, c'è la foto del presidente Ciampi ovunque. In quelle degli agenti della questura invece no e mancano molte altre cose: i rinforzi ai pavimenti che vibrano pericolosamente quando ci camminate sopra - ad esempio - ma si fa prima a dire che manca una questura nuova, una dove i fili elettrici corrono sicuri dentro i muri invece di penzolare da un piano all'altro come in una via napoletana.
I più lussuosi fra questi palazzi hanno in comune un vantaggio: il caffè del bar interno costa meno di quello bevuto fuori (dove possono andare tutti) e non si capisce il perché. Ma in tutti i palazzi pubblici c'è una cosa che i loro inquilini a volte si dimenticano. Una cosa che invece le donne delle pulizie hanno ben presente quando la sera tardi (oppure la mattina all'alba) alzano i tappeti per scopare anche là sotto, sollevano le lampade per togliere la polvere dalla scrivania, mettono in ordine le sedie e si chinano sotto i tavoli delle riunioni per pulire i pavimenti. E' allora che vedono quelle etichette con il numero appiccicate su ogni oggetto, nessuno escluso, lo stesso numero che compare nell'elenco affisso in ogni stanza. Voi - visitatori occasionali - a quella lista non farete caso ma c'è sempre, magari dietro una tenda o vicino alla finestra, per ricordare agli inquilini provvisori che quello che c'è là dentro è pubblico e lì deve restare, in attesa del prossimo abitante che - presto o tardi - arriverà dentro il palazzo.
12 febbraio 2006
Testimoniare che fatica
L'ultima vittima (venerdì) è stata l'assessore comunale Violetta Plotegher, ma può capitare a tutti, un giorno, di trovare nella cassetta delle lettere una busta verde, con vari timbri e l'aspetto un po' inquietante, che vi ordina di presentarvi in tribunale. Niente paura, non siete sotto accusa, siete semplicemente testimoni di qualcosa, il che, talvolta, può essere anche peggio.
Prendiamo l'assessore Plotegher chiamata a dire tutta la verità senza nascondere nulla di quanto a sua conoscenza (così recita la formula che vi faranno leggere) su quanto accadde il primo febbraio 2005 in via Belenzani, quando i Disobbedienti protestarono con i materassi di fronte al municipio. L'assessore al mattino si è presentata puntuale a palazzo di giustizia per scoprire che il processo (come può capitare) era destinato ad iniziare con forte ritardo. Per lei è stata una giornata lunga e stressante ma in questa sede è meglio tagliar corto: alle cinque della sera, dopo che sono stati sentiti cinque testimoni (cinque poliziotti che hanno passato l'intera giornata in tribunale, come lei), le hanno fatto sapere che poteva tornare a casa, ricordandosi però di presentarsi di nuovo il primo marzo, per la seconda udienza del processo. E attenzione: essere puntuali e soprattutto non mancare senza un buon motivo perché la prima volta ti perdonano, la seconda ti danno la multa, la terza ti vengono a prendere a casa i carabinieri. Con la giustizia non si scherza.
Ecco quindi alcune regole di sopravvivenza da ritagliare e imparare a memoria nel caso in cui vi arrivi quella lettera verdina che vi ordina di presentarvi come testimoni nell'aula di un processo penale.
Uno: portatevi un giornale, perché la giornata può essere molto lunga lì seduti su una panchina di ferro dove l'unico passatempo è quello di leggere una lista di nomi con a fianco tanti numeri (che poi sono i reati).
Due: non cedete alla curiosità e quindi non tentate di entrare nell'aula se stanno celebrando il processo dove siete testimoni; voi non potete, dovete restare ingenui come se non vi avessero mai detto di che si tratta (nemmeno l'avvocato che vi ha citato).
Tre: nelle brevi pause tra un processo e l'altro cercate qualcuno dentro l'aula che vi sembri degno di fiducia e chiedetegli, per favore, quanto manca al vostro turno; dopo tre ore lì fuori senza informazioni a molti saltano i nervi.
Quattro: non fate commenti senza sapere chi è seduto attorno a voi, potrebbe scoppiare una lite con i parenti dell'imputato che sono molto più tesi di voi.
Cinque: se il processo è a Trento e avete bisogno del bagno evitate senza indugio quell'unico gabinetto che vi indicheranno al piano terra vicino all'ingresso, senza specchio e senza la chiave, ma prendete l'ascensore e salite fino all'ultimo piano dove vi aspetta un magnifico bagno mansardato con poster alle pareti (vedere per credere).
Sei: il bar del tribunale offre ottimi panini ma chiude nel primo pomeriggio, se l'ora si fa tarda regolatevi di conseguenza.
Sette: non perdete mai la pazienza, nemmeno quando dopo cinque ore di attesa vi chiederanno solo se confermate quanto avevate scritto nella denuncia per furto (tre anni fa, quando vi avevano rubato l'autoradio) e poi vi diranno che potete andare, grazie mille.
Otto: non prendete appuntamenti per quella giornata, nulla è più importante della vostra testimonianza e se ve ne andate all'improvviso siete nemici della Giustizia.
Nove: non sentitevi vittime del sistema, non pensate di essere su scherzi a parte, non illudetevi di essere protagonisti di una (dis) avventura senza precedenti. C'è gente che sta molto peggio di voi, ad esempio l'imputato oppure quei testimoni che per dire ciò che sanno (senza nascondere nulla di quanto sanno) si sono fatti centinaia di chilometri, hanno perso una giornata di lavoro e riceveranno un rimborso che gli permetterà di pagarsi - forse - il pranzo.
Dieci: quando tutto sarà finito tornate a casa sollevati, contenti di avere fatto il vostro dovere (solo il vostro dovere, nulla di più, non montatevi la testa sentendovi cittadini modello) senza cedere alla tentazione - quando vi capiterà ancora di essere protagonisti di un evento - di voltarvi dall'altra parte e dire: "Io? Io non c'ero, non ho visto nulla, io non so niente, io non c'entro" come sarebbe comprensibile dopo aver provato come ci si sente piccoli e impotenti di fronte all'immensità della macchina che assicura la Giustizia.
Prendiamo l'assessore Plotegher chiamata a dire tutta la verità senza nascondere nulla di quanto a sua conoscenza (così recita la formula che vi faranno leggere) su quanto accadde il primo febbraio 2005 in via Belenzani, quando i Disobbedienti protestarono con i materassi di fronte al municipio. L'assessore al mattino si è presentata puntuale a palazzo di giustizia per scoprire che il processo (come può capitare) era destinato ad iniziare con forte ritardo. Per lei è stata una giornata lunga e stressante ma in questa sede è meglio tagliar corto: alle cinque della sera, dopo che sono stati sentiti cinque testimoni (cinque poliziotti che hanno passato l'intera giornata in tribunale, come lei), le hanno fatto sapere che poteva tornare a casa, ricordandosi però di presentarsi di nuovo il primo marzo, per la seconda udienza del processo. E attenzione: essere puntuali e soprattutto non mancare senza un buon motivo perché la prima volta ti perdonano, la seconda ti danno la multa, la terza ti vengono a prendere a casa i carabinieri. Con la giustizia non si scherza.
Ecco quindi alcune regole di sopravvivenza da ritagliare e imparare a memoria nel caso in cui vi arrivi quella lettera verdina che vi ordina di presentarvi come testimoni nell'aula di un processo penale.
Uno: portatevi un giornale, perché la giornata può essere molto lunga lì seduti su una panchina di ferro dove l'unico passatempo è quello di leggere una lista di nomi con a fianco tanti numeri (che poi sono i reati).
Due: non cedete alla curiosità e quindi non tentate di entrare nell'aula se stanno celebrando il processo dove siete testimoni; voi non potete, dovete restare ingenui come se non vi avessero mai detto di che si tratta (nemmeno l'avvocato che vi ha citato).
Tre: nelle brevi pause tra un processo e l'altro cercate qualcuno dentro l'aula che vi sembri degno di fiducia e chiedetegli, per favore, quanto manca al vostro turno; dopo tre ore lì fuori senza informazioni a molti saltano i nervi.
Quattro: non fate commenti senza sapere chi è seduto attorno a voi, potrebbe scoppiare una lite con i parenti dell'imputato che sono molto più tesi di voi.
Cinque: se il processo è a Trento e avete bisogno del bagno evitate senza indugio quell'unico gabinetto che vi indicheranno al piano terra vicino all'ingresso, senza specchio e senza la chiave, ma prendete l'ascensore e salite fino all'ultimo piano dove vi aspetta un magnifico bagno mansardato con poster alle pareti (vedere per credere).
Sei: il bar del tribunale offre ottimi panini ma chiude nel primo pomeriggio, se l'ora si fa tarda regolatevi di conseguenza.
Sette: non perdete mai la pazienza, nemmeno quando dopo cinque ore di attesa vi chiederanno solo se confermate quanto avevate scritto nella denuncia per furto (tre anni fa, quando vi avevano rubato l'autoradio) e poi vi diranno che potete andare, grazie mille.
Otto: non prendete appuntamenti per quella giornata, nulla è più importante della vostra testimonianza e se ve ne andate all'improvviso siete nemici della Giustizia.
Nove: non sentitevi vittime del sistema, non pensate di essere su scherzi a parte, non illudetevi di essere protagonisti di una (dis) avventura senza precedenti. C'è gente che sta molto peggio di voi, ad esempio l'imputato oppure quei testimoni che per dire ciò che sanno (senza nascondere nulla di quanto sanno) si sono fatti centinaia di chilometri, hanno perso una giornata di lavoro e riceveranno un rimborso che gli permetterà di pagarsi - forse - il pranzo.
Dieci: quando tutto sarà finito tornate a casa sollevati, contenti di avere fatto il vostro dovere (solo il vostro dovere, nulla di più, non montatevi la testa sentendovi cittadini modello) senza cedere alla tentazione - quando vi capiterà ancora di essere protagonisti di un evento - di voltarvi dall'altra parte e dire: "Io? Io non c'ero, non ho visto nulla, io non so niente, io non c'entro" come sarebbe comprensibile dopo aver provato come ci si sente piccoli e impotenti di fronte all'immensità della macchina che assicura la Giustizia.
05 febbraio 2006
L'imbarazzo della sauna
Ci sono cose che è molto meglio fare fuori provincia: i trentini lo sanno e in questo sono veri specialisti. Non pensate subito male, nulla di proibito, tutte cose che si possono scrivere sul giornale come - ad esempio - andare a far la spesa. Quando si tratta di acquisti la parola d'ordine è "Sud", perché il meridione - chissà perché - fa venire in mente prezzi buoni, sconti e grandi assortimenti. Così gli altoatesini scendono in Trentino e prendono d'assalto il Mercatone, l'Obi e i centri commerciali mentre i trentini calano ad Affi, Verona o più giù verso gli outlet dei vestiti e i veneti chissà, forse almeno loro fanno le spese a casa propria.
Quando si tratta di andare a spasso invece la parola d'ordine diventa "Nord", come se salendo lungo la penisola per una gita domenicale (magari sconfinando in Austria) i prati diventassero più verdi, i centri storici più caratteristici, le montagne più belle, gli alberghi più accoglienti, la neve più bianca e le mucche più mucche.
Se parliamo di sanità, infine, la parola d'ordine dei trentini diventa "altrove" tanto che all'azienda sanitaria non sanno più come fare a trattenere i pazienti che si fanno curare le gambe rotte in Alto Adige, l'esame Tac in Veneto e per malattie più gravi si spingono in Lombardia se non addirittura all'estero, senza dimenticare mai di spedire a Trento la parcella da pagare.
Ma c'è un tipo di mobilità - già nota agli amministratori trentini - che nessuno (nessuno, nonostante ci stiano già provando) riuscirà mai a fermare: è quella che porta ogni settimana centinaia di trentini (migliaia?) all'Acquarena di Bressanone oppure alle Terme di Merano, ma anche nelle vasche di Seefeld, poco al di là del confine.
L'assessore comunale Pegoretti vuole tentare anche in città la carta del parco acquatico, a Baselga di Piné sono più avanti e hanno già un progetto pronto per una piscina dell'ultima generazione ma non tengono conto dei veri motivi che spingono i trentini a macinare chilometri solo per farsi un bagno. Non è questione di vasche con le onde, idromassaggi, ampie vetrate, scivoli che vanno bene solo per i bambini, sedie a sdraio rilassanti oppure ristoranti esotici per chiudere la giornata. Il fatto è che per fare la sauna, il bagno turco, un tuffo nella tinozza gelida oppure una seduta di idromassaggio all'aperto mentre fuori nevica, bisogna presentarsi nudi. Il che vuole dire nudi, senza asciugamano sotto o sopra, proprio nudi, senza appello, che se per caso ti porti dietro uno straccetto ti senti fuori posto.
Ebbene in questo (ma non solo) gli altoatesini sono diversi: per loro, almeno quelli che parlano tedesco, è naturale sedersi nella sauna e conversare a bassa voce col vicino, aggirarsi tra le nebbie del centro benessere senza pudore, rilassarsi senza costume in una piscina con vista sulle Alpi. Per i trentini - che degli altoatesini sono i meridionali - naturale lo è molto meno e togliersi l'asciugamano risulta più facile quando lo si fa a cento chilometri da casa, lontano dallo sguardo del collega di lavoro, del vicino di casa o dell'ex compagno di scuola.
Lassù, nei vapori della grande Acquarena brissinese, donne che al lago di Caldonazzo prendono il sole con il costume intero trovano il coraggio di lasciarsi andare ("si fa così, bisogna rispettare le regole del luogo in cui si va...") dopo aver inventato una scusa per separarsi dagli amici un sabato o una domenica. Ci sono compagnie di amici, coppie, famiglie intere che hanno vissuto momenti di crisi perché qualche sventato ha lanciato pubblicamente la proposta: "Andiamo tutti assieme a fare la sauna all'Acquarena?".
Capita così qualche incontro inevitabile, perché cento chilometri non sono poi tanti e lì - tra le nebbie a cento gradi - ci si ritrova a salutare l'avvocato o il presidente, senza sapere se da nudi, magari con gli occhiali roventi e appannati, bisogna stringersi la mano come in ufficio, darsi una pacca sulla spalla oppure basta un cenno cortese per ritenersi soddisfatti, facendo attenzione a non far scappare l'occhio. Gli altoatesini no, a loro viene tutto più naturale, mentre i trentini corrono dalla moglie o dall'amica e dicono: "Sai chi c'è di là? Il dirigente". "Ma dai, veramente?".
Le saune in Trentino ci sono già, basta andare a Ravina (c'è un centro benessere molto attrezzato), oppure a Levico (dove un albergo nuovo di zecca apre le porte anche a chi vuole passare mezza giornata a mollo) ma la realtà è che per togliersi l'asciugamano - come per molte altre cose - i trentini preferiscono correre lontano.
Quando si tratta di andare a spasso invece la parola d'ordine diventa "Nord", come se salendo lungo la penisola per una gita domenicale (magari sconfinando in Austria) i prati diventassero più verdi, i centri storici più caratteristici, le montagne più belle, gli alberghi più accoglienti, la neve più bianca e le mucche più mucche.
Se parliamo di sanità, infine, la parola d'ordine dei trentini diventa "altrove" tanto che all'azienda sanitaria non sanno più come fare a trattenere i pazienti che si fanno curare le gambe rotte in Alto Adige, l'esame Tac in Veneto e per malattie più gravi si spingono in Lombardia se non addirittura all'estero, senza dimenticare mai di spedire a Trento la parcella da pagare.
Ma c'è un tipo di mobilità - già nota agli amministratori trentini - che nessuno (nessuno, nonostante ci stiano già provando) riuscirà mai a fermare: è quella che porta ogni settimana centinaia di trentini (migliaia?) all'Acquarena di Bressanone oppure alle Terme di Merano, ma anche nelle vasche di Seefeld, poco al di là del confine.
L'assessore comunale Pegoretti vuole tentare anche in città la carta del parco acquatico, a Baselga di Piné sono più avanti e hanno già un progetto pronto per una piscina dell'ultima generazione ma non tengono conto dei veri motivi che spingono i trentini a macinare chilometri solo per farsi un bagno. Non è questione di vasche con le onde, idromassaggi, ampie vetrate, scivoli che vanno bene solo per i bambini, sedie a sdraio rilassanti oppure ristoranti esotici per chiudere la giornata. Il fatto è che per fare la sauna, il bagno turco, un tuffo nella tinozza gelida oppure una seduta di idromassaggio all'aperto mentre fuori nevica, bisogna presentarsi nudi. Il che vuole dire nudi, senza asciugamano sotto o sopra, proprio nudi, senza appello, che se per caso ti porti dietro uno straccetto ti senti fuori posto.
Ebbene in questo (ma non solo) gli altoatesini sono diversi: per loro, almeno quelli che parlano tedesco, è naturale sedersi nella sauna e conversare a bassa voce col vicino, aggirarsi tra le nebbie del centro benessere senza pudore, rilassarsi senza costume in una piscina con vista sulle Alpi. Per i trentini - che degli altoatesini sono i meridionali - naturale lo è molto meno e togliersi l'asciugamano risulta più facile quando lo si fa a cento chilometri da casa, lontano dallo sguardo del collega di lavoro, del vicino di casa o dell'ex compagno di scuola.
Lassù, nei vapori della grande Acquarena brissinese, donne che al lago di Caldonazzo prendono il sole con il costume intero trovano il coraggio di lasciarsi andare ("si fa così, bisogna rispettare le regole del luogo in cui si va...") dopo aver inventato una scusa per separarsi dagli amici un sabato o una domenica. Ci sono compagnie di amici, coppie, famiglie intere che hanno vissuto momenti di crisi perché qualche sventato ha lanciato pubblicamente la proposta: "Andiamo tutti assieme a fare la sauna all'Acquarena?".
Capita così qualche incontro inevitabile, perché cento chilometri non sono poi tanti e lì - tra le nebbie a cento gradi - ci si ritrova a salutare l'avvocato o il presidente, senza sapere se da nudi, magari con gli occhiali roventi e appannati, bisogna stringersi la mano come in ufficio, darsi una pacca sulla spalla oppure basta un cenno cortese per ritenersi soddisfatti, facendo attenzione a non far scappare l'occhio. Gli altoatesini no, a loro viene tutto più naturale, mentre i trentini corrono dalla moglie o dall'amica e dicono: "Sai chi c'è di là? Il dirigente". "Ma dai, veramente?".
Le saune in Trentino ci sono già, basta andare a Ravina (c'è un centro benessere molto attrezzato), oppure a Levico (dove un albergo nuovo di zecca apre le porte anche a chi vuole passare mezza giornata a mollo) ma la realtà è che per togliersi l'asciugamano - come per molte altre cose - i trentini preferiscono correre lontano.
29 gennaio 2006
La battaglia del termostato
Cari lettori, corro il rischio di passare per presuntuoso ma non riesco a trattenermi e dico: "Avevo ragione io". Sono anni che sbotto, ogni volta che entro in casa e mi tolgo il giaccone già sudato: "Qui dentro si scoppia, è troppo caldo, siete pazzi, spegnete quella caldaia
maledetta". Ora, finalmente, c'è uno che mi dà corda e mi consegna per decreto l'asso nella manica che mi farà vincere la battaglia del termostato. Quel tale è nientemeno che il ministro che ha ordinato di abbassare di un grado la temperatura negli edifici, preoccupato per gli ucraini che rubano il gas e i russi che chiudono i rubinetti. Io sono pronto, da mercoledì prossimo scatta il ribasso e se qualcuno in casa crede di continuare come prima è avvisato: lo denuncio.
So già cosa pensate ed è bene chiarirci subito: non è questione di soldi. In un anno il nostro contatore segna 600 metri cubi al massimo (se non ci credete vi faccio vedere le bollette) grazie alla stufa a legna, al tetto ben isolato e a quelli di sotto che ci danno dentro come i fuochisti del Titanic. Il fatto è che quei 600 metri cubi mi fanno comunque impressione: son lì sul divano con la bolletta in mano e penso a un edificio largo dieci metri per dieci e alto sei, insomma una casetta a due piani, tutta piena del mio gas. Poi aggiungo i consumi dei vicini di casa e ottengo un palazzo intero stipato di metano, la nostra piazzetta come cisterna avrebbe bisogno del castello del Buonconsiglio, calcolo il fabbisogno di una città e mi immagino un serbatoio grande come il Bondone. Allora mi agito per le sorti del mondo. Qualcosa bisogna pur fare. E io faccio finta di andare in bagno solo per passare fischiettando davanti a quel termostato e allungare la mano per abbassarlo almeno un po'. Poi tiro l'acqua (giusto per essere credibile), esco, controllo con la coda dell'occhio e lui è di nuovo lì, fermo sui venti: "Fa freddo" mi dicono quei due sabotatori, seduti sul divano sotto un piumino spesso un metro, tanto caldo che lì sotto potrebbe sbocciare un oleandro. Sarebbero pronti a riaprire la centrale di Chernobyl pur di crogiolarsi al caldo. La caldaia riparte - con quel clic orrendo e poi, sbanf, la fiammata - e io penso alle caverne immense che restano vuote nel sottosuolo della Siberia mentre noi di Trento bruciamo 2 milioni di metri cubi al giorno. Dalla finestra osservo i camini che sui tetti sbuffano come ciminiere industriali (viviamo in alto e ho imparato a conoscere gli inquilini dai comignoli) chiamo il mio amico ingegnere e mi faccio spiegare che è tutta questione di pressione, che non devo immaginarmi palazzi interi zeppi di gas perché il metano quando è compresso occupa poco spazio e che se i russi non ci boicottano andiamo avanti per decenni, ce n'è più del petrolio. Sarà.
Quando mi avvio verso il centro passo sul ponte di San Lorenzo e sento il solito puzzo di gas vicino a un raccordo - qualcuno la vuole chiudere quella falla? - alzo gli occhi verso un palazzo di sette piani e al terzo vedo le finestre socchiuse: c'è una vittima del riscaldamento centrale che muore dal caldo. Entro nel supermercato e quando la porta scorrevole si apre un soffio tropicale mi investe dall'alto. Caldo, caldo, caldo: ma che c'entrano i venti gradi con l'inverno? In questa crociata verso la sostenibilità del fresco avevo - prima ancora del ministro - un alleato. Uno che ha montato un termostato pieno di bottoni, tanto complicato che senza le istruzioni (che lui tiene sotto chiave) è impossibile metterci mano. Ma è stato sconfitto dagli ospiti (soprattutto le donne, diciamolo) che invitati a cena si mettevano in camicia e si strusciavano contro i termosifoni. Tiepidi.
Grazie ministro. Per merito suo vinceremo per legge la battaglia domestica dei termostati. Quella del risparmio e della sostenibilità ambientale invece no perché - c'è da scommetterci - nulla (certo non una norma dello Stato di cui gli italiani si fanno beffe) potrà indurre la maggioranza dei cittadini a combattere il freddo semplicemente indossando un maglione. E già penso all'estate quando negli uffici ci sarà chi sentendosi potente, girerà la manopola del condizionatore fino ai 18 - più freddo che in inverno - e adagiandosi sullo schienale con un bel sorriso soddisfatto dirà: "Ah, che bel fresco".
maledetta". Ora, finalmente, c'è uno che mi dà corda e mi consegna per decreto l'asso nella manica che mi farà vincere la battaglia del termostato. Quel tale è nientemeno che il ministro che ha ordinato di abbassare di un grado la temperatura negli edifici, preoccupato per gli ucraini che rubano il gas e i russi che chiudono i rubinetti. Io sono pronto, da mercoledì prossimo scatta il ribasso e se qualcuno in casa crede di continuare come prima è avvisato: lo denuncio.
So già cosa pensate ed è bene chiarirci subito: non è questione di soldi. In un anno il nostro contatore segna 600 metri cubi al massimo (se non ci credete vi faccio vedere le bollette) grazie alla stufa a legna, al tetto ben isolato e a quelli di sotto che ci danno dentro come i fuochisti del Titanic. Il fatto è che quei 600 metri cubi mi fanno comunque impressione: son lì sul divano con la bolletta in mano e penso a un edificio largo dieci metri per dieci e alto sei, insomma una casetta a due piani, tutta piena del mio gas. Poi aggiungo i consumi dei vicini di casa e ottengo un palazzo intero stipato di metano, la nostra piazzetta come cisterna avrebbe bisogno del castello del Buonconsiglio, calcolo il fabbisogno di una città e mi immagino un serbatoio grande come il Bondone. Allora mi agito per le sorti del mondo. Qualcosa bisogna pur fare. E io faccio finta di andare in bagno solo per passare fischiettando davanti a quel termostato e allungare la mano per abbassarlo almeno un po'. Poi tiro l'acqua (giusto per essere credibile), esco, controllo con la coda dell'occhio e lui è di nuovo lì, fermo sui venti: "Fa freddo" mi dicono quei due sabotatori, seduti sul divano sotto un piumino spesso un metro, tanto caldo che lì sotto potrebbe sbocciare un oleandro. Sarebbero pronti a riaprire la centrale di Chernobyl pur di crogiolarsi al caldo. La caldaia riparte - con quel clic orrendo e poi, sbanf, la fiammata - e io penso alle caverne immense che restano vuote nel sottosuolo della Siberia mentre noi di Trento bruciamo 2 milioni di metri cubi al giorno. Dalla finestra osservo i camini che sui tetti sbuffano come ciminiere industriali (viviamo in alto e ho imparato a conoscere gli inquilini dai comignoli) chiamo il mio amico ingegnere e mi faccio spiegare che è tutta questione di pressione, che non devo immaginarmi palazzi interi zeppi di gas perché il metano quando è compresso occupa poco spazio e che se i russi non ci boicottano andiamo avanti per decenni, ce n'è più del petrolio. Sarà.
Quando mi avvio verso il centro passo sul ponte di San Lorenzo e sento il solito puzzo di gas vicino a un raccordo - qualcuno la vuole chiudere quella falla? - alzo gli occhi verso un palazzo di sette piani e al terzo vedo le finestre socchiuse: c'è una vittima del riscaldamento centrale che muore dal caldo. Entro nel supermercato e quando la porta scorrevole si apre un soffio tropicale mi investe dall'alto. Caldo, caldo, caldo: ma che c'entrano i venti gradi con l'inverno? In questa crociata verso la sostenibilità del fresco avevo - prima ancora del ministro - un alleato. Uno che ha montato un termostato pieno di bottoni, tanto complicato che senza le istruzioni (che lui tiene sotto chiave) è impossibile metterci mano. Ma è stato sconfitto dagli ospiti (soprattutto le donne, diciamolo) che invitati a cena si mettevano in camicia e si strusciavano contro i termosifoni. Tiepidi.
Grazie ministro. Per merito suo vinceremo per legge la battaglia domestica dei termostati. Quella del risparmio e della sostenibilità ambientale invece no perché - c'è da scommetterci - nulla (certo non una norma dello Stato di cui gli italiani si fanno beffe) potrà indurre la maggioranza dei cittadini a combattere il freddo semplicemente indossando un maglione. E già penso all'estate quando negli uffici ci sarà chi sentendosi potente, girerà la manopola del condizionatore fino ai 18 - più freddo che in inverno - e adagiandosi sullo schienale con un bel sorriso soddisfatto dirà: "Ah, che bel fresco".
22 gennaio 2006
Quelle spese indigeste
Attenzione a quell'uomo: appena lo farete entrare in casa dovrete pagargli 40 euro o forse più. Pensateci bene, quindi, quando aprirete la porta, magari offrendogli un caffè per essere gentili, perché quando se ne andrà, comunque sia finita, voi avrete 40 euro in meno e lui altrettanti in più: ve la siete voluta. Tutto comincia quando la vostra lavastoviglie - mettiamo marca X - si blocca all'improvviso con i piatti ancora sporchi. Allora decidete di fare le cose per bene, aprite le pagine gialle cercando il centro assistenza della X, chiamate e fissate un appuntamento con la signorina che non ritiene necessario avvisarvi di quei 40 euro. Poi arriva il ragazzo con il furgoncino, entra in casa, apre lo sportello della lavastoviglie X, svita una manopola, solleva un coperchio di plastica infila un dito in quei meandri e dice: "Ahi Ahi Ahi". Come scusi? "Ahi Ahi Ahi". Può tradurre per favore? "Qui si è bloccato il motore". E quindi? "Bisogna cambiarlo, guarda caso ne ho uno giù nel furgone". A questo punto voi siete spiazzati: non vi ricordate più quanto costava la vostra lavastoviglie acquistata dieci anni fa, non avete la minima idea di quanto costi un modello nuovo, i 200 euro che quel ragazzo di poche parole vi chiede per la riparazione vi suggeriscono una pausa di riflessione durante la quale laverete le scodelle a mano come un tempo, mormorate che volete pensarci su un po' ma lui vi incalza: "Come vuole, intanto fanno quaranta euro". Soldi che non vi saranno restituiti nemmeno se accettate la riparazione, in quel caso vi faranno un piccolo sconto. Nessuno pensa che il ragazzo con il furgone (e soprattutto l'azienda che lo manda in giro per le case) venga a domicilio gratis, ma uno si immagina un conto di 10, 20 euro al massimo, mentre quei 40 euro (77.450 lire) fanno un po' impressione.
Fanno impressione anche i cinquanta euro che vi chiede l'uomo delle caldaie quando viene a farvi l'ispezione periodica mettendovi quel timbro previsto dalla legge. Entra in casa con la borsa a tracolla, vi segue fino alla caldaietta a gas, attacca un paio di tubicini, legge una fila di numeri sul suo strumento, risponde al cellulare e prende un appuntamento con la sua ragazza, compila un modulo e infine vi presenta il conto. Quando se ne va dice orgoglioso: "Queste caldaie sono perfette, non c'è mai bisogno di farci niente". Niente. Quindi la rata annuale di cinquanta euro la dovete pagare per nulla: saperlo è una gran soddisfazione.
Un altro esempio è la revisione dell'auto o della moto: siete dei fanatici del vostro mezzo meccanico, lo portate in officina ogni 15 mila chilometri, se sentite un rumorino correte dal meccanico ma comunque ogni due anni dovete sottoporvi alla revisione: dieci minuti e quaranta euro.
Ma queste sono briciole, piccoli esempi di soldi che non vorreste spendere ma non potete farne a meno, incidenti minimi nel bilancio familiare, nulla a confronto con quel campione assoluto delle spese incomprensibili (ingiustificate, irragionevoli) che è il notaio. Sì, quel signore che non vedrete mai (forse per un secondo appena mentre firma) sempre coperto dall'esercito di segretarie e impiegati di cui si avvale. Un giorno - dovendo acquistare un posto auto in un cortile - ho osato pronunciare quella parola proibita in uno studio notarile: preventivo. La signorina (carina) ha sollevato il viso dalla scrivania e mi ha guardato come si guarda un cafone che vuole pagare il conto con due galline in una mano e un mazzo di verdure nell'altra. "Sì, voglio un preventivo" ho confermato, sentendomi un rompiscatole. Ma signore - mi ha spiegato - non è certo in base ai soldi che si sceglie un notaio, quel che conta è la fiducia. Certo - ho replicato - ma io ho tanta fiducia nei notai, in tutti i notai, che per me uno vale l'altro e non avendone visto in faccia mai nessuno (vedo solo le segretarie che mi dicono di firmare qui e lì, poi arriva lui, cerco il suo sguardo fiducioso ma quello è già sparito) sceglierò quello che mi farà pagare meno. "Come vuole signore" ha detto. E ha scritto su un foglietto una cifra che - fra tasse e onorari - era impronunciabile. Quella stessa cifra, poco più o poco meno, l'hanno scritta sui foglietti (nessuno voleva pronunciarla?) le segretarie di quei pochi studi notarili che hanno accettato, storcendo il naso, di farmi un preventivo. Era una buona parte del prezzo di quel posto macchina che è sempre libero sotto casa mia: lo vedo dalla finestra, c'è ancora il cartello rosso con la scritta "vendesi", ormai un po' sbiadita.
Fanno impressione anche i cinquanta euro che vi chiede l'uomo delle caldaie quando viene a farvi l'ispezione periodica mettendovi quel timbro previsto dalla legge. Entra in casa con la borsa a tracolla, vi segue fino alla caldaietta a gas, attacca un paio di tubicini, legge una fila di numeri sul suo strumento, risponde al cellulare e prende un appuntamento con la sua ragazza, compila un modulo e infine vi presenta il conto. Quando se ne va dice orgoglioso: "Queste caldaie sono perfette, non c'è mai bisogno di farci niente". Niente. Quindi la rata annuale di cinquanta euro la dovete pagare per nulla: saperlo è una gran soddisfazione.
Un altro esempio è la revisione dell'auto o della moto: siete dei fanatici del vostro mezzo meccanico, lo portate in officina ogni 15 mila chilometri, se sentite un rumorino correte dal meccanico ma comunque ogni due anni dovete sottoporvi alla revisione: dieci minuti e quaranta euro.
Ma queste sono briciole, piccoli esempi di soldi che non vorreste spendere ma non potete farne a meno, incidenti minimi nel bilancio familiare, nulla a confronto con quel campione assoluto delle spese incomprensibili (ingiustificate, irragionevoli) che è il notaio. Sì, quel signore che non vedrete mai (forse per un secondo appena mentre firma) sempre coperto dall'esercito di segretarie e impiegati di cui si avvale. Un giorno - dovendo acquistare un posto auto in un cortile - ho osato pronunciare quella parola proibita in uno studio notarile: preventivo. La signorina (carina) ha sollevato il viso dalla scrivania e mi ha guardato come si guarda un cafone che vuole pagare il conto con due galline in una mano e un mazzo di verdure nell'altra. "Sì, voglio un preventivo" ho confermato, sentendomi un rompiscatole. Ma signore - mi ha spiegato - non è certo in base ai soldi che si sceglie un notaio, quel che conta è la fiducia. Certo - ho replicato - ma io ho tanta fiducia nei notai, in tutti i notai, che per me uno vale l'altro e non avendone visto in faccia mai nessuno (vedo solo le segretarie che mi dicono di firmare qui e lì, poi arriva lui, cerco il suo sguardo fiducioso ma quello è già sparito) sceglierò quello che mi farà pagare meno. "Come vuole signore" ha detto. E ha scritto su un foglietto una cifra che - fra tasse e onorari - era impronunciabile. Quella stessa cifra, poco più o poco meno, l'hanno scritta sui foglietti (nessuno voleva pronunciarla?) le segretarie di quei pochi studi notarili che hanno accettato, storcendo il naso, di farmi un preventivo. Era una buona parte del prezzo di quel posto macchina che è sempre libero sotto casa mia: lo vedo dalla finestra, c'è ancora il cartello rosso con la scritta "vendesi", ormai un po' sbiadita.
15 gennaio 2006
La badante ci ha stregati
Quella donna giunta dall'Est ci ha stregati. E' successo l'anno scorso quando Oxana - questo il nome di questa signora di mezz'età - venne a stare da noi per accudire la nonna anziana. Da quel giorno sono cambiate molte cose. All'inizio erano piccoli dettagli come quei cioccolatini dalla scritta incomprensibile (e dal sapore indefinito) che sono comparsi all'improvviso nella scatola delle caramelle. Poi sono spuntati dei centrini sulla tavola, strani soprammobili e la domenica delle torte a cinque piani che basta una fetta per chiudere lo stomaco.
Un po' di tensione c'è stata, invece, per quella sua abitudine di informarsi sull'Italia e sul mondo guardando il tg di Emilio Fede: "E' l'unico che spiega bene le cose" ha detto lei con uno sguardo ammirato per quel "bell'uomo". E anche a questo abbiamo dovuto fare l'abitudine, come a quelle parole in russo che la nonna ha imparato a pronunciare tagliandoci fuori dal mondo privato che ha creato assieme alla badante.
Chissà cosa si dicono, di certo c'è che la nonna sembra divertirsi come non avveniva più da tempo e questo basta a farci sopportare quella tremenda insalata russa che due volte in settimana ci viene propinata a pranzo e cena. Su questo - lo ammetto - ho commesso io un errore: "Buona" dissi, cercando di essere cortese. Da allora il mio piatto è quello più pieno e la pianta vicino al tavolo - poveretta - comincia a deperire.
Oxana è una donna dai mille segreti che tiene custoditi nella sua camera e confida al telefono - sempre in quella lingua incomprensibile, ma sarà veramente russo? - quando una volta alla settimana chiama casa e ne resta sempre un po' turbata.
Nel tentativo di capire cosa c'è dietro i suoi occhi - tristi anche quando sorride - l'ho pedinata la domenica mattina, quando esce sempre silenziosa senza dire dove va. Camminando raso ai muri come chi si muove in una città nemica - lei davanti io qualche decina di metri indietro - siamo arrivati in un piazzale lungo l'Adige dove c'erano altre donne come lei che facevano la coda davanti a un furgone dalla targa straniera: consegnavano un pacco all'autista e ne ricevevano un altro in cambio. Ho scoperto che i punti dove arrivano quei furgoni sono due, in due parcheggi diversi a seconda della zona di provenienza. Per la spedizione si paga un tanto al chilo e la consegna è assicurata: lettere, piccoli regali, un po' di cibo, giocattoli ma non soldi.
Il pacco di Oxana, una scatola di cartone marrone legata con lo spago, l'ho tenuto bene a mente perché, ne ero sicuro, conteneva un suo segreto. Forse una di quelle magie che mi avevano stupito il mese prima quando da giorni avevo un dolorino al collo che non passava più. Mi alzavo la mattina credevo di essere finalmente libero e - zac - eccolo lì che mi bloccava, tenendomi la testa un po' di lato. Andò avanti a lungo, non c'era medicina che contava, finché la "strega" mossa a compassione mi ordinò di sedermi sullo sgabello e prendendomi da dietro fece un gesto veloce rimettendomi a posto con un crack. Guarito.
Un giorno saltò fuori che doveva fare rientro a casa e successe il finimondo: capimmo che senza di lei non si poteva più stare. Di altre badanti la nonna non ne voleva sapere: "Solo con l'Oxana - disse - mi sento in casa mia". In quella casa, si badi, dove vive da novant'anni. Non era questione di soldi - disse la badante, facendo comunque capire che di questo si poteva pure parlare - ma di un'emergenza da risolvere. Non disse una sillaba in più, anche perché sarebbe stato difficile spiegare l'emergenza con quelle venti parole in italiano che conosce, aprendo quel vocabolario scassato che si porta sempre dietro. Andò e tornò (quando ormai non ci speravamo più) facendoci tirare un sospiro di sollievo perché la nostra vita comoda non era più in pericolo.
Inutile nasconderlo, quella donna ci ha reso la vita molto più facile, si può dire che ci ha stregati perché di lei non possiamo più fare a meno.
Ma un giorno che se n'era andata con le amiche - tutte assieme a pregare in una chiesa improvvisata e semi clandestina - decisi di aprire quel pacco di cartone per scoprire il suo segreto.
Bastò sollevare un attimo il coperchio per vedere quelle foto con tante facce come la sua: carnagioni chiare, capelli biondo cenere, occhi azzurri, tutti vestiti a festa e sorridenti, qualche lettera e un ciuffo di capelli. Il segreto di quegli occhi tristi era lì, chiuso in una scatola di cartone sotto il letto.
Un po' di tensione c'è stata, invece, per quella sua abitudine di informarsi sull'Italia e sul mondo guardando il tg di Emilio Fede: "E' l'unico che spiega bene le cose" ha detto lei con uno sguardo ammirato per quel "bell'uomo". E anche a questo abbiamo dovuto fare l'abitudine, come a quelle parole in russo che la nonna ha imparato a pronunciare tagliandoci fuori dal mondo privato che ha creato assieme alla badante.
Chissà cosa si dicono, di certo c'è che la nonna sembra divertirsi come non avveniva più da tempo e questo basta a farci sopportare quella tremenda insalata russa che due volte in settimana ci viene propinata a pranzo e cena. Su questo - lo ammetto - ho commesso io un errore: "Buona" dissi, cercando di essere cortese. Da allora il mio piatto è quello più pieno e la pianta vicino al tavolo - poveretta - comincia a deperire.
Oxana è una donna dai mille segreti che tiene custoditi nella sua camera e confida al telefono - sempre in quella lingua incomprensibile, ma sarà veramente russo? - quando una volta alla settimana chiama casa e ne resta sempre un po' turbata.
Nel tentativo di capire cosa c'è dietro i suoi occhi - tristi anche quando sorride - l'ho pedinata la domenica mattina, quando esce sempre silenziosa senza dire dove va. Camminando raso ai muri come chi si muove in una città nemica - lei davanti io qualche decina di metri indietro - siamo arrivati in un piazzale lungo l'Adige dove c'erano altre donne come lei che facevano la coda davanti a un furgone dalla targa straniera: consegnavano un pacco all'autista e ne ricevevano un altro in cambio. Ho scoperto che i punti dove arrivano quei furgoni sono due, in due parcheggi diversi a seconda della zona di provenienza. Per la spedizione si paga un tanto al chilo e la consegna è assicurata: lettere, piccoli regali, un po' di cibo, giocattoli ma non soldi.
Il pacco di Oxana, una scatola di cartone marrone legata con lo spago, l'ho tenuto bene a mente perché, ne ero sicuro, conteneva un suo segreto. Forse una di quelle magie che mi avevano stupito il mese prima quando da giorni avevo un dolorino al collo che non passava più. Mi alzavo la mattina credevo di essere finalmente libero e - zac - eccolo lì che mi bloccava, tenendomi la testa un po' di lato. Andò avanti a lungo, non c'era medicina che contava, finché la "strega" mossa a compassione mi ordinò di sedermi sullo sgabello e prendendomi da dietro fece un gesto veloce rimettendomi a posto con un crack. Guarito.
Un giorno saltò fuori che doveva fare rientro a casa e successe il finimondo: capimmo che senza di lei non si poteva più stare. Di altre badanti la nonna non ne voleva sapere: "Solo con l'Oxana - disse - mi sento in casa mia". In quella casa, si badi, dove vive da novant'anni. Non era questione di soldi - disse la badante, facendo comunque capire che di questo si poteva pure parlare - ma di un'emergenza da risolvere. Non disse una sillaba in più, anche perché sarebbe stato difficile spiegare l'emergenza con quelle venti parole in italiano che conosce, aprendo quel vocabolario scassato che si porta sempre dietro. Andò e tornò (quando ormai non ci speravamo più) facendoci tirare un sospiro di sollievo perché la nostra vita comoda non era più in pericolo.
Inutile nasconderlo, quella donna ci ha reso la vita molto più facile, si può dire che ci ha stregati perché di lei non possiamo più fare a meno.
Ma un giorno che se n'era andata con le amiche - tutte assieme a pregare in una chiesa improvvisata e semi clandestina - decisi di aprire quel pacco di cartone per scoprire il suo segreto.
Bastò sollevare un attimo il coperchio per vedere quelle foto con tante facce come la sua: carnagioni chiare, capelli biondo cenere, occhi azzurri, tutti vestiti a festa e sorridenti, qualche lettera e un ciuffo di capelli. Il segreto di quegli occhi tristi era lì, chiuso in una scatola di cartone sotto il letto.
08 gennaio 2006
Elogio della lentezza
Per motivi che mi sfuggono - ma che per opportunismo condivido in pieno - esiste una linea di autotrasporti che ogni mattina collega Falcade (Belluno) con Trento arrampicandosi sui ripidi tornanti di passo San Pellegrino. Di quella linea, cinque o sei volte l'anno, sono l'unico cliente: mi presento alle otto di mattina nella piazza di Falcade e salgo a bordo con Giuseppe, l'autista di quel pulmino da venti posti di una ditta privata che in realtà viaggia su quella tratta per conto della Trentino Trasporti.
Spesso ci siamo solo io e lui, a volte una ragazza col borsone che mi pare una studentessa, oppure una donna che nella stagione turistica sale a metà del passo e si ferma poco dopo, di fronte all'albergo in cui lavora.
Un pulmino che valica le Dolomiti semivuoto, giorno dopo giorno, suona strano quasi quanto l'accento romano dell'uomo che lo guida: "Dottò, sono di Viterbo - spiega Giuseppe - guido quassù da nove anni e non mi fermo nemmeno quando vengono giù due metri di neve. L'unica volta che sono tornato indietro c'era la strada chiusa per il pericolo valanghe".
Dopo venti minuti ecco le bandiere di Dellai, il pulmino supera il confine fra le due province (il vecchio confine di Stato) e l'autista si scatena: "Dottò, questo bisogna che lo scrive: lo vede che le strade di montagna le tengono meglio a Belluno che in Trentino?". E indica la striscia d'asfalto che all'improvviso diventa più bianca per la neve.
Quel viaggio è la riscoperta della lentezza: in tre quarti d'ora arrivo a Moena, poi salgo sulla coincidenza che mi porterà nel capoluogo e mi metto comodo tra anziane signore con le borse sul sedile, uomini dal naso rosso (a cui forse hanno tolto la patente) e ragazzi con le cuffiette che urlano sulle orecchie.
Chiudo gli occhi sognando viaggi aerei da un continente all'altro, traversate oceaniche, lunge trasferte autostradali poi uno spiffero gelido mi risveglia e sono alla stazione di Predazzo. Riprendo sonno immaginando corse su ferrovie ad alta velocità, vagoni ristoranti e salette d'aeroporto dove i piedi affondano nella moquette, poi uno scossone mi sorprende e scopro di essere a Tesero.
Osservando laggiù in basso, come un miraggio, la veloce strada di fondovalle riscopro i centri storici di Cavalese e Castello di Fiemme poi a Egna mi illudo che l'autista imbocchi l'autostrada ma lui senza pietà punta il volante verso la statale: c'è da passare nel centro di San Michele dove - lo so già - non sale e scende mai nessuno.
So di non avere scampo e mi rassegno sul mio sedile di corriera come un bambino imprigionato sull'auto del papà: arriveremo a Trento alle 10 e 48, come sempre, quando dalla corriera assieme a me scenderà solo qualche ragazzo che va all'università. Dalla partenza a Falcade, con Giuseppe, sono passate quasi tre ore: con la macchina ci si mette un'ora e mezza, stringo in mano il biglietto da 7 euro e 15 (mica uno scherzo) ma ringrazio comunque che questa linea resista sugli orari dell'azienda dei trasporti.
Chi ha letto fin qui merita una spiegazione: che ci faccio alle otto di mattina sulla corrierina che parte da Falcade? Schiavo dell'auto - e pendolare per diletto e famiglia fra Trento e Belluno - mi ritrovo qualche volta a sbagliare i calcoli fra un viaggio da solo e uno in compagnia e a ritrovarmi con entrambe le vetture di famiglia sotto casa oppure - orrore - nessuna E' allora che mi presento con la mia valigia all'appuntamento con Giuseppe e salgo sul pulmino per un tuffo di tre ore nel mondo dei sogni e della lentezza finché - puntuale alle 10 e 48 con lo stomaco un po' sottosopra - la città mi riassorbirà con la sua velocità.
Spesso ci siamo solo io e lui, a volte una ragazza col borsone che mi pare una studentessa, oppure una donna che nella stagione turistica sale a metà del passo e si ferma poco dopo, di fronte all'albergo in cui lavora.
Un pulmino che valica le Dolomiti semivuoto, giorno dopo giorno, suona strano quasi quanto l'accento romano dell'uomo che lo guida: "Dottò, sono di Viterbo - spiega Giuseppe - guido quassù da nove anni e non mi fermo nemmeno quando vengono giù due metri di neve. L'unica volta che sono tornato indietro c'era la strada chiusa per il pericolo valanghe".
Dopo venti minuti ecco le bandiere di Dellai, il pulmino supera il confine fra le due province (il vecchio confine di Stato) e l'autista si scatena: "Dottò, questo bisogna che lo scrive: lo vede che le strade di montagna le tengono meglio a Belluno che in Trentino?". E indica la striscia d'asfalto che all'improvviso diventa più bianca per la neve.
Quel viaggio è la riscoperta della lentezza: in tre quarti d'ora arrivo a Moena, poi salgo sulla coincidenza che mi porterà nel capoluogo e mi metto comodo tra anziane signore con le borse sul sedile, uomini dal naso rosso (a cui forse hanno tolto la patente) e ragazzi con le cuffiette che urlano sulle orecchie.
Chiudo gli occhi sognando viaggi aerei da un continente all'altro, traversate oceaniche, lunge trasferte autostradali poi uno spiffero gelido mi risveglia e sono alla stazione di Predazzo. Riprendo sonno immaginando corse su ferrovie ad alta velocità, vagoni ristoranti e salette d'aeroporto dove i piedi affondano nella moquette, poi uno scossone mi sorprende e scopro di essere a Tesero.
Osservando laggiù in basso, come un miraggio, la veloce strada di fondovalle riscopro i centri storici di Cavalese e Castello di Fiemme poi a Egna mi illudo che l'autista imbocchi l'autostrada ma lui senza pietà punta il volante verso la statale: c'è da passare nel centro di San Michele dove - lo so già - non sale e scende mai nessuno.
So di non avere scampo e mi rassegno sul mio sedile di corriera come un bambino imprigionato sull'auto del papà: arriveremo a Trento alle 10 e 48, come sempre, quando dalla corriera assieme a me scenderà solo qualche ragazzo che va all'università. Dalla partenza a Falcade, con Giuseppe, sono passate quasi tre ore: con la macchina ci si mette un'ora e mezza, stringo in mano il biglietto da 7 euro e 15 (mica uno scherzo) ma ringrazio comunque che questa linea resista sugli orari dell'azienda dei trasporti.
Chi ha letto fin qui merita una spiegazione: che ci faccio alle otto di mattina sulla corrierina che parte da Falcade? Schiavo dell'auto - e pendolare per diletto e famiglia fra Trento e Belluno - mi ritrovo qualche volta a sbagliare i calcoli fra un viaggio da solo e uno in compagnia e a ritrovarmi con entrambe le vetture di famiglia sotto casa oppure - orrore - nessuna E' allora che mi presento con la mia valigia all'appuntamento con Giuseppe e salgo sul pulmino per un tuffo di tre ore nel mondo dei sogni e della lentezza finché - puntuale alle 10 e 48 con lo stomaco un po' sottosopra - la città mi riassorbirà con la sua velocità.
04 dicembre 2005
La schiavitù dei numeri
Finché c'era solo il numero del bancomat me la cavavo egregiamente: cinque cifre scritte su un foglietto da leggere e poi distruggere stampandosi bene in testa la combinazione. Facilissimo. Poi arrivò la carta di credito con un altro numero per il prelievo di contante, vietato annotarlo sull'agenda, vietatissimo tenerlo nel portafoglio assieme alla tessera magnetica. Facile, tutto sommato. Quindi fu il turno del telefonino con un altro pin (personal identification number) per attivare l'apparecchio e un altro numeretto, il puk, che serve per sbloccare tutto in caso di errori: abbastanza facile e poi, se non ti garba, basta disattivare la funzione e il tuo telefono non ti chiederà mai più di dare i numeri.
A complicare le cose arrivarono le tessere per il noleggio automatico dei film. In città ci sono due catene di distributori e ognuna ti affida due codici di quattro cifre: uno per noleggiare i film normali, l'altro per i porno (vietato comunicarlo ai figli minorenni). A questo punto - con altri quattro numeri - la faccenda si fece già più seria ma non ci sarebbero stati problemi se al lavoro non avessero messo una password per far partire il computer: anche qui numeri perché delle parole - pare - non ci si può fidare.
Era solo l'inizio. Presto le banche si trasferirono su internet e al telefono dove una voce automatica invece di chiederti nome e cognome - come sarebbe bello - ti ordina di digitare il codice utente e poi - attenzione - la prima e la terza cifra della tua password, oppure la seconda e la quinta, oppure la terza e la quarta. Poi, quando ti ha riconosciuto, la voce ti dice "buongiorno, digiti il pin".
Sempre più difficile, ma in fondo non l'aveva ordinato il dottore di affidare i soldi a una banca che non esiste. Ma anche il medico cominciò ad essere esigente il giorno che dopo la visita, al momento di firmare la ricetta, invece del nome cominciò a chiedere il codice fiscale, quei sedici caratteri fra numeri e lettere che allo Stato forniscono la certezza su chi siamo, più ancora del nome a cui siamo affezionati ma di cui ci sono in giro troppi doppioni.
Son cose che si sanno, direte, basta un piccolo sforzo di memoria per rimanere a galla nella società moderna. Ma parliamone dopo che anche a voi, come a me nei giorni scorsi, sarà capitato di mettere in moto la macchina e scoprire che la batteria vi ha lasciato a piedi. Allora attaccherete i cavi di emergenza, andrete dall'elettrauto a farvi montare una batteria nuova e infine scoprirete che la vostra autoradio - lei che da anni si accende fedele appena la sfiorate - fa finta di non conoscervi e pretende un numero, anzi un codice. Maledetta. Quel codice era scritto su un foglietto, sembra ieri che ce l'avevate in mano: finché non lo ritrovate la vostra radio, rimasta improvvisamente senza corrente elettrica, penserà di essere stata rubata e vi tratterà come dei ladri. Allora correte a casa, aprite il cassetto della cucina zeppo di tessere, di codici, di foglietti: saltano fuori le vecchie ricevute dei bolli auto con i numeri di targa, la tessera della biblioteca con il vostro numero del catalogo bibliografico trentino, la tessera con il numero del seggio elettorale che quand'è il momento di votare si nasconde chissà dove, quei dannati scontrini che avevate conservato per un rimborso e che ora (magia) sono diventati improvvisamente degli inutili, bianchi foglietti dove non si legge più nulla. Ma il numero segreto per sbloccare l'autoradio non c'è e il venditore a cui avete chiesto aiuto disperati vi guarda con sospetto dicendo: "Devo chiedere in assistenza, mi lascia il suo numero di telefono?".
E' a questo punto che cominciate, veramente, a dare i numeri: quando allo sportello del Comune vi chiedono la data di nascita, ve ne uscite sillabando una fila di cifre tipo nove sei sette uno (e il bello è che la segretaria per questo vi sarà grata), al supermercato cominciate a fissare il tabellone con il numero del turno stringendo il foglietto, rimpiangete l'epoca in cui il numero di telefono di casa era composto da cinque cifre (Trento, anni Ottanta, secolo scorso), la notte sognate i contatori della luce con le cifre che si rincorrono impazzite e infine vi svegliate sudati ricordando finalmente quei tre numeri che aprivano il lucchetto della bici che usavate da bambini, quella due ruote che rimase tre giorni attaccata al palo perché la combinazione non voleva saltar fuori il giorno che cominciò per voi - come per tutti - la schiavitù dei numeri.
A complicare le cose arrivarono le tessere per il noleggio automatico dei film. In città ci sono due catene di distributori e ognuna ti affida due codici di quattro cifre: uno per noleggiare i film normali, l'altro per i porno (vietato comunicarlo ai figli minorenni). A questo punto - con altri quattro numeri - la faccenda si fece già più seria ma non ci sarebbero stati problemi se al lavoro non avessero messo una password per far partire il computer: anche qui numeri perché delle parole - pare - non ci si può fidare.
Era solo l'inizio. Presto le banche si trasferirono su internet e al telefono dove una voce automatica invece di chiederti nome e cognome - come sarebbe bello - ti ordina di digitare il codice utente e poi - attenzione - la prima e la terza cifra della tua password, oppure la seconda e la quinta, oppure la terza e la quarta. Poi, quando ti ha riconosciuto, la voce ti dice "buongiorno, digiti il pin".
Sempre più difficile, ma in fondo non l'aveva ordinato il dottore di affidare i soldi a una banca che non esiste. Ma anche il medico cominciò ad essere esigente il giorno che dopo la visita, al momento di firmare la ricetta, invece del nome cominciò a chiedere il codice fiscale, quei sedici caratteri fra numeri e lettere che allo Stato forniscono la certezza su chi siamo, più ancora del nome a cui siamo affezionati ma di cui ci sono in giro troppi doppioni.
Son cose che si sanno, direte, basta un piccolo sforzo di memoria per rimanere a galla nella società moderna. Ma parliamone dopo che anche a voi, come a me nei giorni scorsi, sarà capitato di mettere in moto la macchina e scoprire che la batteria vi ha lasciato a piedi. Allora attaccherete i cavi di emergenza, andrete dall'elettrauto a farvi montare una batteria nuova e infine scoprirete che la vostra autoradio - lei che da anni si accende fedele appena la sfiorate - fa finta di non conoscervi e pretende un numero, anzi un codice. Maledetta. Quel codice era scritto su un foglietto, sembra ieri che ce l'avevate in mano: finché non lo ritrovate la vostra radio, rimasta improvvisamente senza corrente elettrica, penserà di essere stata rubata e vi tratterà come dei ladri. Allora correte a casa, aprite il cassetto della cucina zeppo di tessere, di codici, di foglietti: saltano fuori le vecchie ricevute dei bolli auto con i numeri di targa, la tessera della biblioteca con il vostro numero del catalogo bibliografico trentino, la tessera con il numero del seggio elettorale che quand'è il momento di votare si nasconde chissà dove, quei dannati scontrini che avevate conservato per un rimborso e che ora (magia) sono diventati improvvisamente degli inutili, bianchi foglietti dove non si legge più nulla. Ma il numero segreto per sbloccare l'autoradio non c'è e il venditore a cui avete chiesto aiuto disperati vi guarda con sospetto dicendo: "Devo chiedere in assistenza, mi lascia il suo numero di telefono?".
E' a questo punto che cominciate, veramente, a dare i numeri: quando allo sportello del Comune vi chiedono la data di nascita, ve ne uscite sillabando una fila di cifre tipo nove sei sette uno (e il bello è che la segretaria per questo vi sarà grata), al supermercato cominciate a fissare il tabellone con il numero del turno stringendo il foglietto, rimpiangete l'epoca in cui il numero di telefono di casa era composto da cinque cifre (Trento, anni Ottanta, secolo scorso), la notte sognate i contatori della luce con le cifre che si rincorrono impazzite e infine vi svegliate sudati ricordando finalmente quei tre numeri che aprivano il lucchetto della bici che usavate da bambini, quella due ruote che rimase tre giorni attaccata al palo perché la combinazione non voleva saltar fuori il giorno che cominciò per voi - come per tutti - la schiavitù dei numeri.
27 novembre 2005
Finché la neve resta bianca
Quando vediamo scendere i primi fiocchi cerchiamo sempre di non illuderci: non basta una spruzzata di bianco sui tetti per renderci felici. Noi vogliamo la neve vera, quella che non diventa marrone e non si trasforma in acqua dopo mezz'ora ma che si attacca sulla strada vincendo la sua battaglia con il sale e gli spazzaneve. Questa neve si annuncia con il silenzio: quando le auto nella via si fanno rare, ma soprattutto silenziose, sappiamo che il momento è arrivato. Allora il telefono suona e sento il mio amico D., un tipo taciturno, dire una parola: "Andiamo?". Certo che andiamo. Basta trovare la scusa giusta e in due minuti sono in strada. Il punto di ritrovo è in piazzale Sanseverino dove quattro studenti a bordo di una Clio gialla, probabilmente è l'auto della mamma, hanno già disegnato un paio di otto sull'asfalto tenendo tirato il freno a mano. C'è uno con il fuoristrada nuovo che non vede l'ora di provarlo sulla neve e un altro con un veicolo gigante che sembra appena uscito dal deserto e spera che la città si blocchi per viaggiare solo lui. Infine ci siamo noi, con la nostra Punto bianca e un asso nella manica: quattro gomme chiodate di quelle che dal gommista non le trovi più, anzi mi hanno detto che forse ora sono vietate ma bisogna farle fuori e oggi è il giorno giusto.
Prima di partire facciamo l'inventario: catene? ok. pala da neve? ok. torcia? ok. guanti? ok. C'è tutto, possiamo andare, il Bondone è dietro l'angolo ma la neve fa uno strano effetto e nelle sere come questa a noi piace immaginare di partire per l'Alaska.
Fino a Montevideo va tutto liscio, poi mettiamo la freccia per Sardagna dove superiamo di slancio una vettura che procede a dieci all'ora - siamo o non siamo gente di montagna? - e comincia l'avventura. La radio spiega che le autostrade sono bloccate, che c'è l'obbligo di catene, che è meglio non mettersi in viaggio se non è strettamente necessario ma noi - come ogni anno ai primi fiocchi - dobbiamo arrivare su a Vason e questo per me e il vecchio D. è un motivo più che valido. Al bivio di Candriai l'imprevisto: uno spazzaneve ci rovina la poesia sporcandoci la strada (l'autista direbbe che è lì per pulirla, dipende dai punti di vista). Un'occhiata e siamo già d'accordo: quella luce gialla intermittente che l'assessore Rudari ha spedito su in montagna dobbiamo superarla. Il sorpasso ci impegna per due curve e un interminabile rettilineo, sfioriamo la lama con lo specchietto destro e il bestione ci fa capire - con un colpo di clacson capace di scatenare una valanga - che d'ora in avanti dovremo cavarcela da soli. E di non farci trovare fermi più avanti, magari di traverso, perché lui ci passerà sopra senza chiedere permesso.
Senza spazzaneve il viaggio procede nell'ovatta. Le ruote chiodate affondano senza toccare l'asfalto, a Vaneze attraversiamo una pioggia di palle di neve che si abbatte sui finestrini della Punto, ma proseguiamo fino al Norge dove c'è una macchina bloccata con tre persone che la spingono: "Butta, butta" dicono. Ci fermiamo e diamo una mano a metterla da parte. Il ragazzo che era alla guida tira fuori un ammasso di catene annodate dal bagagliaio e cerca di montarle mentre noi - sotto i fiocchi che cadono sempre più abbondanti - raccontiamo storie di neve. Finisce che uno tira fuori quella nevicata di vent'anni fa, quando nel 1985 i fiocchi sommersero la città, le scuole chiusero per tre giorni e in piazza Duomo ammassarono tutta la neve del centro storico in un mucchio alto come la fontana. Sempre là si va a finire.
Ma dai tornanti più sotto spuntano le luci gialle degli spazzaneve che, pensando di salvarci, mettono a rischio l'avventura. Allora riprendiamo la fuga verso l'alto, via dalla città, via dai palazzi, Vason è poco più su ma quando arriviamo siamo immersi nelle nuvole. Le gomme cigolano schiacciando la neve vera, quella che quando la stringi fra le dita diventa compatta e dura, e con l'auto tracciamo un semicerchio nel parcheggio (l'otto lo facevamo quando eravamo al liceo ma abbiamo perso un po' la mano). Dall'altra parte - dalle Viote - arriva un ritmico ta-tac e poi spunta una Fiesta con le catene molli che battono sul parafango.
Le nuvole a tratti si aprono e in alto si vedono le luci del Palon. Ci guardiamo un attimo: "Scendiamo giù da Garniga?". Ma D. scuote la testa, gli spazzaneve ormai ci stanno catturando, pochi secondi ancora e spunteranno da quella curva riportando la civiltà anche qui in Alaska. Giriamo la Punto verso le luci della città rassegnati ad andare a dormire, sperando che al risveglio la neve non sia diventata già marrone.
Prima di partire facciamo l'inventario: catene? ok. pala da neve? ok. torcia? ok. guanti? ok. C'è tutto, possiamo andare, il Bondone è dietro l'angolo ma la neve fa uno strano effetto e nelle sere come questa a noi piace immaginare di partire per l'Alaska.
Fino a Montevideo va tutto liscio, poi mettiamo la freccia per Sardagna dove superiamo di slancio una vettura che procede a dieci all'ora - siamo o non siamo gente di montagna? - e comincia l'avventura. La radio spiega che le autostrade sono bloccate, che c'è l'obbligo di catene, che è meglio non mettersi in viaggio se non è strettamente necessario ma noi - come ogni anno ai primi fiocchi - dobbiamo arrivare su a Vason e questo per me e il vecchio D. è un motivo più che valido. Al bivio di Candriai l'imprevisto: uno spazzaneve ci rovina la poesia sporcandoci la strada (l'autista direbbe che è lì per pulirla, dipende dai punti di vista). Un'occhiata e siamo già d'accordo: quella luce gialla intermittente che l'assessore Rudari ha spedito su in montagna dobbiamo superarla. Il sorpasso ci impegna per due curve e un interminabile rettilineo, sfioriamo la lama con lo specchietto destro e il bestione ci fa capire - con un colpo di clacson capace di scatenare una valanga - che d'ora in avanti dovremo cavarcela da soli. E di non farci trovare fermi più avanti, magari di traverso, perché lui ci passerà sopra senza chiedere permesso.
Senza spazzaneve il viaggio procede nell'ovatta. Le ruote chiodate affondano senza toccare l'asfalto, a Vaneze attraversiamo una pioggia di palle di neve che si abbatte sui finestrini della Punto, ma proseguiamo fino al Norge dove c'è una macchina bloccata con tre persone che la spingono: "Butta, butta" dicono. Ci fermiamo e diamo una mano a metterla da parte. Il ragazzo che era alla guida tira fuori un ammasso di catene annodate dal bagagliaio e cerca di montarle mentre noi - sotto i fiocchi che cadono sempre più abbondanti - raccontiamo storie di neve. Finisce che uno tira fuori quella nevicata di vent'anni fa, quando nel 1985 i fiocchi sommersero la città, le scuole chiusero per tre giorni e in piazza Duomo ammassarono tutta la neve del centro storico in un mucchio alto come la fontana. Sempre là si va a finire.
Ma dai tornanti più sotto spuntano le luci gialle degli spazzaneve che, pensando di salvarci, mettono a rischio l'avventura. Allora riprendiamo la fuga verso l'alto, via dalla città, via dai palazzi, Vason è poco più su ma quando arriviamo siamo immersi nelle nuvole. Le gomme cigolano schiacciando la neve vera, quella che quando la stringi fra le dita diventa compatta e dura, e con l'auto tracciamo un semicerchio nel parcheggio (l'otto lo facevamo quando eravamo al liceo ma abbiamo perso un po' la mano). Dall'altra parte - dalle Viote - arriva un ritmico ta-tac e poi spunta una Fiesta con le catene molli che battono sul parafango.
Le nuvole a tratti si aprono e in alto si vedono le luci del Palon. Ci guardiamo un attimo: "Scendiamo giù da Garniga?". Ma D. scuote la testa, gli spazzaneve ormai ci stanno catturando, pochi secondi ancora e spunteranno da quella curva riportando la civiltà anche qui in Alaska. Giriamo la Punto verso le luci della città rassegnati ad andare a dormire, sperando che al risveglio la neve non sia diventata già marrone.
20 novembre 2005
Maledetto quel sacchetto
Non ci vorrebbe niente a mettere i fondi del caffè da una parte e le lattine di alluminio dall'altra, le bucce d'arancia di qua e la carta di là, non ci vorrebbe niente insomma a fare la raccolta differenziata dei rifiuti se non fosse per il sacchetto, quel maledetto sacchetto che tutti conosciamo e che a tutti - almeno una volta - è rimasto in mano mentre qualche etto di scorze umide e puzzolenti cadeva sul tappeto oppure sul giroscale o ancora - peggio - fuori dal palazzo, sul marciapiede, quando il bidone dell'immondizia era ancora lontano e una signora osservava la scena con la faccia di chi pensa: "Non vorrà mica lasciare tutto lì per terra, vero?".
Non è uno sfogo personale, la pensa così il 30 per cento delle persone intervistate da Trentino Servizi che avendo la possibilità di lamentarsi (al telefono) se l'è presa con quell'orrendo, viscido sacchetto. E dire che nonostante le apparenze si tratta di un oggetto di grande tecnologia e dal costo molto elevato: 3 centesimi l'uno, mentre una volgare e inquinante borsa di plastica, grande uguale, costerebbe venti volte meno e durerebbe (questo è il problema) infinitamente di più.
Quelli della Novamont possiedono il brevetto per la produzione del materiale (lo chiamano mater-bi, si tratta di una pellicola ricavata dagli scarti di lavorazione del mais) e sul loro sito internet si vantano di aver realizzato un sogno.
Sì, perché quel materiale bianco (talvolta verdino, dipende dalle partite di produzione) se lasciato all'aperto si dissolve, insomma è biodegradabile. Il problema è che comincia a biodegradarsi già quando è nel bidone sotto il lavandino di casa. Basta qualche verdura per creare un po' di umidità, il sacchetto si bagna e comincia a funzionare... facendosi da parte. Quando è pieno noi lo solleviamo con fiducia e - trac - lui disperde i rifiuti nell'ambiente.
Se va bene, comincia a gocciolare. Anche da nuovo. Provate a riempirli d'acqua nel lavandino e vedrete che molti sono bucati già quando ve li consegnano. C'è chi per star tranquillo ne mette due, chi scende in strada con il bidone intero, chi utilizza solo quelli bianchi e guarda con sospetto i verdini, chi invece fa il contrario. Ognuno si difende come può. L'ingegnere della Trentino Servizi - che li sperimenta in prima persona a casa sua, come noi tutti - giura che di quei sacchetti non ne ha rotto mai uno e diffonde un consiglio: "Teneteli al buio, lontani dalla luce del sole, così durano di più".
Anche quelli della società dei rifiuti, se potessero, farebbero volentieri a meno di quei sacchetti e risparmierebbero qualcosa come 240 mila euro l'anno (otto milioni di pezzi) ma senza le umide borsine le nostre città sarebbero più sporche e puzzolenti. Comunque ci stanno lavorando e presto potrebbero dirci di buttare i rifiuti sparsi nel bidone, tanto poi passerà un camion con il lavaggio incorporato.
Chi non odia il sacchetto detesta almeno la cordina, quello spaghetto di cotone che dovrebbe servire da chiusura: uno lo prende alle estremità, fa il nodino con le dita e poi - ovviamente - tira. Ma a tirare quello si sfilaccia, inconsistente, perché anche lui è biodegradabile, pronto a dissolversi. Appena lo tocchi lui fa il suo dovere, si distrugge, obbediente al punto da farsi detestare.
Ho chiamato quelli della Trentino Servizi e mi hanno detto che mi capiscono, ma di tenere duro, è per il bene della terra. Già che c'ero mi sono levato un dubbio e gli ho raccontato quella storia che il mio vicino usa come alibi per non differenziare. Dice che dividere i rifiuti fra i bidoni non serve a niente perché tanto poi i camion filano tutti assieme in discarica. Lui lo sa: gliel'ha detto un suo cugino che conosce uno che lavora per la Trentino Servizi.
Anzi, in realtà sua moglie conosce la moglie di quel tale che guida proprio i camion, una fonte diretta insomma. L'ingegnere della società, quando gli ho raccontato la storiella, si è messo a ridere: "Sarà la centesima volta che la sento...". E allora? "Allora se le viene il dubbio faccia così: si presenti nella nostra sede di Lung'Adige San Nicolò durante la settimana, diciamo verso mezzogiorno e guardi quei camion che scaricano l'organico in una buca. Poi vedrà che quella roba viene caricata sui cassoni da trenta metri cubi e la portano via". E quando andrò lì vedrò che non si tratta di vetro, carta, metallo ma solo materia organica? "Mi creda, se durante la sua ispezione il vento tira dalla parte giusta lei non avrà più dubbi".
Non è uno sfogo personale, la pensa così il 30 per cento delle persone intervistate da Trentino Servizi che avendo la possibilità di lamentarsi (al telefono) se l'è presa con quell'orrendo, viscido sacchetto. E dire che nonostante le apparenze si tratta di un oggetto di grande tecnologia e dal costo molto elevato: 3 centesimi l'uno, mentre una volgare e inquinante borsa di plastica, grande uguale, costerebbe venti volte meno e durerebbe (questo è il problema) infinitamente di più.
Quelli della Novamont possiedono il brevetto per la produzione del materiale (lo chiamano mater-bi, si tratta di una pellicola ricavata dagli scarti di lavorazione del mais) e sul loro sito internet si vantano di aver realizzato un sogno.
Sì, perché quel materiale bianco (talvolta verdino, dipende dalle partite di produzione) se lasciato all'aperto si dissolve, insomma è biodegradabile. Il problema è che comincia a biodegradarsi già quando è nel bidone sotto il lavandino di casa. Basta qualche verdura per creare un po' di umidità, il sacchetto si bagna e comincia a funzionare... facendosi da parte. Quando è pieno noi lo solleviamo con fiducia e - trac - lui disperde i rifiuti nell'ambiente.
Se va bene, comincia a gocciolare. Anche da nuovo. Provate a riempirli d'acqua nel lavandino e vedrete che molti sono bucati già quando ve li consegnano. C'è chi per star tranquillo ne mette due, chi scende in strada con il bidone intero, chi utilizza solo quelli bianchi e guarda con sospetto i verdini, chi invece fa il contrario. Ognuno si difende come può. L'ingegnere della Trentino Servizi - che li sperimenta in prima persona a casa sua, come noi tutti - giura che di quei sacchetti non ne ha rotto mai uno e diffonde un consiglio: "Teneteli al buio, lontani dalla luce del sole, così durano di più".
Anche quelli della società dei rifiuti, se potessero, farebbero volentieri a meno di quei sacchetti e risparmierebbero qualcosa come 240 mila euro l'anno (otto milioni di pezzi) ma senza le umide borsine le nostre città sarebbero più sporche e puzzolenti. Comunque ci stanno lavorando e presto potrebbero dirci di buttare i rifiuti sparsi nel bidone, tanto poi passerà un camion con il lavaggio incorporato.
Chi non odia il sacchetto detesta almeno la cordina, quello spaghetto di cotone che dovrebbe servire da chiusura: uno lo prende alle estremità, fa il nodino con le dita e poi - ovviamente - tira. Ma a tirare quello si sfilaccia, inconsistente, perché anche lui è biodegradabile, pronto a dissolversi. Appena lo tocchi lui fa il suo dovere, si distrugge, obbediente al punto da farsi detestare.
Ho chiamato quelli della Trentino Servizi e mi hanno detto che mi capiscono, ma di tenere duro, è per il bene della terra. Già che c'ero mi sono levato un dubbio e gli ho raccontato quella storia che il mio vicino usa come alibi per non differenziare. Dice che dividere i rifiuti fra i bidoni non serve a niente perché tanto poi i camion filano tutti assieme in discarica. Lui lo sa: gliel'ha detto un suo cugino che conosce uno che lavora per la Trentino Servizi.
Anzi, in realtà sua moglie conosce la moglie di quel tale che guida proprio i camion, una fonte diretta insomma. L'ingegnere della società, quando gli ho raccontato la storiella, si è messo a ridere: "Sarà la centesima volta che la sento...". E allora? "Allora se le viene il dubbio faccia così: si presenti nella nostra sede di Lung'Adige San Nicolò durante la settimana, diciamo verso mezzogiorno e guardi quei camion che scaricano l'organico in una buca. Poi vedrà che quella roba viene caricata sui cassoni da trenta metri cubi e la portano via". E quando andrò lì vedrò che non si tratta di vetro, carta, metallo ma solo materia organica? "Mi creda, se durante la sua ispezione il vento tira dalla parte giusta lei non avrà più dubbi".
13 novembre 2005
Per fortuna c'è Igor
Da quando ho conosciuto Igor gli annunci che mi promettono la sopravvalutazione della mia auto usata mi lasciano del tutto indifferente. Sarà stato un paio di mesi fa, dovevo vendere una Golf di una decina d'anni e mi sono presentato, umile, nei principali concessionari per proporre lo scambio con un'auto più nuova. La scena era sempre quella: l'uomo di fronte alla scrivania tira fuori un librone tipo elenco telefonico, mi chiede l'anno di immatricolazione della Golf, il modello, i chilometri percorsi, sfoglia le pagine e poi lancia un'occhiata distratta oltre le vetrine. "E' quella là?" chiede. E io faccio sì con la testa, per metà orgoglioso e per metà speranzoso, l'abbiamo sempre tenuta bene quella macchina, con tutti i tagliandi al momento giusto, l'abbiamo portata dal carrozziere per riparare alcuni graffi, frizione quasi nuova e via dicendo ma l'uomo di tutto questo se ne frega, scrive un numero sul foglietto e poi lo gira sulla scrivania per farmelo vedere, con il sorriso ammiccante di uno che sta facendo beneficenza: 800 euro, di cui ne restano la metà dopo aver pagato il passaggio di proprietà.
Inutile proporre quella Golf - come ho fatto - a un altro concessionario perché la scena è sempre la stessa, con qualche piccola variante: oltre all'occhiata fuori dal palazzo c'è stato chi è uscito di persona e si è fatto un giro attorno alla vettura, uno ha dato un paio di calci di punta agli pneumatici (si fa così?), un altro ha aperto la portiera e ha guardato nell'abitacolo, nessuno mi ha chiesto di accendere il motore, tutti, alla fine, mi hanno fatto capire a parole o con la scritta sul foglietto che il valore di quella macchina per me gloriosa era di 800 euro appena, meno il passaggio di proprietà.
Con un moto di ribellione ho pubblicato un annuncio su Bazar, mettendo in evidenza che non c'era l'aria condizionata, che il contachilometri segnava 160 mila e che nel serbatoio ci andava benzina (non il gasolio come ora vogliono tutti, benzina). Il prezzo? Duemila euro, meglio spararla grossa. Ed è stato a questo punto che è entrato in scena Igor, incredibile, di mercoledì, un giorno prima che Bazar uscisse in edicola: ognuno ha i suoi trucchi, lui conosce uno che porta i giornali con il furgone nelle valli del Trentino.
"Ciao chiamo per Golf" mi fa e senza darmi il tempo di rispondere mi chiede quando possiamo vederci. Ecco uno che sa riconoscere un vero affare, penso, e gli do appuntamento in un parcheggio vicino a casa mia. Il giorno dopo lui arriva, gira intorno all'auto, apre il bagagliaio, solleva il cofano, accende il motore, facciamo un giretto di prova (guida lui) e quindi chiede il prezzo. Duemila euro, c'è scritto sull'annuncio. Insiste: "Sì, ma qual è il tuo ultimo prezzo?". E' uno che non vuole perdere tempo e allora gli dico quanto, fin dal primo momento, speravo di incassare: millecinque. Affare fatto e per essere sicuro mi infila nel taschino della camicia una mazzetta con trenta biglietti da cinquanta (più tardi, confesso, ne ho speso uno al bar con il timore che fosse falso, ma non è successo niente).
A Igor il passaggio di proprietà non interessa, vuole solo le targhe della Golf che ufficialmente risulterà demolita, per il ministero dei trasporti italiani non esisterà più, senza l'incubo delle multe che ti arrivano a casa all'improvviso dal sud Italia. Poi domenica, quando arriverà suo cugino dalla Moldavia, caricheranno l'auto su una bisarca e partiranno verso l'Est Europa dove la mia Golf blu metallizzato farà sicuramente un figurone. Assieme a lei ci sarà un'Audi familiare (quasi 200 mila chilometri) e altre due Volkswagen d'occasione.
Il momento brutto è stato dopo la vendita, quando il mio cellulare ha iniziato a squillare come impazzito: era tutta gente che voleva acquistare la mia vecchia Golf, tutti extracomunitari, qualcuno parlava un linguaggio incomprensibile. Il momento migliore è stato quando mi sono presentato di nuovo al concessionario, questa volta senza auto al seguito, per scoprire che quei famosi 800 euro si erano trasformati, tra i sorrisi, in uno sconto molto superiore.
A chi ha un'auto invendibile e vuole chiedere aiuto a Igor posso consigliare solo questo: mettete l'annuncio sul giornale e sarà lui a trovarvi. Ma attenzione, perché a modo suo anche lui è selettivo: ho visto la sua copia di Bazar e con una penna rossa aveva evidenziato solo vecchie auto, meglio se tedesche o giapponesi. Quelle nuove che piacciono a noi nell'Est Europa non le vogliono.
Inutile proporre quella Golf - come ho fatto - a un altro concessionario perché la scena è sempre la stessa, con qualche piccola variante: oltre all'occhiata fuori dal palazzo c'è stato chi è uscito di persona e si è fatto un giro attorno alla vettura, uno ha dato un paio di calci di punta agli pneumatici (si fa così?), un altro ha aperto la portiera e ha guardato nell'abitacolo, nessuno mi ha chiesto di accendere il motore, tutti, alla fine, mi hanno fatto capire a parole o con la scritta sul foglietto che il valore di quella macchina per me gloriosa era di 800 euro appena, meno il passaggio di proprietà.
Con un moto di ribellione ho pubblicato un annuncio su Bazar, mettendo in evidenza che non c'era l'aria condizionata, che il contachilometri segnava 160 mila e che nel serbatoio ci andava benzina (non il gasolio come ora vogliono tutti, benzina). Il prezzo? Duemila euro, meglio spararla grossa. Ed è stato a questo punto che è entrato in scena Igor, incredibile, di mercoledì, un giorno prima che Bazar uscisse in edicola: ognuno ha i suoi trucchi, lui conosce uno che porta i giornali con il furgone nelle valli del Trentino.
"Ciao chiamo per Golf" mi fa e senza darmi il tempo di rispondere mi chiede quando possiamo vederci. Ecco uno che sa riconoscere un vero affare, penso, e gli do appuntamento in un parcheggio vicino a casa mia. Il giorno dopo lui arriva, gira intorno all'auto, apre il bagagliaio, solleva il cofano, accende il motore, facciamo un giretto di prova (guida lui) e quindi chiede il prezzo. Duemila euro, c'è scritto sull'annuncio. Insiste: "Sì, ma qual è il tuo ultimo prezzo?". E' uno che non vuole perdere tempo e allora gli dico quanto, fin dal primo momento, speravo di incassare: millecinque. Affare fatto e per essere sicuro mi infila nel taschino della camicia una mazzetta con trenta biglietti da cinquanta (più tardi, confesso, ne ho speso uno al bar con il timore che fosse falso, ma non è successo niente).
A Igor il passaggio di proprietà non interessa, vuole solo le targhe della Golf che ufficialmente risulterà demolita, per il ministero dei trasporti italiani non esisterà più, senza l'incubo delle multe che ti arrivano a casa all'improvviso dal sud Italia. Poi domenica, quando arriverà suo cugino dalla Moldavia, caricheranno l'auto su una bisarca e partiranno verso l'Est Europa dove la mia Golf blu metallizzato farà sicuramente un figurone. Assieme a lei ci sarà un'Audi familiare (quasi 200 mila chilometri) e altre due Volkswagen d'occasione.
Il momento brutto è stato dopo la vendita, quando il mio cellulare ha iniziato a squillare come impazzito: era tutta gente che voleva acquistare la mia vecchia Golf, tutti extracomunitari, qualcuno parlava un linguaggio incomprensibile. Il momento migliore è stato quando mi sono presentato di nuovo al concessionario, questa volta senza auto al seguito, per scoprire che quei famosi 800 euro si erano trasformati, tra i sorrisi, in uno sconto molto superiore.
A chi ha un'auto invendibile e vuole chiedere aiuto a Igor posso consigliare solo questo: mettete l'annuncio sul giornale e sarà lui a trovarvi. Ma attenzione, perché a modo suo anche lui è selettivo: ho visto la sua copia di Bazar e con una penna rossa aveva evidenziato solo vecchie auto, meglio se tedesche o giapponesi. Quelle nuove che piacciono a noi nell'Est Europa non le vogliono.
06 novembre 2005
Anche il latte è globalizzato
Lo sapevate che la Polenta Valsugana (marchio registrato) la producono in provincia di Lecco per conto di una ditta di Bologna? E che la Polenta del Trentino, quella macinata a pietra e selezionata secondo la migliore tradizione trentina, la fanno nella zona industriale di Lana, in provincia di Bolzano? Quante sorprese può riservare una passeggiata fra gli scaffali di uno dei tanti Supermercati Trentini. Si può scoprire - ad esempio - che gli strangolapreti alla trentina, quelli verdi dell'insospettabile ditta Brugnara di Pergine, li producono e li confezionano in una fabbrica di Quinto di Treviso. E poi il latte, incredibile, il "Latte Trento", quello magro nella confezione da mezzo litro, con le mucche, il fienile e le Dolomiti sullo sfondo, ebbene quel latte è prodotto in uno stabilimento di Savona, così c'è scritto.
In preda al panico giro l'angolo, cerco lo scaffale dei biscotti e con la mano che mi trema prendo un sacchetto di Cuori, da sempre i miei preferiti, quelli della Prada biscotti del Trentino: giro la confezione e leggo che li fanno a Lamar di Gardolo. Almeno quelli.
In attesa che i fagioli di Lamon divengano trentini (con la speranza che continuino a coltivarli lì anche dopo che avranno spostato il confine con il Veneto) prendo atto con soddisfazione che al piano regolatore di Trento ci ha messo mano un urbanista spagnolo, che gli edifici dell'area ex Michelin (l'affare immobiliare più grosso del capoluogo trentino) li ha disegnati un architetto genovese e che la cupola del Mart di Rovereto, quella che è comparsa sulle riviste di tutto il mondo come esempio di grande architettura, l'ha disegnata uno svizzero.
E non è finita: se non ci fossero i raccoglitori dell'Est Europa le mele della valle di Non resterebbero sugli alberi e se per le vacanze di Natale non arrivassero i camerieri da fuori Provincia (quelli che nei ristoranti dolomitici vi servono la polenta e capriolo con il costume locale e l'accento sardo) molti alberghi potrebbero chiudere i battenti.
Bello questo Trentino globalizzato dove se alzate una serranda di via Malvasia trovate una moschea, se attraversate la strada vi offrono una sporta di cibo cinese, dove nella sala d'aspetto del mio dottore (il poliambulatorio di Centochiavi) capita di sentire parlare più spagnolo che italiano e nei cantieri edili è più facile essere ubbiditi se si danno gli ordini in lingua araba. Ma la domanda è questa: di che si occupano i trentini, se la polenta, il latte, gli strangolapreti e le case le fanno gli "stranieri"? Loro, i trentini, sono dentro il palazzo (uno dei tanti) a far funzionare l'autonomia, un meccanismo delicato che richiede il lavoro di migliaia di persone.
Di Trento e del Trentino piace il nome (piace anche me, fin qui l'ho scritto quattordici volte, adesso basta) tanto che le aziende fanno a gara per metterlo sulle confezioni dei loro prodotti e i Comuni che stanno oltre confine organizzano referendum per far parte del gruppo privilegiato (e non solo di nome si tratta, ovviamente). Ma al di là delle parole si fa fatica, ormai, a capire cosa c'è sotto.
Il Dellai lungimirante l'aveva già compreso due anni fa, quando per evitare confusioni e ambiguità diede ordine di installare le bandiere provinciali lungo le strade di confine: un modo chiaro - e vecchio come il mondo - di far capire qual'è la differenza tra qui e là. Le trovate ovunque queste bandiere, quelle che vedete nella foto sono ai 1.900 metri di passo San Pellegrino, fra Trentino (e fanno quindici) e Veneto per avvertire che di qua siamo autonomi: una notizia che forse era meglio non sbandierare, abbiamo visto che succede quando (a fasi cicliche) i vicini se ne accorgono.
Post scriptum: a proposito di polente, sugli scaffali dei Supermercati Trentini vendono anche quella Montanara, in una confezione rustica che promette quel sapore forte che piace a noi trentini. Dove la producono? A Veggiano, 21 metri sul livello del mare, pianura che più pianura non si può, in provincia di Padova, ancora una volta in Veneto, naturalmente.
In preda al panico giro l'angolo, cerco lo scaffale dei biscotti e con la mano che mi trema prendo un sacchetto di Cuori, da sempre i miei preferiti, quelli della Prada biscotti del Trentino: giro la confezione e leggo che li fanno a Lamar di Gardolo. Almeno quelli.
In attesa che i fagioli di Lamon divengano trentini (con la speranza che continuino a coltivarli lì anche dopo che avranno spostato il confine con il Veneto) prendo atto con soddisfazione che al piano regolatore di Trento ci ha messo mano un urbanista spagnolo, che gli edifici dell'area ex Michelin (l'affare immobiliare più grosso del capoluogo trentino) li ha disegnati un architetto genovese e che la cupola del Mart di Rovereto, quella che è comparsa sulle riviste di tutto il mondo come esempio di grande architettura, l'ha disegnata uno svizzero.
E non è finita: se non ci fossero i raccoglitori dell'Est Europa le mele della valle di Non resterebbero sugli alberi e se per le vacanze di Natale non arrivassero i camerieri da fuori Provincia (quelli che nei ristoranti dolomitici vi servono la polenta e capriolo con il costume locale e l'accento sardo) molti alberghi potrebbero chiudere i battenti.
Bello questo Trentino globalizzato dove se alzate una serranda di via Malvasia trovate una moschea, se attraversate la strada vi offrono una sporta di cibo cinese, dove nella sala d'aspetto del mio dottore (il poliambulatorio di Centochiavi) capita di sentire parlare più spagnolo che italiano e nei cantieri edili è più facile essere ubbiditi se si danno gli ordini in lingua araba. Ma la domanda è questa: di che si occupano i trentini, se la polenta, il latte, gli strangolapreti e le case le fanno gli "stranieri"? Loro, i trentini, sono dentro il palazzo (uno dei tanti) a far funzionare l'autonomia, un meccanismo delicato che richiede il lavoro di migliaia di persone.
Di Trento e del Trentino piace il nome (piace anche me, fin qui l'ho scritto quattordici volte, adesso basta) tanto che le aziende fanno a gara per metterlo sulle confezioni dei loro prodotti e i Comuni che stanno oltre confine organizzano referendum per far parte del gruppo privilegiato (e non solo di nome si tratta, ovviamente). Ma al di là delle parole si fa fatica, ormai, a capire cosa c'è sotto.
Il Dellai lungimirante l'aveva già compreso due anni fa, quando per evitare confusioni e ambiguità diede ordine di installare le bandiere provinciali lungo le strade di confine: un modo chiaro - e vecchio come il mondo - di far capire qual'è la differenza tra qui e là. Le trovate ovunque queste bandiere, quelle che vedete nella foto sono ai 1.900 metri di passo San Pellegrino, fra Trentino (e fanno quindici) e Veneto per avvertire che di qua siamo autonomi: una notizia che forse era meglio non sbandierare, abbiamo visto che succede quando (a fasi cicliche) i vicini se ne accorgono.
Post scriptum: a proposito di polente, sugli scaffali dei Supermercati Trentini vendono anche quella Montanara, in una confezione rustica che promette quel sapore forte che piace a noi trentini. Dove la producono? A Veggiano, 21 metri sul livello del mare, pianura che più pianura non si può, in provincia di Padova, ancora una volta in Veneto, naturalmente.
30 ottobre 2005
La targa? In prestito
Non è dalle foglie gialle e dal freddo mattutino che mi accorgo dell'inverno in arrivo, ma dalla telefonata di quel mio cugino che puntuale si fa vivo e mi saluta a modo suo: "Vecchio porco, come va?". Io sto al gioco, gli racconto qualche novità a cui non è interessato e dentro di me penso "su, forza, taglia corto e vieni al dunque". Allora il cugino stringe i tempi e lancia la domanda, sempre quella, ogni novembre: "Ma che targa ha la tua Punto?". Dispari, rispondo, come l'anno scorso e l'anno prima. "Ah, bene, non è che me la presti?".
La risposta la sa già, come potrei negargli quella Fiat tre porte bianca, ma annerita dallo smog, parcheggiata tra due alberi proprio ai margini della zona in cui presto si circolerà a targhe alterne? Se passate di là la notate di sicuro: è quella con uno strato di melma sul tetto, un'enciclopedia di volantini infilati sotto i tergicristalli e le ragnatele che dallo specchietto laterale raggiungono l'asfalto. Non la uso mai, a parte le mattine in cui arriva l'uomo delle foglie a pulire la strada (e devo spostare l'auto) e le giornate riservate alle targhe dispari quando viene il cugino, lascia nel parcheggio la sua auto (ovviamente targa pari) e riparte con la mia che, gonfia d'orgoglio, sculettando verso il centro sembra parlare con il fumo che esce dallo scarico: "Lo vedi che trovo ancora qualcuno che mi guida?" dice mentre la guardo allontanarsi. Uno pensa che le targhe alterne servano per non far circolare le auto, mio cugino con la Punto è invece la dimostrazione che servono a rimetterle in strada. Io gliel'ho detto mille volte: prendi l'autobus Ma gli orari non gli vanno. Vai a piedi "Troppa fatica". Portati una bici all'area Zuffo e vai in città con quella "Troppo complicato". Prenditi un motorino "E quando piove?". Comprati un'auto euro 4 così non ci pensi più "Non ho i soldi". E allora mettiti un impianto a gas "No, perché poi non mi fanno parcheggiare nel garage sotterraneo". L'anno scorso ho provato a suggerirgli di fare come fanno tutti: "Vai alla motorizzazione civile e racconti che ti hanno rubato la targa, oppure ti inventi che è rovinata e le cifre non si leggono più, così con 128 euro te ne danno una nuova, pari o dispari, come vuoi, alla fine a casa hai un'auto per tipo e il problema è risolto". Ma questo vorrebbe dire scendere in città assieme alla moglie, uno sforzo che proprio non riesce a fare perché, dice, il tragitto da casa al lavoro è l'unico momento in cui riesce a stare un po' in pace.
E' fatto così: in città si va con l'auto, gli altri mezzi di trasporto sono roba da sfigati. Nemmeno i parcheggi blu a pagamento o quello di piazza Fiera con i prezzi folli lo spaventano perché lui conosce un posto dove lasciare l'auto gratis, a due passi da via Belenzani, senza il rischio di prendere la multa. Non chiedetegli dov'è, non lo dirà nemmeno sotto tortura: ho il sospetto che ci sia sotto qualcosa d'illegale e preferiscono non approfondire.
Risolto il problema della sosta, l'importante è circolare: se fosse sicuro di avere due gemelli per caricarli in macchina e fare car-pooling direbbe finalmente sì a quella povera moglie che da anni gli chiede un figlio. E quell'idea, quella di vestire due bambole gonfiabili e metterle sui sedili dell'auto per circolare anche nei giorni proibiti? L'ha lanciata lui, quel cugino di cui comincio a vergognarmi.
Tanto impegno, tanta fantasia, mi fanno pensare che ci dev'essere qualcosa in più rispetto alla semplice comodità (comodità?) di viaggiare in auto: lo guardo quando gli consegno le chiavi nella Punto e gli leggo negli occhi quella luce strana, diabolica, di chi vuole mettere nel sacco le istituzioni e gode quando raggiunge l'obiettivo. Non sanno, mio cugino e quelli come lui, che nel sacco mettono quelli che al lavoro ci vanno a piedi, in autobus o in bicicletta. Ma in realtà si fregano da soli, fregano tutti, perché anche i loro davanzali sono neri di smog e anche le loro mogli portano a spasso i bambini nel passeggino, camminando sul marciapiede a due metri dalla statale puzzolente.
Quelli come mio cugino ogni mattina si siedono nell'auto e accendono l'autoradio senza pensare a tutto questo, altrimenti come si spiega, deroghe a parte, che quando ci sono le targhe alterne - una sua due, in teoria il cinquanta per cento - sulle strade della città ci ritroviamo con l'ottanta per cento delle auto in circolazione?
La risposta la sa già, come potrei negargli quella Fiat tre porte bianca, ma annerita dallo smog, parcheggiata tra due alberi proprio ai margini della zona in cui presto si circolerà a targhe alterne? Se passate di là la notate di sicuro: è quella con uno strato di melma sul tetto, un'enciclopedia di volantini infilati sotto i tergicristalli e le ragnatele che dallo specchietto laterale raggiungono l'asfalto. Non la uso mai, a parte le mattine in cui arriva l'uomo delle foglie a pulire la strada (e devo spostare l'auto) e le giornate riservate alle targhe dispari quando viene il cugino, lascia nel parcheggio la sua auto (ovviamente targa pari) e riparte con la mia che, gonfia d'orgoglio, sculettando verso il centro sembra parlare con il fumo che esce dallo scarico: "Lo vedi che trovo ancora qualcuno che mi guida?" dice mentre la guardo allontanarsi. Uno pensa che le targhe alterne servano per non far circolare le auto, mio cugino con la Punto è invece la dimostrazione che servono a rimetterle in strada. Io gliel'ho detto mille volte: prendi l'autobus Ma gli orari non gli vanno. Vai a piedi "Troppa fatica". Portati una bici all'area Zuffo e vai in città con quella "Troppo complicato". Prenditi un motorino "E quando piove?". Comprati un'auto euro 4 così non ci pensi più "Non ho i soldi". E allora mettiti un impianto a gas "No, perché poi non mi fanno parcheggiare nel garage sotterraneo". L'anno scorso ho provato a suggerirgli di fare come fanno tutti: "Vai alla motorizzazione civile e racconti che ti hanno rubato la targa, oppure ti inventi che è rovinata e le cifre non si leggono più, così con 128 euro te ne danno una nuova, pari o dispari, come vuoi, alla fine a casa hai un'auto per tipo e il problema è risolto". Ma questo vorrebbe dire scendere in città assieme alla moglie, uno sforzo che proprio non riesce a fare perché, dice, il tragitto da casa al lavoro è l'unico momento in cui riesce a stare un po' in pace.
E' fatto così: in città si va con l'auto, gli altri mezzi di trasporto sono roba da sfigati. Nemmeno i parcheggi blu a pagamento o quello di piazza Fiera con i prezzi folli lo spaventano perché lui conosce un posto dove lasciare l'auto gratis, a due passi da via Belenzani, senza il rischio di prendere la multa. Non chiedetegli dov'è, non lo dirà nemmeno sotto tortura: ho il sospetto che ci sia sotto qualcosa d'illegale e preferiscono non approfondire.
Risolto il problema della sosta, l'importante è circolare: se fosse sicuro di avere due gemelli per caricarli in macchina e fare car-pooling direbbe finalmente sì a quella povera moglie che da anni gli chiede un figlio. E quell'idea, quella di vestire due bambole gonfiabili e metterle sui sedili dell'auto per circolare anche nei giorni proibiti? L'ha lanciata lui, quel cugino di cui comincio a vergognarmi.
Tanto impegno, tanta fantasia, mi fanno pensare che ci dev'essere qualcosa in più rispetto alla semplice comodità (comodità?) di viaggiare in auto: lo guardo quando gli consegno le chiavi nella Punto e gli leggo negli occhi quella luce strana, diabolica, di chi vuole mettere nel sacco le istituzioni e gode quando raggiunge l'obiettivo. Non sanno, mio cugino e quelli come lui, che nel sacco mettono quelli che al lavoro ci vanno a piedi, in autobus o in bicicletta. Ma in realtà si fregano da soli, fregano tutti, perché anche i loro davanzali sono neri di smog e anche le loro mogli portano a spasso i bambini nel passeggino, camminando sul marciapiede a due metri dalla statale puzzolente.
Quelli come mio cugino ogni mattina si siedono nell'auto e accendono l'autoradio senza pensare a tutto questo, altrimenti come si spiega, deroghe a parte, che quando ci sono le targhe alterne - una sua due, in teoria il cinquanta per cento - sulle strade della città ci ritroviamo con l'ottanta per cento delle auto in circolazione?
23 ottobre 2005
Le telefonate proibite
L'ultima di quelle telefonate è arrivata venerdì all'ora di pranzo: un numero anonimo e una voce sconosciuta che voleva vendermi dei mobili già pronti per me, anche su misura, in un mobilificio di Verona. Invece di riattaccare al volo, come avrei dovuto, ho risposto che - no grazie - non avevo intenzione di andare fino in Veneto per comprare una poltrona. Ma la donna, che per essere così veloce e convincente ha frequentato sicuramente un corso di cui teneva il manuale sotto mano, ha replicato che se non volevo prendere l'auto mi portavano giù in pullman, che se preferivo mi avrebbero inviato a casa un arredatore pronto a rivoltarmi l'appartamento (ovviamente senza impegno), che i miei mobili vecchi non erano un problema visto che loro ritirano anche l'usato e che infine se non avevo i soldi potevo pagare in comode rate senza anticipo. Ho provato a interromperla dicendo che i miei mobili mi piacciono e in fondo sono quasi nuovi ma sono rimasto con la frase a metà: "Come può dirlo finché non ha visto i nostri?". E alla mia obiezione - signorina forse stiamo perdendo tempo tutti e due - ha trovato la forza di replicare con quella voce inarrestabile: "La mia azienda non perde mai tempo con clienti come lei, dottor Selva". Allora le ho detto sei forte, fra tutte quelle che mi chiamano ogni due giorni sei sicuramente la migliore, lo so che il tuo è un lavoro duro, tutto il giorno al telefono, diamoci pure del tu e lei mi ha risposto speranzosa: "Grazie mille, dottore, allora lo fissiamo questo appuntamento?". Imbattibile.
Dicevo che per fortuna questa è l'ultima chiamata perché il giorno successivo il postino ha portato il nuovo elenco del telefono e accanto al mio nome non c'è né la piccola busta che autorizza le aziende a mandarmi la pubblicità a casa né la piccola cornetta telefonica che dà il via libera alle telefonate commerciali. Addio alle voci della Bottega dell'Arredamento di Verona, addio per sempre a quei mastini della Bofrost con i loro camioncini pieni di surgelati, a quelli dell'olio d'oliva pugliese e ai loro rivali liguri, a quelli dell'associazione mutilati che mi chiedono un'offerta e vengono anche a prendersela a domicilio, a quelli di Fastweb che vogliono convincermi a fare l'abbonamento con loro, addio anche alla telefonista di Tele2 che mi giura che le sue tariffe sono le più basse e infine addio alla voce di Telecom Italia che mi chiama sospettosa (signor Selva, confessi, l'ha per caso contattata qualcun altro e sta pensando di tradirci?) e mi avverte che con i tempi che corrono è meglio non lasciare la strada vecchia per la nuova. Care voci, addio, d'ora in avanti potrete chiamare solo quell'un per cento di trentini, come Micheletti o Fontanari, che accanto al nome hanno fatto mettere anche la cornetta telefonica. Lo so che ci proverete ancora, che non mi vorrete abbandonare, ma io sarò inflessibile e vi saluterò, non offendetevi.
Il nome no, quello l'ho lasciato, e anche la via e il numero civico: chi mi cerca sa dove trovarmi, basta guardare fra gli altri 192 mila trentini inseriti nell'elenco del telefono. Avere il nome nella lista in passato mi ha fatto comodo e mi sembra un atto di civiltà, di cui non mi sono mai pentito, quello di dire agli altri membri della società: sono io, eccomi qua. Chi di noi - negli anni della scuola - non ha cercato nell'elenco il numero e l'indirizzo della bionda in prima fila per poi farsi un giro da quelle parti - così per caso - e guardare le finestre del palazzo cercando di indovinare quella giusta? Chi non ha composto, almeno una volta, quel numero per poi mettere giù se la voce era di un altro? Il numero di telefono nell'elenco c'era, c'era sempre: se non era sotto il nome del padre bastava scoprire quello della madre e il gioco era fatto.
Ora ci è consentito dire addio a quelle voci fastidiose ma c'è chi prende al volo l'occasione e ne approfitta per cancellarsi dal librone. Magari si toglie del tutto, oppure solo a metà, come quei due Tomasi R. che hanno fatto un passo indietro levando il nome, come se non fosse già abbastanza difficile trovarli fra tutti quei Renati, Remi e Roberti.
Chissà perché tanta prudenza, nella vita una volta sola uno mi ha detto "ti aspetto sotto casa", ma alla fine non è venuto. Avevamo tredici anni: caro M., se ancora non ti è passata, sai dove cercarmi.
Dicevo che per fortuna questa è l'ultima chiamata perché il giorno successivo il postino ha portato il nuovo elenco del telefono e accanto al mio nome non c'è né la piccola busta che autorizza le aziende a mandarmi la pubblicità a casa né la piccola cornetta telefonica che dà il via libera alle telefonate commerciali. Addio alle voci della Bottega dell'Arredamento di Verona, addio per sempre a quei mastini della Bofrost con i loro camioncini pieni di surgelati, a quelli dell'olio d'oliva pugliese e ai loro rivali liguri, a quelli dell'associazione mutilati che mi chiedono un'offerta e vengono anche a prendersela a domicilio, a quelli di Fastweb che vogliono convincermi a fare l'abbonamento con loro, addio anche alla telefonista di Tele2 che mi giura che le sue tariffe sono le più basse e infine addio alla voce di Telecom Italia che mi chiama sospettosa (signor Selva, confessi, l'ha per caso contattata qualcun altro e sta pensando di tradirci?) e mi avverte che con i tempi che corrono è meglio non lasciare la strada vecchia per la nuova. Care voci, addio, d'ora in avanti potrete chiamare solo quell'un per cento di trentini, come Micheletti o Fontanari, che accanto al nome hanno fatto mettere anche la cornetta telefonica. Lo so che ci proverete ancora, che non mi vorrete abbandonare, ma io sarò inflessibile e vi saluterò, non offendetevi.
Il nome no, quello l'ho lasciato, e anche la via e il numero civico: chi mi cerca sa dove trovarmi, basta guardare fra gli altri 192 mila trentini inseriti nell'elenco del telefono. Avere il nome nella lista in passato mi ha fatto comodo e mi sembra un atto di civiltà, di cui non mi sono mai pentito, quello di dire agli altri membri della società: sono io, eccomi qua. Chi di noi - negli anni della scuola - non ha cercato nell'elenco il numero e l'indirizzo della bionda in prima fila per poi farsi un giro da quelle parti - così per caso - e guardare le finestre del palazzo cercando di indovinare quella giusta? Chi non ha composto, almeno una volta, quel numero per poi mettere giù se la voce era di un altro? Il numero di telefono nell'elenco c'era, c'era sempre: se non era sotto il nome del padre bastava scoprire quello della madre e il gioco era fatto.
Ora ci è consentito dire addio a quelle voci fastidiose ma c'è chi prende al volo l'occasione e ne approfitta per cancellarsi dal librone. Magari si toglie del tutto, oppure solo a metà, come quei due Tomasi R. che hanno fatto un passo indietro levando il nome, come se non fosse già abbastanza difficile trovarli fra tutti quei Renati, Remi e Roberti.
Chissà perché tanta prudenza, nella vita una volta sola uno mi ha detto "ti aspetto sotto casa", ma alla fine non è venuto. Avevamo tredici anni: caro M., se ancora non ti è passata, sai dove cercarmi.
16 ottobre 2005
Compri casa? Cambia lingua
Da quando mi sono messo a cercare casa ho capito che il primo passo è imparare il linguaggio degli agenti immobiliari. Qui i prezzi, pur spaventosi, non c'entrano: si tratta di parlare la stessa lingua per evitare di perdere tempo, mettersi le mani addosso oppure cadere in depressione.
Prima regola, attenzione agli aggettivi: se vi offrono un'intima mansarda preparatevi a visitare un sottotetto dove riuscite a stare in piedi solo al centro delle stanze; per definire un bagno finestrato basta che ci sia una piccola fessura affacciata su un cortile; una camera può dirsi matrimoniale se ci sta un letto a una piazza e mezzo; la cucina è abitabile se ci si può fare colazione in piedi e sul pavimento resta lo spazio per la ciotola del gatto.
E veniamo alle zone: centralissimo vuole dire che è in centro storico, centro è tutta la città, vicinanze del centro può essere Gardolo o Mattarello, cinque minuti dal centro significa a Candriai (i tempi forse sono calcolati per quando ci sarà la funivia e loro vi assicurano che c'è già il progetto pronto) e infine se c'è scritto "posizione tranquilla" oppure "ideale per amanti della natura" preparatevi a tutto, anche a trovare le impronte dell'orso sul prato di casa quando uscite la mattina.
Zona servita significa che c'è la fermata dell'autobus per andare a far la spesa in una zona veramente servita. Zona residenziale vuol dire che ci si torna solo la sera per dormire, se la zona è caratteristica c'è un locale sotto casa che vi terrà svegli fino all'alba. Alcuni, infine, si preoccupano di garantirvi che in quella zona non ci sono case Itea, ma a chi danno fastidio? Magari averne una...
Ci sono - negli annunci immobiliari - quei favolosi ossimori che rendono ampi i miniappartamenti e spaziosi i monolocali. Occhio quando vi assicurano che c'è la possibilità di ricavare la seconda stanza oppure il soppalco: se fosse così semplice l'avrebbero già fatto mettendovelo in conto.
Gli appartamenti offerti dagli agenti immobiliari sono spesso signorili, alcuni sono spettacolari (in particolare le mansarde o gli attici), hanno viste favolose e finiture di pregio oppure c'è la possibilità di scegliere le finiture ma il prezzo - ve ne accorgerete - non sarà più quello di prima. Se vi dicono "pari al nuovo" vuole dire che l'appartamento è usato ma lo pagherete come se l'avessero appena costruito.
Quando sull'annuncio c'è scritto "prezzo impegnativo" credeteci. Qualcuno scrive invece "prezzo interessante" e anche in questo caso hanno ragione: per chi acquista i soldi sono spesso l'elemento più importante. Chissà perché talvolta gli agenti immobiliari sottolineano che la casa è "da vedere", ci mancherebbe che prima di comprarla non andassimo a darci un'occhiata... Attenzione inoltre a chi vi assicura che un appartamento è "ideale scopo investimento": significa che ci abita un inquilino con un contratto per i prossimi dieci anni. L'eventuale garage (ovviamente da pagare a parte) spesso è una presa in giro perché l'unica alternativa è lasciare la macchina nella piazza del paese e farsi un chilometro a piedi.
E ancora: la trattativa è riservata quando hanno paura che un altro agente si finga compratore per subentrare nell'affare. Fateci caso: dopo qualche settimana di lettura degli annunci immobiliari saprete riconoscere lo stesso appartamento che spunta dalle righe pubblicitarie di varie agenzie. Se lo stesso immobile ve lo propongono dopo sei mesi vuole dire che c'è qualcosa sotto. Per gli appartamenti più costosi scrivono "info solo in ufficio": vogliono guardarvi in faccia, vedere che auto guidate e che marca di vestiti indossate, prima di imbarcarsi in una trattativa. Ma l'appartamento dei miei sogni, quello che ancora non ho smesso di cercare con gli occhi quando giro la città e vedo le piante spuntare dalle terrazze sui tetti, la casa che io voglio (vorrei) è quella di cui gli agenti immobiliari non danno informazioni nemmeno in ufficio. Quando un appartamento così arriva sul mercato c'è già qualcuno che l'ha comprato, senza il bisogno di andare in banca e fare le pratiche del mutuo.
Prima regola, attenzione agli aggettivi: se vi offrono un'intima mansarda preparatevi a visitare un sottotetto dove riuscite a stare in piedi solo al centro delle stanze; per definire un bagno finestrato basta che ci sia una piccola fessura affacciata su un cortile; una camera può dirsi matrimoniale se ci sta un letto a una piazza e mezzo; la cucina è abitabile se ci si può fare colazione in piedi e sul pavimento resta lo spazio per la ciotola del gatto.
E veniamo alle zone: centralissimo vuole dire che è in centro storico, centro è tutta la città, vicinanze del centro può essere Gardolo o Mattarello, cinque minuti dal centro significa a Candriai (i tempi forse sono calcolati per quando ci sarà la funivia e loro vi assicurano che c'è già il progetto pronto) e infine se c'è scritto "posizione tranquilla" oppure "ideale per amanti della natura" preparatevi a tutto, anche a trovare le impronte dell'orso sul prato di casa quando uscite la mattina.
Zona servita significa che c'è la fermata dell'autobus per andare a far la spesa in una zona veramente servita. Zona residenziale vuol dire che ci si torna solo la sera per dormire, se la zona è caratteristica c'è un locale sotto casa che vi terrà svegli fino all'alba. Alcuni, infine, si preoccupano di garantirvi che in quella zona non ci sono case Itea, ma a chi danno fastidio? Magari averne una...
Ci sono - negli annunci immobiliari - quei favolosi ossimori che rendono ampi i miniappartamenti e spaziosi i monolocali. Occhio quando vi assicurano che c'è la possibilità di ricavare la seconda stanza oppure il soppalco: se fosse così semplice l'avrebbero già fatto mettendovelo in conto.
Gli appartamenti offerti dagli agenti immobiliari sono spesso signorili, alcuni sono spettacolari (in particolare le mansarde o gli attici), hanno viste favolose e finiture di pregio oppure c'è la possibilità di scegliere le finiture ma il prezzo - ve ne accorgerete - non sarà più quello di prima. Se vi dicono "pari al nuovo" vuole dire che l'appartamento è usato ma lo pagherete come se l'avessero appena costruito.
Quando sull'annuncio c'è scritto "prezzo impegnativo" credeteci. Qualcuno scrive invece "prezzo interessante" e anche in questo caso hanno ragione: per chi acquista i soldi sono spesso l'elemento più importante. Chissà perché talvolta gli agenti immobiliari sottolineano che la casa è "da vedere", ci mancherebbe che prima di comprarla non andassimo a darci un'occhiata... Attenzione inoltre a chi vi assicura che un appartamento è "ideale scopo investimento": significa che ci abita un inquilino con un contratto per i prossimi dieci anni. L'eventuale garage (ovviamente da pagare a parte) spesso è una presa in giro perché l'unica alternativa è lasciare la macchina nella piazza del paese e farsi un chilometro a piedi.
E ancora: la trattativa è riservata quando hanno paura che un altro agente si finga compratore per subentrare nell'affare. Fateci caso: dopo qualche settimana di lettura degli annunci immobiliari saprete riconoscere lo stesso appartamento che spunta dalle righe pubblicitarie di varie agenzie. Se lo stesso immobile ve lo propongono dopo sei mesi vuole dire che c'è qualcosa sotto. Per gli appartamenti più costosi scrivono "info solo in ufficio": vogliono guardarvi in faccia, vedere che auto guidate e che marca di vestiti indossate, prima di imbarcarsi in una trattativa. Ma l'appartamento dei miei sogni, quello che ancora non ho smesso di cercare con gli occhi quando giro la città e vedo le piante spuntare dalle terrazze sui tetti, la casa che io voglio (vorrei) è quella di cui gli agenti immobiliari non danno informazioni nemmeno in ufficio. Quando un appartamento così arriva sul mercato c'è già qualcuno che l'ha comprato, senza il bisogno di andare in banca e fare le pratiche del mutuo.
09 ottobre 2005
Nella giungla delle offerte
Cari signori Poli, Sait, Orvea, Superstore e via dicendo, i casi sono due: o vi sta fregando il postino, oppure vi state fregando da soli. Capita, infatti, di ritrovarsi con la casella della posta piena delle vostre offerte, riunite tutte assieme in un mazzo di carta colorata che strilla più della sala delle grida nella borsa di Wall Street. Se volete conquistare il consumatore, voi soli, in esclusiva, dovete studiare un altro piano.
Dice quel Ferrante del sindacato che in Trentino non c'è concorrenza fra i supermercati alimentari, chissà se lui riceve i vostri bollettini periodici. Noi sì, e quando accade li portiamo tutti in casa per distenderli sul grande tavolo della cucina come un generale farebbe con le carte geografiche prima della battaglia. Poi prendiamo il pennarello rosso e - zac - evidenziamo il caffè crema e gusto a 5 euro al chilo, poi i tortellini Rana (zac) a un euro e ottanta, l'olio d'oliva del Garda a 6 euro, la cioccolata lillà a 0,70 e i Pampers midi scontati del 30 per cento che se il bambino cresce troppo in fretta e non vanno più bene troviamo subito qualcuno a cui girarli (zac, zac, zac). L'acqua frizzante Pejo invece no, ne abbiamo già un paio di ettolitri su in soffitta e fino all'estate prossima dovremmo essere a posto: l'abbiamo comprata in luglio a 0,27 la bottiglia, un vero affare di cui ci vantiamo il sabato sera con gli amici.
Caro assessore, l'osservatorio dei prezzi, quello vero, è fuori del palazzo, ad esempio sul tavolo della nostra cucina. E caro sindacato, che vorresti convincerci a fare la spesa a Verona per protesta, con i soldi della benzina facciamo il pieno alla Punto e giriamo la città dieci volte a caccia di offerte. Non siamo mica gli unici, basta guardare gli scaffali vuoti dove c'è il cartellino rosso dello sconto, oppure quegli spazi nei frigoriferi dove c'erano i piselli in offerta speciale. Li chiamano prezzi civetta perché sperano che il cliente, accecato dalla convenienza di un prodotto, riempia il carrello anche del resto. Fateci caso, la merce che vi serve veramente, quella di cui non potete fare a meno come lo zucchero, il sale, la farina, quella la nascondono nell'angolo più remoto del supermercato, in quelle confezioni bianche o grigie che per trovarle dovete chiedere aiuto o fare due volte il giro del negozio e poi vi tocca mettervi pancia a terra per riuscire a prendere un barattolo o una scatola. I biscotti del Mulino Bianco invece no, eccoli lì proprio all'altezza degli occhi, con l'offerta in bella vista sotto le confezioni colorate.
Bando alle tentazioni, noi ormai compriamo solo le offerte: se la carne è cara si mangia pesce, se la pasta De Cecco è a prezzi da saldo andiamo avanti a fusilli per un mese. Per avere lo sconto, però, vi chiedono la tessera, quella magnetica con cui registrano tutto ciò che fate: giorno, ora, tipo di prodotti acquistati, totale dei soldi spesi. Se siete alcolizzati e ogni due giorni fate il pieno di liquori il direttore del supermercato lo scoprirà prima dei vostri parenti e del vostro medico. Noi quelle tessere, è ovvio, le abbiamo tutte: duplicard, carta cooperazione, tessera fedeltà, abbiamo persino la tessera del caffè così il decimo lo beviamo gratis, quella della libreria e della pizza al taglio, tutte intestate alla nonna novantenne che sui computer dei signori Poli, Sait eccetera, risulterà - mistero - la consumatrice più consumante del Trentino.
Tutto questo fino all'altro giorno, quando sono uscito di casa e dall'altra parte della strada ho visto il ragazzo del panificio che mi ha fatto un cenno di saluto. Stava lì, sulla porta del negozio, senza lavoro, con il berretto bianco in testa e le mani affondate sotto il grembiule nelle tasche dei pantaloni. Mi ha guardato serio, con uno sguardo indagatore e ha chiesto. "Allora, finite le ferie?". Ho allargato le braccia imbarazzato, facendo segno che purtroppo erano finite già da un pezzo. "Bon, allora ti metto via il pane la mattina" ha detto, con il tono di chi non vuol sentire repliche. L'ho salutato con un gesto, ci vediamo domani, e sono corso in casa salendo i gradini a quattro, pensando a tutte le volte che quel negozietto sotto casa ci aveva salvato per una cena organizzata all'ultimo minuto, alle colazioni con le brioches fresche la mattina, al sacchetto di pane riservato. "Basta con i supermercati" ho detto a mia moglie che stava studiando le carte per la battaglia quotidiana delle offerte. "Finite le scorte si torna alla vecchia, vedrai che alla fine consumeremo anche un po' meno...". Stavo ancora finendo la frase quando lei ha preso tutta quella carta e l'ha gettata nella stufa. Mi pareva che sorridesse quando ha detto piano: "Finalmente".
Dice quel Ferrante del sindacato che in Trentino non c'è concorrenza fra i supermercati alimentari, chissà se lui riceve i vostri bollettini periodici. Noi sì, e quando accade li portiamo tutti in casa per distenderli sul grande tavolo della cucina come un generale farebbe con le carte geografiche prima della battaglia. Poi prendiamo il pennarello rosso e - zac - evidenziamo il caffè crema e gusto a 5 euro al chilo, poi i tortellini Rana (zac) a un euro e ottanta, l'olio d'oliva del Garda a 6 euro, la cioccolata lillà a 0,70 e i Pampers midi scontati del 30 per cento che se il bambino cresce troppo in fretta e non vanno più bene troviamo subito qualcuno a cui girarli (zac, zac, zac). L'acqua frizzante Pejo invece no, ne abbiamo già un paio di ettolitri su in soffitta e fino all'estate prossima dovremmo essere a posto: l'abbiamo comprata in luglio a 0,27 la bottiglia, un vero affare di cui ci vantiamo il sabato sera con gli amici.
Caro assessore, l'osservatorio dei prezzi, quello vero, è fuori del palazzo, ad esempio sul tavolo della nostra cucina. E caro sindacato, che vorresti convincerci a fare la spesa a Verona per protesta, con i soldi della benzina facciamo il pieno alla Punto e giriamo la città dieci volte a caccia di offerte. Non siamo mica gli unici, basta guardare gli scaffali vuoti dove c'è il cartellino rosso dello sconto, oppure quegli spazi nei frigoriferi dove c'erano i piselli in offerta speciale. Li chiamano prezzi civetta perché sperano che il cliente, accecato dalla convenienza di un prodotto, riempia il carrello anche del resto. Fateci caso, la merce che vi serve veramente, quella di cui non potete fare a meno come lo zucchero, il sale, la farina, quella la nascondono nell'angolo più remoto del supermercato, in quelle confezioni bianche o grigie che per trovarle dovete chiedere aiuto o fare due volte il giro del negozio e poi vi tocca mettervi pancia a terra per riuscire a prendere un barattolo o una scatola. I biscotti del Mulino Bianco invece no, eccoli lì proprio all'altezza degli occhi, con l'offerta in bella vista sotto le confezioni colorate.
Bando alle tentazioni, noi ormai compriamo solo le offerte: se la carne è cara si mangia pesce, se la pasta De Cecco è a prezzi da saldo andiamo avanti a fusilli per un mese. Per avere lo sconto, però, vi chiedono la tessera, quella magnetica con cui registrano tutto ciò che fate: giorno, ora, tipo di prodotti acquistati, totale dei soldi spesi. Se siete alcolizzati e ogni due giorni fate il pieno di liquori il direttore del supermercato lo scoprirà prima dei vostri parenti e del vostro medico. Noi quelle tessere, è ovvio, le abbiamo tutte: duplicard, carta cooperazione, tessera fedeltà, abbiamo persino la tessera del caffè così il decimo lo beviamo gratis, quella della libreria e della pizza al taglio, tutte intestate alla nonna novantenne che sui computer dei signori Poli, Sait eccetera, risulterà - mistero - la consumatrice più consumante del Trentino.
Tutto questo fino all'altro giorno, quando sono uscito di casa e dall'altra parte della strada ho visto il ragazzo del panificio che mi ha fatto un cenno di saluto. Stava lì, sulla porta del negozio, senza lavoro, con il berretto bianco in testa e le mani affondate sotto il grembiule nelle tasche dei pantaloni. Mi ha guardato serio, con uno sguardo indagatore e ha chiesto. "Allora, finite le ferie?". Ho allargato le braccia imbarazzato, facendo segno che purtroppo erano finite già da un pezzo. "Bon, allora ti metto via il pane la mattina" ha detto, con il tono di chi non vuol sentire repliche. L'ho salutato con un gesto, ci vediamo domani, e sono corso in casa salendo i gradini a quattro, pensando a tutte le volte che quel negozietto sotto casa ci aveva salvato per una cena organizzata all'ultimo minuto, alle colazioni con le brioches fresche la mattina, al sacchetto di pane riservato. "Basta con i supermercati" ho detto a mia moglie che stava studiando le carte per la battaglia quotidiana delle offerte. "Finite le scorte si torna alla vecchia, vedrai che alla fine consumeremo anche un po' meno...". Stavo ancora finendo la frase quando lei ha preso tutta quella carta e l'ha gettata nella stufa. Mi pareva che sorridesse quando ha detto piano: "Finalmente".
25 settembre 2005
Non riesco a dire "no"
Sul mio comodino ci sono tre libri che ancora non ho letto e prendono la polvere in attesa che qualcuno si occupi di loro. Si intitolano "Luna Park Rwanda", "Leggende dell'Africa" e "Leggende dell'Africa" (esatto, due sono uguali). Me li ha venduti un marocchino (dico così, mi scuserà, anche se è nero e viene dal Senegal) che di tanto in tanto mi attende in via Oss Mazzurana. Mi vede con un fascio di giornali sotto il braccio e fa di me la sua preda preferita. E' tardi, ormai, quando mi accorgo di lui e cerco di allungare il passo per tuffarmi in una via laterale e darmela a gambe. E' tardi, perché lui previene ogni mia mossa, mi abbaglia con un sorriso bianco che gli si allarga nel volto scuro, mi chiude il cammino rapido come un ghepardo quindi mi prende sotto braccio e dice: "Ciao amico, come va?". Disperato raccolgo le forze e cerco di tirare dritto ma con la coda dell'occhio, incuriosito, sbircio i libri che tiene fra le mani, lui se ne accorge e affonda il colpo: "Belli eh? Comprane uno, amico, cinque euro, un vero affare". Provo a spiegargli che libri come quelli li ho già comprati, ma lui non si arrende: "Questo è nuovo amico, di sicuro non ce l'hai". Mi mette in mano uno di quei libri colorati, io lo prendo (errore) e lui si rilassa perché sa che ha vinto. L'ho salutato l'altro giorno con cinque euro in meno nel portafoglio e un altro dei suoi libri. Sul comodino, nella pila dei "non letti", fanno quattro.
Sarà perché non so dire "no" che guardo con un misto di rabbia e invidia quelli che si fanno largo in centro storico avanzando tra la folla dei questuanti come in una giungla col machete. Rabbia perché non è questo il mondo che vorrei, invidia perché bisognerebbe, di tanto in tanto, trovare il coraggio di rifiutare senza comunque abbassare gli occhi, scartare di lato, cambiare strada o tentare la fuga vergognandosi di avere uno stipendio fisso a fine mese.
Quel "no" - così difficile da opporre a chi ha la miseria disegnata sul volto - viene spontaneo per quelli che ti chiedono la firma per la lotta all'aids o contro la fame nel mondo, sapendo che la loro attività si basa su uno sporco trucco: dopo aver scritto di tuo pugno nome e cognome su quel foglio, dopo aver appoggiato la loro causa con tutto te stesso (non è forse il tuo l'ultimo nome della lista?) come puoi rifiutare quei pochi euro che ti chiedono per sostenere la loro attività? E' lo stesso trucco che usano i mendicanti quando ti mettono in mano un oggettino, un fiore o un foglietto con una poesia dicendoti: "E' un regalo" e poi invocano l'elemosina sfruttando il principio della riconoscenza che è naturale negli esseri umani.
Ce ne sono molti in città, come sa bene chi frequenta le strade, fuori dai palazzi, ma i senegalesi sono una categoria a parte: niente trucchi, niente inganni, ciao amico, prendi una collana, un braccialetto e se non vuoi niente dammi almeno i soldi per mangiare. Quelli che vendono gli ombrelli sotto i portici di piazza Duomo sono la categoria più misteriosa. Compaiono tempestivi mentre scendono le prime gocce di pioggia, se li assumessero a Meteotrentino la qualità delle previsioni avrebbe un'impennata, ma la domanda è questa: dove si nascondono, con i loro ombrelli, quando splende il sole? Il prezzo è onesto: cinque euro quelli piccoli, il doppio quelli grandi eppure c'è chi si ferma a contrattare, penso solo per il gusto di far vedere chi è il più forte in una sfida ad armi impari. Ce n'è stato uno - l'ho visto di persona - che si è portato via un ombrello grande per otto euro dopo una trattativa di dieci minuti. Così l'altro giorno, quando pioveva a dirotto e per rientrare a casa asciutto ho deciso di diventare cliente dei senegalesi, mi sono avvicinato fiducioso, stringendo in tasca una banconota da dieci euro, deciso ad arrivare ad otto: "Se ce l'ha fatta quello posso riuscirci anch'io" pensavo. Quando mi hanno visto col cappuccio in testa e le spalle bagnate mi hanno allungato veloci i loro ombrelli, grandi e piccoli. "Questo qui" ho detto, indicandone uno grande a quadrati scozzesi. "Quanto fa?". "Dodici euro". "Ma come - ho protestato - fino all'altro giorno erano dieci...". Lui mi ha guardato e ha allargato il suo sorriso bianco: "Sì, amico, ma non vedi oggi come piove?". Non faceva una grinza, ho guardato la piazza bagnata, ho tirato fuori i soldi e sono corso via sconfitto.
Sarà perché non so dire "no" che guardo con un misto di rabbia e invidia quelli che si fanno largo in centro storico avanzando tra la folla dei questuanti come in una giungla col machete. Rabbia perché non è questo il mondo che vorrei, invidia perché bisognerebbe, di tanto in tanto, trovare il coraggio di rifiutare senza comunque abbassare gli occhi, scartare di lato, cambiare strada o tentare la fuga vergognandosi di avere uno stipendio fisso a fine mese.
Quel "no" - così difficile da opporre a chi ha la miseria disegnata sul volto - viene spontaneo per quelli che ti chiedono la firma per la lotta all'aids o contro la fame nel mondo, sapendo che la loro attività si basa su uno sporco trucco: dopo aver scritto di tuo pugno nome e cognome su quel foglio, dopo aver appoggiato la loro causa con tutto te stesso (non è forse il tuo l'ultimo nome della lista?) come puoi rifiutare quei pochi euro che ti chiedono per sostenere la loro attività? E' lo stesso trucco che usano i mendicanti quando ti mettono in mano un oggettino, un fiore o un foglietto con una poesia dicendoti: "E' un regalo" e poi invocano l'elemosina sfruttando il principio della riconoscenza che è naturale negli esseri umani.
Ce ne sono molti in città, come sa bene chi frequenta le strade, fuori dai palazzi, ma i senegalesi sono una categoria a parte: niente trucchi, niente inganni, ciao amico, prendi una collana, un braccialetto e se non vuoi niente dammi almeno i soldi per mangiare. Quelli che vendono gli ombrelli sotto i portici di piazza Duomo sono la categoria più misteriosa. Compaiono tempestivi mentre scendono le prime gocce di pioggia, se li assumessero a Meteotrentino la qualità delle previsioni avrebbe un'impennata, ma la domanda è questa: dove si nascondono, con i loro ombrelli, quando splende il sole? Il prezzo è onesto: cinque euro quelli piccoli, il doppio quelli grandi eppure c'è chi si ferma a contrattare, penso solo per il gusto di far vedere chi è il più forte in una sfida ad armi impari. Ce n'è stato uno - l'ho visto di persona - che si è portato via un ombrello grande per otto euro dopo una trattativa di dieci minuti. Così l'altro giorno, quando pioveva a dirotto e per rientrare a casa asciutto ho deciso di diventare cliente dei senegalesi, mi sono avvicinato fiducioso, stringendo in tasca una banconota da dieci euro, deciso ad arrivare ad otto: "Se ce l'ha fatta quello posso riuscirci anch'io" pensavo. Quando mi hanno visto col cappuccio in testa e le spalle bagnate mi hanno allungato veloci i loro ombrelli, grandi e piccoli. "Questo qui" ho detto, indicandone uno grande a quadrati scozzesi. "Quanto fa?". "Dodici euro". "Ma come - ho protestato - fino all'altro giorno erano dieci...". Lui mi ha guardato e ha allargato il suo sorriso bianco: "Sì, amico, ma non vedi oggi come piove?". Non faceva una grinza, ho guardato la piazza bagnata, ho tirato fuori i soldi e sono corso via sconfitto.
18 settembre 2005
L'uomo delle foglie
Ci sono giorni in cui ringrazio di non essere un cacciatore e di non avere, quindi, un fucile chiuso nell'armadio, perché so che sarebbe forte la tentazione di afferrarlo, caricarlo a palla, spalancare la finestra, prendere la mira e fare fuoco. Quei giorni cominciano sempre di buon mattino, quando dalla finestra aperta arriva un ronzio lontano e intermittente, peggio di mille mosche, che si insinua in casa senza tregua facendosi largo nel sonno dell'alba. Allora apro un occhio, guardo il cielo che comincia a farsi luminoso, poi l'orologio, sono le sei, e so che è arrivato lui: l'uomo delle foglie.
Mi coglie sempre di sorpresa, tanto che ogni volta mi domando ingenuo: ma cos'è questo rumore? Prima lontano, che per sentirlo quasi mi devo concentrare, poi più vicino tanto che penso "è già qui sotto" e invece è ancora sull'altro lato della piazza che sbuffa col suo soffione meccanico - un tubo in mano e il motore appeso sulla schiena - per scacciare le foglie secche dagli angoli nascosti, da sotto le auto in sosta e farne un mucchio al centro della strada.
Bzzz Bzzz Bzzz Se avessi quel fucile... ma sono un obiettore, rifiuto le armi e così mi giro nel letto senza difesa da quello sciame d'api che mi investe a più riprese. Poi per un attimo torna il silenzio, e quasi mi illudo, ottimista, che la bufera sia passata, ma ho imparato che non dura. L'uomo ha scoperto un giacimento di larghe foglie di ippocastano dietro la cabina telefonica, va e le cattura soddisfatto. Bzzz Bzzz Bzzz
Mi immagino i suoi colleghi di una volta, quelli con la ramazza e il carrettino che si aggiravano indulgenti per le strade fumando sigarette, senza preoccuparsi se qualche foglia restava a marcire sull'asfalto. Lui no, al mio torturatore non sfugge nemmeno un germoglio, un pezzettino di corteccia, un mozzicone di sigaretta: li individua e - bzzz - li spedisce lì nel mucchio. Poi arriva il suo collega, quello col grosso camion che spazza l'asfalto e aspira l'immondizia: rumore sordo del motore e fruscio di spazzole sul terreno, quindi parte l'aspiratore. Ormai so tutto e mi immagino la scena steso a letto, se la Trentino Servizi volesse assumermi potrei cominciare anche domani.
Passa il camion ma il calvario - Bzzz - continua e mi raggiunge raddoppiato dalla radiolina di mio figlio - Bzzz - che nella sua - Bzzz - cameretta dorme ignaro. Allora accade una cosa nuova e di cui un po' mi vergogno: prendo la macchina fotografica, che poi è il mio fucile, infilo i pantaloni e scendo in strada dove ci siamo solo io e lui, pronti al duello. Mi siedo su una panchina e punto l'obiettivo tra le nuvole di polvere. Guerriglia fredda, scena di violenza urbana. Lui, volto coperto, vede la luce dell'autofocus che si accende, alza il canone al cielo come per arrendersi ma continua a soffiar foglie.
No amico, non ce l'ho con te ma col motore che porti sulle spalle, con quei rumori che ormai conosco a memoria eppure ogni volta mi sorprendono nel sonno. Il più temibile è l'uomo del vetro: arriva silenzioso e prepara l'attacco indisturbato. Aggancia la campana blu e la solleva sopra il suo camion mentre noi dormiamo inconsapevoli poi d'un tratto preme un bottone, sgancia il carico di frantumi nel cassone e - crash - fugge via lasciando noi cittadini sotto shock. Oppure ci sono quelli dei cinquantini smarmittati che arrivano veloci (scoppiettìo di motore in rilascio), affrontano la curva dopo la staccata (quiete prima della tempesta) e poi fuggono spalancando l'acceleratore (colonna sonora da rettilineo di Misano). C'è infine la serranda della trattoria, quella di ferraccio arrugginito che si abbassa ben dopo mezzanotte nel silenzio rotto talvolta dai lamenti degli ubriachi: la attendo fiducioso - vraaaaan - e so che è ora di andare a letto. In centro c'è chi non sopporta le campane del Duomo, puntuali ogni domenica mattina; c'è chi odia i pub coi tavoli all'aperto o i vicini che fanno i contadini con il tosaerba prima di andare in ufficio. A ognuno il suo, a me è toccato l'uomo delle foglie.
Caro uomo delle foglie, sono io quello che l'altra mattina ti ha puntato contro la macchina fotografica alle sei del mattino e ora - se non te l'eri immaginato - sai il perché.
Mi coglie sempre di sorpresa, tanto che ogni volta mi domando ingenuo: ma cos'è questo rumore? Prima lontano, che per sentirlo quasi mi devo concentrare, poi più vicino tanto che penso "è già qui sotto" e invece è ancora sull'altro lato della piazza che sbuffa col suo soffione meccanico - un tubo in mano e il motore appeso sulla schiena - per scacciare le foglie secche dagli angoli nascosti, da sotto le auto in sosta e farne un mucchio al centro della strada.
Bzzz Bzzz Bzzz Se avessi quel fucile... ma sono un obiettore, rifiuto le armi e così mi giro nel letto senza difesa da quello sciame d'api che mi investe a più riprese. Poi per un attimo torna il silenzio, e quasi mi illudo, ottimista, che la bufera sia passata, ma ho imparato che non dura. L'uomo ha scoperto un giacimento di larghe foglie di ippocastano dietro la cabina telefonica, va e le cattura soddisfatto. Bzzz Bzzz Bzzz
Mi immagino i suoi colleghi di una volta, quelli con la ramazza e il carrettino che si aggiravano indulgenti per le strade fumando sigarette, senza preoccuparsi se qualche foglia restava a marcire sull'asfalto. Lui no, al mio torturatore non sfugge nemmeno un germoglio, un pezzettino di corteccia, un mozzicone di sigaretta: li individua e - bzzz - li spedisce lì nel mucchio. Poi arriva il suo collega, quello col grosso camion che spazza l'asfalto e aspira l'immondizia: rumore sordo del motore e fruscio di spazzole sul terreno, quindi parte l'aspiratore. Ormai so tutto e mi immagino la scena steso a letto, se la Trentino Servizi volesse assumermi potrei cominciare anche domani.
Passa il camion ma il calvario - Bzzz - continua e mi raggiunge raddoppiato dalla radiolina di mio figlio - Bzzz - che nella sua - Bzzz - cameretta dorme ignaro. Allora accade una cosa nuova e di cui un po' mi vergogno: prendo la macchina fotografica, che poi è il mio fucile, infilo i pantaloni e scendo in strada dove ci siamo solo io e lui, pronti al duello. Mi siedo su una panchina e punto l'obiettivo tra le nuvole di polvere. Guerriglia fredda, scena di violenza urbana. Lui, volto coperto, vede la luce dell'autofocus che si accende, alza il canone al cielo come per arrendersi ma continua a soffiar foglie.
No amico, non ce l'ho con te ma col motore che porti sulle spalle, con quei rumori che ormai conosco a memoria eppure ogni volta mi sorprendono nel sonno. Il più temibile è l'uomo del vetro: arriva silenzioso e prepara l'attacco indisturbato. Aggancia la campana blu e la solleva sopra il suo camion mentre noi dormiamo inconsapevoli poi d'un tratto preme un bottone, sgancia il carico di frantumi nel cassone e - crash - fugge via lasciando noi cittadini sotto shock. Oppure ci sono quelli dei cinquantini smarmittati che arrivano veloci (scoppiettìo di motore in rilascio), affrontano la curva dopo la staccata (quiete prima della tempesta) e poi fuggono spalancando l'acceleratore (colonna sonora da rettilineo di Misano). C'è infine la serranda della trattoria, quella di ferraccio arrugginito che si abbassa ben dopo mezzanotte nel silenzio rotto talvolta dai lamenti degli ubriachi: la attendo fiducioso - vraaaaan - e so che è ora di andare a letto. In centro c'è chi non sopporta le campane del Duomo, puntuali ogni domenica mattina; c'è chi odia i pub coi tavoli all'aperto o i vicini che fanno i contadini con il tosaerba prima di andare in ufficio. A ognuno il suo, a me è toccato l'uomo delle foglie.
Caro uomo delle foglie, sono io quello che l'altra mattina ti ha puntato contro la macchina fotografica alle sei del mattino e ora - se non te l'eri immaginato - sai il perché.
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